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Capitolo 30

Corrispondenza da Roma per ottenere la sanità da Maria Ausiliatrice - Lettera di D. Bosco al Cav. Oreglia: Giovani dell'Oratorio che vanno sotto le armi: notizie della lotteria e della chiesa: largizioni per grazie ottenute: tre cose da osservarsi nel proporre ad alcuno una novena alla Madonna: saluti a signori romani - Il Parlamento approva la legge Crispina dei sospetti: rigori ingiusti e odiosi contro il Clero e i cattolici - Il Vescovo di Guastalla condannato a domicilio coatto trova cordiale ospitalità nell'Oratorio - D. Bosco colle autorità civili di Torino e colle nobili famiglie l'onora e lo consola nel suo esiglio - Virtù esimie del buon Prelato - Lettera di Pio IX a D. Bosco in ringraziamento del dono di alcuni libri - Alcune grazie concesse dal Papa agli ordinandi dell'Oratorio.


Capitolo 30

da Memorie Biografiche

del 06 dicembre 2006

 Il Cav. Federico Oreglia di S. Stefano si trovava a Roma da qualche tempo. Quivi non si ignoravano, le esimie virtù di D. Bosco e il 9 maggio la Marchesa. Teresa Patrizi, nata Altieri, scriveva al Servo di Dio raccomandandosi alle sue preghiere per essere liberata da convulsioni che l'affliggevano da tre anni, assicurandolo di confidare in Maria Ausiliatrice. D. Bosco la esortava ad avere una fede viva nella bontà della Madonna e le spediva la risposta, acclusa con altre lettere in un foglio indirizzato al Cavaliere, cui narrava quanto accadeva nell'Oratorio.

 

 

Carissimo Sig. Cavaliere,

 

Ho ricevuta la sua cara lettera di Firenze e quella di Roma e ne ho comunicato il tenore a tutti quelli della cosa che fecero una stupenda ovazione di evviva al Cavaliere.

Le cose notate ebbero già la loro esecuzione. La tipografia va avanti, ma certamente ha bisogno di sua presenza; Durando è un po' incomodato e va in campagna; il povero D. Francesia lo supplisce in classe. Bonetti andò a casa per un suo fratello che parte militare. Migliassi è già partito. Bisio e Oddone partono oggi; sperano per altro di essere dispensati, ma è difficile. Gromo andò con Garibaldi, altri lo vogliono seguire. Gallo forse dovrà anche partire.

Tutte queste cose accrescono il lavoro, ma il Signore ci dà la sanità a segno che non abbiamo un ammalato in casa. Del resto le cose vanno tutte con tranquillità, nessun lavoro rimane incagliato.

Ma e di danaro come stiamo? I biglietti di lotteria in questi momenti sono divenuti molto pigri, e le esazioni incerte e difficili. Per la chiesa andiamo avanti colla sola questua che fa la Madonna. Gliene darò un cenno.

La settimana scorsa potemmo raccogliere due mila franchi, ma tutta questua della Madonna. Il Direttore dell'Ospedale di Cherasco aveva male ad un braccio e dopo essere stato più mesi in cura all'Ospedale di S. Giovanni se gli voleva fare l'amputazione. Prima egli volle provare a fare la novena che Ella sa, e sabato portò la sua offerta col suo braccio guarito perfettamente.

Il Conte Pollone mandò per ora 150 franchi per essere stato liberato, previa una novena, da un malore che l'aveva portato sull'orlo della tomba.

La Duchessa Melzi di Milano mandò f. 500 perchè sua nuora, dopo una serie d'incomodi che la ridussero a pessimo stato di salute, con una novena a Maria Ausiliatrice pose fine a tutti i suoi mali.

Altre offerte per simili motivi vennero da Chieri, da Asti, da Cuneo, da Saluzzo, da Milano, da Monza, da Venezia. Con queste oblazioni in mezzo alle gravi strettezze in cui ci troviamo, possiamo andare avanti.

Quando Ella propone a qualcheduno di raccomandarsi a Maria con qualche novena stia attento a tre cose:

1° Di non avere niuna speranza nella virtù degli uomini: fede in Dio.

2° La domanda si appoggi totalmente a Gesù Sacramentato, fonte di grazia, di bontà e di benedizione. Si appoggi sopra la potenza di Maria che in questo tempio Dio vuole glorificare sopra la terra.

3° Ma in ogni caso si metta la condizione del fiat voluntas tua e se è bene per l'anima di colui per cui prega.

Ieri tutta la casa ha partecipato alla bella festa di Monsignor suo fratello; Dio lo porti sul primo seggio della Chiesa e ne faccia un gran santo.

Faccia i miei saluti a tanti. Dia queste lettere al loro indirizzo. La sig. Monaca Imoda è un'insigne benefattrice; può ed è ben disposta. La Patrizi si raccomandò per preghiere, ecc.

Dio benedica Lei e le sue fatiche. Riceva i pi√π cari segni di affetto di tutta la Casa e mi creda a nome di tutti,

Torino, 12 maggio 1866,

Aff.mo amico

Sac. BOSCO GIOVANNI.

 

Sette od etto giovani dell'Oratorio dovettero partire e prendere le armi. Da ogni parte d'Italia muovevano le truppe verso le frontiere venete. Il Governo era pieno di speranza nella vittoria, ma chi aveva sempre vissuto congiurando temette che i partiti sovversivi potessero muovere a tumulto e a ribellione le plebi con grave pericolo dell'unità d'Italia. Perciò per isventare trame, delle quali essi erano maestri e che supponevano ordirsi contro di loro, il 9 maggio la Camera dei Deputati e il 14 dello stesso mese quella del Senato approvavano una legge presentata da Francesco Crispi, che a ragione si disse la legge dei sospetti. Con questa davasi licenza al Governo di mandare a domicilio coatto per un anno gli oziosi, i vagabondi e camorristi, e tutte le persone sospette non solo, ma anche quelle per le quali vi sia fondato motivo di giudicare che si adoprino per restituire l'antico stato di cose e per nuocere in qualunque modo all'unità d'Italia ed alle sue libere Istituzioni. Questa legge, com'era concepita, lasciava ai malvagi facile modo di trasmodare e di applicarla secondo le voglie dei partiti politici, delle private passioni, e degli odii contro il nome cattolico. Infatti, prima ancora che la legge fosse approvata dal Senato e promulgata dal Governo, in Napoli era applicata a danno del Clero. I diarii ufficiosi, come L'Opinione, colorirono la cosa con una delle solite calunnie, dissero cioè che i preti erano complici di una cospirazione, felicemente scoperta, intesa a ristaurare la dinastia dei Borboni.

Quindi la legge fu attuata con implacabile rigore contro i Vescovi e altri prelati del Napoletano, indicati come sospetti: Il Questore, chiamatili a sè, intimò loro l'ordine di partire subito, quali alla volta di Roma, quali per Marsiglia, senza dare ad essi il tempo di provvedere alle proprie faccende domestiche, senza riguardo allo stato di sanità, all'età cadente, alla loro povertà, o dignità, senza addurre un minimo motivo che giustificasse tale violazione di ogni diritto. Si disse capo dei congiurati Mons. Salzano, l'uomo più pacifico del mondo, e si cacciò; si cacciarono i Vescovi di Gallipoli, di Oria, di Manfredonia, di Rossano, di Salerno, di Aversa, di Nola e di Termoli col Vicario e il Procancelliere. Il Vescovo di Calvi e Teano nella notte sopra il 19 maggio fu arrestato nella sua casa paterna, condotto a Napoli e, dopo breve sosta conceduta a grande stento, costretto a partire alla volta di Roma dove già altri Vescovi e sacerdoti napoletani si trovavano esuli, solo perchè riputati influenti. Molti altri ragguardevoli personaggi ecclesiastici e laici furono per simile motivo o messi in carcere, o mandati in esiglio fuori d'Italia, o relegati a domicilio coatto. Nel circondario di Nola in una sola notte si operarono circa 200 arresti e centinaia di altri si eseguirono in S. Maria di Capua.

Nè solo nel Napoletano, ma anche in altre parti del regno si usavano tali rigori colle persone di chiesa. Mons. Cantimorri, Vescovo di Parma, venne confinato a Cuneo. A Milano fu incarcerato Mons. Pertusati, Provicario, e con lui in pochi giorni molti sacerdoti. A Bologna si fecero sino a quaranta perquisizioni domiciliari in un sol giorno e, benchè non si scoprisse ombra di reato, parroci, avvocati e giornalisti cattolici furono chiusi in prigione.

Aggiunse ansa ai delatori, uomini pieni di livore settario, una circolare diramata ai Prefetti dal Ministro dell'Interno Ricasoli, Presidente del Consiglio, salito al potere il 20 giugno. La circolare venne pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale il 26.

In essa raccomandavasi di esercitare con tutto rigore i diritti che la legge concedeva al fine di prevenire gli attentati che insidie straniere o domestica pravità potessero macchinare a danno della patria.

Ben tosto parecchi altri Vescovi del Napoletano, delle Marche, delle Romagne e della Lombardia videro violato sacrilegamente il loro domicilio, frugate le loro carte, messa sossopra ogni cosa da fastidiose inquisizioni; e poi furono mandati a confino assai lungi delle loro diocesi senza che nulla si fosse potuto rinvenire che desse appiglio ad accusa fiscale. Quasi ogni giorno si leggeva nei giornali qualche elenco di 10, 15 e fino 30 parroci, religiosi, semplici sacerdoti o laici, anche ragguardevoli per natali, che denunziati dal Comitato di vigilanza venivano senz'altro giudizio condannati a domicilio coatto. Essi non erano rei di trame politiche, ma di guardare a Dio e di volere salve le ragioni delle coscienze cattoliche.

Il Venerabile ebbe la fortuna di recare aiuto e conforto ad una di queste nobili vittime, colpita fra le prime dall'indegna persecuzione.

Mons. Pietro Rota, Vescovo di Guastalla, erasi ritirato nella canonica della parrocchia suburbana di S. Rocco, quand'ecco il 13 maggio, alle 3 pomeridiane, gli si presenta il Delegato di pubblica sicurezza e il tenente dei carabinieri di quella città con uno squadrone di cavalleria, coll'ordine perentorio di eseguire una perquisizione al carteggio di Monsignore e di intimargli l'immediata partenza per una tra poche città proposte. Il buon Prelato, ricevette colla solita imperturbabilità la nuova tribolazione, emettendo per altro la seguente protesta, inviata telegraficamente alla Prefettura di Reggio.

“ S. Rocco, 13 maggio 1866. - Pressato da ordini governativi ad allontanarmi dalla diocesi senza conoscerne i motivi, premesse le proteste contro la violazione della immunità personale come Vescovo e come libero cittadino, cedendo unicamente alla forza, eleggo per mio domicilio provvisorio Torino, insistendo per la mia pronta restituzione in diocesi, dove ho diritto e dovere di risiedere. Pietro, Vescovo di Guastalla ”.

Dopo un'ora e mezzo di perquisizione, come era da supporre, non si trovò nessun capo d'accusa; tuttavia Mons. Rota partiva nella sua carrozza per Reggio, accompagnato dal Delegato e dal Tenente suddetto; e il mattino del 14, per ferrovia, scortato sempre da un addetto alla Pubblica Sicurezza, recavasi a Torino, ove giunse verso sera ed entrò in città, senza sapere, non conoscendo persona, ove fermare il piede. Presentatosi ai Signori della Missione, fu accolto con ogni riguardo, ma seppe che essendo già ivi ospitati due Vescovi strappati dalle loro sedi non era possibile ospitarne un terzo. Di là si recò alla Piccola Casa della Divina Provvidenza; ma, essendo questa un'opera pia, gli fu accennato il timore di qualche molestia da parte del Governo e insieme gli fu addotta la ragione di non avere un appartamento decoroso, e fu consigliato di presentarsi a D. Bosco, il quale facilmente gli avrebbe accordata la chiesta ospitalità.

L'Oratorio più volte all'anno vedeva Vescovi tra le sue mura, accoltivi da D. Bosco con una singolare venerazione: per lui e pe' suoi alunni era sempre una festa di famiglia l'arrivo di un Pastore della Chiesa. Chiunque egli fosse, veniva subito invitato a celebrare la messa della comunità o impartire la benedizione col SS. Sacramento, e si procurava che vi fosse musica in chiesa, e fuori il suono della banda non mancava di ossequiarlo. Il Venerabile stesso lo accompagnava nella visita delle scuole, dei laboratorii, tenendo sempre per rispetto la berretta in mano, come non mancava di baciargli l'anello in presenza de' suoi giovani. Soleva anche nella parlata della sera ricordare alla comunità la fortuna avuta nella giornata.

Mons. Rota adunque, che conosceva l'Oratorio solamente per fama, vi si presentò a notte fatta con una certa ansietà, chiedendo di D. Bosco; e D. Bosco era fuori di Torino. Ma gli venne incontro D. Giovanni Cagliero, il quale, sentito il suo bisogno, senza punto esitare, lo accolse con tanta benevolenza che il buon Vescovo si riebbe come se fosse entrato in casa sua.

Al domani D. Bosco ritornava e, come gli fu detto del nuovo ospite, esclamò: - È un Vescovo; stando egli con noi, avremo pure con noi il Signore: non temiamo. - E si recò subito ad ossequiarlo facendogli mille feste; lo ringraziò dell'onore che gli faceva; e si scusò di non poterlo trattare come si meritava. L'illustre esule lo interruppe, dicendo:

- Ella, Don Bosco, accoglie i poveri e gli abbandonati; chi ora pi√π abbandonato di me? Mi consideri come un povero orfanello; mi basta che mi dia ricovero, come darebbe ad uno di essi!

Quando si seppe per l'Oratorio chi fosse quel Vescovo che si era veduto nel cortile e in chiesa, e per qual motivo vi si sarebbe fermato, fu una festa per tutti. “ È segno che Dio benedice il nostro Oratorio” disse D. Bosco alla sera; e i giovani si separarono gridando sotto le finestre di Monsignore: Evviva il Vescovo di Guastalla!

All'Oratorio non si stava al largo: ma il buono e santo esigliato si contentò di una piccola camera ove dormiva e di un'anticamera ove riceveva e gli si preparava la mensa. Don Bosco volle che per lui si facesse cucina a parte.

Monsignore si affrettò a scrivere una lettera pastorale agli amati suoi diocesani manifestando il suo dolore per essere stato costretto a partire senza poter dar loro un addio ed ora a vivere lontano dai suoi figli; augurava loro la pace vera che si trova solo nella grazia di Dio; esortavali a non dar retta ai maestri d'eresia venuti ad appiattarsi nella sua vigna per devastarla; raccomandava le opere buone e la frequenza de' Sacramenti; e prometteva che avrebbe pregato tutti i giorni nella santa Messa anche per quelli che forse l'odiavano senza saperne il motivo, pronto ad abbracciare tutti col medesimo affetto. La lettera recava la data: In Torino, dall'Oratorio di S. Francesco di Sales, il giorno di S. Gregorio VII (25 maggio), ed aveva anche la firma del Pro-Segretario: Sac. Giovanni Cagliero.

D. Bosco la fece stampare in Casa e la spediva alla Curia di Guastalla.

Monsignore fu per sei mesi l'edificazione di tutti. Prestavasi a confessare chiunque lo richiedesse di questa carità; ma ciò che formò la meraviglia dei giovani fu il vederlo ogni otto giorni recarsi in sacrestia e confessarsi da D. Bosco dopo aver atteso, in ginocchio sul nudo pavimento e in fila cogli alunni, il suo turno. Quando si vide quel venerando Pastore, reso più venerando per le persecuzioni che soffriva con tanta rassegnazione, comparire per la prima volta in sacrestia a questo fine, tutti si levarono pel rispetto a fine di cedergli il posto. Ma egli si allontanò in un angolo, ove stette immobile aspettando che gli altri fossero passati.

Don Bosco leniva non poco il suo dolore, anzi lo consolava, circondandolo di tante attenzioni, che quel buon Vescovo diceva in seguito a D. Rua e ad altri che il tempo più felice della sua vita l'aveva passato all'Oratorio. Quasi ogni giorno D. Bosco invitava o prelati, o distinti ecclesiastici a fargli compagnia a mensa. Per mezzo delle stesse autorità civili e politiche della città,  non solo gli fece togliere i rigori del domicilio coatto, che gli vietavano l'uscita fuori dalla cinta, ma la Prefettura, rendendosi responsabile in faccia al Governo, gli diede ampia licenza di recarsi ove meglio gli piacesse in larghissimo spazio intorno a Torino.

Ed egli ne approfittò per andare a Mondovì, presso il Vescovo Ghilardi che lo ricevette al suono di tutte le campane e lo trattenne alcuni giorni; e nella calda stagione D. Bosco fece sì che l'avesse ospite nella sua villa il Conte Filippo Radicati di Passerano, suo insigne benefattore, Consigliere di

Prefettura, che fungeva da Vice-prefetto. Anche la famiglia dei Conti Appiano di Castelletto, unita da vincoli di parentela e da quelli di viva fede cristiana al Conte Radicati, gareggiava con lui in generosi atti di venerazione verso l'illustre esiliato.

Quanti venivano a conoscerlo restavano edificati della sua virtù, della sua pazienza, della sua rassegnazione e principalmente di quella sua singolare modestia, che univa ad una vasta erudizione e profonda dottrina. Nè stava ozioso; ma nel suo zelo apostolico spendeva il tempo confessando, catechizzando, cresimando e conferendo le sacre ordinazioni nella chiesa dell'Oratorio, quasi fino a far credere che la Divina Provvidenza si fosse servita di chi lo volle condannato all'esiglio per preparargli una solenne giustificazione, anzi un trionfo.

Pochi giorni dopo l'arrivo del Vescovo di Guastalla, Don Bosco aveva ricevuto una consolazione, da lui ambita pi√π di ogni fortuna, quella di leggere i venerati caratteri del Vicario di Ges√π Cristo.

 

PIO PAPA IX

Diletto Figlio, salute ed apostolica benedizione.

 

Con vero piacere abbiamo ricevuta la lettera colla quale ti piacque accompagnare il dono della tua Storia d'Italia, narrata alla gioventù, stampata da cotesta tipografia in Torino insieme col volume delle Iscrizioni del Dott. Vallauri. Sebbene noi non abbiamo potuto, per le molte e gravissime nostre occupazioni, leggere detta Storia, tuttavia il dono ci tornò gradito, e te ne ringraziamo di cuore.

Continua intanto, Diletto figlio, ad istillare con gran cura negli animi dei giovanetti i santissimi precetti della divina nostra religione e formarli alla pietà, all'onestà dei costumi ed alla pratica d'ogni virtù; e non cessare d'innalzare a Dio frequenti preghiere per il trionfo della sua Santa Chiesa, e d'implorare il potentissimo patrocinio della Vergine Maria.

In fine auspice di tutti i celesti carismi e qual pegno della nostra speciale paterna carità, di tutto cuore ti impartiamo, o Diletto figlio, l'Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il 21 maggio 1866, vigesimo dei nostro Pontificato.

PIO PAPA IX.

Al diletto figlio Sac. Giovanni Bosco - Torino.

 

Poco tempo prima il Sommo Pontefice aveva concesse a D. Bosco alcune grazie, richieste colla seguente supplica:

 

 Beatissimo Padre,

 

Il sacerdote Bosco Giovanni prostrato ai piedi di Vostra Santità espone rispettosamente il bisogno di alcuni giovani ricoverati nella Casa dell'Oratorio di S. Francesco di Sales. Dando essi chiari segni di vocazione allo stato ecclesiastico furono avviati agli studi, e presentemente sono pressochè giunti al termine dei corsi stabiliti per chi aspira a questa carriera. Ecco il nome de' giovani ed il favore che loro occorre:

1° Bongiovanni Domenico, insignito del Diaconato, per essere ordinato sacerdote nel prossimo sabato della SS. Trinità abbisogna di ottenere le necessarie dimissorie, essendo la Sede Arcivescovile vacante, e di essere dispensato di tre mesi e dodici giorni sopra l'età dai Sacri Canoni prescritta. -Nacque il 3 settembre 1842.

2° Cibrario Nicolao, diacono, cui occorrono soltanto le dimissorie per essere ammesso all'ordinazione del Sacerdozio.

3° Cerruti Francesco dimanda le dimissorie per essere ammesso alla tonsura, coi quattro minori, quindi a suo tempo agli altri Ordini Maggiori.

Questi sono i favori che colla massima venerazione si dimandano alla patema carità di Vostra Beatitudine.

Che della grazia.

 

 

 

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