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Capitolo 46

La presa di possesso del nuovo Oratorio - La grande basilica - Due visite alla Consolata - Metodo tenuto all'Oratorio - L'abile pescatore - Un merlo colto in gabbia - La partenza della sera - La profezia o pronostico.


Capitolo 46

da Memorie Biografiche

del 26 ottobre 2006

 Il Signor Pinardi aveva data la parola al nostro D. Bosco di preparargli il sito per la domenica seguente, e la mantenne. Vedendo che il lavoro a farsi era molto e premeva, egli chiamò operai per scavare e trasportare terreno; muratori per rompere ed innalzare muraglie; falegnami per far palchetti; e non bastando, vi posero la mano egli stesso e il buon Pancrazio; sicchè si può dire senza tema di esagerare che in una settimana si fece il lavoro di un mese. D. Bosco aveva domandato all'Arcivescovo la debita autorizzazione, e ottenutala con decreto del l° aprile, il Sabato Santo disponeva tutto l'occorrente. Per la qual cosa al mattino della Domenica di Pasqua 12 aprile 1846 il locale era in ordine: una lunga rimessa per uso di cappella, ed anche un cortile pei divertimenti parte a ponente parte a settentrione della casa. Il resto del podere era già affittato a Soave Pancrazio, e non si potè avere spazio maggiore. Ad una cert'ora trovandovisi omai una buona parte dei giovani, D. Bosco vi fece trasportare dal Rifugio e dal casotto del prato, ove si conservavano, gli attrezzi di chiesa e di ricreazione, e così insieme con lui presero possesso del nuovo Oratorio. Due signore benefattrici stesero sull'altare un finissimo lino regalato dal Teologo Carpano e che esse avevano adattato a tovaglia, mentre il Teologo, che da qualche settimana non si era più fatto vedere, disponeva i candelieri, la croce, la lampada e un piccolo quadro del Patrono San Francesco di Sales. D. Bosco in quel mattino stesso benedisse e dedicò al divin culto in onore del Santo il modesto edificio, e vi celebrò la santa Messa, assistita da molti giovani, dai vicini e da altre persone della città. L'Arcivescovo ancora, per mostrare la sua soddisfazione e per dargli un segno di benevolenza, rinnovò a D. Bosco le facoltà già conferite per vantaggio dell'Oratorio, cioè di celebrare Messa, dare la Benedizione, amministrare i Sacramenti, predicare, fare tridui, novene, esercizi spirituali, promuovere alla Cresima ed alla Comunione, come pure di soddisfare al precetto pasquale, come se i giovani fossero nella propria parrocchia.

Gioverà dare qui una breve descrizione della nuova cappella. Era dessa una camera lunga da quindici a sedici metri e larga da cinque a sei; dietro all'altare, che prospettava a ponente, vi erano due altre stanze che servivano di sagrestia e di ripostiglio. Aveva per pavimento un palchetto di legno, costrutto in fretta e collocato alla meglio, per le cui fessure potevano passare non solo i topi, ma anche i gatti che davano loro la caccia. Per volta aveva un soffitto a stuoie intonacate di gesso. E l'altezza sua? Questa, a dir vero, era qualcosa di meno che quella di S. Pietro a Roma! Per darne un'idea, basti il dire che quando Monsignore Arcivescovo veniva per amministrarvi la Cresima o per compiervi qualche altra funzione, salendo sulla piccola cattedra, doveva tener bassa la testa, per non urtare nella volta colla punta della mitra. Quasi a metà della chiesa dalla parte di mezzanotte era collocato eziandio un pulpitino, sopra cui non tutti potevano ascendere a far la predica, perchè un sacerdote alto di persona avrebbe toccato il soffitto colla testa. Era per altro adattato al Teologo Borel, che essendo di assai bassa statura, vi si accomodava a meraviglia, e faceva alla sera un'istruzione con molto zelo e con molta soddisfazione dei giovani. Ecco adunque la grande basilica che servì pel divin culto circa sei anni, e che in questa Pasqua risuonò la prima volta dei sacri cantici. Così i sogni continuavano ad avverarsi e dopo la terza stazione, D. Bosco erasi stabilito in quella casa per lui destinata dalla bontà di Maria.

Perciò in ringraziamento per l'Oratorio stabilmente impiantato, nei due anni 1846 1847, i giovani andarono nel mese di maggio a fare una Comunione nel Santuario della Consolata in onore di Maria SS., ma non processionalmente. All'ora fissata i giovani riempirono il Santuario. I Padri Oblati di Maria Vergine si prestarono ad ascoltarne le confessioni, il Teologo Nasi sedette all'organo e l'inno “Te Deum laudamus” si elevò al cielo da centinaia di cuori purificati dai Santi Sacramenti. Da quella sua immagine miracolosa Maria SS. ascoltò e benedisse i suoi figliuoli ed irradiò a D. Bosco tutte quelle consolazioni che gli erano necessarie ad agevolargli l'ardua missione. Il riflesso invero di queste consolazioni nel volto di D. Bosco fu così vivo, che i suoi Salesiani affissandovisi poi nei cimenti e nelle angustie più penose ne ritraevano sempre vivo conforto e sentivansi compresi da grande fiducia nell'avvenire.

Quantunque il nuovo locale non disponesse di tutta la, capacità necessaria, nondimeno, essendo appigionato con un contratto formale, liberava D. Bosco dalla inquietudine di dover di quando in quando emigrare da un luogo all'altro con grave disturbo, e nel mentre si prestava ai più urgenti bisogni. Tuttavia anche qui da prima si pararono innanzi non poche difficoltà, non già per parte del padrone, ma per causa della casa immorale che sorgeva da presso, e pel così detto albergo della Giardiniera, nella casa Bellezza, dove soprattutto nei giorni festivi si raccoglievano i buontemponi della città. Ma in grazia della vigilanza di D. Bosco e della intiera sottomissione a' suoi ordini, i giovani non ne risentirono alcun danno; anzi la loro ricreazione chiassosa, i canti e le grida ottennero un ottimo contrario effetto: fecero cioè riguardare quello siccome un sito inopportuno allo scapricciarsi, e finirono per far trasferire altrove l'albergo. Ma di ciò ne parleremo più distintamente a suo luogo.

Intanto il sito stabile, i segni di approvazione del Superiore ecclesiastico, le solenni funzioni, che andavansi celebrando nelle feste più belle, certi regalucci somministrati dai benefattori, la musica che si faceva ognor più scelta, le varie sorta di giuochi e trastulli, come salti, corse, bussolotti, corde, bastoni, e cento altre novità, cui sapeva escogitare l'industriosa mente di D. Bosco e dar vita il suo gran cuore, attiravano all'Oratorio fanciulli e giovanotti da tutte parti. Prova ne sia che poco tempo dopo questi oltrepassavano i settecento, sicchè in tempo delle sacre funzioni occupavano ogni angolo della chiesa, del coro e della stessa sacrestia, e persino la piazza innanzi alla porta. Parecchi ecclesiastici che prima lo avevano abbandonato presero pure a ritornare; quindi, oltre all'intrepido Teologo Borel, venivano a prestare sovente l'opera loro D. Giuseppe Trivero, il Teologo Giacinto Carpano, il Teologo Giuseppe Vola, il Teologo Roberto Murialdo, il Teologo Chiaves, il Teologo Luigi Nasi, D. Bosio, D. Merla, D. Pietro Ponte, D. Traversa e più altri che troppo lungo sarebbe l'enumerare.

Non possiamo però ommettere di fare speciale menzione del Teologo Giovanni Ignazio Vola torinese, modello di vita sacerdotale, che l'Arcivescovo Mons. Chiaverotti avea definito un angelo sulla terra. Affezionatissimo alla Sede Romana, tutto di Monsignor Fransoni, indefesso predicatore e confessore in Torino e nelle varie città del Piemonte, abilissimo catechista, in gran fama presso tutti per dottrina e santità, distribuiva ai poveri, agli ospedali, ai conventi, ed ai monasteri le rendite considerevoli lasciategli dal padre, ritenendo per sè il puro necessario. D. Bosco avevalo incontrato la prima volta andando a predicare nel Ritiro delle Figlie del Rosario, ove il Teologo era da molti anni Direttore spirituale. Benchè. D. Vola fosse di diciotto anni più avanzato nell'età che D. Bosco, pure fra quelle due anime sante si accese subito una cordiale amicizia. D. Bosco ammirava in lui la grande tranquillità e calma, figlia della sua pace interna, l'umiltà edificantissima, lo zelo prudente, il trattare garbato, modesto, piacevole, senza ombra di affettazione, e soprattutto uno spirito di soda pietà e divozione. Per gli stessi pregi D. Vola aveva caro D. Bosco, e perciò veniva di quando in quando ad aiutarlo. Non poteva occuparsi dell'assistenza; ma andando al Buon Pastore, ove era confessore ordinario, si fermava all'Oratorio, e nelle assenze dei Teologo Borel, incantava i giovani colle sue belle prediche fino al 1856.

Per tutte queste e altrettali ragioni l'Oratorio di Valdocco, prese ben presto un avviamento molto consolante. D. Bosco lasciò scritto: “I giovani da quel punto furono più assidui e meglio custoditi. Era meraviglioso il modo col quale si lasciava comandare una moltitudine poco prima a me sconosciuta, della quale in gran parte poteva dirsi con verità che era: sicut equus et mulus quibus non est intellectus.

Devesi aggiungere per altro che in mezzo a quella grande ignoranza ammirai sempre un gran rispetto per le cose di Chiesa, pei sacri ministri, ed un gran trasporto per imparare i dogmi e i precetti della religione”.

Il metodo che si usava allora nella direzione è pressochè il medesimo che si segue ancora oggidì nell'Oratorio di San Francesco di Sales in Torino pei giovani esterni, e in ogni altro, che da questo abbia avuto origine. È pregio dell'opera il darne qui un cenno sommario per norma comune. Nei giorni festivi di buon mattino si apriva la chiesa e si dava cominciamento alle confessioni, che duravano sino al tempo della Messa. Questa era fissata alle otto; ma per soddisfare a tutti quelli, che desideravano di accostarsi ai santi Sacramenti, non di rado veniva differita sino alle nove ed anche più tardi, perchè al povero D. Bosco toccava il cantare, come si dice, e portar la croce. Al mattino i sacerdoti suoi cooperatori erano occupati nelle loro chiese. Durante la Messa qualcuno dei più adulti e più seri assisteva i compagni, ed altri con voce alternata guidava le orazioni e la preparazione alla santa Comunione. Terminato il santo Sacrificio, e toltisi i sacri paramenti, D. Bosco saliva sopra il basso pulpito, e faceva un po' di predica. Dapprima egli spiegava il Vangelo; ma poscia diede principio ai racconti della Storia Sacra e della Storia Ecclesiastica, che continuò per oltre a 20 anni. Questi racconti, ridotti a forma semplice e popolare, vestiti dei costumi dei tempi, delle circostanze dei luoghi e dei nomi geografici, gradivano assai ai piccoli ed ai grandi, e agli stessi Ecclesiastici che talora si trovassero presenti; e mentre istruivano nella religione e nella storia, si prestavano benissimo a infondere nei cuori odio al vizio e amore alla virtù. Usciti di Chiesa e fatta un poco di ricreazione, cominciava la scuola festiva, di lettura e di canto, che durava sino a mezzogiorno. E questa era l'occupazione del mattino.

All'una pomeridiana ricominciavano i divertimenti colle bocce, stampelle, fucili e spade di legno, e con altri giuochi di destrezza e di ginnastica. Alle due e mezzo entravano in cappella ed aveva luogo il Catechismo. L'ignoranza dei giovani, invece di scoraggiare D. Bosco, lo stimolava a farsi tutto a tutti e a moltiplicarsi, per così dire, a fine di istruirli secondo il bisogno. Da principio, quando il maggior numero era di novelli, intonando egli il Pater, quasi nessuno sapeva rispondergli, sicchè toccavagli sostenere le due parti. Lo stesso accadeva nella recita dell'Ave Maria. Avveniva eziandio non di rado che mancasse or questo or quell'altro catechista, e talvolta parecchi insieme; ed allora, per non lasciare quei fanciulli privi d'istruzione, egli o li raccoglieva tutti intorno a sè, oppure li divideva un po' per una classe e un po' per l'altra, soddisfacendo così l'uffizio di tutti. Finito il Catechismo si recitava la terza parte del Rosario. Più tardi si prese a cantare ”L’Ave Maria Stella”, poi il “Magnificat”  indi il “Dixit”, infine altri Salmi con antifone, e nello spazio di un anno si fecero capaci di cantare l'intiero Vespro della Madonna. A queste pratiche teneva dietro un sermoncino, che per lo più consisteva nel racconto di un esempio, in cui si personificava un vizio od una virtù che si voleva far aborrire od amare. Il tutto aveva termine col canto delle Litanie e colla benedizione del SS. Sacramento.

Compiute le funzioni di chiesa, cominciava il tempo libero, in cui ciascuno poteva occuparsi secondo il proprio gusto. Perciò quelli che ancora non sapevano le orazioni, o che sebbene adulti non erano tuttavia promossi alla Comunione, si appartavano e ricevevano una lezione speciale di Catechismo; altri forniti di bella voce attendevano al canto ed alla musica; gli analfabeti si applicavano alla lettura ed alle lettere grosse; la maggior parte poi se la passava allegramente saltando, correndo. e giocando.

Non è però a credersi che la ricreazione fosse anche per D. Bosco un tempo di riposo; anzi si può dire che questo fosse il tempo della sua maggior sollecitudine, il tempo delle sue migliori pescagioni. E come ciò? Oltre al vigilare che non si facessero del male, egli in quell'intervallo, più o meno lungo secondo la stagione, si avvicinava or a questo or a quello dei giovani, e come se avesse da confidargli una cosa in segreto, gli si accostava all'orecchio, e con inarrivabile bontà e dolcezza diceva ad uno: - Quando verrai a confessarti? Vieni, che io ti aspetto sabato sera; - e intanto se lo faceva promettere. Ad un altro domandava: - Vai ancora in quel tal posto, o con quel tal compagno? Fammi il piacere, non vi andar più; - e ne riceveva parola. Ad un terzo: - Ho udito che ti è sfuggita di bocca una bestemmia; sta attento a non dirla più; - e la raccomandazione non veniva più dimenticata. Ad un quarto: - Verrai tutte le domeniche all'Oratorio? - ed otteneva con un sorriso una risposta affermativa. - Avrei bisogno che mi facessi un favore, soggiungeva ad un quinto, ad un sesto; me lo faresti tu? - Ben volentieri, e quale sarebbe? - Che domenica prossima conducessi quel tuo compagno ai Sacramenti con te. - Talora una parola poco castigata sfuggiva dalle labbra di un monello tutto occupato nel suo giuoco ed egli, presolo a parte: - Quella parola non piace al Signore, - gli diceva sotto voce. E ad uno raccomandava maggior obbedienza ai genitori, all'altro costante diligenza nei doveri del proprio stato, all'altro maggior puntualità al catechismo e frequenza ai Sacramenti. E così di questo tenore. Con simili esortazioni, fatte a ciascuno come in confidenza, D. Bosco si provvedeva una turba di giovanetti che al sabato ed alla domenica venivano ad assediare il suo confessionale ed a compiere le pratiche di pietà con una devozione edificante, e intanto si rendeva padrone dei loro cuori, da poterli dirigere e governare a suo grado.

Accadeva pur qualche volta che taluno dei più disgraziati non si arrendesse così tosto a queste industrie amorose; ed allora egli ad altre si appigliava non meno efficaci. A questo proposito ricordiamo un fatto narrato e descritto dallo stesso protagonista in questi termini: - Io aveva 17 anni, frequentava da qualche mese l'Oratorio, partecipando alla ricreazione, ai trastulli ed anche alle funzioni religiose; anzi, quando si cantavano salmi, inni o laudi sacre, io vi prendeva parte con tutto il mio gusto, e cantava con quanto aveva di voce.. Non mi era per altro ancora accostato al sacramento della Confessione. Non aveva alcun motivo per non andarvi, ma avendo lasciato trascorrere un po' di tempo, non sapeva più come risolvermi a ritornarvi. Qualche volta D. Bosco mi aveva amorevolmente invitato a fare la mia Pasqua, ed io aveva subito risposto di sì; ed intanto ora per un pretesto, ora per un altro, studiava di eludere quei paterni inviti. Mi contentava di promettere, e non manteneva mai la parola. Tuttavia egli seppe cogliermi in un modo veramente grazioso. Una domenica dopo le sacre funzioni era tutto intento in un giuoco, alla barra rotta, e a motivo della stagione già calda, stava in maniche di camicia. Per l'ansia, il gusto ed il prolungamento del giuoco, io era rosso in faccia e tutto molle di sudore.

Mentre quasi non sapeva se io fossi in cielo o in terra, D. Bosco mi chiama in tutta fretta, dicendo: - Mi aiuteresti a fare una cosa di qualche premura?

- Con tutto il piacere! quale?

- Forse ti costerà un po' di fatica.

 - Non importa; fo qualunque cosa, sono assai forte.

 - Vieni adunque in chiesa con me! - Io, contento oltre modo di servire D. Bosco, lascio prontamente il giuoco, e voleva seguirlo nell'arnese in cui mi trovava, cioè in maniche di camicia.

 - Così no, mi disse D. Bosco. Mettiti la giubbetta. - Ed io prontamente me la indossai. D. Bosco precedeva ed io a seguirlo fin nella sagrestia, pensando fosse ivi qualche oggetto da traslocare.

 - Vieni con me in coro, continuò D. Bosco.

 - Eccomi, risposi. - E mi condusse presso un inginocchiatoio. Io che non aveva ancor capito, mi disponeva a prendere quel mobile per trasportarlo.

 - Lascialo, lascialo, - mi ripetè D. Bosco sorridendo.

 - Ma dunque che cosa vuole che io faccia?

 - Voglio che ti confessi.

 - Oh questo, sì, ma quando?

 - Adesso!

 - Adesso non son preparato.

 - Lo so che non sei preparato, ma te ne do tutto il tempo: io reciterò una buona parte del breviario, e tu dopo farai la tua confessione, come più volte mi hai promesso.

 - Giacchè Le piace così, mi preparerò volentieri, e non avrò più da darmi briga per cercare il: confessore. Ne ho proprio bisogno di confessarmi. Lei ha fatto bene a pigliarmi in questo modo, altrimenti per timore di alcuni compagni non sarei ancor venuto.

Mentre D. Bosco recitava il suo breviario, io feci la mia preparazione e poi mi sono confessato, con assai più di facilità che mi aspettassi, perchè il mio caritatevole e così ben esperto confessore mi aiutò mirabilmente colle sue sagge interrogazioni. In brev'ora ci mi sbrigò, ed io, fatta la penitenza impostami e un devoto ringraziamento, corsi a riprendere la mia vivacissima ricreazione. Da quel giorno più non ebbi ripugnanza ad andarmi a confessare; anzi provava gran piacere tutte le volte che poteva accostarmi a questo divin Sacramento, cosicchè incominciai ad andarvi con frequenza”.

Fin qui il racconto del giovane. E noi aggiungiamo che d'allora in poi egli fu uno dei più assidui a compiere i suoi, doveri religiosi, e coll'esempio e colle parole vi attirava ancora gli altri. Raccontando questo episodio a' suoi compagni, cominciava piacevolmente: “Udite un grazioso stratagemma, che usò D. Bosco per cogliere questo merlo nella gabbia”; e nel descriverlo, li faceva esilarar tutti.

Una scena pur singolare era in sul far della notte la partenza dall'Oratorio. In quell'atto pareva che una calamita potente tenesse i giovani come attratti da D. Bosco. Ognuno, gli dava le cento volte la buona sera e non mai si risolveva di partire da lui. Aveva egli bel dire: - Andate, figli miei, andate, perchè si fa notte, e i parenti vi aspettano tutto era inutile. Generalmente si usava così: Ad un segnale del campanello erano tutti raccolti in chiesa, ovvero in cortile se bella era la sera. Recitate le orazioni e l'Angelus Domini, si radunavano a lui d'intorno, e poscia sei dei più robusti facevano colle loro braccia come un trono, sopra cui era giocoforza che D. Bosco si ponesse a sedere. Allora schieratisi in ordine di più file, lo portavano cantando sino al circolo detto comunemente il Rondò. Là giunti, D. Bosco scendeva dal trono, e si cantava ancora alcune lodi, l'ultima delle quali era sempre: Lodato sempre sia il nome di Gesù e di Maria. Fattosi in fine un profondo silenzio, egli augurava a tutti buona sera ed una buona settimana, invitandoli per la seguente domenica; e tutti, con quanta voce avevano in gola, rispondevano: Buona sera; Viva D. Bosco. Dopo ciò, ciascuno si recava in seno alla propria famiglia, mentre alcuni dei più grandicelli si fermavano per accompagnarlo a casa, il più delle volte per la stanchezza più morto che vivo.

In una di queste domeniche del 1846, accadde un fatto del quale fu testimonio Giuseppe Buzzetti con altri suoi compagni. Il signor Pinardi, per ridurre ad uso cappella la sua rimessa, aveva dovuto far scavare un metro di terra, come già abbiamo narrato. La terra estratta erasi ammonticchiata in un punto a Nord - Ovest della casa, a pochi passi dalla porta della cappella, e serviva come rialto di trastullo ai giovanetti, che vi salivano o discendevano a guisa di soldati, quando vincono o perdono una posizione strategica. Vi fu qualcuno il quale insisteva presso D. Bosco perchè venisse trasportato quell'ingombro; ma D. Bosco aveva risposto: - Lasciatelo quel tumulo di terra: si toglierà in altro tempo quando in questo stesso sito si edificherà una vasta cappella. - Viva era nella sua mente la rimembranza del sogno. Or bene, in sul principio dell'estate, D. Bosco era ancor egli salito su quel monticello, e, attorniato da molti giovani faceva cantare con un'aria speciale questi versi:

 

Lodato sempre sia

Il nome di Ges√π e di Maria;

E sempre sia lodato

Il nome di Ges√π,

Verbo incarnato.

 

Ad un tratto egli impone silenzio e dice loro: - Miei cari figliuoli, udite un pensiero che mi viene ora in mente: - Un giorno o l'altro qui dove adesso ci troviamo vi sarà l'altare maggiore di una chiesa nostra, presso la quale voi verrete a fare la santa Comunione e a cantar le lodi del Signore. - Dopo cinque anni la chiesa era incominciata, e l'altare maggiore riusciva appunto nel luogo segnato da Don Bosco, mentre l'architetto che ne aveva fatto il disegno ignorava quella previsione.

 

 

 

 

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