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Capitolo 50

Il primo corso di teologia - Altro attestato in lode di Giovanni - Suo amore per la storia ecclesiastica e per il Papa - Accademia letteraria fra i seminaristi - Giovanni Bosco infermiere - Le vacanze - Visite degli amici - Giovanni predica ancora ad Alfiano - Sostituisce il predicatore mancato improvvisamente a Cinzano ed a Pecetto - Altro discorso a Capriglio - Umile giudizio sulle sue prediche - Si reca nuovamente a Cinzano - Dialogo con Luigi Comollo - Presagi di morte - Vocazioni ecclesiastiche.


Capitolo 50

da Memorie Biografiche

del 13 ottobre 2006

Sul principio dell'anno scolastico 1837- 38, il chierico Giovanni Bosco entrava nel primo corso di teologia. Professore della conferenza teologica del mattino era il teologo D. Prialis, e quello della sera il teologo Arduino di Carignano, di poi canonico, prevosto e vicario foraneo della collegiata di Giaveno.

All'esame semestrale di quest'anno anche Luigi Comollo conseguiva il premio di sessanta lire, che si suole assegnare a chi più si distingue nello studio e nella pietà. “Finchè Dio conservò in vita questo incomparabile compagno, scrive D. Bosco, gli fui sempre in, intima relazione. Io vedeva in lui un santo giovanetto; lo amava per le sue rare virtù; e quando ero con lui mi sforzava di imitarlo in qualche cosa, ed egli poi amava me, perchè lo aiutava negli studii”.

Se è vero che l'amore o trova simili gli amici o simili li rende, possiamo argomentare come il nostro Giovanni, nutrisse almeno gli stessi sentimenti, lo stesso candore, la stessa pietà e virtù di Comollo. Ne fa testimonianza il chierico Giacomo Bosco, che apparteneva allora al secondo corso di teologia. Così egli narrava del nostro Giovanni alla presenza di D. Rua, di D. Francesia, D. Lazzero, D. Bonetti e D. Lemoyne: “Tutte le domeniche immancabilmente si accostava alla SS. Comunione. La sua umiltà era grande. Con me aveva una confidenza senza limiti, palesandomi ogni suo segreto. Nei dubbi o in qualche risoluzione già presa, prima di operare chiedeva il mio parere e poi obbediva, qualunque fosse il consiglio ricevuto. Era sempre composto nella persona, riservato negli atti, si applicava continuamente in qualche occupazione, o materiale, o intellettuale non stava mai in ozio, era esatto nell'osservanza di tutte le regole; in ricreazione non si vedeva mai correre e ridere forte, ma passeggiava solo co' suoi pensieri o accompagnato da' suoi fidi, intrattenendosi in utili ragionamenti; alla sera faceva crocchio con pochi fra i più studiosi; ed egli prediligeva gli studi storici ecclesiastici, pei quali aveva una attrattiva particolare. Sovente deplorava che i fatti riguardanti i Papi fossero da molti scrittori ecclesiastici trascurati, mentre erano prolissi nello scrivere le geste di personaggi secondari. Così pure si affliggeva quando le azioni di certi Pontefici erano giudicate con poca reverenza”. A questo proposito noi aggiungeremo che appena vide la luce l'opera del Rorhbacher, ne lesse con attenzione tutti i diciassette volumi. Così pure percorse la storia ecclesiastica del Salzano, esclamando che, se fosse stata data alle stampe quando era in seminario, ne avrebbe baciate una ad una le pagine, appunto perchè questo storico italiano mostra grande venerazione pei Sommi Pontefici. Così egli, guidato da giusti criteri ed arricchito degli studi del Bercastel, dell'Henrion, del Fleury, del Rorhbacher, del Salzano e de' Bollandisti, si disponeva a comporre la sua piccola storia ecclesiastica ad uso dei giovani.

Gli studi storici nulla toglievano agli studi teologici. Continuava il circolo colle dispute sulle questioni più difficili, ove esigevasi la più rigorosa precisione nei termini. Narra D. Giacomelli che il chierico Bosco era sempre attentissimo, sì da non lasciar passare inosservati non solo gli errori, ma neppure le più piccole inesattezze. Una volta un compagno avendo messo fuori durante la conversazione una proposizione azzardata sul peccato originale, Giovanni tosto lo corresse e lo ridusse al silenzio con buone ragioni. E tale prontezza nel difendere i dogmi l'ebbe sempre finchè visse, in ogni occasione, facendo meravigliare chi l udiva per la perspicacia della sua mente e la profondità del suo sapere.

Nello stesso tempo non trascurava le belle lettere. Giacomo Bosco, come egli stesso narravaci, aveva formato un'accademia, della quale il nostro Giovanni era l'anima. Si componeva di 12 o 14 seminaristi e vi si trattava di lingue, di autori classici e anche di galateo. Si tenevano le radunanze nei giorni di vacanza e in certi tempi di ricreazione. Si leggevano composizioni storiche, letterarie, in poesia ed in prosa. Finita la lettura, i compagni davano il loro giudizio sulla sostanza e sulla forma del lavoro e sul modo di porgere del lettore, specialmente quando trattavasi di una predica. Giovanni era così minuto nel correggere, che i compagni lo soprannominarono il rabbino della grammatica. Ma soprattutto in lui veniva allora notato l'estremo riserbo che usava in ciò che, riguardava, la modestia. Un giorno in quell'accademia fu letta non so quale composizione, nella quale si nominavano due volte genericamente persone di altro sesso con qualche epiteto laudatorio. Giovanni, interrogato del suo giudizio, prima rimase soprapensiero, e poi disse: - Tutto bello in questo lavoro, ma si nominano due volte le donne con espressioni, che non convengono affatto ad un chierico. - Lo scrittore di quella composizione divenne prete ed ebbe la disgrazia di farsi vecchio cattolico.

In questi esercizii e studi, l’anno passava tranquillamente. Continuando poi a prestare i suoi servigi ai compagni infermi, ciò che fece in tutto il tempo che stette in seminario, Giovanni ebbe occasione di interrogare i medici e venire così a conoscere i sintomi, lo svolgimento e le fasi di molte malattie e le cure necessarie secondo i casi, ed a provvedere e preparare eziandio i rimedi che venivano ordinati: scienza e pratica che non dovevano tornargli inutili per la sua futura missione.

Prova di questa sua scienza è il fatto seguente. Un giorno essendo venuto a visitarlo un medico, che aveva suo figlio ammalato, D. Bosco incominciò un discorso su vario genere di malattie, e interrogando il dottore chiedevagli varie spiegazioni. - Ma lei, esclamò a un tratto il medico, prima di essere prete, ha forse esercitata l'arte medica?

 - Io no, rispose D. Bosco; faccio solamente alcune interrogazioni per istruirmi.

 - Ma non sa che le sue interrogazioni non può farle se non chi ha studiato medicina?

Finito l'anno scolastico, Giovanni tornò presso la madre sua. Due soli erano gli amici che venivano in tempo di vacanza a casa Bosco: il chierico Giacomelli di Avigliana, il quale ivi pernottava, e più volte Luigi Comollo, che se ne ripartiva la sera ed a cui poi Giovanni più volte restituiva la visita. Frequenti erano pure le lettere che si indirizzavano tra loro. Mamma Margherita, conoscendo l'importanza delle buone amicizie, faceva ogni suo potere, per apprestare loro una accoglienza cordiale e lauta. Erano quelli giorni di festa che lasciavano desiderio di ripetersi. - Voglio fare onore al mio Giovanni! - esclamava la buona madre.

Pochi giorni dopo il suo arrivo in patria, Giovanni riceveva il seguente biglietto dall’amico Comollo: “Debbo significarti un affare, che da un canto mi consola, dall'altro mi confonde. Mio zio mi diede incombenza di fare un discorso sulla gloriosa Assunzione di M. V. L'essere eccitato a parlare di questa cara Madre mi riempie di gioia il cuore. Dall'altro canto, conoscendo la mia insufficienza, veggo pur chiaro quanto io sia lungi dal saperne tessere condegnamente gli encomi. Checchè ne sia, appoggiato all'aiuto di Colei, di cui debbo favellare, mi dispongo ad ubbidire: l'ho già scritto e mediocremente studiato; lunedì sarò da te, onde l'ascolti a recitare e mi faccia le osservazioni, che stimerai a proposito, sia riguardo al gesto, sia riguardo alla materia. Raccomandami all'Angelo Custode pel buon viaggio.... Addio...”.

“Comollo fu puntuale, scrive D. Bosco nelle sue memorie, e venne a passar meco una giornata in tempo che i miei parenti erano in campagna per la mietitura. Egli mi fece dapprima leggere il discorso, che avea preparato per recitare alla prossima festa dell'Assunzione; di poi lo recitò accompagnando le parole col gesto. Dopo alcune ore di piacevole trattenimento, ci siamo accorti essere l'ora del pranzo. Eravamo soli in casa. Che fare? Alto là, disse il Comollo, io accenderò il fuoco, tu preparerai la pentola, e qualche cosa faremo cuocere. - Benissimo, risposi, ma prima andiamo a cogliere un pollastrino nell'aia e questo ci servirà di pietanza e di brodo; tale è l'intenzione di mia madre.

- Presto siamo riusciti a mettere le mani addosso ad un pollino; ma poi chi sentivasi di ucciderlo? Nè l'uno, nè l’altro. Per venire ad una conclusione vantaggiosa, fu deciso che il Comollo tenesse l'animale col collo sopra un tronco di legno appianato, mentre con un falcetto senza punta glielo avrei tagliato io. Fu fatto il colpo: la testa spiccata dal busto. Di che ambedue spaventati, ci siamo dati a precipitosa fuga piangendo. Sciocchi che siamo, disse di lì a poco il Comollo; il Signore ha detto di servirci delle bestie della terra pel nostro bene; perchè dunque tanta ripugnanza in questo fatto? - Senz'altra difficoltà, abbiamo raccolto quell'animale, e spennatolo e cottolo, ci servì per pranzo.

” Io doveva recarmi a Cinzano per ascoltare il discorso del Comollo; ma essendo anch'io incaricato di fare il medesimo discorso ad Alfiano, vi andai il giorno dopo. Era una meraviglia l'udire le voci di encomio, che da tutte parti risuonavano sulla predica del Comollo. - Predica da santo, mi diceva taluno. - Oh! esclamava un altro, pareva un angelo da quel pulpito, tanto era modesto e franco nel ragionare.

- Altri: - Che bella maniera di predicare! - Ciò dicendo, ne ripetevano alcuni i sentimenti e perfino le stesse parole, che fisse avevano ancora nella memoria. Suo zio diceva di veder l'opera di Dio, manifestata nel suo nipote. Io, che conosceva la grande timidità di Comollo, gli chiesi in qual modo fosse riuscito a predicare con tanta franchezza, ed egli mi rispose: - Sul punto di comparire alla presenza del popolo, io mi sentii mancar la forza e la voce, e le ginocchia non mi volevano più reggere. Ma tosto che Maria mi porse la mano, divenni vigoroso e forte, di maniera che incominciai il discorso e lo proseguii sino alla fine senza il menomo intoppo; questo fece Maria, non già io; sia lode a Lei.

Io tengo presso di me questo discorso, nel quale quantunque Comollo siasi servito di accreditati autori, nulla di meno la composizione è sua, e in essa vi si scorgono espressi tutti quei vivi affetti, di cui ardeva il suo nobile cuore per la gran Madre di Dio”.

Giovanni si era recato a Cinzano per congratularsi coll'amico del discorso fatto;, ma non aveva preveduto che in quel giorno medesimo egli avrebbe dovuto parlare dallo stesso pulpito a quella popolazione, che aveva udita il giorno innanzi la voce di Comollo. In questi termini egli continua la narrazione: “Quel giorno (16 agosto) correva la festa S. Rocco, che suole chiamarsi festino della pignatta o della cucina, perchè i parenti e gli amici sogliono approfittarne per invitare vicendevolmente i loro cari a pranzo ed a godere qualche pubblico trattenimento. In quell'occasione avvenne un episodio che dimostrò fin dove giungesse la mia audacia. All'ora del pranzo il predicatore di quella solennità non comparve. Si aspettò quasi fino all'ora di montare in pulpito non giunse. Per togliere il prevosto di Cinzano dall’impiccio io andava or dall'uno or dall'altro de' molti parroci colà intervenuti, pregando ed insistendo che qualcheduno indirizzasse un sermoncino al numeroso popolo raccolto in chiesa. Niuno voleva acconsentire. - Ma come! io esclamava: vogliono lasciar andare via tanta gente, senza dir loro due parole? - Seccati da' miei ripetuti inviti, mi risposero acremente: - Minchione che siete, il fare un discorso sopra S. Rocco all'improvviso non è mica come bere un bicchiere di vino; invece di importunare gli altri, fatelo voi. - A quelle parole tutti batterono le mani. Mortificato e ferito nella mia superbia, io risposi: - Non osava certamente offerirmi a tanta impresa, ma poichè tutti si rifiutano, io accetto. - Si cantò una laude sacra in chiesa per darmi alcuni istanti a pensare; poi richiamando a memoria la vita del Santo che aveva già letta, montai in pulpito e feci un discorso che mi fu sempre detto essere stato il migliore di quanti avessi fatto prima e di poi”. Giuseppe Turco, che, invitato dal chierico Bosco, spesse volte lo accompagnava nei varii paesi ove andava a predicare, in questa occasione si trovò a Cinzano, ed ebbe a dire: - La predica sembrò preparata con molto studio e da persona assuefatta al pulpito e nutrita di studii profondi, sicchè destò gran stupore in tutti i parroci che si trovavano presenti.

Altro fatto simile a questo accadde a Giovanni alcun tempo dopo, in un'altra solennissima festa a Pecetto. Ce lo narrò il prevosto di Castelnuovo, D. Antonio Cinzano. All'ora del vespro, non era ancora comparso il panegirista colto da improvvisa malattia. Nessuno de' sacerdoti presenti volle sostituirlo, dicendo mancar loro il tempo necessario a prepararsi e non osare parlare al pubblico così all'improvviso. Il parroco disse allora al chierico Bosco: - Andate voi! Giovanni chiese allora un breviario, lesse le lezioni del giorno, salì in pulpito e soddisfece così pienamente la popolazione, che alcuni degli uditori, parlando all'indomani col parroco di Castelnuovo, decantavano la bellezza del discorso e l'abilità del predicatore.

E D. Bosco quale giudizio dava di queste sue prediche? Egli, che esaltava alle stelle il discorso di Comollo, così scrive di sè: “Dopo il primo anno di teologia, predicai ancora sopra la Natività di Maria in Capriglio. Non so quale ne sia stato il frutto. Da tutte parti però era applaudito, sicchè la vanagloria m’andò guidando, finchè ne fui disingannato, come segue. Un giorno, dopo la detta predica sulla nascita di Maria, interrogai uno, che pareva de' più intelligenti, sopra la predica, di cui faceva elogi sperticati, e mi rispose:

- La sua predica fu sopra le anime del Purgatorio; mentre io avea predicato sopra le glorie di Maria. Ad Alfiano ho anche voluto richiedere il parere del parroco, persona di molta pietà e dottrina, di nome Giuseppe Pelato, e lo pregai a dirmi il suo parere intorno alla mia predica. - La vostra predica, mi rispose, fu assai bella, ordinata, esposta con buona lingua, con pensieri scritturali, e continuando così potete riuscire nella predicazione.

” - Il popolo avrà capito?

” - Poco: avranno capito il mio fratello prete, io e pochissimi altri.

” - Come mai, non furono intese cose tanto facili?

” - A voi sembrano facili, ma per il popolo sono assai elevate. Lo sfiorare la storia sacra, il volare ragionando sopra un tessuto della storia ecclesiastica, sono tutte cose che il popolo non capisce.

” - Che adunque mi consiglia di fare?

” - Abbandonare la lingua e l'orditura dei classici, parlare in volgare ove si può, od anche in lingua italiana, ma popolarmente. Invece poi di ragionamenti, tenetevi agli esempi, alle similitudini, ad apologi semplici e pratici. Ma ritenete sempre che il popolo capisce poco e che le verità della fede, non gli sono mai abbastanza spiegate.

” Questo paterno consiglio mi servì di norma in tutta la vita. Conservo ancora a mio disdoro quei discorsi, in cui presentemente non iscorgo più altro che vanagloria e ricercatezza. Dio misericordioso ha disposto che avessi quella lezione, lezione fruttuosa, nelle prediche, nei catechismi, nelle istruzioni, e nello scrivere, cui mi ero fin da quel tempo applicato”.

Giovanni in queste vacanze del 1838 ritornò la seconda volta a Cinzano, per concertare col Comollo alcune cose spettanti al vicino anno scolastico. “Un bel giorno, scrive egli ancora nella biografia di questo santo giovanetto, uscii a passeggio col Comollo sopra un colle, donde scorgevasi vasta estensione di prati, campi e vigne. - Vedi, Luigi, presi a dirgli, che scarsezza di raccolti abbiamo quest'anno! Poveri contadini! Tanto lavoro e quasi tutto invano!

” - È la mano del Signore, egli rispose, che pesa sopra di noi. Credimi, i nostri peccati ne sono la cagione.

” - L'anno venturo spero che il Signore ci donerà frutti più abbondanti.

” - Lo spero anch'io, e buon per coloro che si troveranno a goderli.

” - Su via, lasciamo a parte i pensieri melanconici; per questo anno pazienza, ma l'anno venturo avremo più copiosa vendemmia e faremo miglior vino.

” - Tu ne beverai.

” - Forse tu intendi continuare a bere la solita acqua.?

” - Io spero di bere un vino assai migliore.

” - Che cosa vuoi dire con ciò?

” - Lascia, lascia….. il Signore sa quel che si fa.

” - Non dimando questo, io dimando che cosa vuoi dire con quelle parole: Io spero di bere un vino assai migliore. Vuoi forse andartene al Paradiso?

” - Sebbene io non isperi di andare dopo morte al paradiso, se non per pura misericordia del Signore, tuttavia da qualche tempo mi sento un sì vivo desiderio di andare a gustar l'ambrosia dei beati, che parmi impossibile che siano ancora lunghi i giorni di mia vita.

” Questo, diceva il Comollo colla massima ilarità di volto, in tempo che godeva ottima sanità, e sì preparava per ritornare in seminario.

” Finite queste ultime vacanze e messosi in via per recarsi in, seminario, giunto ad un luogo, ove procedendo perdeva di vista il suo paese, soffermossi ad un tratto e stette un istante rimirando la patria con una serietà,, insolita. Suo padre fece alcuni passi verso di lui, dicendo: - Che fai Luigi? Non stai bene di sanità? Che guardi?

” - Io sono in buona sanità, mi sento bene, ma non posso togliere lo sguardo da Cinzano.

” - Che guardi adunque? ti rincresce forse di recarti in seminario?

” - Non solo non mi rincresce, ma desidero di arrivare al più presto in quel lungo di pace; quel che guardo si è il nostro Cinzano, che lo rimiro per l'ultima volta.

” Richiesto di nuovo, se non istesse bene in salute, se volesse ritornare a casa: - Niente, niente, rispose, sto benissimo, andiamo allegri, il Signore ci aspetta”.

Questo dialogo veniva tosto dal padre di Comollo manifestato a Giovanni, appena giunto al seminario.

Così mesti pronostici però mettevano in serio pensiero il nostro Giovanni, il quale, desideroso che si moltiplicassero i ministri della casa di Dio per la salute delle anime, con rammarico temeva vicina ad eclissarsi una tanto splendida vocazione. Egli infatti conoscendo qual favore inestimabile sia una chiamata del Signore al suo divino servizio ne' suoi discorsi famigliari coi giovanetti di Chieri, di Castelnuovo e di altri paesi sapeva trovare il momento opportuno per infondere nel loro animo un'altissima idea dello stato sacerdotale e l'obbligo stretto di ottemperare alla divina chiamata. Come S. Paolo egli pensava: Bramo che voi tutti siate quale sono io; ma ciascuno ha da Dio il suo dono; uno in un modo e l'altro nell'altro.

 E andava pertanto studiando qual fosse il dono che Iddio destinava a' suoi giovani amici. Se vedeva splendere in essi amore a quella virtù, che rende gli uomini simili agli angeli, teneva per certo che questa fosse l'indizio più sicuro di vocazione. Quindi investigava se avessero inclinazione allo stato ecclesiastico, e con acconcie ragioni ne ispirava loro il desiderio; e se questo già realmente esisteva, secondavalo con saggi consigli, e poi lasciava tranquillamente che Iddio facesse germogliare e maturare il suo prezioso innesto. Così egli fin d'allora incominciava una missione, che fu poi lo scopo ed il lavorio di tutta la sua vita; sicchè a migliaia a migliaia furono le sacre vocazioni di giovanetti, che senza le sue cure sarebbero rimaste sterili. D. Bosco avrebbe fatto qualunque sacrifizio, perchè neanche una sola di queste vocazioni andasse perduta. Descriveremo in altri capitoli le sue mirabili conquiste. Non tutte le volte riuscì nel suo intento; Dio solo conosce i segreti della sua preordinazione e quelli dei cuori; ma eziandio allora la carità di D. Bosco recava vantaggi grandi alle anime.

Abbiamo più sopra parlato del giovane Annibale Strambio, il quale, co' suoi due fratelli Domenico e Pietro, era stato, compagno con Giovanni a Chieri, nei corsi ora detti ginnasiali. Orbene in quest'anno 1838, il Pietro riceveva una lettera, nella quale Giovanni invitavalo a farsi prete, adducendogli per ragione la sua indole quieta e lene e la sua buona condotta. Nel 1898, Pietro Strambio, Cavaliere, Consigliere emerito di Prefettura, riferiva al Prof. D. Francesco Cerruti: “Io non seguii il consiglio di D. Bosco, perchè non mi sentiva trasportato verso la carriera propostami. Conservai però cara memoria di quel bell'invito, il cui ricordo mi fece sempre del bene nel corso della mia vita. Tengo ancora gelosamente presso di me la sua lettera, la quale ridesta ognora nel mio cuore la commozione che allora provai nel riconoscere quanta buona opinione avesse di me un condiscepolo e amico di tanto merito. Non è a dire la stima che i miei fratelli ed io avevamo per lui. Noi alcuni anni dopo eravamo a Camagna ed egli venne a visitarci. Lo accogliemmo con un vero tripudio; ma quei giorni vennero funestati da un grande incendio sviluppatosi in una cascina. D. Bosco colla sua calma abituale prestava mano a salvare le masserizie e comparve recando la polenta già preparata per la mensa di quel colono. Io gli dissi allora: - Tu, o D. Bosco, che sei tanto buono e che operi miracoli, fa cessare questo incendio - ”.

E questa opinione della sua santità era radicata e diffusa ne' suoi compagni, cagione dell'importanza che davasi alle sue parole ed alle sue lettere.

 

 

 

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