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Capitolo 41

Memoriale di D. Bosco sull'andamento dell'Oratorio in questo anno - Lettera ai parrochi per raccomandare i giovani in vacanza - Un giovanetto fuggito di casa e ricoverato da D. Bosco - Giovani beneficati dell'Oratorio festivo Chierici che domandano consigli sulla vocazione - Don Bosco e la Conferenza annessa - D. Bosco a Sant'Ignazio e sue lettere all'Oratorio - Il fulmine - Un Te Deum al ritorno di D. Bosco in Torino - Letture Cattoliche - Predicazioni - Studenti di scuola normale nell'Oratorio - Lettera alla Duchessa di Montmorency - Altra Indulgenza - La festa dell'Assunta.


Capitolo 41

da Memorie Biografiche

del 28 novembre 2006

Descritti i felici successi di D. Bosco colla pubblicazione della Storia d'Italia, ci è caro dare qualche notizia in generale sull'interno dell'Oratorio, tanto più che ne abbiamo il più autorevole documento.

  Da un grosso memoriale dell'anno scolastico 1855 - 1856, tutto scritto dalla mano di D. Bosco, pieno di note di vario genere, di conti per somme da esigersi e da pagarsi, si trovano registrati i nomi di 153 alunni, dei quali, 63 sono studenti e 90 artisti. Questo numero però non è completo, come attestano antichi allievi di quei tempi, mancandovi qualche categoria, che attendeva a scuole superiori di arti o scienze in Torino e altra di quelli che erano nell'Oratorio solo di passaggio. Pochi hanno osservazioni in margine, e da queste si conosce che gli insolenti incorreggibili, i gravemente sospetti di furto, e coloro che non volevano sottomettersi ai regolamenti, erano licenziati dalla casa. È  pur notato alcuno che si ritirò volontariamente. Di Gastini Carlo si legge: Andò ad abitare da sè nel mese di maggio.

   Alcuni nomi, specialmente di artigiani, ricordano poveri orfani che in quest'anno erano passati all'eternità. Per le privazioni, gli stenti ed altre cause, avevano portato con sè nell'Oratorio il germe distruttore. All'Ospedale Cottolengo di Torino nei primi mesi del 1856 morivano Picena Giovanni di anni 17 di Cremolino, e Pesciallo Luigi di Vacarezza di 15 anni, e nell'Ospidale Mauriziano spirava Raggi Bernardo di 16 anni; a Cremolino, un altro Picena, fratello minore del sopranotato. D. Bosco visitava affettuosamente i suoi alunni, che i medici avevano fatti trasportare agli ospedali e li preparava a terminare santamente la loro vita.

   Finito l'anno scolastico, dopo l'esame e la distribuzione dei premii, una parte dei giovani studenti andavano a casa per le vacanze; ma D. Bosco studiavasi che non rimanessero senza sorveglianza, e quindi loro dava una lettera da consegnarsi al parroco. Eccone il tenore.

 

Ill.mo e molto Rev.do Signore,

 

Raccomandiamo rispettosamente questo nostro allievo alla benevolenza del suo Sig. Parroco facendogli umili preghiere di assisterlo in tempo delle vacanze, e nel suo ritorno tra noi munirlo di un certificato in cui si dichiari: - I) Se nel tempo che passò in patria si accostò ai Ss. Sacramenti della Confessione e Comunione; - 2) se frequentò le funzioni parrocchiali e se si prestò a servire la santa Messa; - 3) se non ha frequentato cattivi compagni e non ha altrimenti dato motivi di lamenti sulla sua morale condotta.

  Colla speranza di ricevere buone notizie del nostro allievo, La ringraziamo di tutto cuore mentre ho l'onore di professarmi

Della S. V. Molto Rev.da

 

Obbligatissimo Servitore

Sac. Giov. Bosco.

 

  Ma D. Bosco non poteva patire i posti vuoti nel suo Ospizio.

  La sua carità per i giovani pericolanti era tale, che incontrandone qualcuno, non badava a certe condizioni di accettazione che egli stesso ordinariamente esigeva, ma senz'altro li accettava come figli a lui presentati dalla Provvidenza Divina. Ci raccontava Villa Giovanni:

  “ Ricordo che D. Bosco un giorno era andato da un parrucchiere per farsi radere la barba e là vide un giovane garzoncello che aiutava il padrone. Si pose ad interrogarlo affabilmente e seppe da lui, che era nativo di Cavour, fuggito di casa, e che vagando in Torino or di qua or di là in cerca di lavoro, era capitato in casa di quel barbiere, il quale gli dava cinque soldi al giorno pel suo, vitto. D. Bosco allora invitollo a venire con lui all'Oratorio. Quel giovanetto, vedutosi trattare così paternamente, accettò la proposta, si congedò dal parrucchiere e andò con D. Bosco. Il buon prete subito scrisse al padre del giovanetto a Cavour che il suo figlio si era ricoverato presso di lui e gli chiese se fosse contento che continuasse a rimanervi. Il padre, consolato da questa notizia, acconsentì con molto piacere.

   ” Io conobbi questo giovane che stette nell'Oratorio fino alla sua partenza pel servizio militare; si conservò sempre un galantuomo, ed ora è impiegato onorevolmente in Torino, e presentandomisi l'occasione di parlargli, sempre dimostra la sua riconoscenza a D. Bosco, a cui dice di dovere tutto il merito della sua buona educazione nella gioventù ”.

  Egualmente con grande carità amava D. Bosco i suoi giovani dell'Oratorio festivo. Quando dovevano allontanarsi da Torino e recarsi ad abitare altrove, non li dimenticava, ma si interessava sempre del loro bene. Fra le moltissime testimonianze scegliamo la seguente, che ci scrisse il sullodato Giovanni Villa: “ Dopo un anno che rimasi in Torino, frequentando sempre l'Oratorio di Don Bosco, dovetti ritornare con mio padre a Biella. Nel luglio 1856 fui avvisato dal mio parroco che D. Bosco gli aveva scritta una lettera, pregandolo di notificare a me ed a mio fratello, che nel tal giorno determinato ci trovassimo all'Oratorio di S. Filippo, dovendo egli portarsi a Biella e avendo tanto piacere di parlarci.

   ” E noi rimanemmo oltremodo commossi di tanta cara memoria di D. Bosco; ci portammo nel giorno stabilito nell'Oratorio di S. Filippo; ed appena vedutolo, egli ci rivolse subito la sua affabile parola, domandandoci se eravamo sempre assidui nelle pratiche buone, a cui eravamo stati avviati nel suo Oratorio. Quindi mi invitò a venire a Torino. Il padre mio sulle prime non voleva, ma alfine mi diede il consenso. - Venuto in Torino, trovai subito lavoro sicchè ripresi il mio mestiere, frequentando con assiduità costante l'Oratorio di D. Bosco. Quindi io debbo a D. Bosco tutta la mia riconoscenza per la benevolenza usatami e per il gran bene che mi ha fatto. Anche durante il mio servizio militare, per vari anni nell'Italia centrale, D. Bosco mi scriveva direttamente salutari consigli e scriveva al Vescovo di Osimo raccomandazioni in mio favore. Ed ora la mia agiata condizione attuale nel commercio la debbo alla educazione ricevuta da Don Bosco e a' suoi buoni uffici presso quelli che mi aiutarono a conseguire una fortuna. Come di me, così D. Bosco s'interessava di tutti altri che ricorrevano a lui ”.

  Intanto D. Bosco preparavasi a partire per Lanzo e così scriveva al Chierico Delprato Giacomo a Savigliano Monasterolo, il quale, ascritto alla Diocesi di Torino, gli aveva chiesto consiglio sulla vocazione, come pur facevano altri suoi compagni.

 

Carissimo figlio,

 

Differiva a scriverle perchè reputava certa la sua venuta agli Esercizi di S. Ignazio. Ieri ho inteso esservi alcuni dubbi e perciò Le scrivo che io domani parto per S. Ignazio e colà mi fermerò durante l'intera muta degli spirituali esercizi. Dopo il 25 del corrente mese sarò di nuovo permanente in Torino. Se Le occorre qualche cosa in tal tempo, per cui Le possa essere utile, conti pure sopra di me come uno che si dichiara nel Signore

Torino, 13 luglio 1856.

 

aff.mo amico

Sac. Bosco Giov.

 

In quegli stessi giorni ei tenne radunanza alla conferenza annessa della Società di S. Vincenzo de' Paoli, e tra le cose che raccomandò fu quella dell'orazione. Annunziando che doveva recarsi agli esercizii, promise che nel santuario di S. Ignazio avrebbe pregato per tuffi, e particolarmente per i figli dell'Oratorio. Fece notare che colle preghiere dei Cattolici si può essere causa di gran bene e produrre staordinarii effetti anche in lontanissimi paesi, per es. nell'America: sia per la comunione dei santi, sia perchè, supplicandosi per coloro che non vivono in comunione colla Chiesa, la preghiera dei Cattolici è ascoltata da Dio con quella premura colla quale un padre ascolta la voce de' suoi proprii figliuoli. Nelle false religioni invece la preghiera è sterile, molte volte non è ascoltata dal Signore, e talora è un insulto alla Divinità. Finì con raccomandare caldamente la salvezza della sua povera anima alle preghiere dei congregati, e con espressioni di grande umiltà. In quel mentre entrò nella sala il cavaliere Peyron; salutò D. Bosco rispettosamente, e poi udite le sue ultime parole gli disse in atto di venerazione: - D. Bosco, non si converta neh agli esercizii di S. Ignazio Noti si converta per carità! - Così narrò Reano Giuseppe che era presente.

  Il 14 del mese D. Bosco andava a Sant'Ignazio accompagnato dal Ch. Rua e dai Chierici Rocchietti, Bongiovanni Giuseppe, Pettiva e Momo. Quivi Don Bosco in mezzo alle occupazioni del ministero sacerdotale trovò tempo di radunare que' membri delle conferenze torinesi di S. Vincenzo de' Paoli, che là erano saliti per il loro annuale ritiro. Convennero il Conte Cays, il cavaliere Gonella con altre distinte persone. Si fece pure una colletta, che fruttò 22 lire. Questa somma era destinata per le famiglie più povere dei giovanetti che frequentavano l'Oratorio festivo. Tale notizia fu trasmessa in Valdocco per lettera scritta dal Segretario Bongiovanni Giuseppe, e questa lettera fu letta la terza Domenica di luglio durante un'altra conferenza tenutasi nell'Oratorio e presieduta da D. Alasonatti.

  D. Bosco, cui stavano sempre a cuore i suoi alunni, scriveva eziandio una lettera a D. Alasonatti, nella quale indirizzava due domande a tutti quelli della casa, promettendo che avrebbe fatto un bel regalo a chiunque avesse saputo rispondere. Ecco le domande: - I. Che cosa importa l'aver Iddio data all'uomo un'anima sola? - 2. Come si chiama colui che non procura di salvarla?

  Altre lettere egli scrisse da quel santuario, ma a noi pervenne solo la seguente:

 

Carissimo Cagliero,

 

Anch'io desidero che ti occupi del piano e dell'organo, ma siccome la scuola di metodica è quasi tutta conforme agli studii filosofici a cui attendi, di più essendo cosa solamente di un paio di mesi, desidero che tu preferisca la metodica, spendendo al piano quel tempo che ora potrai; all'un difetto supplirai dopo l'esame.

  Studia sempre di diminuire il numero dei nemici, accrescere quello degli amici, e fare tutti amici di Gesù Cristo. Amami nel Signore, e il cielo ti sia sempre aperto.

S. Ignazio presso Lanzo, 23 Luglio 1856.

 

Tuo aff.mo in G. C.

Sac. Bosco Giov.

 

A spiegazione di questa lettera, diremo che D. Bosco aveva impegnato i chierici ad applicarsi nelle vacanze allo studio delle materie necessarie per apprendere a ben insegnare, col fine di presentarli all'esame per le patenti. Il professore D. Rossio si era incaricato d'istruirli.

  Egli adunque scriveva, consultava D. Cafasso sui noti disegni che tutto l'occupavano, e aspettava l'ora di ritornare all'Oratorio. Ma un genio malefico sembrava che a quando a quando tentasse di spegnere un'esistenza consacrata alla gloria della Chiesa. Spuntava l'ultimo giorno degli esercizii 25 luglio, destinato alla partenza per Torino. Alle 3 del mattino il tempo era nuvoloso. D. Bosco si trovava nel corridoio della casa del Cappellano ove alloggiava, vicino alla porta vetrata che metteva sul poggiuolo, chiusa e assicurata con una spranga di legno. A un tratto si ode per aria un fragore spaventoso; la spranga è tolta dal suo posto e gettata con violenza contro D. Bosco percuotendolo nel fianco; la finestra - porta si apre violentemente sotto l'impulso di un vento orribile che strascina seco un diluvio di pioggia; il fulmine cade ove è D. Bosco, lo circonda, strappandogli di sotto ai piedi un quadrello di pietra del pavimento, restando però esso diritto sul calcestruzzo, intronato, confuso. Non tardò tuttavia a riprendere la sua presenza di spirito; accorse gente, ma non ci fu verso di chiudere quella porta, perchè il turbine violentissimo lottava vittoriosamente contro gli sforzi di tutti. D. Bosco non ebbe altro scampo che ritirarsi in sua camera aspettando che cessasse quel finimondo.

   I signori che aveano alloggio nelle stanze attorno al Santuario di nulla si erano accorti e scesi ad ascoltare la S. Messa, si meravigliarono nel vedere D. Bosco andare all'altare zoppicando. Il Marchese Berzetti di Mulazzano, che conosceva a perfezione le rubriche delle cerimonie di Chiesa, non sapeva darsi ragione perchè D. Bosco non facesse le solite genuflessioni. - Come va, brontolava poi, che le cerimonie della messa non sono più come prima? - Ma quando si venne a conoscere il fatto, tutti riconobbero doversi la salvezza di D. Bosco ad un tratto speciale della Divina Provvidenza. D. Bosco era rimasto incolume, non però senza alcuni dolori, che per più giorni, si senti nel capo, nella schiena e poi nelle gambe, e un male al fianco che gli durò per parecchi mesi. Al presente si mostra ancora a Sant'Ignazio la camera ove egli fu visitato dal fulmine.

  Ritornato all'Oratorio la sera dello stesso 25 luglio, vi fu ricevuto con grandi feste. Il 27 poi domenica, Monsignor Foux, cappellano della Duchessa di Genova, che predicò regolarmente ogni sera delle feste per un anno e più, in squisito dialetto piemontese, ai giovani dell'Oratorio, istruzioni ascoltate avidamente per un'ora buona, salì sul pulpito. Egli descrisse ciò che era accaduto a Sant'Ignazio, ed eccitando le turbe giovanili a ringraziare Dio e la Beatissima Vergine per aver conservato così miracolosamente il loro Direttore, s'intonava, un solenne Te Deum. Non si può immaginare con quale entusiasmo i giovani continuassero questo canto. Dopo il Tantum ergo in musica, con apparato di festa si dava la benedizione, e quindi nel cortile la banda musicale, diretta da Buzzetti Giuseppe, suonò in segno d'esultanza, per lo spazio di due ore. D. Rua e Reano tennero memoria di questi fatti, e Mons. Cagliero testifica come di un singolare fenomeno che un anno dopo, quando condensavasi un temporale, tutta la persona di D. Bosco, pareva involta in un leggero vapore e specialmente le mani emanavano odore di zolfo. Si è eziandio osservato nel 1884 che quando l'elettricità delle nubi tendeva a scaricarsi, le mani di D. Bosco si gonfiavano e, scoppiato il fulmine decresceva all'istante e spariva quella enfiagione.

  D. Bosco aveva subito ripreso l'ordinamento dei fascicoli delle Letture Cattoliche. Quel di agosto, stampato dal Ribotta, aveva per argomento: Conversione di Ermanno Cohen Israelita, ora Padre Agostino del SS. Sacramento Carmelitano Scalzo. Era un nuovo miracolo fra le migliaia, i quali, confermano la presenza reale di Gesù Cristo nel SS. Sacramento dell'altare. Il fascicolo di settembre preparavasi ad Ivrea nella tipografia diretta da G. Tea, intitolato: Andrea, ovvero la felicità nella Pietà: Racconto della Signora Cesaria Fazzene, volgarizzalo dal Conte G. Birago. Era scritto per i giovani, e vi si dipingeva, per contrapposto, la sventura di uno di essi, che, sprezzando la santa educazione ricevuta si lascia trascinare dai vizi al delitto con tutti gli orrori dei rimorsi, calmati in fine con una sincera conversione. Si diceva ai giovani: - Quello che ha da rendere un giovane virtuoso e onesto, cioè un vero galantuomo, è l'adempimento di tutti i doveri che l'uomo ha verso Dio, verso se stesso e verso i suoi simili; doveri che voi non potete imparare se non che sotto il magistero della Chiesa, alla scuola del catechismo. - E soggiungevasi: - Sapete voi il vostro catechismo? E per impararlo e intenderlo frequentate voi la vostra parrocchia? Se è così, beati voi! Ancorchè le vostre menti fossero digiune affatto di scienze umane, sino a non sapere neppur leggere e scrivere, tuttavia ne sapete abbastanza per vivere da uomini virtuosi e onorati su questa terra, e rendervi utili a voi stessi e ai vostri simili meglio di tanti dottoroni, i quali san di tutto, eccetto i loro doveri.

  Un terzo tipografo, Paravia, stampava in due fascicoli per l'ottobre e pel novembre la seguente operetta: Trattenimenti morali intorno ai riti ed alle cerimonie della Santa Messa, coll'aggiunta di un metodo per udirla con frutto, per F. Carlo Filippo da Poirino Sacerdote Cappuccino.

  E’ un bellissimo libro, anche contro i protestanti, e confuta i loro errori, le loro calunnie contro la Chiesa, dimostrando i templi, i sacrifizi e riti e vesti sacre essere stati istituiti da Dio medesimo; come pure il S. Sacrificio dei nostri altari, e i riti e le preghiere principali di questo essersi praticate dai primi secoli della Chiesa. Dimostra la ragionevolezza dell'uso della lingua latina nella liturgia romana e insegna con San Leonardo da Porto Maurizio a lodare ed adorare dal principio della Santa -Messa fino al Vangelo l'infinita maestà di Dio; dal Vangelo sino all'elevazione, a chiedere perdono ed a soddisfare alla giustizia divina offesa dai nostri peccati; dalla elevazione sino alla Comunione, a ringraziarlo di tutti i benefizi che abbiamo ricevuto; dalla Comunione sino all'ultimo Vangelo, ad esporgli i nostri bisogni come all'autore e principio di tutte le grazie.

  Non taceremo intanto aver Don Bosco continuate le sue predicazioni apostoliche e che egli, potendo, facilmente accondiscendeva a tali inviti. Non potendo, lasciava speranze per altra occasione.

 

Al  M. R. Sig. Ch. Giacomo Delprato. Gassino.

 

Amico mio,

 

Al giorno che si celebra la festa di M. V. Addolorata, io sono a Castelnuovo d'Asti per la novena dei Santo Rosario; sicchè non posso accondiscendere al grazioso invito del discorso dell'Addolorata. Altra volta.

  Godo che stia bene: il Signore l'aiuti e La conservi. Saluti suo fratello, il Sig. Vicario Foraneo, il Sig. Teol. Gilio, Don Bertoldo. Preghi per me, ed io raccomandandola di tutto cuore a Gesú ed a Maria mi dico

Torino, II agosto 1856.

 

Aff.mo in G. C.

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

 

D. Bosco era alquanto più libero di sè per l'aiuto continuo che prestavagli D. Alasonatti Vittorio nella direzione dell'Oratorio festivo e dell'Ospizio, il quale, benchè fosse tempo di vacanze, era sempre abitato da molti inquilini. Vi erano preti e chierici della Diocesi d'Ivrea, mandati dal Vescovo, i quali si preparavano all'esame di scuola normale, istruiti da valenti professori di metodo che venivano nella città. Si numeravano circa 150 alunni, perchè una parte degli studenti ritornava dopo un mese di vacanza ad occuparsi negli studi per trenta giorni, e quindi restituivasi per l'ottobre alle proprie case. Vari giovani erano eziandio raccomandati ed ospitati perchè avessero speciali ripetizioni, per arti o per scienza. Di uno di questi, appartenente a nobile famiglia, così Don Bosco scriveva a S. E. la Duchessa de La Val Montmorency - De Maistre, Villastellone Borgo:

 

Benemerita Signora Duchessa,

 

Al mio arrivo dagli Esercizi di S. Ignazio ho trovato la venerata lettera di V E. insieme col petit Henry. Ho seguito i suoi avvisi tanto nello studio di pittura e di catechismo, come eziandio per la camera. Il profitto che ha fatto in questo tempo, Tomatis mi dice essere molto considerevole. In quanto alla pietà, va benissimo: Domenica ha fatto le sue divozioni; e mi piace assai che quanto vede farsi di bene dai più virtuosi della casa tosto s'adopera d'imitarli. Una cosa che La farà certamente stupire si è il vedere quanto sia venuto grande in questo poco di tempo. Sono andato con Henry alla Fruttiera.

  La Signora Contessa de Maistre, Dam. Filomena, Francesca, Emanuele stanno bene; D. Chiatellino ebbe alcune febbri, che ora cessarono, ma lo lasciarono molto prostrato di forze. Severina è quasi sempre nel medesimo stato. Lungo il giorno sta fuori del letto; ma dovendosi muovere deve andare saltellando o servirsi delle stampelle.  È  così allegra che pare in continuo festino. Preghiamo che il Signore le doni quanto nei suoi decreti vede meglio per l'anima di Lei.

  La divina Provvidenza ci ha tolti due insigni benefattori; uno nella persona del dottor Vallauri, che mori santamente il 13 luglio ora scorso; l'altro nella persona del Cav. Moreno fratello del Vescovo d'Ivrea. Veda in quante maniere il Signore mi vuole provare. Critiche le annate scorse; non migliori sono quelle che corriamo; Iddio si piglia gran numero di benefattori; pure il Signore Iddio essendo padrone bisogna lasciarlo comandare, perchè ciò che fa è sempre meglio di quanto possiamo desiderare noi. Tuttavia non cesso di raccomandarmi alla sua provata carità onde continui ad aiutarmi sia per la spesa degli Oratorii festivi, sia anche per dar pane ai ragazzi ricoverati, come eziandio per aprire una scuola diurna ad Ognissanti. Ciò tutto ad unico oggetto di guadagnare anime a Gesù Cristo, specialmente in questi tempi che il demonio fa tanti sforzi per trascinarle alla perdizione.

  Dal canto mio non mancherò di pregare il Signore Iddio onde Le conceda il dono della perseveranza Del bene e Le prepari una sedia di gloria in cielo.

  Raccomandandomi alle divote di Lei orazioni, La saluto anche da parte del mio Collega D. Alasonatti e di Tomatis, mentre mi dico con gratitudine

Di V. E.

Torino, 12 agosto 1856.

 

Obb.mo Servitore

Sac. Giov. Bosco.

 

D. Bosco però in tante sue occupazioni sentiva a quando a quando il bisogno di una speciale benedizione del Sommo Pontefice e per sè e per i giovani dei tre Oratorii festivi; quindi scriveva:

 

Beatissimo Padre,

 

Il sacerdote Giovanni Bosco, Superiore dell'Oratorio di San Francesco di Sales, per i giovani pericolanti nella città e Diocesi di Torino, con le più devote suppliche, implora dalla Santità Vostra l'Apostolica Benedizione con l'Indulgenza Plenaria tanto per sè, quanto per gli enunciati giovani da lui diretti, che crescono in numero sempre maggiore, contandone da circa novecento.

Che ecc.

Die 13 Augusti 1856.

 

Pro gratia serv. servandis.

 

 

PIUS PP. IX.

 

Romae, die 17 Augusti 1856.

 

Testamur praesens rescriptum esse manu SS. D. N. Pii Papae exaratum.

 

B. PACCA

Magister ab Admissionibus SS.

 

Questa benedizione veniva a compiere l'allegrezza della festa di Maria Assunta in cielo, che D. Bosco celebrava sempre con grande solennità. Ci contenteremo di rammemorare quella festa con un programma manoscritto di D. Bosco, come egli soleva far sempre, ogni qualvolta si trattasse di radunanze religiose, scolastiche o ricreative.

 

Venerdì 15 del corrente Agosto.

 

Festa dell'Assunzione di Maria SS. al Cielo.

 

Sua Santità Pio IX, a fine di eccitare nei fedeli cristiani la divozione verso la grande Regina del Cielo, nostra Madre pietosa, concede indulgenza plenaria a tutti quelli che in tal giorno, confessati e comunicati, visiteranno questa chiesa. Decreto dato in Roma 28 settembre 1851.

 

Orario.

 

Lungo il mattino celebrazione di messe e frequenza dei Sacramenti.

Ore 8 ¬Ω - Messa cantata, indi ricreazione.

 

 

Dopo mezzogiorno.

 

Ore 3 ½  - Vespro, discorso, processione, benedizione col Santissimo Sacramento.

Ore 5 ½  - Lotteria, corsa nel sacco, ricreazione.

 

Lodato sempre sia

Il SS. Nome di Ges√π e di Maria.

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