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Capitolo 49

Giovialità perenne di Giovanni Bosco - Cose da nulla - Una disciplina ridicola - Un cantore che perde gli occhiali - L'imbroglio di un sindaco - Adempimento di promessa.


Capitolo 49

da Memorie Biografiche

del 13 ottobre 2006

La vita di Giovanni Bosco fu sempre vita di pace e di allegrezza. Anche in mezzo alle più dure prove, eziandio quando fu sacerdote, se talora parve per alcuni istanti velarsi, l'animo suo gioviale manifestavasi subito con motti spiritosi o racconti ameni. Non passò giorno, si può dire, senza che con questi destasse l'ilarità o nelle pubbliche radunanze, e nelle parlate agli allievi, o nei crocchi che formavano intorno a lui i suoi salesiani, i suoi giovanetti, nei viaggi, nelle case e nei palagi dei cittadini, insomma ovunque apparisse. Essendo egli attento osservatore di ogni cosa, sapeva di fatti graziosi una raccolta inesauribile. La coscienza tranquilla ed il pieno abbandono nella Provvidenza divina impedivagli gli scoraggiamenti e le tristezze. Ovunque recavasi, con sè portava la gioia più viva, il riso più cordiale. E di ciò erasi fatto regola costante, secondo l'insegnamento dell'Ecclesiastico:

“Non lasciare l'anima tua in preda alla tristezza e non affliggere te stesso co' tuoi pensieri. La giocondità del cuore è la vita dell'uomo; è tesoro inesausto di santità; la letizia allunga i giorni dell'uomo. Abbi compassione dell'anima tua per piacere a Dio e sii continente, (guardandoti da ciò che turba il cuore); consólati nei santi doni di Dio e manda lungi da te la tristezza. Perocchè la tristezza ne ha uccisi molti, ed ella non è buona a nulla. L'invidia e l'ira abbreviano i giorni, e i sopraccapi menano la vecchiaia prima del tempo”. E il cuore allegro di D. Bosco si rifletteva pur nel suo volto, come se gli risuonasse sempre all'orecchio l'esortazione di S. Paolo: “State allegri sempre nel Signore: lo dico per la seconda volta, state allegri”.

Di quando in quando interrompiamo il nostro racconto per ricordare alcuni fatterelli, acciocchè resti sempre più di, mostrata questa sua vena inesauribile di buon umore per rallegrare le brigate. Si dirà da qualche serio filosofo essere queste cose da nulla e che si potevano ommettere. A dir il vero, a noi pure venne questa tentazione; ma poi, riflettendo che una proposizione senza prove val nulla e che noi scriviamo senza pretensioni di sorta, eccettuata quella di essere veritieri, e per i confratelli salesiani, ai quali torna gradita ogni piccola cosa che riguardi il padre loro, tiriamo avanti e le narriamo press'a poco colle stesse parole, colle quali le udimmo raccontare da D. Bosco.

Eransi radunati presso il prevosto D. Cinzano i parroci della vicaria e in mezzo ad essi sedeva il chierico Bosco. A un tratto un di que' sacerdoti chiese al chierico se avesse, secondo il solito, qualche amenità da raccontare, specialmente sulla vita del seminario. Giovanni per buona pezza sembrò concentrato in profondi pensieri; quindi, cedendo alle insistenze che gli veniano fatte, con tutta serietà prese a parlare delle virtù eroiche, nelle quali si esercitavano i seminaristi, passando in ultimo a portarne le prove. Erano finiti i santi spirituali esercizii, e due chierici, presi da insolito fervore, avevano fatto proponimento di aiutarsi a vicenda nell'infliggersi più volte alla settimana una salutare disciplina. La prima volta che convennero per questa pratica di penitenza, l'uno di essi si gettò il mantello giù dalle spalle e l'altro afferrò il flagello e gli diede un primo colpo, ma leggermente. - Più forte, disse l'altro. - E ricevette un secondo colpo, ma anche questo molto leggiero. - Più forte ancora! - esclamò il paziente. E allora il compagno gli scaricò con tutte le sue forze un colpo tale, che le corde gli solcarono le spalle e vi lasciarono striscie violacee. Un ahi! formidabile rispose a quel colpo, ed il percosso salito in rabbia: - È la maniera di trattarmi? gridò; sei un malcreato. A me quest'insulto! replicò l'altro e giù una staffilata. Quindi si accapigliarono, si batterono, corsero i compagni a dividerli e così finì quella prova disciplinare.

I parroci, che dall'esordio non avevano potuto prevedere la conclusione, tanto pi√π che Giovanni non rideva mai quando diceva delle facezie, ne ebbero d'avanzo per sentirsi indolenziti i polmoni ed i fianchi.

D. Bosco ripeteva spesso il racconto di questo aneddoto per trarne la morale: che, cioè tutto che è contrario alle regole, se non è suggerito da una necessità o convenienza morale, e di più colla licenza dei superiori, è disordine e porta con sè conseguenze molto disastrose.

A Castelnuovo in un giorno di festa solenne celebrava la santa Messa il parroco teologo Cinzano. Dirigeva l'orchestra, composta di pochi cantori, un cotale soprannominato Barba Domenico, il quale aveva ottima voce, ma conosceva la musica solo per pratica e nulla per teoria. Ciò non ostante squadernava i fogli di musica e so li ponea dinanzi con una sicuméra da professore consumato. Ci tenea ad essere creduto cantore di vaglia e su questa sua abilità non soffriva che alcuno scherzasse. Quel giorno, inforcati al solito gli occhiali, inchinato per un istante sul parapetto dell'orchestra, perchè la gente in chiesa vedesse come e qualmente egli in persona era pronto a gettar fuori le armoniose sue note, girato uno sguardo con sussiego al compagni, incomincia a trinciar l'aria colla mano per segnare le prime battute. Kyrie, intuona; ma un movimento da lui fatto con troppo entusiasmo gli fa cadere gli occhiali dal naso. I vicini a stento frenano le risa. Kyrie, prosegue Barba Domenico, e sottovoce dice a chi gli sta a fianco: - Prendi gli occhiali. - Quegli, cui era rivolto il comando, si curva verso terra, ma si approfitta di quell'istante per lasciar libero il freno alle risa. - Eleison! continua a cantare Domenico. - E fa presto! esclama rapidamente e impazientito tra una nota e l'altra a chi quasi inginocchiato si dibatteva per le convulsioni del ridere. Ebbe finalmente gli occhiali, se li ricacciò stizzito sul naso e schiacciando un contacc tra un Kyrie ed un eleison, proseguì la sua musica. Ci vollero sforzi erculei, perchè gli altri, che erano sull'orchestra, si rimettessero in tono e proseguissero il loro canto. Giovanni, che ogni cosa avea osservato, pel momento fece le viste di nulla e si mantenne serio; ma, andato a pranzo col parroco prese a descrivere quella scena in modo così ameno, che il teologo Cinzano ruppe in un riso infrenabile. Gli dolevano i fianchi, si comprimeva la milza: - Basta, basta! - si sforzava di dire, fra un singhiozzo e l'altro. Ma non ci fu verso che potesse comporsi e dovette lasciare di cibarsi. Ed ogni volta poi che il buon parroco ricordava questa commedia, non potea più far nulla, tanto ne veniva distratto, e dovette proibire assolutamente a Giovanni di fargliene memoria, perchè il troppo ridere cagionavagli danno alla salute.

Un'altra volta in quegli anni il chierico Bosco fu chiamato dal parroco di un paese vicino, per assistere alle sacre funzioni, che colà doveva tenere il Vescovo d'Asti Monsignor Michele Amatore Lobetti. Il sindaco di quel paese, uomo di poca levatura e di nessun studio, avea però capito non doversi lasciar passare quell'occasione senza farsi un po' di onore. Quindi si rivolse al chierico Bosco, perchè gli scrivesse un sonetto da leggersi al Vescovo. Giovanni glielo scrisse, glielo recò ed esortollo a leggerlo bene prima di esporsi al pubblico. - Lascia fare a me! vedrai! - rispose il buon uomo. Venne il Vescovo; e il clero, il municipio, la popolazione fu a riceverlo all'entrata del paese. Benchè il sindaco, si fosse messo il vestito dei giorni di festa e si trovasse in prima linea, il Vescovo, non conoscendolo, si fece a complimentare il parroco, che davagli il benvenuto, volgendo le spalle al rappresentante della comunità. Costui manifestava la sua impazienza da tutte le rughe del volto e dai gesti del capo, e trovando poco onorevole all'alta sua dignità essere messo da banda, preso il lembo della cappa vescovile e tirandola leggermente.- Eccellenza, disse, qui c'è il sindaco! - Il Vescovo si rivolse a lui: - Oh! e dov'è? Sono io! - Signor sindaco! Perdoni. Non l'avevo riconosciuto! - Se permette, ho qualche cosa da leggere - replicò con un inchino il sindaco. Volentieri, sentiamo! - rispose il Vescovo. Era stata preparata una specie di cappella con pali e frondi e quivi il Vescovo fu condotto ad assidersi in mezzo al clero ed agli altri maggiorenti del paese. Il sindaco era rimasto in piedi nel mezzo e il popolo silenzioso gli facea larga siepe dietro le spalle. Con aria magistrale si mise gli occhiali, si soffiò il naso, mise la mano in una saccoccia, ma non trovò la carta del sonetto. Fruga e rifruga nelle varie tasche, e nulla. Il suo imbarazzo incominciava a destare l'ilarità del rispettabile pubblico e dell'inclita guarnigione. Il sindaco volgeva gli occhi attorno cercando del chierico Bosco, il quale erasi ritirato in un angolo dietro al clero, e con un gesto espressivo gli disse - Che cosa facciamo adesso? - Mentre si attendeva l’arrivo di Monsignore, il povero uomo era stato in disparte compitando la sua lezione, e allo sparo dei mortaretti, alle grida di evviva, senza badare avea posta la carta sopra il tavolino di quella cappella di frasche ed era corso per trovarsi fra i primi. Ed ora si dimenticava di questa circostanza. Giovanni però, che si trovava poco distante dal tavolino, avendo in quell'istante veduto il suo foglio, andò a prenderlo e glielo porse. Respirò il sindaco: prese un'aria imponente, sputò per terra, si forbì la bocca ed incominciò. Ma per sua sventura il foglio era doppio: il sonetto era scritto nella facciata interna a sinistra e nella facciata interna di destra la firma del lettore. Tutto era di mano del chierico Bosco. Ma il sindaco, avendo piegato il foglio sicchè combaciassero le due facciate esterne, ora avealo preso in mano in modo che avea sottocchi la sola firma; quindi lesse ad alta voce: - Suo umilissimo ed ubbidientissimo servo sindaco di B….. e poscia nome e cognome. Fin qui la cosa passava ancora, ma non potè più andare oltre; poichè il sindaco, non pensando a rivolgere la carta, esclamò:

- C'è più niente! Bosco, Bosco, vien qui: tu che l'hai fatto, dimmi dove debbo leggere. - Si può immaginare il bisbiglio e le risa del popolo. Monsignore stentava a serbare il suo contegno, e il parroco senz'altro alzatosi recitò un suo breve complimento e tutti si avviarono alla chiesa. A mensa la figura del povero sindaco assente tenne viva l'allegria dei convitati. Fu chiamato il chierico Bosco, e gli fu chiesto spiegazione della cosa. Al suo racconto Monsignore ed i parroci risero tanto, da affermare che in vita loro non aveano mai assistito a fatto così lepido. Il sindaco però da quel punto prese a fare il broncio a Giovanni, accusandolo d'essere la causa di quella sua brutta figura.

Così Giovanni passava lieti e tranquilli que' giorni, non disturbati in Piemonte, per la protezione di Maria SS., dal morbo asiatico, che mieteva in quell'anno ben 5500 vite a Roma e 200,000 nel regno delle due Sicilie. Per questo segnalato favore il Municipio di Torino riconoscente scioglieva un suo voto, erigendo sulla piazzetta di fianco al santuario della Consolata una colonna di granito, sostenente la statua marmorea della Vergine Santa.

Frattanto le vacanze volgevano al loro termine e Giovanni per mantenere una promessa fatta, recavasi a visitare la famiglia Moglia. Il signor Luigi Moglia sapeva che mamma Margherita era stretta d'alloggio, e però si era fatto promettere da Giovanni che non avrebbe mancato di venire molte volte a visitarlo. E Giovanni mantenne la parola, e tutti gli anni nelle vacanze compariva in mezzo a quella buona famiglia, dimorandovi qualche settimana e una volta circa due mesi, intrattenendosi volentieri coi giovanetti di casa e del vicinato, istruendoli nel catechismo e dando a ciascuno i consigli più opportuni secondo l'età, le tendenze o i difetti che in essi scopriva. Era solito ovunque andasse, e così alla Moglia, distribuire immagini e medaglie ai ragazzi, ma non ne donava mai alle figlie, non volendo che gli venissero intorno a far ressa. Giorgio Moglia, che dormiva nella stessa stanza con Giovanni, narrava che il buon chierico, prima di mettersi a riposo, lo faceva pregare e lo avvisava soavemente se in lui avesse scorto qualche azione o parola che meritasse riprensione. Lo esortava sovente all'amore, rispetto ed ubbidienza dovuta ai genitori, ed avendogli quegli narrato come un giovane del paese avesse maltrattato suo padre, rispose:

- Colui, che perde il rispetto al padre o alla madre, si attira sul capo la maledizione di Dio.

- Siccome gli pareva che in lui avrebbe potuto manifestarsi una vocazione ecclesiastica, così parecchie volte gli diceva: - La migliore opera che si possa fare al mondo è quella di trarre le anime perdute sulla buona strada, alla virtù, a Dio.

- Quest'anno il Sig. Luigi gli comperava un cappello nuovo, perocchè quello donatogli dal Cav. Pescarmona era divenuto troppo logoro: e la signora Dorotea, riguardandolo come suo figliuolo, lo regalava di alcune paia di calze che essa stessa aveva fatte, dono che rinnovava ogni anno. In quella cascina il nome di Bosco si ripeteva in tutte le conversazioni. Sapevasi che in seminario egli si faceva onore ed era molto amato e stimato dai superiori; ed il parroco di Moncucco Teol. Cottino, che recavasi qualche volta a visitare quei proprietari, loro portava di sue notizie, godendo, del grande piacere che ne provavano. Giovanni a sua volta non lasciava occasione per esternare il suo affetto e la sua riconoscenza verso di quella famiglia, tanto che lo stesso maestro D. Nicolao Moglia, beneficiato in Castelnuovo, ebbe a dire di rimanere incantato dall'affezione grande che gli dimostrava il suo antico discepolo.

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