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Capitolo 36

Carità di D. Bosco verso i poverelli - Alcune testimonianze Gli emigrati politici - Il giocoliere - Francesco Crispi - Altri profughi beneficati - Inganno non riuscito -Beneficenza spirituale.


Capitolo 36

da Memorie Biografiche

del 27 novembre 2006

Non rigettare la preghiera del tribolato; e tu sarai qual ubbidiente figliuolo dell'Altissimo. Questi sarà buono con te più che una madre”.

L'invito adunque e la promessa dello Spirito Santo aggiungevano fiamma alla carità di D. Bosco verso il suo prossimo. Quanti giovani furono da lui ricoverati affatto gratuitamente. Quanti orfani si presentarono a lui per aiuto ed egli li accolse fra' suoi figli. Quanti furono da lui accettati dietro promesse dei benefattori o parenti che avrebbero corrisposto mensilmente una minima quota; e avvenendo che questa non fosse pagata, egli tuttavia li ritenne, purchè li vedesse compiere esattamente il loro dovere. E quanti dell'Oratorio festivo ebbero scarpe, vestiario, cibo e mestiere.

Ma povero come egli era, asserisce D. Rua, estendeva la sua generosa beneficenza anche agli adulti estranei alla sua casa. “La bontà del suo cuore, disse Mons. Cagliero non aveva limiti. Sensibilissimo alle disgrazie altrui era pieno di compassione per i poveri e i sofferenti, e l'amabilità e la dolcezza con essi furono le sue Virtù caratteristiche per tutta la vita. Questa sua carità fu alcunchè di ammirabile, tanto più avuto riguardo ai tempi calamitosi in cui visse. Molti di quelli che mancavano assolutamente di mezzi per mantenersi dà loro, in varii tempi li accolse in sua casa, o provvisoriamente finchè avessero trovato utile occupazione, od anche stabilmente; altri cercava di farli ritirare in istituti di beneficenza”.

Giammai avveniva che accommiatasse i poverelli senza soccorso.

“Ricordo, disse D. Piano, che un giorno essendo io studente di morale in Torino e trovandomi insieme con Don Bosco, incontrammo un povero il quale gli chiese elemosina. D. Bosco non aveva danaro presso di sè , come gli accadeva frequentemente, perciò si rivolse a me e mi domandò se avessi danari. Io avendogli risposto coll'aprire il portafoglio, egli veduto che aveva un biglietto da lire due, mi pregò di darlo a quel povero con promessa di restituirmelo. Difatto alcuni mesi dopo mi disse che aveva meco un debito, alludendo a quel biglietto di due lire, e me l'offerse. Io però non l'accettai, felice di poter cooperare alla sua carità”.

D. Dalmazzo scriveva: “Ho veduto io più volte Don Bosco ad elargire assai grosse elemosine, specialmente quando si trattava di persone decadute o di donne pericolanti. Tra le altre volte l'ho veduto dispensare degli scudi, delle pezze da lire venti, e più di tre volte biglietti da cento lire. Specialmente questo avveniva quando trattavasi di apostati ritornati alla fede e privi di mezzi di sussistenza; oppure di acattolici entrati nel grembo della Chiesa e privi di sostegno”.

D. Berto aggiunge: “Nel 1874 io accompagnava D. Bosco. Un poveretto gli chiese l'elemosina; già altri l'avevano ottenuta prima. D. Bosco si rivolse a me per avere qualche soldo da dargli; ma io non avendolo in pronto e facendogli d'altronde osservare che troppo grande era il numero dei poveri che si accostavano da poterli soddisfare tutti, dissemi: Non sai che sta scritto: Date et dabitur vobis?”

Non cadevagli sott'occhio una miseria, senza che egli per quanto potesse non cercasse di provvedere. Un giorno era con D. Rua e D. Dalmazzo in una delle principali vie di Torino. Ed ecco un garzone muratore, che strascinava un carretto sovracarico, a cui si sentiva impotente; e lo dimostrava piangendo. D. Bosco senza dir nulla a' suoi compagni, li lascia, e con loro stupore lo vedono spingere avanti quel carretto per un tratto abbastanza lungo.

Egli nelle creature rimirava il loro Creatore e non faceva distinzione di persona, portando a tutti l'opera sua benefica, tanto fossero ricchi quanto poveri, sia spiritualmente sia corporalmente. Non guardava agli errori, alle colpe, alle inimicizie, alle ingratitudini, alle opinioni contrarie, o a qual partito appartenessero i supplicanti. Le simpatie o le antipatie non avevano prevalenza in lui. Qualora si potesse dire che avesse qualche predilezione, ciò era per i più miserabili e per questi, prima ancora di aprire il suo Ospizio, era di una generosità ammirabile, come già ci ripeteva D. Reviglio. Dal 1840 al 1860 una classe nuova di persone ebbe a provare le sue beneficenze e fu quella degli emigrati politici, venuti in Piemonte da varii stati d'Italia e specialmente dalle terre Venete e Lombarde per sottrarsi ai rigori de' restaurati governi.

Primo fra questi fu un notaio di Pavia, che aveva messo a rischio la sua agiata condizione di famiglia, ed ora per vivere dava spettacolo in piazza S. Carlo a Torino. Egli aveva addestrato un bel numero di canarini a fare giuochi singolari. Li poneva sopra una tavola e ad un suo segnale uno di quelli cantava mentre tutti gli altri tacevano. Quindi faceva fare una sfida fra due di quelli uccelletti ed erano singolari gli sforzi di ciascuno per vincere nel canto l'avversario. Talora tutti insieme cantavano a coro, quindi continuava un solo; il coro poscia ripigliava i suoi gorgheggi finchè fatto silenzio lasciava che un duetto facesse udire i suoi trilli armoniosi; in ultimo un gran coro finale chiudeva la musica. Folla immensa assisteva alle prodezze di questi piccoli cantori, che tacevano, cantavano, a solo o all'unisono, ad un cenno del loro addestratore.

Si ricorda con particolare vaghezza una scena cui davano luogo con una comicità artistica. Uscivano due canarini l'uno contro l'altro con una spadina di cartone attaccata ad una zampetta, e incominciavano il duello. Grazioso il gesto di alzare la spada e colpire l'avversario. Uno, restato tocco, zoppicava come se fosse ferito. L'altro gli faceva le volte attorno mentre il ferito girava sopra se stesso spiando le mosse del nemico. Finalmente l'assalitore alzava la zampetta, calava un secondo fendente e l'altro toccato si lasciava cadere come morto, rimanendo immobile. Tutti gli altri canarini allora uscendo da ogni parte li correvano intorno e, cantando in suono lamentevole, giravano confusamente. Quindi lo prendevano col becco e lo strascinavano sopra un piccolo rialzo posto in mezzo al tavolino; e stando sempre immobile il finto morto, col becco gli stendevano sopra una piccola carta in forma di drappo funebre e su questa carta ponevano del fieno che stava riposto in un angolo del tavolo. Così sepolto e sotterrato il compagno correvano via alle estremità del tavolo con movimenti di testa, con rotti e lenti gorgheggi, in apparenza di orrore e dolore e di là alzavano il becco come per vedere il tumolo e movendo sempre il capo riprendevano il canto funebre. Ma ad un tratto il morto sbatteva da sè carta e fieno, saltava in piedi e incominciava un lieto gorgheggio. Allora tutti gli altri canarini gli correvano intorno e gli facevano eco con un canto festoso.

Sembrava impossibile se non si fosse visto, che si potesse ammaestrare e rendere obbediente a quel punto una famiglia di volatili. D. Bosco ne avea sentito parlare, quindi mentre raccoglieva giovani per condurli nell'Oratorio a Porta Nuova, passando in piazza S. Carlo si era fermato alquanto per assicurarsi dell'abilità di quel notaio. Allora accadde un caso strano. Mentre quei canarini fuggivano all'appressarsi troppo di qualche spettatore, non si spaventarono all'avvicinarsi di Don Bosco, ma gli volarono sulle spalle, sulle braccia e sulla mano, e si lasciarono accarezzare da lui. Egli non tardò a farsi amico col giocoliere, interessandolo a raccontare i varii modi usati nell'addomesticare gli uccelli, le molte prove fatte con varie specie, e specialmente la riuscita coi canarini, che più di tutti si arresero facili a' suoi ammaestramenti. Era questa l'arte di D. Bosco per affezionarsi le persone: secondare il loro genio. Quel notaio perciò venne molte volte in Valdocco, e fu da lui invitato a fare la Pasqua e a mandare all'Oratorio festivo un suo figliuoletto che lo aveva accompagnato nell'esiglio. Egli era contentissimo della sua riuscita in questo esercizio e dell'amicizia con D. Bosco, senonchè venne a funestarlo la malignità e l'invidia. Un mattino trovò tutti i canarini morti asfissiati nella loro gabbia, nella quale un malvagio aveva introdotto denso fumo di tabacco. D. Bosco volle prendere sopra di sè  parte della spesa pel mantenimento del figlio di quell'uomo disgraziato, e il giovanetto venuto all'Oratorio diceva a D. Bosco: - Mio padre aveva faticato tanto nell'addestrare quelli uccelli! quanto ha sofferto per questa cattiva azione!

Il secondo emigrato che D. Bosco soccorse era tale che avrebbe riempiuto di sua fama il mondo. Nel 1852 D'Azeglio e Cavour non avevano ancora per gli emigrati politici quella tenerezza che mostrarono qualche mese più tardi. Si era proposto a Francesco Crispi dì scrivere nel Risorgimento, organo ufficioso di colore moderato, tanto moderato che contava fra i suoi abbonati un buon numero di cattolici sinceri; ma Crispi fieramente rifiutò. Avendo poi chiesto il posto di segretario comunale a Verolengo, non gli fu accordato. Crispi conobbe allora la miseria. Un giorno in Torino si fermò al passaggio di un gruppo di fanciulli accompagnati da D. Bosco, il quale avvertiti i tratti sofferenti di quell'osservatore e comprendendo che aveva fame, l'invitò a casa sua e gli diede da mangiare. Per un mese e mezzo sovente lo faceva sedere alla sua mensa; e s'intratteneva con lui dei suoi vasti progetti per l'educazione della gioventù, poichè vedeva come il povero emigrato non si fosse ancor potuto, nel corso della sua esistenza agitata, sottrarre completamente all'influenza della sua prima cristiana educazione. Crispi aveva presa a pigione una stanzetta presso la Consolata, e D. Bosco incaricava talora il Sig. Bargetti Castelnuovese, di portargli il pranzo. Gli diede inoltre del danaro, e un giorno visto che ormai le sue scarpe erano logore incaricò il proprio calzolaio a portargliene in dono a suo nome un paio di nuove. Crispi si confessò anche da D. Bosco e molte feste le passava con lui. Così ebbe occasione di studiare i miracoli che accompagnano la fede e la carità cristiana, provandone egli stesso i beneficii, che mai non dimenticò, sebbene per lunghi anni non desse segno di ricordarsene. Quando, mutata fortuna, ritornò a Torino ed ebbe preso alloggio in un nobile appartamento, una signora che lo aveva soccorso nei tempi di sventura andò a visitarlo per congratularsi con lui; ma egli non volle ravvisarla. Don Bosco però non si fece allora vivo per lui; egli era un giusto conoscitore ed estimatore degli uomini.

Anche un tal M.... fu accolto da D. Bosco nell'Oratorio, mentre era sprovvisto del necessario. Certa gente però non cambia costume, perchè il loro cuore indurato non è più sensibile alle salutari influenze della religione. M.... adunque fece vedere al giovanetto Francesia un libretto di memorie della sua vita, ove descrivevansi geste poco onorevoli ed erotiche. Francesia ne riferì a D. Bosco, il quale subito risolse di toglierlo di mezzo ai giovani. Tuttavia non gli resse l'animo a gettarlo in mezzo ad una strada, e nel 1853 lo traslocò in due stanze che aveva prese a pigione presso la Giardiniera. Egli era un settario, che poi ebbe un lucroso impiego come scrittore dell'Opinione. Pesavano anche su di lui gravi sospetti che fosse un delatore. Essendo in compagnia di un amico, incontrò un giorno Francesia già chierico, e con aria d'importanza, disse all'altro: - Ecco una delle future speranze della patria! - Col libretto delle sue memorie aveva forse tentato di incominciare una educazione patriottica! Ma, levato lo scandalo, D. Bosco continuava la sua carità per amore di N. S. Gesù Cristo.

A questi tre va aggiunto un quarto. Così ci scrisse il nostro confratello D. Caimo. “Un celebre Professore di un Istituto Superiore di cui mi è fuggito il nome ebbe a dichiararmi quanto segue.

“Io era agli studii in Torino. Era indebitato, e non sapevo a chi rivolgermi per vivere. Mi recai all'Oratorio. Mi apersi con D. Bosco e lo pregai a venire in mio aiuto. Io l'avrei ricambiato facendo un po' di scuola a' suoi ragazzi. D. Bosco mi accolse con bontà più che paterna, mi soccorse come potè , disse che l'Oratorio era aperto per me ma a condizione che io mi adattassi alla vita comune e n'adempissi i doveri …..Capirà che le mie idee religiose e politiche, diceva il professore, erano e sono diametralmente contrarie al prete mio benefattore. Io non potei stare con lui; la mia educazione, le mie convinzioni riluttarono. Me ne andai, ma colla persuasione e certezza che D. Bosco era un uomo singolare, un sagace e profondo conoscitore degli uomini, un vero e abilissimo educatore. Questa convinzione io l'ho tuttavia e non arrossisco nel riconoscerlo e dichiararlo mio benefattore, e nel proclamarlo un grande italiano e un santo sacerdote”.

Appare evidente come la carità di D. Bosco era simile alla bontà del Padre celeste, che fa sorgere il sole e cadere la pioggia egualmente pei giusti come per i peccatori. Tuttavia vi furono emigrati politici che gli diedero grande consolazione. Venne a battere alla porta dell'Oratorio, e vi rimase per lungo tempo, il Sac. D. Zattini uomo dotto e professore di filosofia, il quale a Brescia era stato impeso in effigie, condannato per ribellione. Dalle sue labbra non sfuggì mai nell'Oratorio parola di politica e volentieri accettò di fare scuola del leggere e scrivere ai rozzi giovanetti esterni. Egli era modello di umiltà e di pietà.

Venne pure a cercar rifugio il giovane e valente musico Suttil Gerolamo, ricercato a Venezia dalla polizia per incaute parole. Egli prese ad amare D. Bosco, rallegrò per molti anni l'Oratorio colle sue canzoni veneziane, e, andato in Francia, ritornò in Valdocco, sempre fervoroso cristiano e quivi finiva i suoi giorni. Omettiamo alcuni altri.

D. Bosco però pareva avesse uno speciale intuito per conoscere i veri poveri da quelli che tali si fingevano. Una sera ad ora già inoltrata D. Bosco passeggiava in una via remota di Roma, rischiarata languidamente da un fanale, quando una donna gli si avvicinò tenendo in braccio, come pareva, un suo bambino fasciato e coperto. Con voce lamentevole quella donna chiedeva che si avesse compassione di una povera madre di famiglia nell'estrema miseria. D. Bosco non rispondeva e proseguiva il suo cammino. Noi che gli eravamo al fianco, commossi da quelle preghiere ripetute, gli facemmo osservare la convenienza di far elemosina. D. Bosco allora, che pure aveva una vista molto debole, alzò alquanto la voce e disse: Ma non vedete che quella donna c'inganna? Non è un bambino che tiene in braccio, ma un pezzo di legno che ha rivestito. - A quelle parole la donna si ritirò in fretta e scomparve in una via attigua.

Eccettuato adunque il caso nel quale fosse per lui evidente che lo si voleva ingannare, D. Bosco era sempre generoso coi poveri. Noi per certa scienza possiamo asserire che ogni anno, o in danaro per elemosine necessarie, o in condono di debiti a chi era nelle strettezze, versava più migliaia di lire a pro dei bisognosi. E non solo a questi, ma eziandio agli abbienti, specie quelli che venivano dai paesi in Torino, contadini ed operai, in modi diversi dava soccorso, particolarmente coll'ospitalità. Erasi proposto per fine di impedire le trasgressioni alle leggi di Dio e della Chiesa colle tristi conseguenze del rispetto umano. Tra le varie testimonianze del nostro asserto; rechiamo quella del negoziante Filippello Giovanni di Castelnuovo, la quale ci dà eziandio un bozzetto di D. Bosco e dell'Oratorio in questi anni.

“Venendo io moltissime volte a Torino, di tanto in tanto scendeva in Valdocco a visitare D. Bosco, ed ogni anno trovava sempre cresciuto il numero dei giovani ricoverati. Un giorno lo incontrai vicino al palazzo reale ed essendo giorno di venerdì, egli mi invitò con molta insistenza ad andare a pranzo all'Oratorio, per timore, mi diceva, che nell'osteria i cibi eziandio magri fossero conditi col grasso.

Incamminatici, tutti i momenti D. Bosco mi faceva cenno di arrestare il passo e di pazientare; ed egli si fermava a parlare con ogni sorta di persone. Entrato poi nell'Oratorio, tutti i giovani gli si affollarono intorno a baciargli la mano, dandogli tanti segni di rispetto e di affezione che io ne restai proprio commosso. Essendomi poi fermato nell'Oratorio anche nella susseguente notte, vidi al mattino che tutti i giovani si portavano in chiesa a sentire la messa detta da D. Bosco ed io pure ebbi il piacere di sentirla nell'antica chiesuola. Mi sono allora persuaso che i giovani erano molto buoni e credo che parte di essi, se non fossero stati ritirati e ben diretti da D. Bosco, avrebbero finito malamente”.

Ed è così che la carità di D. Bosco era ricompensata, chè Dio fa sempre buono con lui più che una madre.

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