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Capitolo 34

Il Ministro Menabrea invita Don Bosco a recarsi in Firenze - Don Bosco scrive al capo Sezione del Ministero degli Esteri Cav. Canton, incaricandolo di consegnare a Menabrea una sua lettera confidenziale - Va a Lanzo e annunzia che durante l'anno scolastico uno degli alunni sarà chiamato all'eternità - Parlate di Don Bosco ai giovani dell'Oratorio: Il timor del Signore: ignoranza e superbia: importanza dell'umiltà, superbia e disonestà: la medaglia della Madonna e le giaculatorie: racconto di buoni esempi ai compagni: Gli alunni che stanno lontani da Don Bosco: Ordinare le cose dell'anima: far certa la vocazione: gridare al lupo - Non potendo di presenza, Don Bosco augura per lettera le buone feste ad un benefattore - Sue lettore al Vescovo di Mondovì per affari della Pia Società - Annunzia al Cav. Canton il tempo del suo arrivo a Firenze - Malattia gravissima e guarigione preveduta del nipote del Conte Cays - Avveramento di una predizione di Don Bosco. - Egli manda i suoi augurii alla Presidente di Tor de' Specchi - Sua predizione consolante ad una madre - Graziosa offerta del Duca d'Aosta all'Oratorio - Ringraziamento dei giovani al Principe.


Capitolo 34

da Memorie Biografiche

del 07 dicembre 2006

 Una straordinaria notizia noi leggiamo nella cronaca di D. Rua: - “ Novembre 1868. - Don Bosco ricevette invito dal Ministro Menabrea di recarsi a Firenze per affari d'importanza ”. Don Rua a questa nota laconica non aggiunge alcuna spiegazione. Da D. Bosco stesso abbiamo poi saputo che già prima di quell'anno, per gravi motivi e perchè non si notasse la sua assenza dall'Oratorio, era partito da Torino per Firenze col primo treno diretto del mattino e dopo poche ore di fermata si era rimesso in viaggio pel ritorno. Non ci diede però spiegazioni.

Questo invito era stato preceduto da un carteggio tra il Ministro e il Venerabile, come risulta da una sua lettera al Cav. Canton, Capo sezione al Ministero degli Esterni a Firenze.

 

 

Carissimo Sig. Cavaliere,

 

La ringrazio di ogni cosa; dei cento franchi che ho ricevuto e già spesi; e degli oggetti di vestiario che, mediante la sua raccomandazione, in questo anno fu molto più copioso degli anni scorsi. Dio la rimeriti. Mi rincresce che il Betti Enrico abbia voluto andare assolutamente di nuovo a Firenze. Si accondiscese in tutto e non si poté appagare. Almeno corrispondesse ai nostri avvisi e consigli qui prodigati.

La prego di far pervenire la lettera acchiusa a Sua Eccellenza Menabrea per ringraziamento. In essa àvvi pure cosa confidenziale, di cui forse incaricherà V. S. a farmi risposta se ne è caso; del resto non se ne parli.

Abbiamo in questa casa alcuni francobolli monetati che tra noi non hanno più corso; non so se a Firenze siano ancora in qualche modo scambiati: se ciò non é, Ella se ne serva almeno per accendere un sigaro.

Ella perdonerà la confidenza con cui le scrivo; ella si valga di me e di questa casa in quello che potremo servire. Intanto auguro copiose benedizioni celesti sopra di Lei e sopra tutta la rispettabile di Lei famiglia e mi creda con profonda gratitudine

di V. S. car.ma e benemerita,

 

Torino, 2, 9 - bre 68,

Obbl.mo servitore

Sac. Giovanni Bosco.

 

Sappiamo dunque d'un atto di riconoscenza al Ministro e di una lettera confidenziale allo stesso, con desiderio espresso che questa rimanesse secreta.

Di quei giorni, avuto l'accennato invito dal Presidente del Consiglio dei Ministri, dovette rispondere che si sarebbe recato a Firenze al più presto possibile, ma che pel momento non poteva. Infatti temporeggiò per circa un mese.

Il 1° dicembre, mercoledì, si recò a Lanzo per visitare il collegio e una sera, parlando a que' giovani, raccomandò loro di stare preparati, poichè uno sarebbe stato chiamato in quell'anno scolastico al tribunale di Dio. Aggiunse poi in privato a qualche Superiore che colui che doveva morire apparteneva alla seconda elementare e che la lettera iniziale del suo nome era “V ”. È da notarsi che Don Bosco non conosceva ancora i nuovi alunni accettati nelle vacanze.

Reduce da Lanzo, venerdì sera, 3 del mese, dopo le orazioni, parlava ai giovani dell'Oratorio radunati nella sala di studio, e dava loro il fioretto, essendo nella novena dell'Immacolata.

 

Sta scritto: initium sapientiae timor Domini: ed è pure parola del Signore: Superbus et arrogans vocatur indoctus. Mi avete abbastanza capito. Intendo di dire che non vi crediate di essere qualche cosa di grande. Siate docili agli avvisi dei vostri superiori, dei maestri e degli assistenti, prendendoli sempre in buona parte. Allora sì che farete progressi nella scienza.

Per fioretto di domani raccomando la virtù della modestia, perchè l'umiltà, la carità e la modestia non possono stare l'una senza dell'altra.

 

Disse un'altra sera:

 

Talora alcuni mi dicono: - Come va che Don Bosco giunse a scoprir cose che si credeva non si potessero mai sapere? È forse ispirato da Dio? - No, signori miei, ma solo il sapere per es. che uno è superbo, questo basta per conoscere che è anche disonesto. Io lo so dai libri che ho letto e dall'esperienza di trentacinque anni.

Per conservare poi la virtù della modestia e offrirla alla Madonna nel giorno di sua festa, bisogna portare una sua medaglia al collo e ripetere la giaculatoria: O Maria, concepita senza è peccato, pregate per noi; ovvero: Sia benedetta la santa immacolata Concezione della beata Vergine Maria; ovvero: Maria, sine labe originali concepta, ora pro nobis; o anche, Maria, Auxilium Christianorum, ora pro nobis.

Domani per fioretto ciascuno racconti ad un suo compagno un esempio: non fa nemanco bisogno che riguardi la Madonna. Chi non sapesse un esempio, esponga una bella massima, oppure venga da me ed io gliene racconterò uno.

E continuò i suoi discorsetti serali nella novena di Maria Immacolata e anche dopo la festa. La cronaca fa memoria di quello del 13 dicembre.

 

 

13 dicembre 1868, Domenica.

Parole di Don Bosco a tutti i giovani.

 

Giacchè è ancor presto, possiamo parlare di alcune cose. Chi sa come vada che sono sempre circondato dai giovani nuovi e non ne veda intorno a me molti degli antichi? Non già che stiano tutti lontani, chè la maggior parte ha confidenza in me e si lascia vedere da Don Bosco, ma una parte sta lontana. L'altro giorno mi portarono le pagine del lavoro di una scuola, ne guardai i nomi e la metà dei giovani, antichi s'intende, io non l'avevo ancor veduta. Ma costoro come vogliono poi fare per conoscere la loro vocazione, se non si lasciano vedere dai superiori, se tengono chiuso il loro cuore? Mi diceva un giovanetto, al quale avevo domandato qual fosse il motivo per cui tanti antichi mi stavano lontani: - Io credo che il motivo sia perchè sono colpevoli di qualche fallo, perchè hanno la coscienza imbrogliata e temono di essere conosciuti. - Ma costoro che sono avanti negli studi, sono appunto quelli ai quali io desidererei di parlare più sovente. Non è che io non sia contento che anche i giovani nuovi mi vengano sovente d'intorno; ma i più anziani sono quelli che formano la mia speranza.

Dunque coraggio nell'ordinare le partite dell'anima vostra: ciò è necessario anche pel vostro avvenire. Io non vorrei che qualcuno dicesse: “ Io voglio farmi prete ”; ovvero: “ Io non voglio farmi prete”; perchè dalla risoluzione all'uno o all'altro di questi due stati può dipendere la salvazione o la dannazione dell'anima. Ciascuno adunque prima faccia quel che può per regolarsi bene; apra il cuore al suo superiore e dica: “ Io farò quel che Iddio vorrà, quel che è meglio per l'anima mia ”. Si consigli coi superiori e poi faccia come dice San Pietro: Satagite ut, per bona opera, certam vestram vocationem et electionem faciatis. I Superiori fanno quel che possono, ma hanno bisogno che corrispondiate alle loro cure, che mettiate in pratica i loro avvisi.

Io poi, pensando a varii motivi per cui alcuni non si avvicinano a Don Bosco, ho creduto che fosse il timore di sentirsi dare della spia da qualche compagno. Ciò è vietato assolutamente, e chi lo dirà ancora, e, avvisato, non obbedirà, sarà escluso dalla casa. Supponete un po' che un lupo rapace entrasse nel cortile e venisse in mezzo ai giovani, e mentre si avvicina a uno per sbranarlo, un compagno si mettesse a gridare:

 - Aiuto! al lupo! al lupo: fuggite che è un lupo!

E un altro giovane dicesse a costui:

 - Zitto, che fai la spia.

 - Ma dopo che il compagno sarà sbranato verrà a sbranar noi.

 - Zitto, spia; non far la spia.

Che cosa diremmo di costoro che vorrebbero lasciare divorar tutti dai lupi, perchè temono di far la spia? Gridate, fatelo conoscere il lupo ai superiori, ai maestri, agli assistenti, ai chierici, affinchè nessuno ne resti divorato. Dopo l'ultima volta che ci siamo parlati, avete visto scomparire certi vostri compagni. Alcuni furono scacciati per motivo di furti, e gli altri quasi tutti per aver fatti discorsi cattivi, per aver disprezzato le pratiche di pietà e coloro che le frequentavano.

E a questo proposito alcuni vorrebbero distogliere con burle e biasimano, quelli che appartengono alla Compagnia di S. Vincenzo de' Paoli, che entrano in quella così detta del SS. Sacramento e quelli che non hanno vergogna di appartenere al piccolo Clero e di comparire in pubblico vestiti da chierici. Ebbene, di questi schernitori del bene ho nessuna stima; degli altri invece ho molta stima, grandissima stima, e mi sono carissimi. Perciò ciascuno di voi si guardi bene di disprezzare queste ed altre simili cose. Buona notte.

 

Il giorno prima egli aveva scritto al Cav. Zaverio Provana di Collegno ricordando i suoi nobili figliuoli.

 

 

Carissimo Signor Cavaliere,

 

Negli anni scorsi in questi giorni era solito di andare a fare una visita a Lei ed alla famiglia e così augurarle buone feste. Quest'anno non posso farlo di presenza, ma ho divisato di supplire almeno in qualche modo: ecco adunque. Al primo giorno della novena del SS. Natale intendo d'offrire la santa Messa, la comunione e il rosario dei nostri giovanetti al Divin Bambino secondo la pia di Lei intenzione. Dal mio canto ci aggiungo quella di ottenere da Dio Ottimo Massimo che Luigi ed Emanuele crescano nella pietà, nella scienza vera, che è il salito timor di Dio, e che il loro tenor di vita sia costantemente di consolazione al loro Genitore.

Abbia anch'Ella la bontà di pregare per la povera anima mia e per tutta questa mia famiglia.

La prego de' miei saluti ai figli ed alla sig. sorella, mia segretaria francese, e coi miei saluti ricevere anche quelli del Cav. Oreglia, Don Cagliero, D. Francesia, D. Rua ed altri che tutti la riveriscono e si raccomandano alle sue preghiere.

Spero, nel prossimo gennaio, di poterle fare una visita di presenza a Roma.

Mi creda colla pi√π sincera gratitudine,

Di V. S. Car.ma

 

Torino, 12 dicembre 1868,

Obbl.mo servitore

Sac. Giovanni Bosco.

 

 

 

 

Scriveva pure altra lettera al Cav. Canton, annunziandogli il tempo del suo arrivo in Firenze.

 

 

Torino, 16 - 12 - 68.

 

Car.mo e Benemerito Sig. Cavaliere,

 

Riceverà dalla posta alcuni programmi della nuova Biblioteca, e la ringrazio della parte che si degna di prendere. Come pure la ringrazio dell'offerta di occuparsi a favore della nostra povera casa. Dal canto mio procurerò di corrispondere colla gratitudine e coll'indagare qualche onesta occupazione per le ore estranee al suo uffizio; ciò farò specialmente nei primi giorni di gennaio a Firenze. In questa occasione spero di poterla ossequiare di presenza.

Abbia, come fatta, la commissione di cui mi parla per Roma.

Dio benedica Lei, Sig. Cavaliere, e con Lei benedica tutta la sua famiglia, mentre mi raccomando alle sue preghiere e mi professo,

Di V. S. carissima,

Obbl.mo servitore

Sac. Giovanni Bosco.

 

P. S. - Ho il biglietto di circolazione gratuita sulle ferrovie dell'Alta Italia e delle Meridionali; avrebbe Ella qualche mezzo per ottenermelo per le Romane, anche solo per due mesi?

 

Prima di partire per Firenze, egli si studiava di assicurare sempre meglio il buon esito de' suoi affari a Roma. Rimasto deluso nella speranza di aver l'appoggio del Congresso dei Vescovi dalla Provincia Ecclesiastica Torinese, scriveva al Vescovo di Mondovì Mons. Ghilardi, perchè lo aiutasse a superare le difficoltà e le opposizioni.

 

 

Reverendissimo Monsignore,

 

In questi giorni ho finalmente ricevuto lettera del sig. Avv. Berardi intorno al noto affare, e tosto procurai di recarmi dal nostro Arcivescovo. Esso mi trattenne alquanto nel ripetere cose già più volte dilucidate: addusse la vestizione del ch. Alessio di Pinerolo, vestito di mia autorità: cui tosto feci vedere delegazione e lettera che qui le unisco; mosse la stessa lagnanza di alcuni suoi chierici. Risposi aver ricevuto tali facoltà con apposito decreto della Curia Arcivescovile, ma di non essermene mai servito, né alcuno potermi addurre esempio in proposito. Dopo alcuni vaghi discorsi, richiamò queste medesime cose e conchiuse senza conchiudere; cioè che bisogna pregare e attendere; che quelli che hanno parlato in mio favore nel Congresso ne sanno niente e non ne capiscono, meno di tutti ne avrebbe capito, se si fosse trovato presente, il Vescovo che era assente. Si offerì protettore della casa e della Congregazione, e buona sera. Le cose trovandosi a questo punto, io ho pensato di rimettermi senz'altro alla lettera di Monsignor Svegliati e lasciare che la Sacra Congregazione inserisca nel decreto quella formola che renda possibile l'esistenza della Congregazione e salvi la giurisdizione degli Ordinari. A tale scopo nel principio del prossimo gennaio ho divisato di andare a Roma, persuaso che gli schiarimenti dati di presenza possono giovare più che per lettera.

Avrei in quest'occasione molto caro e mi gioverebbe una sua lettera particolare, indirizzata al Santo Padre, dove volesse dire: “ il Sac. Bosco andare a Roma per supplicare il Santo Padre perchè si degni accordargli un modo di esistere per la sua Congregazione; raccomandarlo affinchè si degni favorirlo quanto giudica nella sua sapienza, specialmente avuto riguardo alla tristezza dei tempi e la necessità in cui vive il povero Don Bosco di consolidare la sua congregazione ”. Queste ed altre simili cose porterei in persona al Santo Padre, come pure farei qualunque altra commissione.

Dio la benedica, Rev.mo Monsignore, e le conceda buone feste e lunghi anni di vita felice: e se in qualche cosa la posso servire, conti sopra di me come di uno dei suoi.

 

Torino, 19 dicembre, 68.

Obbl. servitore

Sac. Giovanni Bosco.

 

P. S. - D. Boetti è sempre qui. Di male non c'è; di bene satis. Stimerebbe di provare o che io provi a fargli fare una muta regolare di esercizii spirituali e poi riabilitarlo a celebrare? Tutto come dirà.

 

Don Bosco aveva una straordinaria e cordiale confidenza con Mons. Ghilardi, che era come il depositario paterno dei gravissimi e delicati dispiaceri di lui. Fra le molte prove di ciò che asseriamo è pur una lettera colla quale il Venerabile chiedeva il suo appoggio presso la Sacra Congregazione dell'Indice e quella dei Vescovi e Regolari. Pare che Mons. Ghilardi in questo tempo si trovasse o dovesse avviarsi a Roma.

 

Eccellenza Reverendissima,

 

Ecco il sacco delle principali miserie di Don Bosco. Bisogna che V. E. Rev.ma e Carissima studi modo di compiere ogni cosa, ed io l'assicuro che disporrò che mia vita durante avrà sempre un pane quotidiano per Lei a Maria Ausiliatrice.

L'affare del Centenario è nelle sue mani, il P. Oreglia le dirà ogni suo operato; ricevo lettera in cui mi è affermato che il Santo Padre abbia sentito rincrescimento che quest'affare sia stato spinto con rigore, mentre migliaia di libri empi, e più o meno pieni di errori di religione, corrono in tutti gli angoli, senza che alcuno se ne occupi per farli mettere all'indice.

La nostra Congregazione ha già avuto il Decreto di collaudazione e di raccomandazione coll'approvazione del Superiore e del successore. Ora fu fatta domanda perchè si venga ad una definitiva approvazione. Sui singoli articoli mi fu detto non opporsi difficoltà. Si vorrebbe da taluno che per le dimissorie vi fosse dipendenza dal Vescovo. Nel qual caso bisognerebbe rifar tutto, perchè in tal caso non si avrebbe più comunione di case, cosa che per noi riesce indispensabile. Di più la nostra società, avendo membri provenienti da tutte le parti del mondo, riesce quasi impossibile avere dimissorie dai rispettivi Vescovi. Altri vorrebbero le dimissorie del Superiore, ma ad tempus vel ad numerum. Ma tra noi non furono mai Congregazioni religiose che abbiano comunione di case, senza che il superiore generale abbia avuta facoltà di dare tali dimissorie.

Ella dunque mi faccia da protettore. Raccomandi la casa come l'ha sempre conosciuta, come la conosce, come casa donde uscirono parecchi giovani chierici pel suo seminario e molti sono tuttora accolti come artigiani e come studenti.

Il Cardinal Vicario ci è molto benevolo Occorrendo qualche cosa, fosse anche una mia gita a Roma, mel dica o meglio mel faccia dire da Don Monetti, ed io sarò ubbidiente. Abbia la bontà di dare le regole ivi unite a Monsignor Frateiacci, Uditore del Cardinal Vicario; esso è d'ogni cosa informato e si presta molto volentieri pel nostro bene. Noi ogni giorno in casa faremo una preghiera per lei fino al ritorno suo in patria. Dio la conservi. Amen.

Doni la sua santa benedizione a me ed a questi giovanetti, e mi creda

Di V. E. Rev.ma,

 

Torino, 1 giugno 1867.

Obbl.mo servitore

Sac. Giovanni Bosco.

 

Sul principio della novena del SS. Natale, Don Bosco era stato chiamato fuori di Torino, come appare da una lettera di D. Francesia, scritta in data 18 dicembre alla rev.da Madre Galleffi.

 

Don Bosco è fuori di casa; e corre voce, anzi pare certezza, che l'Oratorio abbia avuto una vistosa grazia dalla Madonna. Non le posso ancora dire in che cosa consista: a cose più chiare maggiori spiegazioni...

 

Quale 'era la grazia vistosa?

Si allude, forse, a questo fatto. Don Bosco era stato invitato a benedire un bambino gravemente infermo. La Contessa Cays, nata Garofoli, consorte del Conte Luigi, figlio del grande benefattore dell'Oratorio, una notte sognò che il suo bambino, di nome Carlo, era gravemente ammalato. Grandissimo dolore l'opprimeva per essere quello il suo primogenito, nato nel settembre 1865. Essa intanto, sempre in sogno, mandava a chiamare il medico di famiglia, Giuseppe Timmermans, e le sembrò di entrare nella Chiesa di Maria Ausiliatrice, di vedere la Madonna stessa in persona, come è dipinta nel quadro dell'altar maggiore, e di udire una voce che le diceva: - Va' a prendere quell'oggetto più prezioso che hai, portalo alla mia Chiesa e tuo figlio guarirà. - Udite queste parole, rivedevasi presso il letto del figlio aggravatissimo - che diceva: - Mamma dammi da mangiare, altrimenti io muoio di fame. - Ed essa gli dava da mangiare e il figlio guariva. - Così il Sogno.

Erano trascorsi più mesi e la memoria del sogno era quasi svanita dalla mente della Contessa, quando il pargoletto che stava benissimo, prese a illanguidire e cadde infermo di tifo e di migliare. È subito chiamato il medico di famiglia, che lo visita e giudica gravissimo il suo stato, si scusa di non poter assisterlo per i suoi affari, e indica ai genitori per suo supplente il dottore di Rivoli, giovane espertissimo, che avrebbe fatto quanto conveniva. Giunse il medico di Rivoli e dimorava per una settimana nel palazzo del Conte, ma il  peggioramento era continuo. In buon punto però la Contessa si ricordò del sogno, pregò e fece voto di offrire alla Chiesa di Maria Ausiliatrice il più ricco de' suoi braccialetti.

Fatto il voto, il bambino che da vari giorni era quasi sempre assopito e pi√π non mangiava, a un tratto si scosse e disse alla madre:

 - Mamma, dammi del thè con qualche crostino.

Il bambino non aveva mai preso thè e la sua domanda parve strana. Perciò la Contessa chiese al medico se potesse soddisfare quel desiderio. Il medico, che riteneva disperata la guarigione, le rispose:

 - Allo stato nel quale si trova, gli dia ciò che vuole.

La contessa gli fece preparare il thè e glielo porse con qualche altra coserella e il bambino da quel momento entrò in via di guarigione e dopo pochi giorni era perfettamente sano. Non basta. La prima volta che egli andò a mensa coi parenti, presentandosi col braccialetto in mano, chiese loro:

 - Quando lo porteremo alla Madonna?

E la contessa insieme col suo bambino portò il braccialetto a Don Bosco, il quale lo accettò e, udito da lei il racconto del sogno: - Signora Contessa, le disse; non creda poi facilmente ai sogni! - Era un avviso, per certe sue illusioni.

Questo fatto l'udimmo molti anni dopo la morte di Don Bosco, presenti tutti i membri del Capitolo Superiore, dalla bocca stessa del Conte Luigi, che aggiungeva: - La mia consorte in quell'istante era così piena di contentezza che se Don Bosco, del quale in quel frangente era stata chiesta la benedizione, le avesse domandate per l'Oratorio anche 25.000 lire, subito gliele avrebbe date. Ed egli vedeva che domandare ed ottenere sarebbe stata una cosa sola, e che io sarei stato consenziente, ma nulla domandò. Questo racconto io l'ho ripetuto più volte nei caffè, nei ritrovi, nelle conversazioni, per confutare quelli che malignavano dicendo che Don Bosco era avido del danaro, che cercava eredità, ecc. Io parlava così specialmente quando lui si andava ripetendo:  - Lei certo non avrà guadagnato dall'essersi fatto suo padre salesiano. - Ed io poteva protestare altamente che per la morte di mio padre, avvenuta nell'Oratorio, non ebbi a risentire il minimo danno per la mia eredità.

Intanto si attendeva da tutti nell'Oratorio l'avveramento della predizione fatta da Don Bosco il 10 novembre 1868; cioè che un alunno avrebbe fatto ancora una volta sola l'Esercizio di Buona Morte. Questo ebbe luogo il 12 dello stesso mese: ed ecco pochi giorni dopo ammalarsi lo studente Paolo Vacchetta, figlio di Giovanni, che morì il 21 dicembre nell'Oratorio. Di lui scrisse Don Rua nel necrologio.

 

Vacchetta Paolo, di Lequio Tanaro, morì il 21 dicembre in età di 13 anni. Giovane di buoni costumi rimase vittima, pare, di una indigestione di saracche, provvedutesi furtivamente. Pagò colla sua vita il fio di una disobbedienza, che, senza essere gran male, fu forse delle più gravi mancanze della sua vita, giacchè per ogni rapporto egli era commendevole. Si ha tutto a sperare che la lunga malattia sopportata pazientemente gli abbia servito di scala al paradiso. Morì munito di ogni spirituale conforto.

 

Oltre i tre del sogno erano dunque morti in quest'anno altri sei alunni; e il mese di dicembre volgeva al termine, occupando Don Bosco nell'inviare lettere d'augurio ai suoi principali benefattori. Il 22 scriveva alla Madre Galleffi, Presidente di Tor de' Specchi.

 

 

Benemerita signora Madre,

 

Sebbene in tutto il corso dell'anno noi facciamo ogni mattino speciali preghiere per Lei e per tutta la famiglia all'altare di Maria Ausiliatrice, tuttavia un servizio speciale desidero che sia tutto destinato secondo la santa di Lei intenzione al giorno del Santo Natale. Noi pertanto diremo una Santa Messa colla santa comunione dei giovanetti e con altre particolari preghiere ad oggetto di invocare le celesti benedizioni sopra di Lei e sopra tutte le sue figlie spirituali, affinchè il Signore Iddio ne moltiplichi il numero e le virtù e a tutti conceda lunghi anni di vita felice.

Intanto le partecipo che nel prossimo gennaio io spero di poterla riverire di presenza a Torre de' Specchi e ringraziarla di tutta la carità che in passato ci ha fatto.

Mi creda nel Signore

Di V. S. B.

 

Torino, 22 dicembre 68.

Obbl.mo servitore

Sac. Giovanni Bosco.

 

P. S. Il cav. Oreglia e D. Francesia la salutano e si raccomandano alle sue preghiere.

I benefattori e le benefattrici rispondevano agli auguri: e spesso lo ringraziavano dei prodigiosi effetti delle sue benedizioni. Fra gli altri la nobil donna Cristina Pittatore, nata Celebrini, che edificava Fossano co' suoi esempi e colla sua religiosa pietà verso Dio e i poveri, era per lui piena di riconoscenza. Il Signore aveva provata la sua virtù; varii suoi figliuoli, raggiunta una certa età, morivano. Rimasta vedova con un solo figliuolo di nome Giuseppe, temeva che pur questi incontrasse la sorte degli altri. Si era perciò presentata a Don Bosco, e gli aveva esposti i suoi timori, pregandolo a benedire il figlio perchè Iddio glielo conservasse. Nutriva grande speranza che abbracciasse lo stato ecclesiastico. Don Bosco sorrise, e:

 - Non tema, le disse; questo figlio vivrà, e sarà buono per sua consolazione: ma non si farà prete, come ella desidera.

Diciamo subito che la profezia si avverò compiutamente. La signora Cristina morì in Fossano nel dicembre del 1909, in età di 84, anni assistita amorosamente dal suo Giuseppe, distintissimo magistrato, che colla sua famiglia aveva resa felice la santa madre.

Questa Signora, adunque, nel dicembre 1868 mandava la sua risposta a Don Bosco per mezzo del figlio, il quale veniva sovente all'Oratorio per udire i consigli di Don Bosco e del Cav. Oreglia.

Il Venerabile amava molto questo ottimo giovinetto e lo trattenne per quel giorno con sé. Quando ritornò a casa la madre così scriveva al Cav. Oreglia.

 

 

1° del 1869.

 

Ill.mo Sig. Cavaliere,

 

Pinotto è ora felice di aver veduto e parlato con Don Bosco; chi è quegli che se ne allontana non soddisfatto? E chi è che non voglia vedere e sentire questo santo uomo? La sua sorte, buon cavaliere, è pari a quella di Maria. Felice Lei che ha saputo scegliere un sì bel posto. Glielo conservi per lunghi anni il Signore. Gradisca l'augurio della

Sua umil.ma serva

CRISTINA PITTATORE.

 

Il 24 dicembre riserbava a Don Bosco una gentile sorpresa.

 

CASA DI S. A. R.

IL DUCA AMEDEO

 

Genova, 24 dicembre 1868.

 

D'ordine di S. A. R. il Duca d'Aosta ho l'onore di trasmettere alla S. V. Ill.ma la somma di lire duecento che l'A. S., interessandosi moltissimo per l'incremento ed il benessere dei pii istituti, prelevò dalla sua cassetta privata onde fosse erogata a favore del suo istituto, così saggiamente dalla S. V. diretto.

Con preghiera di ritornarmi debitamente firmato l'unito modulo di quitanza per scarico di contabilità, mi pregio professarmi con distinta stima

Il ff. di Primo Aiutante di campo

P. BALBO.

 

Il Venerabile, non contento di fare i suoi ringraziamenti per lettera, attestava pubblicamente al Duca la sua riconoscenza, facendo inserire quest'articoletto sull'Unità Cattolica del 30 dicembre:

 

BENEFICENZA.

 

Sua Altezza il Principe Amedeo duca d'Aosta, informato delle strettezze eccezionali in cui versano i poveri giovanetti dello Stabilimento di S. Francesco di Sales, inviava la graziosa limosina di franchi 200 della sua cassetta particolare. Per questo benefizio e per molti altri già concessi, coll'animo pieno di gratitudine i beneficati gli porgono i più cordiali ringraziamenti, invocando copiose le benedizioni dal cielo sopra di lui e sopra l'augusta di lui consorte.

 

 

 

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