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Capitolo 33

Le ultime visite del fratello di D. Bosco all'Oratorio: sua bontà e sua pietà - Giuseppe cade infermo e muore ai Becchi assistito da D. Bosco - La famiglia del fratello - L'Oratorio ottiene la facoltà di conservare e amministrare l'Olio Santo previsioni e conseguenze di due vocazioni non seguite Sogno di D. Bosco mentre si avvera la sua predizione sulla morte di un alunno - Nuove disposizioni civico per le sepolture - Il Santo Natale: D. Bosco legge nella coscienza di un giovane - Altra predizione di morte avverata in memorabili e commoventi circostanze - Il rosaio fiorito - nell'inverno intorno alla finestra di una stanza ove Don Bosco è ospitato.


Capitolo 33

da Memorie Biografiche

del 01 dicembre 2006

Abbiamo già detto in altro volume quanto si amassero i due fratelli D. Giovanni e Giuseppe Bosco. I giovani dell'Oratorio portavano anche essi un grande affetto a Giuseppe e sia che andassero ai Becchi, sia che egli venisse a Torino gli erano sempre attorno. Volevano udire da lui il racconto dei fatti ameni di D. Bosco e delle sue virtù quando era ancor fanciullo; e Giuseppe aveva cento aneddoti da esporre. Descriveva suo fratello quando, ora conduceva le vacche alla pastura, ora vangava la terra delle vigne, potava le viti, tagliava il fieno, mieteva il frumento, faceva e raccoglieva i covoni, batteva e puliva il grano sull'aia. - Ma sempre e dappertutto, ei soggiungeva, aveva con sè un compagno indivisibile; un libro. Guidasse o custodisse l'armento al pascolo, andasse o venisse dalla campagna, a piedi o sul carro, si vedeva sempre studiare col libro alla mano. Nelle ore in cui gli altri prendevano un po' di ristoro egli faceva altrettanto, ma con una mano teneva una pagnotta e coll'altra il libro leggendo. Alla fine della giornata ritornato a casa e reficiato alquanto lo stomaco, quando ognuno andava a riposo, egli entrato nella sua cameretta vi passava ancora più ore allo studio. Per alcun tempo egli si portava al mattino prestissimo a pigliare lezione dal Cappellano di Morialdo, facendo il compito di notte. - Giuseppe inoltre non dimenticava le scuole di Castelnuovo, il collegio e il Seminario di Chieri, ma taceva dei grandi sacrifizi da lui stesso fatti, perchè D. Bosco riuscisse ad essere prete.

Erano ghiotti gli alunni di queste sue narrazioni sempre istruttive, ma potevano goderne raramente, poichè Giuseppe solo due o tre volte all'anno veniva all'Oratorio e per pochi giorni. Il lavoro lo tratteneva a Morialdo e sovra tutto gli affari. In Castelnuovo e nei dintorni era conosciuto come uomo di singolari talenti, di virtù e di generosità senza pari. Quindi le più astruse e complicate liti si componevano amichevolmente col portarle al suo giudizio e tutti si rimettevano senza repliche alla sua decisione. Se qualcuno era angustiato da debiti, egli, se poteva, soddisfaceva il creditore, onde era amato da tutti e reputato l'angelo consolatore delle famiglie.

L'educazione cristiana ricevuta da sua madre aveva fatte germogliare nel suo cuore le più amabili virtù. Esso non viveva per le cose della terra, ma anelava alle ricchezze del paradiso. Si può dire aver egli prevista la sua morte. Un giorno in novembre comparve inaspettato all'Oratorio. Aveva in Torino qualche piccolo conto da aggiustare e lo aggiustò; e in quel giorno stesso volle confessarsi e fare la SS. Comunione.

 - Ma perchè, gli disse D. Bosco, sei venuto in questa stagione nella quale non sei solito ad allontanarti da casa?

 - Perchè, rispose Giuseppe, mi sentiva un gran desiderio dì saldare tutti i miei debiti e di confessarmi. Mi pare.... mi pare.... che una voce mi dica di far presto.

D. Bosco voleva tenerlo con sè per qualche giorno, ma egli volle assolutamente partire. Senonchè dopo breve tempo ritornò: - Sei di nuovo qui? esclamò D. Bosco al primo vederlo; c'è qualche cosa di nuovo a casa?

 - Oh no, ma son venuto per domandarti un consiglio. Sai che mi son reso garante pel tale: ora mi nacque un dubbio. Se vivo non mi ritiro: son pronto a pagare e pagherò: ma se morissi?

 - Se muori, tutto fatto, osservò D. Bosco sorridendo; paghi chi resta.

 - Ma io non vorrei che il creditore dovesse perdere, dopo essersi fidato della mia parola.

 - In quanto a ciò riposa tranquillo. Se tu non potrai pagare entrerò io mallevadore.

 - Ti ringrazio; cosi va: e ora non penso più a niente.

Ritornato a casa dava sesto a tutte le cose sue come se fosse certo di dover partire per l'eternità. Era perfettamente sano. Quand'ecco dopo breve settimana, costretto a coricarsi, in poco d'ora fu ridotto agli estremi. All'infausta notizia giunta alla sera del giorno II dicembre, D. Bosco immediatamente noleggiata una vettura, si portò ai Becchi per assisterlo, accompagnato dall'alunno Cuffia Francesco. Appena entrato nella camera dell'infermo, questi gli domandò:

 - Don Bosco, che cosa mi porti da Torino?

 - Ed egli rispose: - Ti porto il regno di Dio.

Lo assistette fino agli estremi momenti, ebbe la consolazione di procurargli tutti i conforti della religione, e Giuseppe tranquillamente, come un santo, dalle braccia del fratello passò nelle braccia di Dio il 12 dicembre 1862.

Ai Becchi sta ancora il suo ritratto eseguito da Tomatis con perfetta somiglianza.

D. Bosco si occupò quindi dei figli del primogenito di Giu­seppe, dando ai medesimi ne' suoi collegi ed educatori un'istruzione ed educazione adattata al loro stato, di guisa che il figlio riuscì esso pure, come il padre, un buon contadino e delle cinque figlie, tre si consecrarono al Signore tra le Figlie di Maria Ausiliatrice, una passò a nozze e l'altra morì giovane.

L'altro nipote Luigi, educato nell'Oratorio, rinviato alla casa paterna perchè attendesse alla campagna, non avendo voluto adattarsi a quella vita faticosa e desiderando intraprendere una carriera civile, suo padre lo aveva mandato agli studi in una vicina città e riusciva cancelliere di pretura. D. Bosco non tralasciò mai di dargli consigli e qualche volta i dovuti rimproveri, quando cioè lo vide non corrispondere ai doveri di buon cristiano; ma non volle mai concorrere per lui in nulla, affermando per simile scopo ei non possedere i mezzi.

Ritornato D. Bosco da Castelnuovo vide soddisfatta dalla Curia una sua domanda, che gli stava molto a cuore. Il parroco di S. Simone e Giuda, sotto la cui giurisdizione stava l'Oratorio, aveva scritto al Vicario Capitolare:

Il Curato sottoscritto non ha osservazioni in contrario a che dall'Ill.mo e Rev.mo Signor Superiore Ecclesiastico, seppure nella sua saviezza lo giudica pel meglio, si conceda all'Oratorio di Valdocco sotto l'invocazione di S. Francesco di Sales, la facoltà di conservare ed amministrare l'Olio Santo; desidererebbe solo che alla grazia implorata si unissero le seguenti condizioni.

I°. La facoltà sia accordata unicamente per l'interno dello stabilimento, e ciò a scanso di abusi.

2° L'Oratorio debba provvedersi dell'Olio Santo nella Settimana Santa dalla chiesa parrocchiale, e ciò in segno di dipendenza.

3° L'Oratorio sia in obbligo di avvertire la parrocchia, quando si trova nel medesimo qualche persona gravemente inferma, e ciò per l'esercizio dei diritti e dei doveri parrocchiali.

 Lo scrivente però si riferisce in tutto alle zelanti e prudenti disposizioni dell'Ill.mo e Rev.mo Signor Vicario Generale Capitolare.

 

Borgo Dora, 13 dicembre 1862.

 

GATTINO, Curato.

 

Questa concessione, che aveva carattere di privilegio, il quale non sarebbe più revocato, toglieva D. Bosco da molte ansietà, specialmente ne' casi d'urgenza. Il gran numero degli alunni, e sempre crescente, costituiva dell'Oratorio quasi una parrocchia.

Intanto era incominciata la novella del Santo Natale, che doveva essere rallegrata nel giorno 21, Domenica IV di Avvento, dalla prima messa di D. Bongiovanni Giuseppe. La sicurezza che D. Bosco aveva della perseveranza in Congregazione di questo eccellente figliuolo, lo consolava della poca corrispondenza di due altri chierici al suo affetto e a suoi sacrifizi pel loro bene. È forse questo pensiero che ispirò un dialogo tra D. Bosco ed uno dei suoi Salesiani, il quale lo tramandava a noi scritto in un foglio. Mons. Cagliero che era presente ci assicurò dell'esattezza di questa relazione e, D. Albera Paolo ci confermò l'avveramento di ciò che D. Bosco espose.

Trascriviamo questo foglio: “ Sono frequenti i fatti che ci danno a conoscere come D. Bosco sia dotato di spirito profetico, massime per ciò che riflette le cose spirituali, o veramente affari temporali che vanno collegati cogli spirituali. Il 19 dicembre 1862 eravamo a tavola e gli dissi: - Abbiamo il Ch. Da….. che è ben servito.

” - Non ne so nulla! rispose D. Bosco.

” - Mi disse il dottore che lo visita a Bra, dove trovasi in Seminarlo, essere egli minacciato di una fistola in bocca, ed essere perciò venuto ora a Torino per consultarsi con qualche esperto dentista, poichè la sede del male sarebbe in un dente cariato.

” - Il medico disse niente altro?

” - Mi disse solamente che lo aveva diretto ai Cappuccini del Monte. Crede ella che questo male peggiorerà?

.................... ” - Certamente: Da vuol fare a modo suo, ma non riu­scirà nell'intento.

 ” - La pregherei a spiegarmi queste parole.

    ” - Sa già i precedenti?

” - Assai confusamente.

” - Veda; egli volle entrare in Congregazione e lo ammisi; vi stette infino a che vestito l'abito clericale, gli ebbi trovata una persona che lo prese a proteggere, nel fornirlo di quanto gli occorreva in vestiti, libri ecc., oltre alla buona volontà di fargli a suo tempo il patrimonio ecclesiastico. Quando si credette sicuro di essere temporalmente provveduto, volle uscire dalla Congregazione. Io conobbi l'errore del giovane; lo avvertii, e lo feci avvertire da varii suoi compagni e particolarmente da D. Cagliero che gli era amicissimo, come il Signore lo avrebbe punito nel temporale, ove egli persistesse nel suo errore. Ma egli stette fermo nel suo proposito ed il Signore lo ammonì con una enfiagione alle glandole, con suporazione lunghissima e dolorosa. Ebbe a soffrire per tutto l'autunno del 1861 e continuò nell'inverno del 1862. Replicai gli avvisi, e finalmente vedendosi così tormentato, mi chiese se lo avrei guarito interamente, ove si fosse arreso alle mie parole. Lo invitai a provare la bontà del Signore con questo consiglio: - Mettiti sulla strada per la quale il Signore ti chiama ed io ti prometto in otto giorni l'intera guarigione di tutti i tuoi mali . - Cedette e si arrese pronto a seguire i miei consigli e fu effettivamente guarito entro gli otto giorni. Dopo aver continuato sano e nel nuovo proponimento per qualche tempo, forse il vedersi così prosperoso, gli fece scordare le sue promesse e nuovamente si ritirò dai suoi impegni. Ed ecco una seconda volta gli ritornò il male alla gola, che poi continuò sempre anche quando fu a casa e quando andò in Seminario a Bra, fino ad oggi che sento essere minacciato da una fistola.

” - Poveretto, dissi io, Dio voglia che non abbia a finir male.

” - Tolto il suo errore, per tutto il resto è un buon giovane.

” - Ma chi sa, se poi il Signore non si stancherà e abbandonandolo non abbia a riuscire un cattivo prete!

” - Oh! questo non accadrà mai.

” - Deporrà l'abito ecclesiastico?

” - No.

” - Morirà?

” - Morirà prima di deporlo. - E pronunciando queste parole fece un segno affermativo col capo.

” Vedendolo così disposto a parlare, io studiava come fargli qualche altra interrogazione, quando egli soggiunse: - Avremo presto un terribile esempio di un altro chierico che finirà peggio.

” - Potrei sapere chi sia costui?

” - Oh! Altro! È il Ch. Ca     Egli è pure della Congregazione e nelle vacanze scorse, quando era a sua casa, gli feci scri­vere da D. Rua che provvedesse ai casi suoi, perchè sapevo non essere egli più contento di stare in Congregazione. Mi ri­spose che anzi era contentissimo e che voleva continuare per la strada intrapresa. Lo lasciai venire, ed egli mentre ora si re­gola malissimo, crede che nessuno sappia le cose sue e di darla ad intendere a D. Bosco.

” - Mi rincresce, io dissi: sarà forse un cattivo prete? Perderà la vocazione? Sarà un cattivo secolare? Si farà protestante?

” - Vorrà finir male! concluse D. Bosco ”.

Noi osserveremo che questo secondo chierico messo poi da D. Bosco fuori dell'Oratorio, perchè insopportabile mentre studiava filosofia; accettato nel Seminario, ordinato prete, laureato in Teologia, finì coll'andare nell'America del Nord senza che più di lui avessimo notizia. Ma del primo chierico possiamo constatare l'avveramento della predizione. Ei ritenne la veste ecclesiastica, fu sacerdote, maestro di teologia morale, preposto alla cura di anime, piissimo e di vita intemerata, ma dovette portare la sua croce temporale predetta, poichè progredendo la tubercolosi morì consunto giovane ancora.

Ma ben altre predizioni doveva fare D. Bosco in que' giorni, Così ci scrive Suttil Gerolamo. “ Il Sabato 20 dicembre, Don Bosco, dopo le solite orazioni della sera, disse ai giovani queste precise parole: - Pel giorno di Natale uno di noi andrà in paradiso. - L'infermeria era assolutamente vuota e ciascuno di noi pensava con una certa inquietudine ai fatti proprii. La Domenica 21 passò senza novità; l'infermeria sempre vuota; molti andarono a visitarla per assicurarsi. Alla sera nel teatrino si recitava il dramma: Cosimo II alla visita delle carceri. Il giorno 22, dopo la funzione in chiesa per la novena del Santo Natale, Blangino Giuseppe, ottimo giovane di anni 10, di S. Albano, incominciò a sentirsi male e si recò nell'infermeria. In poche ore la malattia si fece seria e il medico perdette ogni speranza ”.

D. Provera Francesco continua il racconto per iscritto: “ La sera del 23 dicembre si portò il santo Viatico al giovanetto Blangino. Verso le 10 D. Bosco era nell'infermeria e parlava del pericolo di morte nel quale trovavasi il piccolo ammalato. D. Rua gli disse: - Se D. Bosco vuole che io passi qui la notte, in caso che questo figliuolo avesse bisogno degli ultimi conforti della religione, io sono pronto.

” - Non fa bisogno, rispose D. Bosco: fino alle due antimeridiane non c'è pericolo; vatti pure a coricare tranquillo: lascia solo ordine che alle 2 ore ti vengano a chiamare, poichè allora ci sarà bisogno.

” Alle 2 ore infatti il giovane ebbe l'estrema unzione, e alle due e mezzo aveva già resa l'anima a Dio.

” Fattosi giorno D. Bosco raccontò come in quella notte avesse sognato il fanciullo moribondo. Disse: - Sognai che il Prefetto D. Alasonatti, mia madre (morta da sei anni) ed io assistevamo Blangino. D. Alasonatti era inginocchiato che pregava, mia madre aggiustava alcune cose intorno al letto, ed io ero seduto un po' distante dal letto stesso. Mia madre si avvicina al giovanetto e dice: - È morto!

” - È morto? - dissi io.

” - Sì, è morto!

    ” - Guardate un po' che ora è?

” - Sono tosto le tre.

” Il Prefetto intanto esclamò: - Oh! piacesse al Signore che tutti i nostri giovani facessero una morte così tranquilla.

” Dopo ciò mi svegliai. Appena desto sento un fortissimo colpo come se uno battesse con un cartello verso il muro. Io subito esclamai: - Blangino parte ora per l'eternità. - Apro gli occhi per vedere se appariva luce, ma vidi niente. Recitai allora il De Profundis, persuaso che il giovane era morto e mentre pregava suonarono le due e mezzo

” Nella notte del Santo Natale un numero consolantissimo di Comunioni suffragò l'anima del caro defunto, e i giovani, come avveniva in simili casi, si stringevano sempre più intorno a D. Bosco.

” Il 28 dicembre uno di loro si avvicinò a lui e gli disse - Mi dia un consiglio.

” D. Bosco sorrise e gli rispose:

” - Quale consiglio vuoi?

” - Mi dia un consiglio che riguardi l'anima mia!

” - Ebbene ascolta; sono tre anni e mezzo che tu sei in peccato mortale.

” - Oh possibile! Se io vo sempre confessarmi da D. Savio!

” - Eppure senti! - E gli parlò di forse cinquanta cose che egli aveva sempre taciute in confessione. Ad ogni peccato che D. Bosco ricordava; il giovanetto confuso rispondeva: - Si è vero: l'ho commesso e non l'ho confessato. - Terminò con promettere che si sarebbe accusato di tutto ”.

Così D. Provera Francesco.

Ma un fatto pi√π strepitoso accadeva sul finire dell'anno 1862 del quale, come della predizione su Blangino, i testimoni furono pi√π di 600.

Studiava all'Oratorio un giovane forte ed aitante della persona, di 16 anni, C…..    Alberto di….., il quale, mutato da quello di una volta, si era messo per una cattiva strada.

.................... Un compagno di nome G Felice, suo compatriota e suo condiscepolo nell'Oratorio fu causa del suo pervertimento.

Come soleva avvenire in questi casi, Alberto fuggiva in tutti i modi D. Bosco, il quale più volte lo mandò a chiamare in sua camera, ma quegli sempre si rifiutò. Finalmente un giorno, s'imbattè cori D. Bosco su per le scale, mentre le scendeva precipitosamente e divenuto tutto fuoco nella faccia, tentò di sfuggirne l'incontro, ma non potè. D. Bosco lo aveva preso per mano e gli diceva: - Alberto, perchè mi sfuggi sempre quando mi vedi? Poverino! Fuggi D. Bosco che ti vuole fare del bene. Tu hai bisogno di confessarti e di farlo al più presto. - E vedendo che egli non rispondeva, aggiunse con aria severa: - Tu non vuoi? Verrà un tempo in cui tu mi cercherai e non mi troverai.... Pensaci seriamente. -

Questo succedeva in novembre.

D. Bosco poi nel primo lunedì di dicembre, salito la bigoncia alla sera dopo le orazioni, raccomandò ai giovani di  far ben l'esercizio della buona morte, perchè un alunno della casa sa­rebbe morto prima che si ripetesse altra volta questo pio esercizio. - Egli è qui presente fra di voi, diceva, e sempre mi scappa; sta lontano da me. Ho cercato di avvicinarlo per par­largli dell'anima sua, ma non ci sono mai riuscito. Eppure verrà un giorno nel quale mi chiamerà ed io non ci sarò. Negli ultimi momenti cercherà di D. Bosco e D. Bosco non si tro­verà. Invano lo desidererà, perchè in quell'istante sarà lontano e morrà senza vederlo. Avrei tanto bisogno di parlargli per aiutarlo a farsi buono in questo poco tempo! Ma non si lascia vedere! Io però gli metterò attorno un angelo custode, il quale me lo condurrà; e glielo porrò al fianco senza che egli se ne avveda. Egli non sa e non vuol saperne di morire, ma il decreto è tale e non si muterà. Noi lo prepareremo, noi lo avviseremo. Vi è la festa dell'Immacolata in questo mese, vi è quella del Santo Natale; sono due occasioni; e nell'una o nell'altra speriamo che si lascerà cogliere a fare una buona confessione. Ma costui si ricordi bene che l'esercizio di buona morte del mese venturo non avrà più tempo a farlo.

Il domani l'Oratorio era pieno di questa profezia, la quale aveva prodotto in tutti una grande impressione. D. Bosco intanto diede allo studente ed infermiere Cuffia Francesco l'incarico di mettersi prudentemente attorno ad Alberto per sorvegliarlo e per cercare d'indurlo a frequentare i sacramenti; anzi di farlo confessare il più presto possibile, perchè forse non sarebbe stato più a tempo. Cuffia intese il segreto affidatogli, cercò di fare la sua parte di angelo custode, ma vide andare a vuoto le sue raccomandazioni e i suoi inviti.

Alberto non ostante quell'annunzio terribile viveva tranquillo. Ragionava così: - Affermasi che D. Bosco sia profeta: or bene, egli ha detto che colui il quale deve morire sarebbe stato da qualcuno condotto a lui, e che egli lo avrebbe avvisato; ma io non mi lascerò cogliere, non mi lascerò condurre, nè avvisare; dunque non sono io quegli che deve morire.

Riuscì infatti nel suo disgraziato proponimento. D. Bosco in tutto il mese non potè incontrarlo, nè vederlo, nè dirgli una sola parola. Passa la festa dell'Immacolata, passa quella del Santo Natale e Alberto nè pensa a mutar vita, nè va a confessarsi. L'esercizio di buona morte per usanza antica si faceva il I° giorno dell'anno. D. Bosco stava all'erta; attendeva se non altro di avvicinarlo negli ultimi istanti, quando la Duchessa di Montmorency, benefattrice esimia dell'Oratorio, per compiacere il parroco di Borgo Cornalense, borgata di sua proprietà e dimora, lo invita a predicare in quella le quarant'ore, che avevano luogo il 31 dicembre 1862 e I, 2 gennaio 1863. Era un invito nella forma, ma un comando nella sostanza, poichè questa signora non soffriva ripulse.

 - Veda, le disse D. Bosco, questa volta io non posso; ho varii urgentissimi affari   ….. mi perdoni…..altra volta mi farò premura di obbedirla, ma ora circostanze impreviste ... ...

 - Allora si ricordi, lo interruppe la Duchessa, che quando venisse ancora da me per chiedere soccorsi per i suoi giovani io pure le risponderò: non posso!

Tuttavia D. Bosco osò ancora replicare: - Ho l'esercizio della buona morte in casa, c'è la comunione generale, debbo confessare tutti i giovani, se lei avesse la bontà .... .

    - No, no! concluse imperiosamente la Duchessa.

D. Bosco allora abbassò il capo e rispose: - Quando è così verrò.

Al mattino del mercoledì 31, D. Bosco chiamati a sè il Cav. Oreglia e D. Alasonatti, che sapevano della sua andata a Borgo, disse loro: - Vado a passeggio per tre giorni. Posso andare? In infermeria c'è nessuno?

 - Vada pure tranquillamente. Infermi non ne abbiamo. L'infermeria è vuota.

D. Bosco partì.

Era dunque il mercoledì 31 dicembre. Alberto stava benissimo, era allegro. Mentre era in camerata ricevette una lettera di un suo amico chierico in seminario, che l'anno prima tra uscito dall'Oratorio, di nome Moisio, il quale scrivevagli “ Sei vivo o sei morto? E se sei vivo perchè hai lasciato passare tanto tempo senza darmi tue notizie? ” Alberto lesse ai compagni quella lettera, dicendo: - Voglio scrivergli che sono morto!

E così fece: scrisse e mandò ad impostare la lettera. Tutti i compagni ridevano. Era tranquillo: al dopo pranzo va a passeggio cogli altri, va a cena va alla scuola di canto. A merenda essendo destinato ad andare a prendere il pane da distri­buirsi ai giovani, trovatolo fresco, ne mangiò con pesci salati fuor di misura, bevendovi sopra molta acqua. Suonano le ora­zioni della sera. Egli va ove gli altri sono radunati, ma sul fi­nire di queste sente un malessere che gli toglie le forze il suo compagno Felice G.... lo sostiene e coll'aiuto di un altro al­lievo lo conduce in infermeria. Lo mettono sovra il letto, e appena coricato lo assalgono atroci dolori di viscere e gli si gonfia il collo. Chiamasi il medico, si fa ciò che l'arte suggerisce, ma il male progrediva a gran passi, sicchè il dottore stesso constatò non esservi da perdere tempo per amministrargli i sacramenti. L'infermiere avvisò subito l'ammalato di prepa­rarsi, e il poveretto sentendosi ridotto agli estremi, pentito della condotta fino allora tenuta, domandò di confessarsi.     Vado a chiamare D. Alasonatti? disse chi l'assisteva; - No, rispose Alberto, voglio D. Bosco! - Alcuni corsero a cercarlo in ogni parte della casa, mentre egli andava ripetendo: - Vo­glio D. Bosco, voglio D. Bosco!

Grande fu la sua costernazione quando gli si annunziò che D. Bosco era fuori di Torino. Mandò un grido di straziante dolore, diede in dirotto pianto, ricordandosi di quello che Don Bosco aveva predetto un mese prima, ed esclamò: - Son perduto; muoio e non vedrà più D. Bosco! Io ho sempre sfuggita la sua vista, aveva tanta riluttanza a parlare con lui e Dio mi castiga. - Chiese quindi un altro sacerdote.

Felice G... corse allora a chiamare D. Rua, che andò in fretta e al quale Alberto si confessò con viva compunzione. Venne pure avvisato D. Alasonatti, che fu subito nell'infermeria.

Aggiustate le cose dell'anima sua, Alberto si volgeva ai due superiori che erano ai fianchi del letto e con voce lamentevole - Dicano a D. Bosco che io muoio pentito: gli dicano che non merito il suo perdono, ma spero che me lo concederà, come spero in quello della misericordia di Dio. Muoio pentito! mi perdonino tutti....

Verso le II e ½  gli fu portato il SS. Viatico e amministrata l'estrema unzione e la benedizione papale, che ricevette in un modo edificante.

Il compagno intanto, che prima si era dato d'attorno per chiamare gli uni e gli altri, erasi fermato nel corridoio e a quando a quando sporgeva la testa dalla porta per vedere che cosa accadeva, e come stesse il compagno; Alberto lo vide e lo chiamò: - Felice, vieni avanti! - Felice entrò e si fermò ai piedi del letto. Il tono di voce del morente suonava rimprovero; e continuò: - È colpa tua se io muoio senza vedere D. Bosco! Io ti perdono come desidero il perdono di Dio, perchè tu lo sai chi fu la cagione dell'esser io diventato cattivo……Ma, non più di ciò…… Tu vedrai mio padre, mia madre e dirai loro che io sono morto pentito e che li aspetto in paradiso: ma tu!…..tu…… Tua colpa se D. Bosco non mi consola in questo momento!

Felice era pallido, stranamente pallido, e non proferì parola.

Alberto moriva verso le 3 antimeridiane del i Gennaio 1863. Lo stesso giorno l'amico Moisio a Casale ricevette la lettera che dicevagli: - “ Io sono morto! ”

Il cadavere stette in casa 48 ore. Il Sabato alle 4 e ½  pomeridiane doveva farsi la sepoltura, ma D. Cagliero e D. Francesia pregarono la parrocchia a venire un'ora prima, perchè arrivando D. Bosco da Borgo, non si incontrasse in quella bara. Quando egli entrò nell'Oratorio ogni cosa era tranquilla.

Andò subito a confessare, poichè l'esercizio della buona morte era stato rimandato alla domenica, causa le quarantaore a Borgo. Dopo le confessioni ascese in camera ove gli portarono la cena. Era stato informato di tutto: profondamente mesto, dagli occhi gli scorrevano le lagrime. D. Rua, il Cav. Oreglia ed altri gli erano attorno. Ce ne volle per tranquillarlo. Il Cavaliere gli disse finalmente: - Ma se queste morti le danno pena, quali saranno quelle che la consoleranno? Quali debbono essere le morti belle se questa la lascia tanto afflitto? - Dopo molte spiegazioni D. Bosco si calmò.

Felice andò a casa, e qualche tempo dopo ferito da un rivale, moriva perdonando al feritore, chiedendo perdono a Dio, e con una lettera commoventissima domandando perdono a Don Bosco.

Scrissero relazione del fatto suesposto i testimonii: Mons. Cagliero Giovanni, D. Rua Michele, D. Cerruti Francesco, D. Dalmazzo Francesco ed Enria Pietro.

Un'altro fatto meraviglioso, accaduto all'incirca in questi giorni, coronava l'anno 1862. D. Bosco essendo andato a far visita alla Marchesa di Sommariva nel suo castello, fu messo a dormire in una stanza, intorno alla finestra della quale, sulla parte esterna del muro, si arrampicava un magnifico rosaio, tutto brullo e secco in quella rigida stagione. Era caduta molta neve. Ma al mattino seguente il rosaio era fiorito con meraviglia degli abitanti del paese. Il servo andato ad aprire la finestra della camera, mentre D. Bosco celebrava la Santa Messa, corse a dar notizia del portento alla sua nobile padrona, la quale accorse e constatò una fioritura non vista o udita in tanti anni.

Noi non abbiamo mai udito D. Bosco a narrare questo avvenimento. Solo molto tempo dopo ne corse una voce confusa. Morto l'uomo di Dio, la signora contessa Carolina di Soresina Vidoni Soranzo, interpellata da D. Garino Giovanni il 19 aprile 1888 intorno ad alcuni fatti portentosi relativi a D. Bosco e noti a detta Signora, gli rispose fra le altre cose: “ In quanto al miracolo del rosaio fiorito nel dicembre 1862, se non erro, o al più tardi 1863, ne sono sicurissima, essendomi stato narrato dalla defunta mia zia Marchesa Sommariva del Bosco, donna degnissima di fede.

Anche Mons. Appollonio di felice memoria, Vescovo di Treviso. amico delle due nobili famiglie e di D. Bosco, narrò a D. Tullio De Agostini, parroco di S. Pietro in Padova, il fatto meraviglioso del rosaio. Egli era persuasissimo della verità del miracolo, come di cosa non discutibile.

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