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Capitolo 46

Ultime azioni di Don Bosco a Firenze: associazione delle Madri Cristiane per la costruzione di una Cappella dedicata a Sant'Anna nella Chiesa di Maria Ausiliatrice. - Sua fermata a Bologna. - Suo avviso bene accolto dal padrone di un ristorante. - Fa alcune visite in questa città e scrive per affari a D. Bonetti e a D. Rua. - Arriva a Guastalla col Conte Radicati per calmare gli avversarii di Mons. Rota. - Feste in seminario - Un'elegia latina. - Don Bosco nell'Oratorio per la solennità del Natale. - Ringraziamenti di Mons. Rota a Don Bosco per la sua visita. -Turbamento tra i giovani per l'annunzio di una morte vicina. - Per querele ricevute la Questura s'immischia in questo fatto, e il Venerabile confida ad un Delegato il nome del morituro. - Morte improvvisa di un confratello uscito dalla Pia Società. - Il delegato della Questura riconosce l'avveramento della predizione. - Un tale che non crede alle profezie di Don Bosco.


Capitolo 46

da Memorie Biografiche

del 06 dicembre 2006

 A Firenze il Servo di Dio fu grandemente consolato al constatare come le Letture Cattoliche fossero stimate e diffuse. Il Padre Domenico Verda, dell'Ordine dei Predicatori, formava centro di distribuzione ed aveva cento settanta associati. Questo buon religioso temeva di essere espulso dal convento e costretto a deporre l'abito religioso. Don Bosco lo consolò dicendogli che forse anche questa volta l'inferno non l'avrebbe vinta, e lo incoraggiava a proseguire nella diffusione dei buoni libri.

Di altre sante opere da lui promosse procurava di assicurare il buon esito. Alla Marchesa Isabella Gerini era affidato principalmente lo spaccio degli ultimi biglietti di Lotteria. La Marchesa Enrichetta Nerli, nata Michelagnoli, con altre pie dame che tenevano Don Bosco in concetto di santo, apriva una sottoscrizione per offrire a Maria SS. Ausiliatrice sei grossi e magnifici candelieri da collocarsi sull'altare maggiore. La Contessa Virginia de Cambray Digny andava formando un'associazione fra le madri cristiane per erigere una cappella nella nuova chiesa di Valdocco in onore di S. Anna. Le oblazioni da lei raccolte per questo fine non tardarono a giungere alla somma di settecento lire, sicchè la Contessa scriveva a Don Bosco il 12 aprile del 1867: “ La pregherei di considerare la cosa come già iniziata e destinare a Sant'Anna il titolo di uno degli altari della sua Chiesa ”.

Ella aveva anche scritto e distribuito un programma.

 

ASSOCIAZIONE di Madri cristiane per erigere una cappella dedicata a S. Anna nella chiesa di Maria SS. Ausiliatrice, fabbricata in Torino presso l'Orfanotrofio di S. Francesco di Sales per cura del Direttore Sac. Don Giovanni Bosco, mediante offerte di pii benefattori.

 

L'associazione si farà per azioni di lire italiane cento da pagarsi a rate mensili a piacere di ogni associata; purchè l'intera somma venga pagata dentro il corrente anno 1867.

La somma pietà e le insigni virtù di quest'egregio Sacerdote, il modo sorprendente con cui Egli mantiene a forza di elemosine più di ottocento giovanetti nell'Orfanotrofio da lui fondato senz'altro assegnamento che la carità dei fedeli, la fabbrica della chiesa condotta ormai quasi a termine e per la quale sono già state spese oltre trecento mila lire, assicurano le Madri cristiane che quest'opera è molto accetta alla Divina Provvidenza, e che le preghiere che si faranno in quella cappella saranno sorgente di molte grazie e favori ad esse ed alle loro famiglie.

Le promotrici di quest'opera, desiderando che possa concorrervi il maggior numero possibile di madri, accetteranno tutte le offerte anche minime che saranno fatte, e che di mano in mano impiegheranno all'acquisto di azioni per formare la somma di lire sei mila necessaria a compiere la cappella e l'altare.

La prima a comprare un azione fu la Marchesa Paolina Guicciardini, e poi di altre l'ottima Contessa promotrice ne mandava a Don Bosco il valsente nel mese di settembre.

Il 18 dicembre Don Bosco scriveva alla nobile Presidente delle Oblate a Tor de' Specchi:

 

Reverenda Signora,

 

Non tema niente, preghi e speri. La Comunità di cui parla si acquieti e speri molto nella bontà del Signore. Io raccomanderò di tutto cuore al Signore le persone che mi raccomanda.

Preghi anch'ella per me e per questi miei giovanetti. Spero di poterla presto riverire personalmente.

Mi creda nel Signore

                                                   Di V. S. B.,

                                                   Firenze, 18 dicembre 1866,

Obbl.mo servitore

                       Sac. Bosco Gio.

 

Vedremo poi le predizioni di Don Bosco per Tor de' Specchi avverarsi in modo splendido e duraturo.

Il mattino del 19 il Venerabile giungeva a Bologna ed entrava nel ristorante della stazione per prendere un po' di refezione. Essendo il mercoledì delle tempora domandò qualche cibo di vigilia, e, sentendo che non se ne aveva, con belle maniere ne fece rimostranze al padrone. Il suo avviso fu preso in buona parte, poichè, tornato D. Bosco un'altra volta a Bologna e in giorno di venerdì, fu riconosciuto dal padrone del ristorante che gli andò incontro e gli disse: “ Venga, venga, signor Abate; ora del magro ne teniamo ”. E Don Bosco vi si fermò a far pranzo. Di ciò rese testimonianza D. Giovanni Turchi.

Il giorno del suo primo arrivo a Bologna, D. Bosco andò presso il Curato di S. Martino e visitò i marchesi Bevilacqua e Malvezzi e più altri signori. In casa del Curato scriveva al Direttore del piccolo Seminario Vescovile di Mirabello e al Prefetto dell'Oratorio.

 

 

 

Carissimo D. Bonetti,

 

Ti scrivo da Bologna, dove mi fermo alcune ore: stassera sarò a Guastalla, domani a sera a Torino.

Mandami, senza trovar pretesti, quanto fu pagato per la ricchezza mobile l'anno scorso e quest'anno, e, se le hai ancora, mandami le ricevute. Spero che ne saremo rimborsati. Di' ai fratelli Bartoloni che ho veduto la loro madre, che sta bene e desidera di vederli santi; il resto lo dirà poi io.

Buone feste a te, a tutti quelli che compongono la schiera dei santi, che vivono nel piccolo Seminario di Mirabello. Amen.

Bologna, 19 dicembre 1866.

Aff.mo in G. C.

Sac. Bosco Giovanni

 

A D. Bonetti Giovanni, Direttore del piccolo Seminario Vescovile di Mirabello (Monferrato).

 

Car.mo D. Rua,

 

Sono a Bologna, stassera a Guastalla, domani a sera a Torino, si Dominus dederit.

Se hai bisogno di danaro, serviti della cedola di D. Minella. Se lo vedi, digli che il suo affare è riuscito.

Ogni benedizione celeste a te e a tutta la nostra famiglia ed abbimi nel Signore.

Bologna, 19 dicembre 1866,

Aff.mo in G. C.

Sac. Bosco Giovanni

 

Don Bosco giunse desideratissimo a Guastalla, ove attendevalo il Vice-Prefetto di Torino Conte Radicati, per fare insieme onore a Mons. Rota. Erano due visite concertate, perchè il Clero sarebbe andato a chiedere udienza a Don Bosco e le autorità civili si sarebbero presentate ad ossequiare il Conte. Non era cessata la guerra contro quel santo Prelato per la sua fermezza veramente apostolica; e in quell'occasione si sperava che qualche parola di pace avrebbe calmati gli animi.

In Seminario si fece gran festa per l'arrivo del Venerabile e gli furono letti i seguenti distici.

 

 

 

JOANNE BOSCO

Asceterii S. Franc. Sal. ad Urb. Taurinam

Moderatore Optimo

et Coin. C. Radicati Urbi Regendae Altero Praefecto

convenientibus Episcopum Guastall.

Rhetoricae Studentes ex Sem. Alumnis

gaudii sensa dabant versibus

adspectus eorum laeti alacres

legebant.

 

ELEGIA.

Fortunata dies! Nostris succede, Joannes,

Sedibus: et grati gaudia cordis habe.

O tu, cui pueros neglectos Itala tellus

Mittit ab Alpinis montibus ad Siculos;

Quique animos teneros cunctis virtutibus ornas,

Et vere mater diceris atque pater;

Exiguae turbae juvenum modo percipe sensa,

Quae tibi demisso carmine significat.

O mihi si faveat, dexterque inspiret Apollo!

O mihi si liceat vincere Virgilium!

Quae musae poterunt meritas tibi solvere laudes?

Virtutes valeat quis celebrare tuas?

Exul erat Pastor: dulcesque reliquerat aedes;

Hei mihi quot lacrymis lumina fessa madent!

Ast fletus cohibe, Petre: te manet hospita sedes,

Quae tantis poenis dulce levamen erit.,

Hic te de pueris sepient pulchro ordine mille;

Hic pietas, amor hic, denique Boscus adest.

Quidque Taurini tibi fundent undique gentes

Obsequia? Omnis te dives egensque colet:

Quique Gubernator populi legumque recepit

Fraena, vel ipse tuus splendidus hospes erit.

O bene perfugii sua Pastor vincla vocavit

Aurea! Bosche, tibi debitor ille fuit.

Usque tibi faveant Superi, coeptisque secundent

Magnis, freta Deo quae fuit ausa manus.

Irrita nec voveo: Deus haud sua verba retractat;

Hospes divini pignus amoris habet.

Atque ubi quos terme debes, impleveris annos,

Inter splendesces agmina Coelicolum.

Donec amicitiae firmissima jura manebunt,

Nostro, Bosche, tui corde vigebit amor.

 

 

 

Il 20 dicembre Don Bosco era a Torino per terminare co' suoi giovani la novena del santo Natale; e D. Cagliero riceveva una lettera di Mons. Rota, che diceva:

“ 27 dicembre 1866. - Io sono gratissimo a Don Bosco della visita fattami e bramerei che egli fosse stato contento come io ho gradito la cara sua sorpresa. Angelo e Giacomo hanno fatto quello che hanno potuto in mezzo alle nostre miserie e gli ospiti benevoli avranno detto come spero: Si desunt vires, tamen est laudanda voluntas. Ella rinnovi all'ottimo Don Bosco ed anche al sig. Conte Radicati, se mai lo vede, i miei più sinceri ringraziamenti... Nell'Oratorio poi dal primo all'ultimo, da Don Bosco al portinaio, i miei ossequi e saluti ”.

Di quei giorni si era avverata una delle solite predizioni di Don Bosco. Egli aveva pubblicamente detto ai giovani nei primi giorni dell'anno scolastico che si preparassero a mettersi in pace con Dio, poichè uno dell'Oratorio sarebbe passato all'eternità prima di Natale. Questa volta fra gli alunni da poco tempo entrati nella Casa e non avvezzi a tali annunzi, si destò un gran panico e un certo numero di essi voleva ritornare alle proprie famiglie. Alcuni parenti avendo conosciuto dai figli questa funebre predizione, dopo essersi lagnati con Don Bosco, andarono alla Questura e fecero le più vive lagnanze ricevendo la promessa che l'autorità avrebbe preso la cosa in considerazione.

Infatti giunse all'Oratorio in tempo di ricreazione lo stesso Procuratore del Re, senza farsi conoscere. Non si presentò a Don Bosco, ma passeggiò in cortile interrogando varii giovani sulle regole della casa, sulle scuole, sul discorsino che tenevasi alla sera dopo le orazioni, e sulle cose che D. Bosco loro narrava. Così, senza che gli interrogati sospettassero, venne ad accertarsi sulla verità della deposizione.

Ed ecco dopo qualche giorno entrare in camera di Don Bosco un signore ben vestito e di modi graziosi. Era un Delegato di polizia, incaricato di far rimostranze. Ai primi complimenti, detti con isquisita urbanità, frammischiava alcune frasi, che Don Bosco sulle prime non potè capire:

- Ella ha tanti giovani, sig. Don Bosco, ma bisogna guardare di non spaventarli. Poveri giovanetti! Quando son presi dalla paura, son anche disturbati nell'adempimento dei loro doveri... ed è cosa così facile spaventarli... E poi perdono quel carattere di gaiezza che deve avere una casa di educazione. Di più c'è pericolo di far loro del male; se lo spavento è grande, può dar causa a serie malattie a pazzia... ed anche condurre alla tomba....

- Scusi, signore, lo interruppe D. Bosco; si spieghi pi√π chiaro: non capisco che voglia dire con questo preambolo.

- La S. V. è uomo da intendere le cose senza tante spiegazioni; - continuò quel signore, come se fosse imbarazzato a dire tutt'intera la sua proposizione; - ai giovani fa male fissare la niente sull'idea della morte… c'è pericolo…

- Pare anzi, riprese Don Bosco, che faccia loro del bene questo pensiero, ed è lo Spirito Santo che lo dice: Memorare novissima tua et in aeternum non peccabis.

- Sì; ciò va ottimamente, ma annunziare ai giovani che uno di essi ha da morire, fissare l'epoca.... e questa indicarla dopo breve tempo.... perdoni, sa....  ma mi sembra....

- Ora capisco. Lei ha udito raccontare aver io annunziato che un giovane sarebbe morto prima di Natale?

- Per lo appunto, e sono mandato a Lei dal Procuratore del Re, dall'Avvocato Fiscale, a raccomandarle di non usar questi mezzi troppo violenti e pericolosi, perchè altrimenti in certe circostanze l'Autorità sarebbe costretta ad intervenire, essendole stata sporta qualche lagnanza, alla quale però non si diede peso. Non sembra modo conveniente, per educare la mente ed il cuore dei giovani, il ricorrere al terrore degli spauracchi, ma consta non essere la prima volta che Don Bosco sia uscito in simili profezie.

Il Venerabile rispose: - Mi scusi, signore. Mi dice che do sovente questi aunnunzii. Orbene se D. Bosco dà sovente questi avvisi, osservi se la previsione non si avvera, oppure si avvera. Se non si avvera, è indizio che D. Bosco conta favole e una comunità di circa 700 persone se ne dovrebbe accorgere e ridere alle sue spalle; o si avvera ed allora capisce che non è cosa da giudicarsi su due piedi, come se si trattasse d'una imprudenza.

- Ma a lei, rispose il delegato, non sembra imprudenza il pubblicare simili novelle che spargono terrore, turbano le coscienze, e possono cagionare anche altri gravi disturbi?

- Ella mi risponda: gli avvenimenti dànno ragione alle mie previsioni?

- Ebbene ammettiamo che gli avvenimenti diano ragione a queste previsioni; e con ciò?

- Con ciò? crede lei che importi, sì o no, salvarsi l'anima?

- Non nego questa importanza, ma....

- Supponga che io sia persuaso di dovere in coscienza avvertire chi non è forse preparato, supponga che io sappia chi sia quel tale: è carità o crudeltà, avvertire nel miglior modo che posso un mio figliuolo a prepararsi al giudizio di Dio? E se io tacessi e l'altro morisse non preparato, crede lei che non mi resterebbe un rimorso incancellabile?

- Ebbene, se lei è così persuasa, avverta ma senza tanta pubblicità.

- E come vuol fare ad avvertire diversamente? Vuole che io avverta l'individuo e gli dica: “ Tu hai da morire! ”

- Oh questo poi no!

- Dunque? .....

- Senta, D. Bosco! se la cosa è così, vorrebbe farmi un piacere?

- Parli pure.

- Avrebbe difficoltà a dirmi il nome di colui che la S. V. prevede che morrà tra breve?

- Io non ho nessuna difficoltà, purchè lei mantenga il segreto: se lei parlasse, la sua imprudenza sarebbe molto più grave di quella della quale io sono accusato... ma scusi! da lei, persona côlta ed assennata, son certo che il mio segreto sarà gelosamente custodito e quindi le confiderò volentieri questo nome.

Il delegato tirò fuori il suo taccuino e prese la matita fissando D. Bosco in volto, che in quell'istante si era fatto pensoso.

- Boggero Giovanni! - pronunciò lentamente il Venerabile. Il delegato scrisse il nome e, fatto un inchino, partì.

Il Sac. Giovanni Boggero, di Cambiano, contava 26 anni. Di bellissima presenza, di molto ingegno, ed eziandio di grande bontà, era amato da tutta la casa. Aveva passato gli anni della sua fanciullezza ai fianchi di Don Bosco, dando le più belle speranze. Erasi ascritto alla Pia Società di San Francesco di Sales fin dal 23 gennaio 1861. Però a metà del 1866, svogliato della regola, allettato dai parenti, consigliato da persone poco sensate, erasi deciso d'uscire dall'Oratorio. Presentatosi a Don Bosco chiese licenza di ritornare a casa sua, adducendo per motivo il bisogno che le due sue sorelle avevano della propria assistenza; e quindi il dovere di provvedersi a questo fine di un impiego. Don Bosco ne rimase ferito in mezzo al cuore, cercò di persuaderlo a rimanere, perchè la sua vocazione era senza dubbio di perseverare nella Pia Società e alle sorelle avrebbe provvisto Iddio. Ma, vedendolo ostinato, finì con dirgli:

- Te ne vuoi andare? Va' pure! Ma tu credi di andare ad assistere le tue sorelle, che so non avere alcun bisogno della tua assistenza, ed io ti dico che non le potrai assistere!

D. Boggero ritornò adunque presso i suoi parenti e non tardava ad ottenere il posto di Vice Curato nella parrocchia di Villafranca Piemonte. Riputavasi al colmo della felicità, e lo manifestava in una lettera indirizzata al Cav. Oreglia.

 

 

Villafranca Piemonte, 10 dicembre 1866.

 

Carissimo Sig. Cavaliere,

 

Eccomi giunto: mi son fatto alquanto aspettare, ma lo feci per poterle dare più precise notizie, avendo già fatto a mio turno una settimana in cui fui io di guardia. La popolazione è rispettosa e buona e, pochissimi eccettuati, adempiono i loro doveri religiosi con assiduità e frequenza da far invidia a qualunque altro paese. Il lavoro poi è molto, ma non tale come lo dipingevano, perchè si riduce a un 5000 anime tutte radunate, eccetto tre cascine lontanissime. E poi ho incontrato quanto mai, sia presso il paese, come nel clero, Prevosto e compagno. Noi tre siamo così d'accordo, che direi formiamo un solo. Le prime parole che il Prevosto mi diresse quando giunsi furono: -Ecco due amici, due operai della stessa vigna; tutti e tre al servizio dello stesso padrone, e ognuno fa quel che può in nomine Domini. - Assistito da lui o dall'altro curato, col quale siamo perfettamente d'accordo, mi toccò già di fare un po' di tutto nel sacro ministero. Si esce talvolta insieme al passeggio, quindi ci dividiamo gli ammalati che tutti sempre sono visitati ogni giorno. Noi non facciamo mai visite private, ma solo la sera delle feste insieme col prevosto passiamo un'oretta in casa del Teol. Morelli, dove si trovano pur sempre due altre famiglie parenti di questo Teologo. Il prevosto affabile con tutti non può immaginarsi quanto sia amato, e qual rispetto gli portino ed a noi eziandio e a tutto il clero che è poi esemplare. Il prevosto fra le altre cose mi disse e raccomandò di dispensarmi di lui e de' suoi libri, ogni qualvolta e in tutto ciò che mi occorresse aver bisogno. In quanto al corpo vi è nulla da desiderare. Il pranzo a mezzogiorno e la cena alle 8. Colazione per chi la vuole e il caffè anche dopo pranzo; e se occorresse anche lungo il giorno. Poi vi è una buona tavola, buon letto e buona camera col fuoco a nostra disposizione; e per tutto ciò che ci occorre vi è il domestico ai nostri cenni. Questo lo dico solo per farle conoscere come si sta, senza perdermi in queste cose, poichè fui sempre assuefatto ad una vita molto meno comoda. Se la sanità mi accompagna spero di poter fare anch'io qualche po' di bene; del resto io prego sempre il Signore che, se questa non è la mia vocazione, oppure se ho fatto contro la sua volontà, a lui non mancano i mezzi; mi faccia ritornare indietro. Lo prego ora de' miei rispetti a D. Bosco che mi rincrebbe assai non averlo potuto vedere prima di partire. La prego pure de' miei saluti ai principali amici.

Intanto gradisca i miei saluti e mi voglia sempre tenere presente nelle sue preghiere, che io le conservo sempre un posto nel Memento del sacrificio della messa. E se qualche volta le rimarrà un po’ di tempo, mi farà sempre gran piacere se potrò avere qualche sua lettera.

Suo aff.mo antico

D. BOGGERO.

 

 

Povero Don Boggero! Erano scorsi appena quattro giorni che aveva scritto questa lettera, ed era chiamato al tribunale di Dio! Il mattino del 14 dicembre scende a celebrare la Santa Messa; si sentiva benissimo in forze secondo il consueto ed era molto allegro. Rientrato in canonica siede a mensa aspettando il caffè, e, chi glielo portava, lo vede col capo sulla tavola come in atto di chi ha sonno. Era morto di apoplessia fulminante!

Il 21 dicembre, un avvocato, conosciuto il ritorno di Don Bosco da Firenze, dovendo trattare con lui di qualche affare, venne all'Oratorio. Egli aveva udito parlare della predizione, e, come ebbe dato un suo parere, interrogò Don Bosco:

- Ed ora mi dica un po', se non trova ardita la mia domanda, quel giovane di cui si parla come sta? Ormai siamo a Natale .....

- È morto pochi giorni sono.

- È morto?

- Morto! Per accertarsene non ha che da interrogare il primo della casa che incontri.

Quel signore, stette alquanto in silenzio e sopra pensiero.

Don Bosco allora, amando scherzare, con volto serio disse

all'avvocato:

- Desidera forse che io dica, a lei, le cose che le dovranno capitare in futuro?

L'avvocato si alzò: - No, no! per carità.... Io amo starmene tranquillo - e, preso il cappello, se ne uscì.

Nemmeno il Delegato di Questura aveva dimenticato la parola di Don Bosco, e, passate le feste natalizie, comparve nel cortile dell'Oratorio come persona che venisse a visitare la casa. Avvicinossi ad un crocchio di giovani e:

- Bravi, siete allegri? disse loro.

- Certo, signore! In ricreazione si è sempre allegri.

- E ammalati in casa ce ne sono?

- Nossignore.

- È morto nessuno qui nella casa in questi giorni?

- Nossignore.

- Ma mi pare di aver udito dire che sia morto uno qui della casa..

- Dei giovani nessuno.

- Non siete tutti giovanetti; qualcheduno anche di quelli che non sono studenti…

- No! - Lo sapremmo se fosse morto qualcheduno.

- E fuori?

- Ah! è morto un sacerdote; ma è già più d'una settimana.

- E come si chiamava?

- Boggero Giovanni.

Il delegato cambiò fisonomia, prese il suo taccuino e confrontò il nome.

- E ha fatto una lunga malattia?

- Oh nossignore, è morto all'improvviso di apoplessia!

- E dove è morto?

- A casa sua; era andato a casa, ed un mattino dopo messa, rientra, siede a tavola per far colazione e ivi resta nell'atto di aspettare che glie la portassero.

- E prima era forse malaticcio?

- Mai pi√π! anzi godeva salute ottima e robusta.

Il delegato stette un poco sopra pensiero, quindi chiese:

- Dove è Don Bosco?

- È in camera!

Senz'altro vi salì, ed entrato da Don Bosco:

- Signore, esclamò, dica un po' quel che vuole ai suoi giovani da questo momento le do tutte le licenze immaginabili e saprò che cosa rispondere a chi si lamentasse delle sue previsioni.

E gli baciò la mano commosso, ripetendo nell'uscire:

- È cosa singolare, è cosa singolare!

A questo tenne dietro un fatto ridicolo. Un buon prete venne a visitare Don Bosco per consigliarlo a non voler continuare nelle profezie delle morti future, poichè diceva non essere quello un mezzo adatto a fare il bene: - Capisco, conchiudeva, che bisogna poi essere ciechi per non vedere, per non intendere! Supporre che lei abbia rivelazioni è un po' grossa. Noi intendiamo il suo scopo, ma si persuada che ciò non può recare del bene!

- Dunque lei non crede alle mie previsioni.

- Crederci?!... Ragazzate!

- E sia pure! Ma lei come sta?

- Benissimo.

- Ma si sente bene davvero? - e così dicendo lo fissava con uno sguardo scrutatore leggermente burlesco.

- Ma perchè mi fa questa interrogazione?

- Oh nulla! solamente per sapere come si sente adesso.

- Mi sembra bene, per verità… ma non so comprendere il suo dubbio.

- Ecco: mi pareva che il suo volto non fosse colorito come il solito... ma se lei mi assicura d'essere in salute, vuol dire che sarà cosa da nulla. Basta! vedremo.

- Lei dunque sa qualche cosa? interrogò quel reverendo con affanno crescente.

- Che cosa vuole ch'io sappia? sono solite ragazzate! Si sa però che la morte viene quando meno si aspetta.

- Ma dica! mi spieghi l'arcano delle sue parole.

- Non c'è nessun arcano. Lei dunque si conservi e il Signore la benedica!

L'altro voleva insistere, ma Don Bosco lo congedò, asserendo che aveva molto da fare. Quel poveretto, messo così in tumulto e non potendo cavar nulla colle replicate istanze, uscì pallido e così impacciato da non sapere da qual parte fosse la porta. Voleva fare lo spregiudicato; e il Servo di Dio gli fece toccar con mano come egli fosse più facile a credere che non gli altri.

E noi vedremo Don Bosco, benchè sempre in forma prudente, continuare questi avvisi in modo anche più meraviglioso. Solo negli ultimi anni cessò a poco a poco da simili predizioni. Tuttavia da certi indizii si potè argomentare come egli conoscesse il tempo delle morti de' suoi giovani, anche se non l'aveva annunziate; il che talvolta appariva dal modo col quale accoglieva la notizia del loro trapasso.

 

 

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