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Capitolo 30

Giovanni conduce i compagni alla chiesa ed ai Sacramenti - Le passeggiate nei giorni di vacanza - Sua particolar divozione alla Madonna - Affetto per la famiglia - Morte di Paolo Braja - Giovanni ritorna a Castelnuovo.


Capitolo 30

da Memorie Biografiche

del 11 ottobre 2006

Giovanni, premuroso del proprio profitto spirituale e di quello de' compagni, animavali alla frequenza delle sacre funzioni e dei SS. Sacramenti nei giorni festivi, e colle sue belle maniere riusciva ad attirare alla chiesa eziandio quelli non ascritti alla Società dell'Allegria. Alla domenica poi, compiuti tutti i doveri del buon cristiano, e nei giorni di vacanza, per toglierli dall'ozio e salvarli dalle compagnie meno buone, preparava loro adattati divertimenti e intrattenevali con giuochi di prestigio, dei quali andavano pazzi, e che egli aveva imparati a bello studio per animarli al bene. Per questo egli era venerato da' suoi colleghi come capitano di un piccolo esercito.

Non di rado conduceva i suoi amici a fare passeggiate, preferibilmente fuori di città, ed esse avevan sempre per termine la visita di qualche parrocchia o santuario, ove si entrava per adorare Gesù in Sacramento e salutare l'immagine della SS. Vergine. S'inoltravano fra le belle colline che circondano Chieri, e, passando di paese in paese, talmente prolungavano, con grande piacere, le loro gite, che tornavano a casa, trascorsa da lunga pezza l'ora del pranzo.

Alle volte, sul far dell'alba, si andava pei boschi di Superga a cogliere funghi, ed ivi si passavano le giornate intere. Era un chiamarsi a vicenda dalla cima dei poggi, un rispondersi dal fondo dei burroni: erano grida prolungate, ripetute di gioia, e di quando in quando un cantare spensierato. Chi riempiva di funghi il cappello, chi faceva sacca colle maniche della giubba legandole alle estremità, e chi se ne rimpinzava il seno. Tornavano a casa sull'annottare stanchi, rossi in volto pel lungo correre, sudati ed allegri e con una fame da disgradar quella di un eschimese.

Talora poi si ficcavano in capo di andar fino a Torino per vedere il cavallo di bronzo in piazza S. Carlo, o quello di marmo nella scala del palazzo reale. Partivano da Chieri, come se andassero alla conquista del mondo, con un pezzo di pane in saccoccia; giunti a Torino, con quattro soldi di castagne si provvedevano il companatico. Si portavano sul luogo, davano un'occhiata alla statua, poi visitavano una chiesa e si rimettevano in cammino pel ritorno pienamente soddisfatti. Ci vuol poco per divertire cuori semplici ed innocenti!

In quest'anno per ben due volte fatti straordinari attiravano alla capitale del Piemonte le moltitudini dei paesi circonvicini. Il giorno 1 aprile Mons. Luigi Fransoni, eletto Arcivescovo di Torino con Bolla del 24 febbraio, prendeva possesso della sua nuova sede con pompa solennissima. Più tardi, nel mese di luglio, veniva consegnata al santuario della Consolata la statua in argento fuso della Madonna tenente in braccio il Celeste Bambino, che Re Carlo Felice aveva commessa a distinti orefici, aggiungendo egli ciò che mancava alle oblazioni dei fedeli; e con questa due corone d'oro, omaggio della Regina Vedova Maria Cristina. Quale spettacolo di divozione, quando questa sacra effigie brillò la prima volta ai raggi del sole nella processione annuale, che tutt'ora si può considerare come festa di tutto il Piemonte! E Giovanni non dovette mancarvi: egli stesso ci narrò che troppo eragli caro il santuario di Maria Consolatrice.

Egli non dimenticava mai la gran parola di sua madre, quando avealo condotto alle scuole di Castelnuovo: - Sii divoto della Madonna! - E però in Chieri prediligeva la chiesa di S. Maria della Scala, volgarmente detta il duomo, per l'ampiezza e magnificenza delle tre navate più vasta di tutte le cattedrali del Piemonte, e fiancheggiata da ventidue altari in splendide cappelle. Quivi, sotto quelle alte ed antichissime volte di stile gotico, si avanzava ogni giorno Giovanni, infallantemente mattino e sera, e andava ad inginocchiarsi dinanzi all'icona di Nostra Signora delle Grazie, per porgerle omaggio di affetto figliale e per ottenere tutti i favori necessari a riuscir bene nella missione che Essa stessa aveagli affidato. Finchè fu studente in Chieri, perseverò fedele in questa pia pratica. E non leggiero stimolo a frequentare detta chiesa, anche in altre ore, essergli doveva la cara presenza e il contegno angelico del seminarista Giuseppe Cafasso al servizio dell'altare nelle funzioni solenni e la sua ammirabile carità nell'insegnare il catechismo ai fanciulli.

Al mese di maggio poi, per offrire alla sua Madre Celeste il più caro mazzo di fiori, raccoglieva i giovani più discoli e li menava a confessarsi nella sopraddetta chiesa, offiziata da dieci canonici, fra i quali v'era pure il suo confessore. La sua virtù esercitava sui cuori un ascendente irresistibile. La temperanza nel mangiare e nel bere, la mortificazione dei sensi, specialmente degli occhi era tale, da essere segnato a dito come modello di morigeratezza e di purità. Le madri saggie e religiose di Chieri, come già quelle di Morialdo, di Moncucco e di Castelnuovo, desideravano ardentemente che i figli ne frequentassero la compagnia; e coloro che con lui andavano, crescevano sempre più obbedienti e rispettosi verso i loro parenti.

In mezzo a' suoi studi e alle altre occupazioni, Giovanni non dimenticava la propria famiglia, alla quale ritornava sovente coll'affettuoso pensiero. Verso Antonio, che quest'anno prendeva moglie, non solo non aveva il menomo rancore, ma nudriva una sincera affezione, che sempre conservò per tutto il tempo di sua vita.

Abbiamo detto che spesse volte sognava. Fra le altre, una volta sognò che il fratello Antonio, facendo il pane alla cascina di Madama Damevino, presso casa sua, fosse sorpreso dalla febbre, e che, incontratolo per la strada e interrogatolo, gli aveva risposto: - Mi prese la febbre or ora; non posso più reggermi in piedi; debbo andarmi a riposare. -  

Raccontò al mattino il sogno a' suoi compagni, i quali subito esclamarono: - Sta pure certo che avvenne come tu dici. - E fu vero. La sera giunse a Chieri il fratello Giuseppe, cui tosto domandò Giovanni: - Sta meglio Antonio? - Giuseppe meravigliato rispose: - Lo sai già che è ammalato?

 - Sì; lo so, replicò Giovanni.

 - Credo che sia cosa da poco, aggiunse Giuseppe; lo prese ieri la febbre, mentre stava facendo il pane presso Madama Damevino; ora però sta assai meglio.

Senza dare importanza a questo sogno, noteremo come esso svela i sentimenti pi√π intimi del suo cuore, che lo indussero a beneficare la famiglia del fratellastro, appena ne fu in grado, come attesta D. Michele Rua.

Margherita sovente si recava a Chieri, portando in una cesta pane di frumento e focaccie di meliga, per regalarne il figlio. Qualche volta le teneva dietro Bracco. Il povero cane faceva mille feste al suo padrone; e quando mamma Margherita era in sulle mosse per partire, cercava di nascondersi per rimanere con Giovanni. - Guarda, ripeteva allora mamma Margherita al figlio, guarda quanta fedeltà, quanta obbedienza, quanto amore ed attaccamento ha questo cane al suo padrone. Se noi avessimo solo per metà simile sottomissione e affetto a Dio, come meglio andrebbero le cose del mondo, quanta gloria ne verrebbe al Signore.

Sembrava che quest'anno dovesse scorrere senza pene per Giovanni; ma non fu così. Egli dovette soffrire per la perdita di uno de' suoi più cari compagni, il giovane Paolo Braja. Vero modello di pietà, di rassegnazione, di viva fede, dopo lunga e penosa malattia, ricevuti i SS. Sacramenti, il giorno 10 luglio, il pio giovanetto spirava l'anima sua bella, che andava così a raggiungere l'angelico S. Luigi, di cui si mostrò seguace fedele in tutta la vita. Parecchi maestri e lo stesso professore canonico Clapiè eransi recati a visitarlo mentre era infermo. Tutto il collegio ne provò rincrescimento: tutti i compagni intervennero in corpo alla sua sepoltura; e non pochi per molto tempo solevano andare con Giovanni in giorno di vacanza a fare la santa Comunione, recitare l'Ufficio della Madonna, o la terza parte del Rosario in suffragio dell'anima dell'amico defunto. Fu compianto da tutti quelli che lo conobbero: parenti, amici, precettori, condiscepoli. Uno dei professori all'udirne la dolorosa notizia esclamò piangendo: - Non ho mai pianto la perdita di alcuno e questo caro giovanetto mi strappa le lacrime! - Il padre suo poi nei registri di famiglia lasciò scritte queste parole: “1832 alli 10 luglio è passato agli eterni riposi Paolo Vittorio Braja, d'anni 12, figlio di me Filippo e della fu Caterina Cafasso, che senza dubbio posso con vero fondamento dire volò in Paradiso”.

Intanto l'anno scolastico 1831- 32 volgeva al suo termine e Giovanni se ne ritornava a Castelnuovo. Gli amici suoi di Morialdo, de' quali non erasi mai dimenticato, tenendo sempre con essi relazione e di quando in quando facendo loro nel giovedì qualche visita, saputo che veniva per le ferie autunnali, gli corsero incontro a molta distanza dal paese e quasi in trionfo lo accompagnarono alla casa materna. Questa scena si rinnovò poi ogni anno e sempre con una festa speciale. Tra quei giovani fu pure introdotta la Società dell'Allegria, a cui venivano aggregati coloro che lungo l'anno si erano segnalati nella morale condotta, e dal catalogo della quale all'opposto nell'autunno seguente si scancellavano quelli che si fossero regolati male, specialmente se avessero bestemmiato o fatti cattivi discorsi.

Giovanni, ritornato a casa, sentiva il bisogno di completare gli studi, che forse in qualche parte non erano riusciti così perfettamente come desiderava. Egli non era giovane da lasciar le cose a metà; non si contentava della semplice riuscita, ma anelava a fare un sodo profitto, e di ogni cosa voleva conoscere la ragione. Tre corsi così compiuti in un anno da altri sarebbe stato reputato come un vero successo: per lui invece era motivo di esaminare se forse non fosse corso troppo. Letti i documenti, io non posso sciogliere un dubbio, se cioè gli esami finali della terza classe Giovanni li avesse subiti prima o dopo delle vacanze di quest'anno. Tengo sott'occhio il suo attestato dell'anno 1832 - 33, nel quale leggo con data del 5 novembre 1832 aver Giovanni Bosco preso l'esame ed essere stato promosso in albo studiosorum grammatices. È questa la data dell'esame, oppure semplicemente quella del giorno dell'attestazione?

Comunque sia, Giovanni, che aveva fatto ripetizione agli altri in modo da procurar loro gli onori della scuola, sentiva il bisogno di aver egli stesso ripetizione da maestri che conoscessero bene le materie della terza ginnasiale, risoluto di continuare gli studi nei due mesi e mezzo di vacanze autunnali.    Palesato il suo disegno alla madre ed assicuratosi che avrebbe potuto essere ospitato alla Serra di Buttigliera, si presentò al teologo Giuseppe Vaccarino, parroco di Buttigliera d'Asti, supplicandolo a volerlo assistere nella ragionata traduzione degli autori latini. D. Vaccarino, ancor molto giovane, aveva preso possesso della sua parrocchia solamente il 5 febbraio di quell'anno 1832; e però le fatiche del nuovo campo evangelico, il desiderio di far profitto coll'esperienza degli altri intrattenendosi a lungo coi parroci confinanti, e la necessità di perfezionare i suoi studi, lo decisero a bellamente rifiutare l'opera sua. Più tardi parlando con D. Gamba suo parrocchiano esclamava: - Se allora io avessi potuto prevedere quali erano i fini della divina Provvidenza su quel giovanetto, certamente avrei accettato il grato incarico a costo di qualunque sacrificio, non badando a' miei studi o ad altro, per poter dire: Ebbi la fortuna di essere maestro di D. Bosco!

Giovanni, deluso in questa sua speranza, ritornò alla cascina del Susambrino e solo soletto procurava di sciogliere colla sua intelligenza le difficoltà che presentavangli i libri di testo. Un giorno passando D. Dassano nella valle sottostante, lo vide custodire due vacche al pascolo e col libro di un autore classico latino in mano. Gli era stato detto che Giovanni desiderava aver ripetizione. Fermatosi, lo interrogò sopra i suoi studi, si fece leggere un tratto ad alta voce, stupì della correttezza di pronuncia e del modo sciolto ed assennato, col quale percorreva quella pagina. Senz'altro salì da mamma Margherita e le disse: - Conducetemi il vostro Giovanni in parrocchia e conchiuderemo qualche cosa. -  

All'indomani Margherita s'affrettò a rispondere all'invito del prevosto. Il quale per fare esperimento di Giovanni, gli assegnò alcune pagine di un suo libro da studiare a memoria, dicendogli che ritornasse dopo un dato numero di giorni per recitarle. Giovanni si ritirò, e alcune ore appresso ricomparve nella sala del vicario. Sorpreso D. Dassano, gli chiese qual motivo lo avesse ricondotto; e udito che aveva imparata la lezione, sulle prime non volle credere e lo congedava; ma Giovanni, insistendo rispettosamente, ebbe licenza e recitò con speditezza quelle lunghe pagine, senza restar imbrogliato in un solo periodo. D. Dassano, fuori di sè per la meraviglia, fissatolo per un istante in volto: - Ebbene, gli disse, ti faremo scuola, e se a te piace, mi terrai pulito il cavallo e ne avrai cura. - Il viceparroco, presente allora, soggiunse: - La scuola la farò io: da questo giovane ne spero molto bene! - Quindi Giovanni ogni mattina partiva puntualmente da casa, assisteva alla lezione, che davagli quel buon sacerdote assai istruito nella letteratura latina ed italiana, e compiva l'obbligo che aveva accettato di tener in ordine la stalla. Ed anche qui non sapeva che cosa volesse dire momento d'ozio. Quando il padrone non aveva bisogno di attaccare il cavallo alla vettura, egli gliel conduceva a fare la passeggiata; e allorchè si trovava nelle vie solitarie fuori del paese, spingevalo al galoppo, e correndogli al fianco gli saltava in groppa, e colla sua meravigliosa sveltezza riusciva a stargli in piedi sul dorso, mentre quello continuava la sua corsa. Era questa la sua unica ricreazione. Il rimanente del tempo era dato allo studio, ai trattenimenti festivi, ora al Susambrino ed ora ai Becchi, e alle pratiche di pietà. “Nelle vacanze, esclamava in nostra presenza Filippello, lo si vedeva assiduo alla chiesa di Castelnuovo, nella quale accostavasi con frequenza ai Sacramenti.  

Era stimato e amato da tutti, ed io non posso far di lui tanti elogi quanti si merita”. A Giovanni adunque si possono applicare le parole dei Proverbi: “Una buona riputazione val più che le molte ricchezze: e più dell'argento e dell'oro vale l'essere amato”.

 

 

 

 

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