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Capitolo 48

Una parola sui castighi.


Capitolo 48

da Memorie Biografiche

del 27 novembre 2006

 Il teol. Savio Ascanio diceva: - D. Bosco aveva saputo dominare, talmente il suo naturale bilioso, da parere flemmatico; e così mansueto da accondiscendere sempre a' suoi alunni, sempre che non ne andasse di mezzo la gloria di Dio o il bene delle anime. Era sua massima che si evitasse possibilmente ogni castigo; ma se un giovane lo meritava, sapeva a tempo e luogo correggerlo. Egli esercitava la giustizia in grado eminente; ma il suo zelo era ispirato a carità e dolcezza, e la punizione veniva come secondaria, cioè quando non bastavano i mezzi preventivi a correggere un colpevole. Non lo si vedeva mai inquieto quando doveva muovere rimproveri a qualcheduno, ritenendo che non in commotione Dominus, e attendeva a farli sempre in privato. - Io non mi ricordo, affermava Giuseppe Buzzetti, che Don Bosco abbia mai corretto alcuno ingiustamente. Quando ci correggeva, noi dovevamo subito confessare: D. Bosco ha ragione.

La prima punizione che dava D. Bosco era quella di mostrarsi un po' serio ai giovani restii all'obbedienza, che avevano mancato scientemente a qualche norma del regolamento, o non curato un avviso o un consiglio. E D. Bosco ora non li faceva partecipi di certi segni di benevolenza che

praticava verso i pi√π buoni, ora li privava di un suo sguardo benevolo e simulava di non vederli; o non permetteva che gli baciassero la mano, ritirandola con pacatezza, mentre sorridendo acconsentiva che gli altri gli dessero quel segno di rispetto; o non rispondeva quando gli si avvicinavano per augurargli il buon giorno e la buona notte. Talvolta li interrogava se fosse vero che non gli volevano pi√π bene. Se il fallo era segreto, egli usava questo contegno in modo che se ne avvedesse solo il colpevole. I giovani temevano queste sue maniere come il pi√π grave dei castighi, e molti ne provavano tanta pena di prorompere in pianto per lunghe ore e talora dalla sera fino all'alba.

Francesia Giovanni in tempo delle passeggiate una notte dormiva presso un giovane dei pi√π adulti. Costui fremeva, mordeva le lenzuola, sospirava.

- Che cosa hai? gli disse Francesia.

- D. Bosco mi ha guardato!

- E con questo? Che cosa c’è  di strano o di nuovo che D. Bosco ti abbia guardato.

- Mi ha guardato in un certo modo

E continuava a gemere.

Francesia l'indomani raccontò il fatto a D. Bosco e poi gli chiese: - Che cosa aveva il tale?

- Oh! lo sa ben lui, rispose D. Bosco.

Un giorno D. Bosco aveva detta una parola alquanto severa ad un disobbediente. Il fanciullo si ritirò pensieroso; nella notte fu preso dalla febbre e incominciò a vaneggiare, ed il delirio durò fino all'indomani a sera. Il nome di Don Bosco accompagnato da un gemito continuo risuonava sulle sue labbra: - D. Bosco non mi vuol più bene! - Don Bosco dovette andare a visitarlo in infermeria. Alla sua voce a poco a poco l'infermo si calmò; D. Bosco lo assicurò che l'affezione sua per lui era sempre la stessa, e che badasse a guarire chè sarebbero sempre stati amici. La gioia produsse allora nel giovane una crisi, e la febbre cessò. Era un po' superbietto, ma illibatissimo di costumi e tale si mantenne sempre.

D. Bosco con moltissimi de' suoi cari figliuoli doveva usare molta precauzione nel misurare una parola di giusto rimprovero, poichè le mancanze, che in apparenza talora sembravano alquanto gravi, nell'intenzione del giovane e per la sbadataggine dell'età non erano avvertite come tali e quindi alcuni sembravano impazzire temendo di aver dato causa di grave dolore a D. Bosco. Nello stesso tempo egli usava una grande avvertenza continua per corrispondere agli atti di ossequio e di affetto degli stessi alunni più buoni, poichè una sua distrazione o dimenticanza faceva temere egualmente al giovanetto di avergli recato qualche dispiacere, e benchè sentisse in sè  di non aver commesso alcun fallo, pure rimaneva inquieto.

Quelli poi che avevano meritata tale lezione, quasi tutti mutavano subitamente condotta. E non appena il colpevole era umiliato ed aveva promessa sincera ammenda, D. Bosco restituivagli subito la sua benevolenza esterna, giacchè l'interna non la perdeva mai, che anzi era questa che lo conduceva a diportarsi in tal modo a fine di migliorarlo, e di allontanarlo dai pericoli del male.

Ma se qualcuno mostravasi indifferente a queste paterne riprensioni o se era recidivo nelle sue mancanze, non transigeva e lasciava che fosse punito con qualche piccolo castigo; segreto se tale era la sua mancanza; pubblico e grave, benchè raramente, se la colpa richiedeva tale misura per riparazione al cattivo esempio. In questi casi però non infliggeva egli stesso il castigo, e lasciava che ciò facessero a poco a poco l'infermo si calmò; D. Bosco lo assicurò che l'affezione sua per lui era sempre la stessa, e che badasse a guarire chè sarebbero sempre stati amici. La gioia produsse allora nel giovane una crisi, e la febbre cessò. Era un po' superbietto, ma illibatissimo di costumi e tale si mantenne sempre.

D. Bosco con moltissimi de' suoi cari figliuoli doveva usare molta precauzione nel misurare una parola di giusto rimprovero, poichè le mancanze, che in apparenza talora sembravano alquanto gravi, nell'intenzione del giovane e per la sbadataggine dell'età non erano avvertite come tali e quindi alcuni sembravano impazzire temendo di aver dato causa di grave dolore a D. Bosco. Nello stesso tempo egli usava una grande avvertenza continua per corrispondere agli atti di ossequio e di affetto degli stessi alunni più buoni, poichè una sua distrazione o dimenticanza faceva temere egualmente al giovanetto di avergli recato qualche dispiacere, e benchè sentisse in sè  di non aver commesso alcun fallo, pure rimaneva inquieto.

Quelli poi che avevano meritata tale lezione, quasi tutti mutavano subitamente condotta. E non appena il colpevole era umiliato ed aveva promessa sincera ammenda, D. Bosco restituivagli subito la sua benevolenza esterna, giacchè l'interna non la perdeva mai, che anzi era questa che lo conduceva a diportarsi in tal modo a fine di migliorarlo, e di allontanarlo dai pericoli del male.

Ma se qualcuno mostravasi indifferente a queste paterne riprensioni o se era recidivo nelle sue mancanze, non transigeva e lasciava che fosse punito con qualche piccolo castigo; segreto se tale era la sua mancanza; pubblico e grave, benchè raramente, se la colpa richiedeva tale misura per riparazione al cattivo esempio. In questi casi però non infliggeva egli stesso il castigo, e lasciava che ciò facessero i suoi dipendenti, riserbandosi poi di mitigarlo, per rendersi sempre più padrone dei cuori e fare ad essi maggior bene. Ma voleva sempre escluse le percosse, le privazioni del cibo sufficiente, le punizioni umilianti od irritanti, i rimproveri accompagnati da espressioni ingiuriose. Prescriveva una grande benignità nei modi. Egli diceva: - Non umiliarli i colpevoli, ma procurare che si umiliino da se stessi.

I castighi si riducevano alla sottrazione di una parte dei companatico per i poltroni, all'isolamento in silenzio dai compagni nel luogo stesso della ricreazione per i disobbedienti, all'esser messo fuori dal refettorio, chi avesse saltato il muro di cinta per uscire senza licenza, ma colla sua porzione di pranzo, Queste punizioni sebbene non molto gravi, D. Bosco procurava che fossero tali nell'apprezzamento dei giovani. Perciò, con poco, otteneva molto.

Egli poi era solito date norme agli assistenti ed ai maestri perchè secondo le mancanze sapessero infliggere ai colpevoli un graduale aumento di pena senza uscire dai limiti da lui tracciati. Egli diceva: - Quando è assolutamente necessario castigare, per la prima volta i puniti si facciano stare in piedi al loro posto in tempo di pranzo, ma colla pietanza. Se ricadono nel fallo, si puniscano col farli venire a pranzo in refettorio dopo gli altri. In ultimo, se i primi castighi non bastano, si pongano in una tavola a parte nel mezzo del refettorio. La pietanza però sia l'ultima cosa a togliersi e di rado. E in questo caso si dica in privato ai giovani stessi che non se ne servano, ma si metta loro innanzi come a tutti gli altri. In generale ubbidiscono, perchè intendono che il Superiore usa con essi il riguardo di risparmiar loro una brutta figura al cospetto di tutta la comunità.

Tuttavia anche in questi casi, quando D. Bosco vedeva un allievo sincero nel riconoscersi colpevole di un fallo del quale fosse accusato, dopo avergli dati gli avvisi opportuni, ordinariamente gli condonava il castigo se i disordini non erano assai notevoli. Faceva il contrario se scopriva sotterfugi, tergiversazioni o menzogne. Ma dopo una correzione se il colpevole si pentiva, egli diceva sempre una parola di conforto e dimenticava tutto. La stessa pratica raccomandava di fare a chiunque esercitasse qualche autorità nella casa.

Ma nonostante la sua mitezza abituale ricordavasi in qualche circostanza più unica che rara, che qui parcit virgae odit filium suum. Il suo movente era perciò l'amore della giustizia e delle anime, non già la passione.

D. Bosco tra le mancanze più gravi annoverava la disobbedienza nel punto di assumere quasi l'aspetto di rivolta. Un giorno un allievo già adulto, non ostante gli ordini reiterati, uniti a preghiere ed esortazioni longanimi, rifiutavasi con ostinazione e con insolenza ad obbedire, in cosa di grande importanza. Erano presenti i suoi compagni. D. Bosco in quel momento non poteva e non doveva cedere: era necessario che impedisse uno scandalo, ma non reggeva all'idea di rovinare, espellendolo quel suo figliuolo. Perciò, dopo essersi concentrato alquanto, invocando il Signore, lasciògli andare uno schiaffo. Fu quello come un colpo di fulmine. Un vivo orrore invase tutti i giovani per la disobbedienza, non avendo mai visto il Superiore punire in quel modo. Don Bosco intanto si era coperto il volto colle due mani. Il giovane, sbalordito, abbassò il capo, obbedì all'istante e divenne da quel punto uno dei migliori giovani dell'Oratorio. D. Bosco molti anni dopo narrandoci questo fatto diceva: - La cosa andò bene, ma non consiglierò ad altri di mettersi a questo rischio!

Gli era però difficile frenarsi quando udiva certi insulti contro Dio, i quali sembrava che fossero stati insegnati agli uomini dai demonii.

Mons. Cagliero ci scrisse: “Un monello di strada dei più sfacciati per fargli dispetto una domenica a sera innanzi a lui pronunciò una brutta bestemmia. D. Bosco deposta allora la sua inalterabile calma e dolcezza, acceso di santo zelo, gli diede alcuni scappellotti, dicendogli: - Prendi questi, biricchino, ed impara a non più bestemmiare il santo nome di Dio, se no, il Signore te ne darà a suo tempo dei più salati. Non mi ricordo che altre volte abbia usato di questo mezzo sia in casa che fuori”.

“Un'altra volta, ci confermava D. Rua Michele, nei primi tempi che dimorai con lui lo vidi dare qualche scapaccione a certi impertinenti che avevano proferita una bestemmia. In quell'istante gli si vedeva sul volto tutto l'orrore che gli inspirava quella mostruosità. Egli mi disse un giorno: - Anche quando in confessione sento ripetere l'accusa di una bestemmia mi sento come ferire il cuore e mancare le forze. - Del resto colle ammirabili virtù, la temperanza e la fortezza, per trenta e più anni della sua vita nol vidi mai neppure conturbato”.

Finora abbiamo detto di punizioni alle quali erano assoggettati i singoli individui; ma quando si trattava di mancanze commesse da un'intera classe o anche da una gran parte della comunità, come faceva D. Bosco a richiamar tutti all'ordine, e a castigare gli spensierati? Ci affrettiamo a dire che nell'Oratorio mai non accaddero scene disgustose, come quelle che per insubordinazione si lamentarono in certi collegi. Erano fanciullaggini e nulla più, alle quali però era necessario mettere rimedio per la gran regola principiis obsta.

D. Bosco adunque ascoltava con attenzione le lagnanze degli assistenti, investigava le cause che essi esponevano di quel disturbo, loro inculcava giustizia ed imparzialità e di guardarsi bene dal lasciarsi guidare dalla passione della collera o da affetto particolare, e sovratutto di rifuggire da castighi violenti. Respingeva perciò l'idea di un castigo generale, anche di una sola camerata, perchè ciò irrita gli innocenti che si trovano sempre in questi casi in mezzo ai colpevoli, e riserbava a sè  la correzione. Si trattava di molti voti scadenti che indicavano svogliatezza nello studio, di poca osservanza del regolamento colla facilità di parlare nei luoghi ove era prescritto il silenzio, di mancanze ripetute contro l'amore fraterno per qualche futile dissensione, o anche di noncuranza agli ammonimenti di coloro che li sorvegliavano?

Ed ecco D. Bosco appigliarsi ad un mezzo che sempre raggiunse il suo fine. Incominciava a dimostrarsi freddo, preoccupato e di poche parole trovandosi in mezzo ai giovani; li privava del racconto di qualche fatto straordinario che aveva già promesso e che era aspettato con viva curiosità. Più di una volta dopo le orazioni della sera, montato in cattedra, invece di fare il solito sermoncino, volgeva attorno con serietà quel suo sguardo che aveva sempre una forza particolare sull'animo dei giovanetti, e pronunziava queste sole parole: - Non sono contento di voi! Questa sera non vi posso dire altro!

E discendeva dalla cattedra nascondendo le mani nelle maniche della veste, non permettendo che gli fossero baciate, e lentamente si avvicinava verso la scala per la quale salivasi in sua camera, senza più indirizzare parola ad alcuno. Nella folla dei giovani qua e là si udiva qualche singhiozzo represso, molte facce si vedevano rigate dalle lagrime e tutti andavano a dormire meditabondi e pentiti, imperocchè per essi offendere e disgustare D. Bosco era lo stesso che offendere e disgustare il Signore.

Questo bastava per rimettere in casa un ordine perfetto, e quando D. Bosco ricompariva, tutti sentivansi felici nel rivederlo a sorridere.

Ma se D. Bosco era facile a perdonare le mancanze dei ravveduti, contro la disciplina, la carità, e l'obbedienza, e il rispetto dovuto a' Superiori; se riteneva e sopportava con pazienza qualcuno che egli sapesse essere cattivo purchè non recasse danno agli altri, adoperandosi alla sua conversione; era poi rigoroso verso di coloro che avessero rubato, offesa gravemente la religione o la moralità col loro modo di parlare o di operare. Non sapeva assolutamente tollerare l'offesa di Dio.

Nelle sue deliberazioni però non precipitava mai. Voleva che nelle denunzie fatte contro qualcuno non si proferisse sentenza senza aver prima udite le due parti, o come si esprimeva, senza sentire le due campane.

Tuttavia nella maggior parte dei casi non si veniva a decisioni dolorose, poichè colui che era sordo alla voce della coscienza, ai paterni avvertimenti di D. Bosco e de' suoi collaboratori, chi non sentiva la forza del biasimo immancabile dei compagni, finiva per andarsene da sè .

Allorchè si trattava di soli sospetti, ma abbastanza ragionevoli non spaventavasi e cercava di prevenire quel male che si temeva.

Talora anche nell'Oratorio entravano giovani già guasti, con false idee in testa, insofferenti di giogo, amanti del piacere, poco curanti delle cose di chiesa, poltroni e giudicati pericolosi. Il sistema che con costoro teneva D. Bosco era quello che raccomandava poi sempre a' suoi Direttori. L'espulsione essere l'ultima cosa, adoperati e veduti vani tutti gli altri mezzi. Prima cosa isolarli dai più piccoli ed ingenui, da coloro che avessero simili propensioni, o si conoscessero deboli nella virtù, e circondarli di amici sinceri e sicuri.

Ciò fatto non stancarsi di avvisarli ad ogni mancanza. La frase che adoperava D. Bosco cogli assistenti e prefetti che si lamentavano della condotta di qualcuno era sempre questa: - Parlare, parlare! Avvertire, avvertire! Avessero mancato tutti i giorni, tutti i giorni mandarli a chiamare, anche più volte al giorno, se tale fosse stato il bisogno. Amorevoli nei modi, ma fermi nell'esigere da essi l'adempimento dei proprii doveri. Così facendo, o costoro cambiavano condotta, ovvero annoiati finivano con andarsene a casa, senza che si dovessero adoperare con essi misure coercitive. Ed è punto di grande importanza che i giovani non partano dall'Oratorio col fiele nel cuore, poichè venendo il tempo del disinganno, ricordano allora la carità colla quale furono trattati, ritornano in sè , pensano ai buoni consigli ricevuti, all'affetto che loro venne dimostrato, riconoscono chi fossero i loro veri amici, e spesse volte, dopo anni ed anni, se risolvonsi a fare una buona confessione, sì è proprio e solamente nella chiesa dell'Oratorio da coloro che li accolsero negli anni della loro gioventù. Essi ritornano perchè sanno che spontaneamente se ne sono allontanati. Invece se il superiore fosse ricorso ad un inconsulto e precipitoso rigore, senza prima averli avvisati, allora si accende in tanti un'avversione che non manca presto o tardi di avere le sue conseguenze. Tanto più se talora qualche assistente si fosse lasciato andare a menar le mani per sfogo di rabbia.

Quando però certi giovani erano stati avvertiti perchè fra di loro erano strette leghe che in un modo o nell'altro se non vengono sciolte, finiscono con essere una peste per la comunità, e D. Bosco stesso, ma inutilmente li aveva chiamati a sè  individualmente e avvisati, ricorreva ad un altro mezzo. Li mandava a chiamare tutti insieme in sua stanza, e fattili aspettare qualche tempo in anticamera perchè riflettessero sul motivo della chiamata, incominciava a parlare come la carità sapeva suggerirgli.

- Non vi ho fatti avvertire, e non vi ho avvertiti abbastanza? Si dice di voi questo e questo; debbo crederlo? E perchè volete darmi tanti dispiaceri? Perchè volete costringermi ad un passo che tanto mi dà pena? Perchè da voi stessi non aiutate D. Bosco a salvarvi? Protestate di far nulla di male! E la disobbedienza è un bene? Obbedite una volta. Non fate che vi vedano più insieme. Lasciate quei discorsi! fatemelo per piacere. È l'ultima volta che io vi avviso. Andatevene prima che io abbia il dolore di dovervi mandar via. Se vedo che voi continuate ad essere cattivi, la mia decisione è presa. Allora piangerete! - Talora usava frasi più serie. In generale riusciva bene questa prova, come ci asserì lo stesso D. Bosco.

Ma se accadeva che qualcuno avesse dato scandalo, si accendeva di santo zelo. Egli che in ogni disgrazia materiale era sempre calmo e tranquillo, appena avutane notizia, esclamava rattristato: - Oh che disastro! che disastro! - E tosto senza clamori mettevasi all'opera riparatrice, dicendo talora: - Ho pregato tanto il Signore perchè queste disgrazie non avessero mai a succedere Pazienza! sia fatta la volontà di Dio nel bene e nel male - Poi eseguiva ciò che più volte era solito di protestare innanzi a tutta la comunità radunata: - Guardate! D. Bosco è il più gran bonomo che vi sia sulla terra; ma non date, scandalo, non rovinate le anime perchè allora egli diventa inesorabile. - E infatti, riconosciuto e convinto un tale per scandaloso, lo allontanava senz'altro dalla casa, e non solamente lui ma anche i suoi complici.

Narra il Can. Anfossi che a' suoi tempi gli rimase impresso nell'anima un discorsetto che D. Bosco fece una sera parlando di persona già alquanto avanzata in età, che egli aveva ricoverato e che per tanto tempo aveva date prove di pietà; e all'incontro si era venuto a sapere come fosse un lupo vestito da agnello, il quale nascostamente aveva rubata un'anima al Signore; perciò quella persona essere stata all'istante allontanata dall'Oratorio. - D. Bosco, dopo aver fatto intendere l'accaduto con molta prudenza, parlò dei gravi danni che arreca lo scandalo in rovina delle anime; e piangeva. D. Bosco aveva così parlato, perchè dagli altri si era venuto a sapere la cosa.

Talora, se per imperiose circostanze doveva sospendere l'esecuzione della sua sentenza, avvisava una volta sola lo scandaloso, talora isolavalo rigorosamente dalla compagnia degli alunni e procurava che fosse di continuo sorvegliato; ma se ricadeva cacciavalo di casa, checchè potesse accadere. Essendo egli venuto a conoscere che un alunno avea tra mano qualche libro non troppo castigato, procuratosi di nascosto, lo chiamò a sè , lo rimproverò, facendosi consegnare i libri, e perchè non desistette da quelle letture, l'allontanò dall'Oratorio, sebbene dotato di particolarissimo ingegno.

Usava riguardo ad una vittima. Il pensiero che, tornando in mezzo al mondo, avrebbe peggiorata la sua condizione morale e religiosa e forse anche perduta la fede e fatta una mala morte, lo consigliava a far di tutto per ritenerlo presso di sè , ma se non riusciva nel caritatevole intento di ridurlo sulla buona via, ei non tardava a rimandarlo. - Da un canestro pieno di frutti sani, ci diceva, bisogna togliere un frutto guasto, per evitare la corruzione degli altri.

La sua prudenza però spiccava sempre in queste delicate circostanze. Il Teol. Leonardo Murialdo un giorno gli chiese quale fosse il suo metodo di procedere quando avvenissero mancanze contro i buoni costumi nell'Istituto. D. Bosco gli rispose: “Avvenendo tali casi io chiamo a parte nella mia

camera il giovane accusato, osservandogli che mi obbliga a parlare di quell’argomento di cui S. Paolo non vuole che si tenga parola; quindi gli faccio notare la gravità del male commesso. Se così esige la carità verso gli altri, alla chetichella lo faccio restituire ai suoi parenti. Ma non infliggo nessun castigo, evitando maggiori mali, quali sarebbero i discorsi che naturalmente ne farebbero gli altri allievi”.

Così quando poteva salvava eziandio l’onore dei colpevoli. Si vide talvolta scomparire all’improvviso qualcuno dall’Oratorio, e nessun vi badò, neppure i chierici, perchè rimase sconosciuto il vero motivo di quella partenza. Tutto al più si credette attribuire ciò alla volontà dei parenti o ad affari di famiglia, o a malattia.

D. Bosco, posto in questa dura necessità, a stento tratteneva le lagrime pensando alla mala sorte del colpevole, e non licenziavalo senza dargli per ultimo ricordo: “Hai un’anima sola: salvata, tutto è salvato; perduta, tutto è perduto per sempre”.

Concludiamo colle parole di Mons. Cagliero: “Io sempre osservai che gli stessi giovani che avevano meritato l’espulsione dall’Oratorio conservavano pur sempre l’affetto e la gratitudine verso D. Bosco, che era stato loro padre e benefattore”.

 

 

 

 

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