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Capitolo 52

Solenne sepoltura di Comollo - Apparisce ad un'intiera camerata di seminaristi - Giovanni in vacanza - Giorgio Moglia - Presso il Teol. Comollo - Da D. Giuseppe. Cafasso - Dite fausti avvenimenti.


Capitolo 52

da Memorie Biografiche

del 13 ottobre 2006

Fattosi giorno e sparsasi la voce della morte del Comollo, la più grande costernazione invase il seminario. Tutti però a comune conforto si dicevano: A quest'ora Comollo è già in paradiso a pregare per noi; e andavano a gara per ottenere qualche oggetto che gli fosse appartenuto per ritenerlo come memoria di tanto amato e venerato collega. Il rettore del seminario, mosso pur egli dalle singolari circostanze che accompagnarono la morte di lui, comportando a malincuore che il suo cadavere fosse portato al cimitero comune, appena giorno si recò a Torino dalle autorità civili ed ecclesiastiche, da cui ottenne che fosse sepolto nella chiesa di S. Filippo annessa al seminario medesimo. Pertanto il mattino del 3 aprile, coll'intervento di tutti i seminaristi, di tutti i superiori, del signor canonico curato cogli altri canonici e col clero, e di un popolo immenso fu il cadavere portato processionalmente per la città di Chieri, e dopo lungo giro venne accompagnato alla suddetta chiesa di S. Filippo. Quivi giunti con lugubre musica e pomposo apparato si cantò messa da direttore, presente cadavere; il quale, terminata la funzione, venne deposto in una tomba preparatagli vicino allo steccato che ne tramezza la balaustrata, quasi che quel Gesù Sacramentato, verso cui mostrò tanto amore e col quale sì volentieri si tratteneva, vicino pure lo volesse anche dopo morte.

Appena sepolto Comollo apparve una seconda volta, essendo testimone del fatto un'intera camerata di seminaristi. Ecco come D. Bosco narra il portentoso avvenimento: “Attesa l'amicizia e la confidenza illimitata che passava tra me e Comollo, eravamo soliti a parlare di quanto poteva ad ogni momento accaderci, vale a di re della nostra separazione in caso di morte. Un giorno, ricordando ciò che avevamo letto in alcuni libri di vite dei santi, tra celia e serietà dicemmo che sarebbe stata una grande consolazione, se quello di noi due che pel primo fosse chiamato all'eternità avesse portato all'altro notizia dello stato suo. Rinnovando più volte questi discorsi, ci siamo fatta reciproca promessa di pregare l'uno per l'altro e che colui che fosse il primo a morire avrebbe recate novelle di sua salvezza al compagno superstite. Io non conosceva tutta la importanza di tale promessa, e confesso che ci fu molta leggerezza, nè mai sarei per consigliare altri a farla; tuttavia tra di noi si ritenne sempre sul serio quale sacra promessa da mantenersi. Più volte l'abbiamo confermata, specialmente nell’ultima malattia del Comollo, mettendo però sempre la condizione, se Dio avesse ciò permesso e fosse stato di suo gradimento. Le ultime parole di Comollo e l’ultimo sguardo mi avevano assicurato dell’adempimento del nostro patto.

” Alcuni compagni ne erano informati e stavano ansiosi di vederlo verificato. Io ne era ansiosissimo, perchè sperava un grande conforto alla mia desolazione.

” Era la notte del 3 al 4 aprite, notte che seguiva il giorno della sua sepoltura, ed io riposava con venti alunni del corso teologico in quel dormitorio, che dà nel cortile a mezzodì. Ero a letto, ma non dormiva e, stava pensando alla fatta promessa; e quasi presago di ciò che doveva accadere, era in preda ad una paurosa commozione. Quando, sullo scoccare della mezzanotte, odesi un cupo rumore fondo al corridoio, rumore che rendevasi più sensibile, più cupo, più acuto a misura che si avvicinava. Pareva quello di un carrettone tirato da molti cavalli, di un treno di ferrovia, quasi dello sparo di un cannone. Non saprei esprimermi, se non col dire che formava un complesso di fragori così vibrati e in certo modo così violenti, da recare spavento grandissimo e togliere le parole di bocca a chi l'ascoltava. Ma nell'atto che si avvicinava alla porta del dormitorio, lasciava dietro di sè rumoreggianti le pareti, la volta' il pavimento del corridoio, come se fossero costrutti di lastre di ferro scosse da potentissimo braccio. Il suo avvicinarsi non era sensibile in da potersi misurare il diminuirsi delle distanze; ma lasciava una incertezza quale lascia una vaporiera, della quale talora non si può conoscere il punto ove si trova nella sua corsa, se si è costretti a giudicare dal solo fumo che si stende per l'aria.

” I seminaristi di quel dormitorio si svegliano, ma niuno parla. Io era impietrito dal timore. Il rumore si avanza, ma sempre più spaventoso; è presso al dormitorio; si apre da sè violentemente la porta del medesimo; continua, più veemente il fragore senza che alcuna cosa si veda, eccetto una languida luce, ma di vario colore, che pareva regolatrice di quel suono. Ad un certo momento si fa improvviso silenzio, splende più viva quella luce, e si ode distintamente risuonare la voce del Comollo, ma più esile di quando era vivo, che, per tre volte consecutive, diceva: - Bosco! Bosco! Bosco! Io sono salvo!

” In quel momento il dormitorio venne ancora più luminoso, il cessato rumore di bel nuovo si fe' udire di gran lunga più violento, quasi tuono che sprofondasse la casa, ma tosto cessò ed ogni luce disparve. I compagni, balzati di letto, fuggirono senza saper dove; si raccolsero alcuni in qualche angolo del dormitorio per darsi animo a vicenda, si strinsero altri intorno al prefetto di camerata, che era D. Giuseppe Fiorito da Rivoli; e così passarono la notte, aspettando ansiosamente il sollievo della luce del giorno. Tutti avevano udito il rumore. Parecchi intesero la voce, senza capirne il senso. S'interrogavano a vicenda che cosa significasse quel rumore e quella voce, ed io, stando seduto sul mio letticciuolo diceva loro che si tranquillizzassero, asserendo che aveva distintamente intese le parole: - Sono salvo. - Alcuni però l'avevano intesa, al pari di me, risuonare sul mio capo, a segno che per molto tempo si andava ripetendo nel seminario.

” Io ho sofferto assai e fu tale il mio spavento, che in quell'istante avrei preferito di morire. Fu la prima volta che a mia ricordanza abbia avuto paura. Di qui incominciò una malattia, che mi portò all'orlo della tomba e mi lasciò così male andato di sanità, che non ho potuto più riacquistarla, se non molti anni dopo.

” Dio è onnipotente, Dio è misericordioso, Per lo più non dà ascolto a questi patti; talvolta però nella sua infinita misericordia permette che abbiano il loro compimento, come nel caso esposto. Non sarei mai per dare ad altri consiglio di questo genere. Trattandosi di mettere in relazione le cose naturali colle soprannaturali, la povera umanità ne soffre gravemente, specialmente in cose non necessarie alla nostra eterna salvezza. Siamo abbastanza certi dell'esistenza dell'anima, senza cercare altre prove. Ci basti quello che ci ha rivelato N. S. Gesù Cristo”. Quando D. Bosco ristampava nel 1884 la biografia del Comollo, alcuni testimoni di questa apparizione erano ancora viventi; anzi le bozze della prima edizione, nella quale se ne fa cenno, furono lette e rivedute dai superiori del seminario e dai compagni che ne furono testimoni oculari. D. Fiorito Giuseppe poi la raccontò soventi volte ai superiori dell’Oratorio. L'avvenimento destò rumore anche fuori dei seminario, e alcuni ne intesero parlare dal campanaro del duomo Domenico Pogliano che affermava la verità del fatto.

Non ostante le sofferenze patite per la perdita dell'amico e lo spavento provato per quell'apparizione, sofferenze che diedero il tracollo alla sua salute già indebolita dalle lunghe, veglie sui libri e lo trassero, com'egli stesso dice, sull'orlo della tomba, un giovanetto chierico, spiritello irrequieto e allora irriflessivo, che non apparteneva alla camerata del nostro Giovanni, stizzito di vederlo sempre contegnoso, gli andava sovente vicino ripetendogli - Bosco, Bosco, Bosco sono salvo! - Giovanni sentiva riaprirsi una dolorosa ferita; quelle parole ripetute per burla suonavano male al suo, orecchio, eppure ci sorrideva, minacciava scherzosamente col dito e taceva. Lo stesso chierico, che fu poi un santo e zelantissimo sacerdote, narrava queste sue bizzarrie, per darci un'idea della pazienza e del dominio che aveva il chierico Bosco sopra la sua indole naturalmente focosa.

Sul finire di giugno pertanto Giovanni, ancor malaticcio, ritornava a santificare col solito ardore le sue vacanze. Desiderando i signori Moglia che il loro figlio Giorgio si facesse prete, passando Giovanni alla loro cascina, gliel consegnarono, perchè lo conducesse a casa sua al Susambrino e seco lo tenesse in tutto il tempo delle ferie, trattandolo come fratello. Giovanni gli cedette per dormire il proprio materasso, e per tre mesi intieri gli fece scuola tutti i giorni.

Quivi con Giorgio s'incontrarono altri giovanetti, che venivano da Castelnuovo, per aver da Giovanni ripetizione di lingua latina; ed egli, colle cinque lire retribuite dai parenti di, due fra essi, si provvedeva,: qualche poco di vestito e di calzamenta pel nuovo anno scolastico. Francesco Bertagna, che poi fu professore e cavaliere, per due anni frequentò quelle lezioni autunnali. Giovanni di quando in quando conduceva i suoi otto o dieci alunni, come ci narrò lo stesso Giorgio, a fare passeggiate ora da una parte ed ora da un'altra. Un giorno presero tutti la via che conduceva alla Moglia, per passare un giorno di allegria col signor Luigi. Strada facendo incontrarono due ragazzi mal vestiti e il chierico Bosco loro domandò: - Dove andate? - Andiamo a cercar pane, gli risposero. Giovanni li fissò commosso, e - Se è così, soggiunse, venite; con me e troverete pane. - E seco li condusse. Quest'atto svelava l'animo suo generoso, che tanti poveri giovanetti abbandonati avrebbe raccolti sotto le ali dell'inesauribile provvidenza di Dio. Giorgio, alla scuola di un maestro così affettuoso, in questo e nell'anno seguente fece de' grandi progressi, senonchè sul finire delle seconde vacanze disse schiettamente a Giovanni come non sentisse alcuna inclinazione per farsi prete.. - Ebbene, gli rispose Giovanni; fa come vuoi, in tutti gli stati uno può salvarsi, purchè viva da buon cristiano. Ricordati però di curare sempre il male che vedrai negli altri, osserva che il guasto non corrompa il sano, e cerca col buon esempio colla parola di salvar anime anche in quello stato che il Signore ti destina. Impedisci sempre i cattivi discorsi e le bestemmie ed avvisa gli sboccati, specialmente se vi fossero fanciulli presenti, acciocchè non ne piglino scandalo

Giovanni frattanto non dimenticava il prevosto D. Comollo, e recavasi pi√π volte a Cinzano per dare e ricevere consolazione, ripetendo ambedue quanto sapevano delle amabili virt√π del nipote e dell'amico. E Giovanni incominciava a stendere le prime memorie, che meditava di dare alle stampe, per eternare i fatti di quel giovane angelico, mentre per accondiscendere all'invito di quel venerando sacerdote, che gli portava tenerissima affezione, teneva in qualche festa discorso alla sua popolazione.

In mezzo a tutte queste sue varie occupazioni, alle quali aggiungi il fedele servizio alle funzioni parrocchiali, eragli soave conforto il fare visite affettuose al caro D. Cafasso, che veniva allora nell'autunno per qualche settimana a riposarsi nella casa paterna in Castelnuovo dalle fatiche del sacro ministero e dalla scuola di morale al convitto di S. Francesco d’Assisi in Torino, che eragli stata affidata nel 1839. “Se tu vedi un uomo sensato, va di buon grado a trovarlo e il tuo pie' consumi i gradini della sua porta”. E la soglia di quella porta benedetta, sì a Castelnuovo come a Torino, fu logorata da' pie' del nostro Giovanni. Il buon chierico avidamente ascoltava le parole del santo prete sua benefattore, col quale aveva in perfetta armonia i sentimenti. E non dobbiamo noi credere che la gioia del Cafasso per la canonizzazione di S. Alfonso Maria de' Liguori avvenuta in quest'anno non siasi trasfusa nel cuore di Giovanni? Questa apoteosi proponeva all’episcopato un modello di obbedienza alla Santa Sede e innalzava una fiaccola luminosissima di scienza morale cattolica, dissipatrice delle tenebre disperanti del giansenismo. Amore e fiducia in Dio, unione col suo Vicario in terra doveva preparare i fedeli alla lotta del bene contro del male, che incessantemente affilava le sue armi per rovesciare ogni ordine religioso, morale e sociale.

Infatti nel 1839 incominciarono a Pisa i Congressi degli scienziati, e negli anni seguenti continuarono a Torino, a Genova ed in ultimo a Casale nel 1847, promossi dai capi dei rivolgimenti, per radunarsi senza dare nell'occhio ai zelanti dell'ordine. Mentre gli eruditi disputavano ingenuamente di scienze, arti, agricoltura; i settarii delle varie fazioni si intendevano occultamente fra di loro, e disponevano dei mezzi per potere in un avvenire non lontano proclamare la repubblica in Italia e pel primo abbattere il trono del Pontefice. E i principi italiani ingannati, mentre ad ogni stormir di foglia pareva che temessero usurpazioni papali contro i loro cesarei diritti, proteggevano, lodavano, aiutavano questi Congressi Solo il Papa Gregorio XVI, che leggeva entro le segrete cose, si dimostrò contrario, e, quasi prevedendo il futuro, dava un monito ai principi, approvando il culto che da tempo immemorabile rendeva il popolo piemontese ai Reali Umberto e Bonifacio di Savoia. Essi eransi guadagnata l'aureola immortale della gloria, dando a Dio quel che è di Dio; il quale, Re dei Re, Signore dei Dominanti, per Gesù Cristo ha trasmesso in perpetuo alla Chiesa, cioè al regno suo sopra la terra, tutte le genti in retaggio ed in dominio , ordinando, di istruirle, battezzarle e insegnar loro di osservare tutto quello che Egli ha comandato. Quindi il principe cristiano è nella Chiesa e non sopra la Chiesa, e a lei nelle cose spirituali e morali ed in tutto ciò che forma la sua compagine divina ed umana deve rispetto ed obbedienza. La Chiesa abbraccia tutti i regni, e gli Stati Cattolici sono nella Chiesa presieduta dal Pontefice di Roma con pienezza d'autorità. Nel conflitto delle due autorità, bisogna obbedire a Dio piuttostochè agli uomini.

Questo fausto avvenimento ed il suo alto significato celebrossi per ordire di Mons. Fransoni, nel duomo di Torino, con un triduo di feste solennissime, il 28, 29, 30 giugno, a gloria di due Beati di Casa Savoia. Il magnanimo Re Carlo Alberto non era degenere da questi suoi avi; egli amava la Chiesa. Benchè aspirasse a cingere la corona d'Italia; benchè conoscesse, cercasse e rivolgesse a suo pro le arti dei liberali sparsi nei varii Stati e, preparasse i mezzi per la guerra dell'indipendenza; non era però nelle sue intenzioni recar sfregio al Pontificato Romano. Egli aveva introdotti e protetti nel suo Stato varii Ordini religiosi, voleva che l'educazione impartita alla gioventù fosse informata a principii cattolici in tutte le circostanze proclamavasi devoto al Pontefice e alla Santa Sede, e in quest'anno chiedeva e otteneva un Nunzio mandato Apostolico, per rendere più intime e dirette le sue comunicazioni colla Santa Sede, ed il primo Nunzio mandato dal Papa in Torino fu Vincenzo Massi, Arcivescovo di Tessalonica. Nel 1840, sollecitato dal Consiglio Supremo di Sardegna a sopprimere le decime ecclesiastiche in quell'isola, dotando quel clero in altra maniera, egli non volle che vi si ponesse mano senza il beneplacito del Sommo Pontefice. Nel 1841 ricorreva al Papa e stringeva una convenzione con lui per restringere il privilegio del foro e l'immunità personale degli ecclesiastici; convenzione per cui restava stabilito che i magistrati laici giudicassero, i crimini, gli ecclesiastici i delitti; nei casi di condanna a morte, il vescovo esaminasse gli atti del giudizio e la sentenza; ove trovasse irregolarità e gravi cause in favore del condannato, rimettesse la sentenza ad una commissione di tre vescovi dello Stato: se questi trovassero provata la reità, entro un mese si passasse alla degradazione del colpevole ed all'esecuzione della sentenza. E questo suo ossequio alla Santa Sede lo aveva già chiaramente dimostrato promulgando il suo codice civile nel 1837; Dopo avere premesso: Essere stato suo studio procurare agli amati suoi sudditi il beneficio di una legislazione unica e conforme al principii della santa religione cattolica e ai fondamentali principii della monarchia, stabiliva: “La Religione Cattolica, Apostolica, Romana essere la sola Religione dello Stato. Gloriarsi il Re di essere protettore della Chiesa e di promuovere l'osservanza delle leggi di essa nella materia che alla potestà della medesima appartiene.... Che i magistrati supremi veglieranno a che si mantenga, il migliore accordo tra la Chiesa e lo Stato ..... Gli altri culti già esistenti nello Stato essere semplicemente tollerati”. Nel 1839, il 26 ottobre, pubblicando il codice penale, comminava la reclusione o il carcere contro chiunque turbasse, interrompesse o impedisse con violenza le sacre funzioni nelle chiese o fuori di esse: ovvero facesse oltraggio ai ministri della Religione nell'esercizio delle loro funzioni: contro chi avesse profferito bestemmie, profanando il nome di Dio, della Vergine e dei Santi: contro coloro che con pubblici insegnamenti, con arringhe, scritti, libri e stampe attaccasse la Religione dello Stato. Confermava eziandio i regolamenti riguardanti l'osservanza dei giorni festivi. La condanna ai lavori forzati a vita o a tempo per chi distruggesse o rompesse vasi sacri, reliquie o immagini, nelle chiese, vestiboli, sagrestie o anche fuori di questi luoghi, in occasione di pubbliche funzioni religiose. E alla reclusione, quando detti oltraggi si facessero in luoghi non sacri.

Coll’ultimo supplizio era punito chi avesse conculcato ostile consecrate o commesso altro atto di disprezzo su di esse. Questo zelo del Re per l'onore di Dio ci spiega la cordiale amicizia che univalo al Venerabile Cottolengo, col quale sovente compiacevasi intrattenersi in famigliari colloqui sull'opera della Piccola Casa della Divina Provvidenza; ed eziandio l'affezione profonda che, come vedremo, a lui portava D. Bosco, il quale dal seno della sua famiglia aveva, come ogni buon piemontese di quei tempi, imparato a riguardare la sacra sua persona come il rappresentante di Colui, pel quale regnano i principi. E pel suo sovrano e per la reale sua casa, come certamente a noi consta, pregava allora e continuò a pregare e a far pregare negli anni seguenti; e non avrebbe rifiutato di sottoporsi ai più gravi sacrificii, quando il dovere di suddito fedele glieli avesse imposti. Nell'avvicendarsi di dolorosi avvenimenti, che straziavano il suo cuore sacerdotale, mai non udimmo dal suo labbro una parola ostile od irriverente; e la sua condotta fu costantemente ispirata dalle parole di S. Pietro: “Siate riguardo a Dio soggetti ad ogni uomo creato: tanto al Re sopra di tutti quanto ai Presidi come spediti da lui per far vendetta dei malfattori e per onorare i buoni”.

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