News 2

Capitolo 29

Alleanza della Prussia e dell'Italia contro l'Austria - Pratiche di D. Bosco per la costruzione della Chiesa: istanza al Ministro dei Culti - Dono per gratitudine ad un capo della Ferrovia - Accettazione di un giovane raccomandato dal Sindaco - Supplica al Re, il quale accetta biglietti di Lotteria - Domanda per una decorazione mauriziana - Don Bosco è sempre attorno per la Lotteria - Suo rimprovero ad un parroco per la chiesa mal tenuta - A Cuneo Predice ad un povero istituto di monache la sua futura prosperità - Tempesta dissipata a Revello - Animo tranquillo ne' contrattempi - Animosità contro il piccolo clero e singolare correzione di uno schernitore - Fioretti e giaculatorie pel mese di maggio proposti agli alunni dell'Oratorio e di Lanzo.


Capitolo 29

da Memorie Biografiche

del 04 dicembre 2006

Abbiamo accennato a voci di guerra. Nel corso di queste Memorie già si dissero le cause delle dissensioni che agitavano l'Alemagna. Le lunghe trattative diplomatiche del ministro Prussiano Ottone Bismarck coll'Austria, ora insidiose, ora insolenti, a nulla avevano approdato. La Dieta di Francoforte riconosceva giuste le ragioni dell'Austria; Bismarck però secondando i disegni de' settarii, intendeva risolutamente di impossessarsi dei due ducati danesi Schleswig e Holstein, escludere l'Impero Austriaco dalla confederazione germanica, ridurre i Sovrani dei piccoli Stati al grado di prefetti prussiani, lasciando loro il titolo e la lista civile. Così si era giunti alla vigilia di una guerra. Prima però di scendere in campo, la Prussia l'8 aprile, auspice il Ministro La Marmora, stringeva alleanza coll'Italia assicurandole il possesso delle Provincie Venete. L'Italia però anelava eziandio ad impadronirsi di Trento col Tirolo Italiano e di Trieste coll'Istria.

L'Imperatore Napoleone che da tempo conosceva ed approvava le mene di Bismarck, che aveagli promesso le Provincie Renane, dichiaravasi neutrale, ma spediva in Italia navi con batterie corazzate, munizioni, vettovaglie, cavalli e altri aiuti d'ogni maniera, e chiedeva al Corpo Legislativo un aumento di 100.000 uomini per gli eserciti di terra e di mare. Napoleone non avrebbe mai permesso che si disfacesse la sua opera in Italia, se all'Austria avesse arriso la vittoria. Varii giornali francesi pubblicarono come egli sperasse in compenso la Sardegna.

Ma la guerra all'Austria, nella mente dei reggitori Italiani e dei capi setta, noti era che un episodio della guerra già dichiarata contro la Chiesa. Nell'aprile si stampava in Firenze un manifesto alla democrazia, che diceva: “ La vera, la immensa questione di Roma non si riduce alla presa di possesso della città. È probabile che il Re in epoca non lontana entri in Roma a rimettere l'ordine tra le barricate dei romani. La vera questione di Roma sta nella caduta del Papato, nel coronamento dell'opera incominciata da Lutero, nell'emancipazione della coscienza, nella glorificazione del libero pensiero, nell'inaugurazione della scienza sugli altari del Dio Cattolico ”. Nello stesso tempo il principe Gerolamo Napoleone andava ripetendo: “ L'Austria è l'appoggio il più potente dei Cattolicismo nel mondo e l'ultimo suo baluardo. È d'uopo abbatterlo, cancellarne le vestigia. La Prussia è ordinata a schiacciarlo a Vienna, come l'Italia a Roma ”.

Da ogni male, pur lamentandone le disastrose conseguenze, D. Bosco traeva argomento della necessità di moltiplicare il bene coll'aiuto di Maria SS.ma; e ne dava l'esempio.

Mentre si adoperava per l'esenzione del servizio militare ai suoi chierici, pensando alle maggiori strettezze finanziarie nelle quali lo avrebbero ridotto il ristagno degli affari, la crescente miseria nel popolo che bisognava soccorrere, e gli altri incagli che avrebbe incontrati nell'erezione della sua chiesa, scriveva una lettera al Conte Cibrario, ed inviava una supplica identica al De Falco, Ministro di Grazia, Giustizia e Culti. Questi non gli diede risposta, e D. Bosco ripeteva una eguale domanda nel 1868.

 

Eccellenza,

 

Da molto tempo era grandemente sentito il bisogno di una chiesa fra la numerosa popolazione di Valdocco, regione di questa città.

Oltre a trenta mila abitanti, una moltitudine di ragazzi raccolti da vari lati della città, lamentano tale edifizio per soddisfare ai religiosi doveri.

Mosso da questo bisogno ho divisato di tentare questa impresa in un luogo appositamente comprato, a poca distanza dal piccolo attuale Oratorio di S. Francesco di Sales.

Ma poichè la deficienza dei mezzi opponevasi al cominciamento dei lavori, l'Eccellenza Vostra, per mezzo dell'Economo Generale, conosciuta la gravità del caso, mi incoraggiava colla promessa di franchi quindici mila, siccome era già stato bilanciato per altre chiese di Torino.

Nel timore per altro che l'opera si cominciasse e non si potesse di poi condurre a termine, venivano solamente stanziati sei mila franchi da pagarsi tre mila quando l'edifizio sorgesse fuori di terra, tre mila quando giungesse all'altezza del coperchio.

Era però fatta promessa verbale che mi sarebbero aggiunti gli altri nove mila franchi qualora, eseguiti i lavori prenotati, vi fosse fondata speranza di divenire al compimento dell'Edifizio.

Ora questi lavori vennero appunto terminati; le mura, i cornicioni, il coperchio, i grandi archi interni sono compiuti. Ma adesso eziandio si fa vieppiù sentire la scarsezza del danaro, sia pel frequente ricorso fatto alle persone caritatevoli, sia pel trasferimento della Capitale, laonde si avrebbero gravi difficoltà a continuare l'incominciata impresa, se l'E. V. non mi viene in aiuto.

La supplico pertanto a voler prendere in benigna considerazione migliaia di giovanetti ed una moltitudine di cittadini che sospirano il novello edifizio, ed accordare quel caritatevole sussidio che era stato verbalmente promesso.

Tutti i Torinesi, ma specialmente gli abitanti di Valdocco, si uniscono con me per assicurare l'E. V. della pi√π sentita gratitudine e della pi√π durevole riconoscenza e mentre unanimi auguriamo ogni benedizione celeste sopra di Lei, sopra l'Augusta Persona del nostro Sovrano, reputo al massimo onore di potermi professare,

Della E. V.

Torino, 16 aprile 1866,

Obbl.mo ricorrente

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

Contemporaneamente faceva accelerare la spedizione de' materiali da costruzione, prima che divenisse irregolare o fosse sospeso il corso dei treni merci; e in pegno di gratitudine a persona addetta alle Ferrovie che gli aveva prestato benevolo appoggio offriva una copia della sua Storia d'Italia, in legatura elegante, che riuscì, come appare da una lettera che abbiamo fra i documenti, molto gradita.

Nè cessava di prodigare le cure più sollecite alla Lotteria. Di questa, come dell'Oratorio, erasi dimostrato sincero protettore il Sindaco di Torino, il quale non avrebbe permesso che l'opera santa fosse inceppata in qualche modo. E D. Bosco lo contraccambiava coll'accogliere gratuitamente nel suo ospizio que' poverelli, che gli venivano da lui raccomandati (i).

Il 16 aprile indirizzava al Re una supplica pregandolo di accettare altri 400 biglietti della Lotteria, e dal Ministero della R. Casa riceveva la seguente lusinghiera risposta con foglio della Divisione Prima, portante il numero di protocollo 622.

 

Firenze, addì 13 maggio 1866.

 

Il particolare interesse che S. M. il Re si degna di prendere per le istituzioni dirette alla educazione della gioventù e di cui la S. V. M. R. ebbe di già a ricevere non dubbie prove, mi animò a rappresentare alla M. S. le circostanze da lei esposte nella pregiata lettera delli 16 scorso aprile, colla quale offre l'acquisto di nuovi biglietti della Lotteria istituita a vantaggio degli Oratorii di S. Francesco in Valdocco.

Mi pregio quindi parteciparle che non ostante i molti oneri che gravitano sul bilancio della Casa di S. M., degnavasi tuttavia la M. S. di autorizzare l'accettazione di altri 400 biglietti della Lotteria suddetta ammontanti alla somma di lire duecento, le quali Ella potrà esigere sul principio del seguente mese alla Tesoreria dell'Intendenza Generale della R. Casa in Torino. Accolga intanto, M. R. Signore, l'attestato di mia distinta considerazione.

 

Il Reggente il Ministero

REBAUDENGO.

 

Inoltre per compensare con una distinzione onorifica l'offerta di 3000 lire fatta all'Oratorio dal sig. Claudio Gambone, D. Bosco inviava al Conte Cibrario un'istanza, per ottenere un'onorificenza al generoso benefattore. La riportiamo volentieri, perchè dà un'idea della compitezza del Servo di Dio.

 

Eccellenza,

 

Prego rispettosamente l'Eccellenza vostra a degnarsi di leggere con bontà quanto quivi espongo intorno ai titoli di benemerenza del Sig. Gambone Claudio:

1° Esso è da trentasei anni ceraio della Real Corte e delle LL. AA. il Duca di Genova e il Principe di Savoia-Carignano. Nell'arte sua fu sempre tenuto fra i migliori artisti. In tutte le pubbliche esposizioni fu sempre encomiato e fregiato della medaglia d'onore. Nella Esposizione di Firenze riportò il primo premio.

2° Nella trista occasione del colèra in Cuneo nel 1835 e quando lo stesso morbo affliggeva la città di Torino nel 1855, egli veniva eletto visitator aggregato dai rispettivi municipii e ne ottenne lettere di ringraziamento e di lode per lo zelo e la sollecitudine con cui si adoperò in quei calamitosi momenti, come risulta dalla relazione pubblicata nel giornale ufficiale, allora Gazzetta Piemontese. È proprietario di due fabbriche di cera, una in Pinerolo, l'altra in Torino, tesoriere della compagnia della Consorzia di S. Giovanni, membro del Consiglio della Santa Sindone.

3° Si è sempre adoperato a beneficio dei poveri, sia col soccorrerli a domicilio, sia raccomandando ed anche collocando a sue spese fanciulle e fanciulli abbandonati in pii stabilimenti. Ha già fatte molte beneficenze alla casa detta Oratorio di S. Francesco di Sales, dove son raccolti ottocento poveri ragazzi, e presentemente avendo saputo come questa casa versi in grave bisogno fa un'offerta di tre mila franchi.

4° Egli ha tredici documenti autentici che commendano l'attaccamento di questo generoso cittadino verso S. S. R. M. il nostro Sovrano.

In vista di tutti questi titoli di pubblica benemerenza fo' umile preghiera all'E. V. a voler dare al medesimo un segno di soddisfazione concedendogli la Croce Mauriziana, come ornamento di Lui e della sua onorata famiglia.

E' vero che la somma presentemente offerta è inferiore a quanto si deve largire in simili occasioni, ma io prego l'E. V. a voler tener conto dei titoli precedenti che mi sembrano di gran lunga più degni di benevola considerazione.

Quanto si è sopra esposto è tutto appoggiato sopra documenti che si possono produrre a semplice di Lei richiesta.

Io ed i miei poveri giovanetti nutriamo piena fiducia di ottenere il favore, cioè che l'E. V. voglia prendere in benigna considerazione il sovra esposto e concedere al benemerito oblatore la implorata decorazione e così ai benefizi già fatti a questa casa aggiungere questo per cui fo rispettosa preghiera.

Le celesti benedizioni scendano copiose sopra di Lei e sopra tutti quelli che prestano l'opera loro a benefizio della povera giovent√π, mentre colla pi√π sentita gratitudine ho l'alto onore di potermi professare della E. V.

Torino, 29 maggio 1866,

Obbl.mo e Umil.mo ricorrente

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

Gli affari poi della Lotteria e il desiderio di accontentare qualche parroco che lo richiedeva per la predicazione, frequentemente lo costringevano a recarsi in paesi delle vicine Provincie, per la qual cosa le sue assenze dall'Oratorio dovevano essere in questi mesi molto frequenti. Gli stessi pi√π intimi amici, temendo di non trovarlo a casa, gli chiedevano udienza per lettera. Alla signora Azelia, figlia del Marchese Fassati, egli rispondeva:

 

Ill.ma Signora Azelia,

 

Domenica dalle 12 a notte io sono in casa e mi fa molto piacere la visita della Signora Contessa Marne e di qualunque altra persona che seco conduca.

Buona notte a Lei, a Papà, a Mamma. Dio li colmi tutti delle sue benedizioni.

Preghi per me e per questi miei birichini e mi creda nel Signore,

Di V. S. Ill.ma,

Torino, 18 aprite 1866,

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

Un'altra lettera, diretta all'ill.ma signora Contessa Bosco-Riccardi, la quale con altre dame riparava il vestiario dei giovani dell'Oratorio, ci fa capire come nel mese di maggio le occupazioni talvolta impedissero a D. Bosco fin anche di recarsi a far visita ai suoi amici e benefattori.

 

Benemerita Signora Contessa,

 

Non posso andare a far visita a V. S. B. come desidero, ma ci vado colla persona di Gesù Cristo nascosto sotto a questi cenci che a Lei raccomando perchè nella sua carità li voglia rappezzare. - È roba grama nel tempo, ma spero che per Lei sarà un tesoro per l'eternità.

Dio benedica Lei, le sue fatiche e tutta la sua famiglia, mentre ho l'onore di potermi con pienezza di stima professare,

Di V. S. B.

Torino, 16 maggio 1866,

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

Egli adunque moltiplicava se stesso e continuava le escursioni, santificate dal suo zelo per la gloria di Dio e benedette da Maria SS. Ausiliatrice.

Narrava D. Francesco Dalmazzo:

“ L'affetto di Don Bosco per le cose di religione e il suo zelo per il decoro della casa di Dio, si mostrò chiaramente in una circostanza in cui l'accompagnai a fare visita ad un parroco

in un paese nei pressi di Torino. Dopo aver visitato la casa parrocchiale essendo andati a visitare la chiesa e vedutala diruta e deforme, e tenuta con una negligenza straordinaria, rimproverò francamente il parroco di tanta trascuranza in ciò che riguardava il divin culto ed aggiunse: - La sua canonica è molto ben tenuta e convenientemente addobbata, mentre la casa del Signore è tanto mal tenuta! Perchè non pensa di provvedere il paese di un'altra chiesa?

”Non so, se in conseguenza di queste parole, o mosso da altre ragioni, ma ad onore del vero, posso asserire che questo parroco vi provvide con un lascito in morte ”.

Le Suore della Carità avevano aperta una casa a Cuneo per raccogliervi ed educare alle faccende domestiche le bambine povere ed abbandonate. Suor Arcangela Volontà ed un'altra suora furono incaricate dell'opera; ma arrivate a Cuneo si trovarono negli impicci, poichè lo stabile non avea nemmen l'idea della forma necessaria, i muri facevan molto dubitare della loro solidità e due sacconi con qualche seggiola formavano tutta la loro mobilia. Due bambine intanto avean preso alloggio in questo palazzo, e non si vedea nemmeno l'ombra di qualche cespite d'entrata. L'istituto era in tali condizioni, quando D. Bosco trovandosi a Cuneo, invitato dal Padre Ciravegna, Gesuita, andò a visitarlo.

Il Venerabile a prima vista riconobbe in quella povertà straordinaria i principii di un'opera che Dio benediceva, e disse alle buone suore: - Io vedo che il superfluo non le imbroglia: non possono, è vero, andare avanti di questo passo, ma stiano tranquille che il Signore le benedirà, facendo prosperare tutte le loro opere; ed a suo tempo darà loro uno stabile vasto e comodo, dove potranno fare gran bene. Quindi uscendo le benedì. Da questa benedizione del santo uomo scorsero ventiquattro anni, e suor Arcangela andava a ringraziarlo a Valsalice dove riposano le sue spoglie mortali, della benedizione data alla loro casa.

Questa non si riconosceva pi√π: vi alloggiavano dieci suore e cento bambine, tutte provvedute da quella Divina Provvidenza, che Don Bosco promise favorevole al caritatevole istituto.

In quest'anno ei fu anche a Revello di Saluzzo col Prevosto D. Francesco Geuna Can. e Vicario For., quand'a un tratto si addensò un terribile temporale. Il vento era furioso: incominciava la grandine, e molta gente correva in chiesa per scongiurare la perdita imminente dei raccolti. Il Prevosto corre egli pure a prendere cotta e stola per Don Bosco, il quale, vedendo l'urgenza del pericolo invita il popolo ad invocare Maria Ausiliatrice ed intona: Maria, Auxilium Christianorum, ora pro nobis. Il popolo risponde: ora pro nobis e stava per incominciare la recita di altre preghiere; ma egli ne lo impedisce facendo replicare tre volte la giaculatoria: Maria, Auxilium Christianorum, ora pro nobis. Alla terza volta cessa all'improvviso lo stravento e ricompare il sole. Il parroco e tutta quella gente rimasero fuori di sè dalla gioia per una grazia così manifesta.

D. Bosco non temeva gli incommodi del viaggiare, neppur quello di non giungere in tempo alla partenza del treno, il che avveniva più volte, perchè e nell'andare e nel venire incontrava sempre persone che lo fermavano; ed egli era sempre tutto a tutti. Noi stessi fummo testimoni del fatto seguente.

Una mattina disse ad un confratello di accompagnarlo alla stazione di Porta Nuova; la S. Messa aveva stabilito di celebrarla nel paese al quale era diretto. Ma appena uscito di camera ecco un chierico che aveva bisogno di dirgli due parole all'orecchio. D. Bosco si ferma e lo ascolta. Per la scala ne incontra un altro, il quale desidera parlargli, e D. Bosco si ferma e lo ascolta. In fondo alla scala un terzo lo attendeva e con tutta tranquillità s'intrattiene con lui. Sotto il portico varii preti e chierici lo circondano ed a ciascuno dà soddisfazione. Finalmente s'incammina verso la porta, ma un giovanetto gli corre dietro chiamandolo. D. Bosco si arresta, si volta e risponde alle sue domande. Per avere la sua calma ci voleva una pazienza di Giobbe. Quando giunse alla stazione il treno era partito; ed egli non si scompose affatto; con tutta tranquillità si recò a celebrar messa nella chiesa di S. Carlo e, ritornato alla stazione, partiva col secondo treno.

Era la stessa inalterabile tranquillità sempre unita ad una prudente fermezza, colla quale governava l'Oratorio in certi momenti un po' critici per la irrequieta spensieratezza di qualche giovane.

Nemico risoluto del rispetto umano, non poteva sopportare in casa giovani, i quali fossero causa di questa mala zizzania in mezzo ai compagni. Nell'Oratorio fioriva il piccolo Clero e D. Bongiovanni ne era il Direttore. Avvenne nel 1866 che molti fra gli alunni per varie cause prendessero in uggia coloro che aveano dato il nome a questa Compagnia e non lasciassero sfuggire la menoma occasione per criticarli. L'epiteto più ingiurioso che credevano poter dar loro era quello di Bongioannista. La cosa andò avanti per qualche mese, e il Servo di Dio vedendo che quei del piccolo Clero si lasciavano intimorire, si raffreddavano nella pietà, e alcuni pensavano di abbandonare la Compagnia, dopo aver ammonito in privato vari dei mormoratori, parlò qualche sera con molto calore facendo capire che avrebbe sostenuto il piccolo Clero a qualunque costo. Non calmandosi ancora quell'effervescenza, dopo essersi lamentato dell'inefficacia delle sue parole, annunziò finalmente che chiunque avesse ancora pronunziato il titolo di Bongioannista per sfregio dei compagni o in qualunque modo avesse burlato quei del piccolo Clero, sarebbe stato allontanato immediatamente dall'Oratorio.

Ma gli spensierati erano così inviperiti che, abusando della bontà di D. Bosco, non lasciarono il malvezzo e quindi alcuni, anche per altri demeriti, furono mandati alle loro case. Di costoro rimaneva ancora nell'Oratorio un giovanetto, di grande ingegno, di studio assiduo e di una condotta nel resto veramente buona; che aveva contro il piccolo Clero una amarezza inqualificabile. Egli pure, all'avviso di D. Bosco, invece di mutar sistema si era inviperito, e di frequente andava ripetendo quel termine ingiurioso, aggiungendo spesse volte: -Piuttosto che appartenere al piccolo Clero preferisco di esser scacciato, preferisco la morte! - E masticava la parola spia contro chi credeva fosse causa dell'espulsione dei suoi amici.

Rincresceva al Venerabile involgere costui nella sentenza degli altri, perciò, dissimulando, come se ignorasse perfettamente la sua insolenza, aspettò la palla al balzo. Il momento non tardò. Il giovane portava un grande affetto a D. Bosco, e credeva che quelli del partito del piccolo Clero si fossero appoggiati al Superiore solamente per sostenere la loro causa; quando un bel giorno si presentò in camera di D. Bosco cogli occhi lagrimosi e con una lettera dei suoi parenti. Egli era persuaso, che Don Bosco nulla sapesse del partito che aveva sposato contro il piccolo Clero. Il Venerabile lo accolse amorevolmente e gli chiese che cosa domandasse:

- Sono venuto a pregarla di un piacere.

- E che cosa vuoi?

- I miei parenti mi hanno scritto questa lettera.

- E stanno bene i tuoi parenti?

- Sissignore, di sanità; ma mi dicono che gli affari di famiglia vanno male e sono loro accadute molte disgrazie.

- Questo mi rincresce!

- Non possono più pagare 18 lire al mese di pensione; perciò mi dicono di raccomandarmi a lei perchè mi usi la carità di ridurre a 10 lire mensili la pensione, altrimenti sono costretti a richiamarmi a casa.

- E che difficoltà hai di andare a casa?

- Ah! D. Bosco! Io andare a casa? Io che sono già avanti negli studii e che speravo di farmi prete, veder troncate in un momento tutte le mie speranze?

- Che cosa ci vuoi fare? A casa potrai trovare qualche altro modo per guadagnarti il pane.

- E i compagni del paese che cosa direbbero nel vedermi ritornare? Quale disonore! I miei parenti non possono mandarmi a scuola; mi toccherà lavorare la terra; - e piangeva.

- Ma, caro figlio, che cosa vuoi che ci faccia? Son carico di spese e di debiti; abbi pazienza; vedremo l'anno venturo.

- Ah D. Bosco! non mi abbandoni, mi usi questa carità, mi tenga ancora, contenti i miei parenti che ora sono in tanta afflizione.

- Capisci che se io ribasso a te la pensione è tanto pane di meno che posso dare ad altri poveretti...

Il giovane era oppresso dal dolore e D. Bosco continuò:

- Tuttavia per te io non mi rifiuterò, ma ad una condizione... Dimmi: sei buono?

- Farò tutto quel che potrò per esserlo e per contentarla.

- Ebbene io lo credo; ma ho bisogno che ti scelga uno che sia responsabile di te, che possa vigilare continuamente sulla tua condotta, che mi possa dire che tu meriti davvero quel favore che mi chiedi...

- Sissignore, ci sto a questa condizione, vedrà.

- E che tu seguiti i consigli di colui che sceglieremo a tuo amico e custode.

- Sissignore, lo obbedirò. Mi dica lei chi vuole.

- Conosci qui in casa un certo D. Bongiovanni?

- Sissignore, rispose il povero giovane con voce leggermente turbata.

- Orbene, va' da lui, digli ciò che io ho detto a te. Affidati pienamente a lui e sarai contento. Intanto ti prometto che se D. Bongiovanni mi darà buone notizie, non solo ribasserò la pensione a 10 e anche a 5 lire mensili, ma se i tuoi parenti più non potessero pagar nulla, io sono pronto a tenerti gratuitamente.

Il giovanetto baciò la mano a D. Bosco, ritirossi colla testa bassa, e andò in cerca di D. Bongiovanni, che D. Bosco aveva prevenuto dandogli istruzioni in proposito.

Alla domenica seguente era festa solenne e il piccolo Clero precedendo i ministri sfilava all'altare. Ed ecco con gran meraviglia di tutti gli alunni che attentamente osservavano, cogli occhi bassi e rosso in viso, vestito di talare e cotta, avanzarsi fra gli altri chierichetti anche quel tale! Fu vergogna però di un sol giorno, perchè d'allora in poi continuò a far bene e a farlo con franchezza. Così D. Bosco aveva ottenuto che il fatto smentisse quella protesta: - Piuttosto scacciato che appartenere al piccolo Clero!

Il 30 aprile D. Giuseppe Persi dava principio alla predicazione degli esercizii spirituali nell'Oratorio e D. Bosco scriveva i fioretti che giorno per giorno gli alunni avrebbero offerto a Maria SS. nel mese a Lei consacrato.

 

FIORETTI PEL MAGGIO 1866.

 

1) Passando dinanzi al SS. Sacramento fare una divota e rispettosa genuflessione dicendo col cuore: - Sia lodato G. C. - Giaculatoria: Maria, a voi consacro il mio cuore.

2) Fare una fervorosa preghiera alla Madonna, perchè faccia sì che nessuno dei nostri compagni nel corso di questo mese cada in peccato mortale. - G.: Refugio dei peccatori, pregate per noi.

3) Ciascuno preghi qualche buon compagno od altra persona capace, affinchè gli suggerisca che cosa deve fare per dar maggior gusto a Maria; e poi lo faccia. - G.: Vergine Maria, fatemi grazia di avanzar sempre nella virtù.

4) Fare una protesta di voler essere sempre divoti della Madonna; procurare di portare la sua medaglia al collo e baciarla con divozione ogni sera prima di coricarsi. - G.: V. M., accettatemi sotto il vostro manto e difendetemi da ogni male.

5) Attenzione e diligenza massima nel recitare le orazioni del cristiano; ed in specie quelle che si dicono prima e dopo il cibo, la scuola, lo studio. - G.: Vergine Maria, fate che io vi ami sempre pi√π.

6) Per amor di Maria sopportare con pazienza quei difetti che scorgiamo nel nostro prossimo i quali non si possono facilmente correggere. - G.: V. M., accendete nel mio cuore il fuoco della carità.

7) Offerire a Maria tutte le divozioni da voi praticate in questo mese e domandarle perdono delle trascuranze usate. - G.: Vergine Maria, fate che io vi sia sempre devoto.

8) Impiegar bene il tempo; procurare cioè di non passare un sol minuto in ozio, ma tutto impiegarlo a gloria di Dio. - G.: Vergine Maria, fatemi guadagnare il Paradiso.

9) Fare una qualche mortificazione o corporale o spirituale in onor di Maria. - G.: Vergine Maria, datemi un cuore puro e mondo.

10) Correggere dolcemente qualche compagno che conoscete aver egli qualche difetto sia nel parlare, sia nel modo di agire. - G.: O Vergine Santa, aiutatemi a custodire la mia lingua.

11) Alla mattina, alzandovi, date il primo pensiero a Maria, proponendovi di fare lungo il giorno qualche opera buona in onore di Lei. - G.: Oh quanto sarei felice, se mi portassi bene con Maria.

12) Fare una breve orazione alla SS. Vergine affinchè ci aiuti a fare un fermo proponimento di voler coltivare la virtù della modestia. - G.: Vergine Maria, innamoratemi delle vostre virtù.

13) Fare l'esame diligente di coscienza e prepararsi a fare una confessione come se fosse l'ultima della vita. - G.: O Maria, liberatemi sempre dal peccato.

14) Esatta ubbidienza ai Superiori, ma specialmente al confessore per le cose di spirito, ed al maestro per le cose di scuola. - G.: Vergine Maria, Sede della sapienza, pregate per noi.

15) Mortificare la lingua; astenersi dal dir parola che possa offendere la carità, la moralità ed il buon costume. - G.: O Vergine Maria, fate puro il corpo e santa l'anima mia.

16) Osservare rigoroso silenzio mattino e sera nelle camerate e per quanto è possibile non alzare la voce mentre dal parlatorio si va in camerata dopo le orazioni. - G.: V. M., fate che mi serva della lingua per dar gloria a Dio.

17) Ogni qualvolta reciterete o sentirete recitare il Gloria Patri chinate il capo in segno di venerazione alla SS. Trinità. - G.: V. M., tempio della SS. Trinità, pregate per noi.

18) Osservate tra i vostri scritti, tra le vostre immagini, fra i vostri libri se si trovasse qualche cosa di poco decente e ad onore di Maria gettatela sul fuoco ad ardere. -G.: O Maria, porta del Cielo, pregate per noi.

19) Pensare seriamente a quei doveri del proprio stato ai quali si manca pi√π spesso, implorare l'aiuto divino e promettere a Maria di emendarsene. - G.: Vergine Maria, fate che io serva perfettamente Iddio.

2o) Fare una protesta dinanzi all'altare di Maria di emendarsi a qualunque costo di quel difetto che ciascuno internamente conosce. - G.: Vergine Maria, aiutatemi a conoscere me stesso.

21) Ogni volta che si entra in chiesa prendere l'acqua benedetta e segnarsi con fede e divozione. - G.: Vergine Maria, fate che io non sia mai indifferente negli atti di religione.

22) Per amor di Maria astenersi assolutamente dal mettersi l'un l'altro le mani addosso nemanco per burla. - G.: Vergine Maria, fate che io acquisti grazia e prudenza nel conversare coi miei compagni.

23) Ciascuno inviti un compagno a far seco lui una visita al SS. Sacramento ed a Maria. - G.: Vergine Maria, aiutatemi a farmi santo.

24) Dare un buon consiglio a qualche nostro compagno e chi lo riceve procuri di metterlo in pratica per amor di Maria. - G.: Vergine Maria, impetratemi il dono della pietà.

25) Massima diligenza nel far bene tutti quei lavori che il dovere ci obbliga di fare. - G.: Vergine Maria, aiutatemi a compier bene i miei doveri.

26) Somma prudenza e gelosissima modestia nello spogliarsi e nell'andare a letto alla sera, nell'alzarsi e nel vestirsi al mattino. G.: Vergine Maria, madre della santa purità, pregate per noi.

27) Non commettere la menoma mancanza contro le regole del collegio, specialmente quelle che riguardano le camerate. - G.: Vergine Maria, impetratemi la virt√π dell'obbedienza.

28) Massima attenzione nell'ascoltare il Santo Sacrificio della Messa e fare una breve preghiera per colui fra i nostri compagni il quale ama poco Maria. -G.: Vergine Maria, fatemi grazia di acquistare la virtù dell'umiltà.

29) Ciascuno si faccia dire da chi maggiormente è conosciuto di qual difetto specialmente deve correggersi per dar più buon esempio. - G.: V. M., fate che io possa conoscere me stesso.

Anche ai giovani del Collegio di Lanzo scriveva alcuni fioretti e giaculatorie colle quali onorassero la Celeste Madre in questo mese a Lei consecrato.

 

 

A MARIA

 

i suoi figli del Collegio di Lanzo in maggio 1866.

Ascoltare con più divozione la S. Messa, recitando con più attenzione le orazioni che si dicono tutti insieme, e tenere per quanto si può gli occhi rivolti al sacro altare. - Giaculatoria: V. M., fate che io possa custodire bene i sentimenti del mio corpo.

Massima attenzione alle parole che il Direttore dice ogni sera dopo le orazioni con fermo proponimento di metterne in pratica gli avvisi. - G.: V. M., fate che la parola di Dio faccia in me i suoi effetti.

Per amore di Maria far tutto quanto si può per andar subito dove c'inviterà il suono del campanello. - G.: V. M., fate che io possa acquistare la virtù dell'obbedienza.

Al segno della levata non ascoltar la pigrizia, ma alzarsi subito e mentre dallo studio si va in chiesa per quanto si può non fermarsi fuori con compagni. - G.: V. M. fate che io sia docile alle divine ispirazioni.

Pregare la SS. Vergine affinchè ci aiuti a fare un proponimento fermo di voler coltivare la virtù della modestia. - G.: Vergine Maria, fate che io cresca sempre in virtù.

Pensare a quei doveri del proprio stato contro i quali si manca pi√π spesso, ricorrere al divino aiuto e promettere alla Vergine Maria di emendarsene. - G.: Vergine Maria, fate che io serva fedelmente Ges√π.

Domandar scusa e perdono a chi possiamo aver offeso, mostrar doppio amore con far qualche benefizio a coloro verso i quali ci sentiamo un po' avversi. - G. Vergine Maria, fate che io sia sempre in pace con tutti.

Per amore di Maria santificare la ricreazione, giuocando per quanto si può in comune, e invitando cortesemente all'allegria chi, per qualsiasi causa, fosse sconsolato o inclinasse a star solo. - G.: Vergine Maria, fate che io non disgusti mai il vostro figlio Gesù.

Mucha Suerte Versione app: f1cd754