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Capitolo 27

Articolo di Goffredo Casalis - Sintomi di malcontento negli Oratorii - Insolenza perdonata - Irragionevole pretesa Lettera del Teol. Borel a D. Ponte - Risposta - La festa dell'Immacolata - Il primo decennio.


Capitolo 27

da Memorie Biografiche

del 27 novembre 2006

Goffredo Casalis, nel suo Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale, scriveva un articolo intitolato: Istituti di beneficenza, nel Volume XXI stampato nel 1851. Dopo aver narrato con molti elogi la fondazione dei tre Oratori festivi di Don Bosco in Torino, concludeva:

“I vantaggi che ricavano i giovani che frequentano questi Oratorii sono il dirozzamento dei costumi, e la coltura dell'intelletto e del cuore, così che in poco tempo acquistano un trattare affettuoso e civile, e divengono affezionati al lavoro, buoni cristiani ed ottimi cittadini. Questi frutti, che ricavansi copiosi, varranno al certo a muovere il Governo a prendere in considerazione un'opera che riesce di giovamento grandissimo alla classe più povera del popolo, usufruttuando lo zelo che anima i molti sacerdoti dedicatisi a questo genere di beneficenza, con cui si possono togliere dall'ozio, e rendere utili alla patria ed alla società motti giovani, i quali senza le cure che loro si prodigano, farebbero senza dubbio la mala fine. Non vogliamo qui tacere che il benemerito Teologo Carpano ha concepito l'idea di aprire uno stabilimento per ricoverare coloro fra gli operai che, usciti di fresco da qualche Ospedale, non trovano tosto lavoro, o sono ancora incapaci di esso per la non ancor ferma salute, e non tarderà a mettere in esecuzione il suo felice concepimento se non gli mancheranno quegli appoggi in cui fermamente confida.

”Qualcuno forse dirà esser noi troppo minuti nel parlare di questi Istituti; ma formerannosi ben altro giudizio coloro che sanno come la pubblica riconoscenza, essendo l'unico premio che ricevono delle loro continue e gravi fatiche i benemeriti personaggi, che spendono la loro vita a pro di questi giovani, sarebbe ingiusto il negar loro questo tributo di gratitudine a cui hanno un ben meritato diritto”.

Il Teol. Carpano si era adunque ritirato, e con suo grande rincrescimento abbandonava quell'opera che egli aveva veduta nascere, ed ampliarsi eziandio per la sua cooperazione. All'Oratorio di S. Luigi era nel 1851 ancor preposto Don Pietro Ponte, coadiuvato dall'Ab. Carlo Morozzo, dal Sac. Ignazio Demonte, dall'Avv. Bellingeri, dal Teol. Rossi e dall'Avv. D. Berardi. Ma D. Ponte, ottimo ecclesiastico, era però uomo molto facile a ricevere impressioni, e si lasciava raggirare da alcuni catechisti, malcontenti dei modi usati da Don Bosco nel regolare l'andamento degli Oratorii di Vanchiglia e di Porta Nuova. Costoro attribuivano le opere del suo zelo a spirito di ambizione, a voglia di dominare, “benchè a me, affermava il Teol. Murialdo Leonardo, non risultasse mai che tale fosse la sua intenzione, dovendo anzi ammirare il felice e benefico svolgimento della sua opera”.

Ma questa prosperità doveva attribuirsi all'unità di comando che D. Bosco voleva rispettata, mentre i sussurroni avrebbero voluto scinderla. Purtroppo che, generalmente parlando, gli uomini non stimano che quello che essi stessi credono di poter fare, e non vedono di buon occhio che vi sia chi vada innanzi assai a tutti gli altri in questo o quel genere di cose, in specie se quegli è loro eguale. Si crederebbero umiliati se l'ammirassero. L'invidia, camuffata da zelo, è definita dal Tommaseo: “Ammirazione repressa da odio e da tristezza”.

E’ perciò che poco benignamente si interpretavano gli ordini, benchè riguardosi, che dava D. Bosco, e le mormorazioni continuate e maligne si diffondevano, benchè in centri ristretti, da un Oratorio all'altro. La passione accecava gli animi. Si manifestavano sintomi di insofferenza nell'obbedire. D. Bosco soffriva e taceva per non spingere le cose agli estremi; ma anche il silenzio gli era imputato a colpa. Tuttavia era pronto ad agire venuto il momento, poichè incominciava a spuntar la zizzania.

A D. Bonetti scrisse Giuseppe Brosio:

“Una domenica dopo le funzioni del pomeriggio non vedendo D. Bosco nel cortile e non sapendo il motivo della sua insolita assenza, andai a cercarlo in tutti gli angoli della casa. Finalmente l'ho trovato in una camera, contristato e quasi piangente. Vedendolo così abbattuto, lo pregai insistendo che mi dicesse il motivo di quella melanconia. Don Bosco, che nulla mi aveva mai negato, cedendo alle mie replicate istanze, mi narrò che un giovane (e mi disse il nome) lo aveva oltraggiato in modo da recargli grave dispiacere. - Ma riguardo a me, soggiunse, non me ne importa; ciò che mi duole è il trovarsi quel malcauto sulla via della perdizione.

”Queste parole mi ferirono gravemente il cuore e mi avviai subito per chiedere ragione, e aspramente, a quel giovane, e fargli ingollare le sue insolenze. Ma D. Bosco, che si avvide della mia alterazione, mi fermò e fattosi tutto ridente mi disse: - Tu vuoi punire l'offensore di D. Bosco ed hai ragione; ma la vendetta la faremo insieme; sei contento?

- Sì, gli risposi; ma lo sdegno in quell'istante non mi lasciò travedere che D. Bosco intendeva vendicarsi col perdono. Infatti mi invitò a fare con lui, una preghiera per l'insultatore, e credo che egli abbia eziandio pregato per me, perchè ho provato un subitaneo cambiamento nelle mie idee, e lo sdegno contro quel compagno si mutò in amore tale che se mi fosse stato vicino lo avrei perfino baciato.

”Terminata la preghiera, narrai a D. Bosco l'interno mio mutamento ed egli mi disse: - Essendo la vendetta del vero cattolico il perdono e la preghiera per la persona che ci offende, così, avendo tu pregato per questo compagno, hai fatto ciò che piace al Signore, e perciò ora ti trovi contento. Se tu farai sempre così, passerai una vita felice”.

Tale era l'animo di D. Bosco nelle contrarietà; e il fatto suaccennato rendeva palese che già qualcuno eziandio in Valdocco parteggiava pei dissidenti. Siccome andava accentuandosi il pericolo di scisma, si formò allora quasi un comitato di sacerdoti, per cercare il modo di stornarlo. Vi era il Teol. Roberto Murialdo, il Teol. Tasca, Prof. Barone, Berizzi, D. Cocchis, e il Can. Saccarelli fondatore della Sacra Famiglia. D. Ponte, invitato ad esporre le sue lagnanze, stette fermo nelle sue pretensioni e non volle prendere parte a quella radunanza. D. Bosco era pronto a far qualunque concessione, ma non ad abdicare a quella supremazia che gli spettava di diritto.

Vi fu intanto un momento di tregua. Siccome la Marchesa di Barolo cercava un cappellano che fosse addetto alla sua casa, D. Bosco raccomandò a D. Cafasso la scelta di D. Ponte il quale desiderava tale ufficio; e la Marchesa acconsentì alla proposta del Rettore del Convitto. La nobile signora, verso la metà di ottobre, partiva per Roma con Silvio Pellico e D. Ponte, il quale con una lettera al Teol. Borel manifestava le sue risoluzioni e lamentavasi di gravami che diceva di non poter soffrire. D. Bosco raccomandava allora al Teol. Rossi l'Oratorio di S. Luigi.

Il Teol. Borel erasi affrettato a rispondere a D. Ponte in modo da non offendere la di lui suscettibilità, e da questa lettera si ha qualche spiegazione dei sorti dissidii.

 

Carissimo e Molto Rev. Sig. D. Ponte,

 

Premendoci sempre assai il bene degli Oratorii, siccome ravvisiamo l'unione tra i membri, di qualunque grado essi siano, essere il miglior consiglio, perchè così avremo Dio con noi, perciò siamo tutti d'accordo, con l'aiuto Divino, di promuovere questa unione tanto desiderata, sia con stringerei maggiormente tra noi in questo spirito, sia con levare di mezzo tutto ciò che vi si opponga. Fra le altre cose non dubitiamo che sia di notevole pregiudizio all'unione, il ritenersi e riservarsi la proprietà e l'uso delle cose che si sono provvedute a benefizio di un Oratorio, escludendo gli altri Oratorii dal giovarsene; come pure nello stesso Oratorio un membro potersi servire degli oggetti ivi esistenti per uso dell'Oratorio, esclusi gli altri membri in assenza di quello. Siamo pure tutti d'accordo nel pensiero e nel volere, che ogni Oratorio nella persona del suo Direttore tenga come fatte a tutti tre le offerte ricevute da quello, stando a noi in tale caso di rendere informate le persone benefattrici dello spirito che ci regge e delle Fondazioni dell'Oratorio. A questa determinazione ci ha condotto il contenuto della lettera di V. R. e il fatto analogo susseguente. Quindi siccome può accadere, nella nostra ristrettezza di arredi, che in qualche solennità manchi alcun oggetto in un Oratorio, è bene che gli altri concorrano, come siamo soliti concorrere con le persone e con l'opera; e se avvenga che alcuno di noi giudichi di imprestare qualche cosa sua o tolga da altri allo stesso scopo checchessia, oltre di essergli molto riconoscente, è nostra intenzione che gli sia restituito e portato a casa sua quanto prima, come si è sempre praticato: del che abbiamo un esempio sul presepio, che graziosamente ci fu imprestato più volte per l'Oratorio dì S. Luigi.

Nè  poi dobbiamo temere per ciò che sia per cessare la Divina assistenza agli Oratorii. Anzi è da sperare maggiore benedizione. Ognuno dei membri fa più generale la sua carità, allarga per sè  la via a fare maggior bene alla gioventù, sarei per dire che sì fa più addentro nella comunione dei santi, sottrae tutto ciò che sa di proprio, o di volontà propria, per entrare nello spirito puro di carità non inceppato da particolari riguardi. Nè  minore è lo interessamento di ciascun socio, perchè niente è sottratto al bene particolare dell'Oratorio cui esso è applicato, anzi ha il vantaggio che se altri gode della comunione sua, esso pure gode della comunione degli altri. Questo sia detto ora e per sempre. Oh, sia benedetto il Signore, quando siamo tutti fermi nello stesso spirito, e così uniti alleviamo la nostra gioventù in tutti i lati della città.

Mi gode il cuore di poterle annunziare che gli Oratorii sono sufficientemente assistiti, e la gioventù continua colla stessa affluenza, docilità e religione. Per la mancanza del carissimo D. Grassino, il Signore ha messo in cuore al Teol. Murialdo di assumere il suo uffizio in Vanchiglia e già è in possesso. Il carissimo Teol. Rossi è diligente all'Oratorio di S. Luigi, e sino ai Santi farà il discorso della sera mentre io continuo al mattino. A S. Francesco di Sales D. Bosco provvede; altrimenti supplisce egli.

La chiesa nuova è arrivata all'ultima pontata e prima dell'inverno si coprirà colle tegole.

Ho ricevuto notizie dell'arrivo a Firenze che fu felice per la signora Marchesa e per V. R. Solo mi rincresce che il Sig. Pellico ne abbia sofferto. Ieri 22 le sorelle Maddalene hanno rinnovato le preghiere per la nuova partenza della loro fondatrice e benefattrice per Roma. Io non lascio ogni giorno di fare i miei voti al Signore per la prosperità, lunga vita e consolazione della medesima. Non ho notizie di riguardo da dare per rapporto al Monastero o al Rifugio. Mi pare che ogni cosa proceda assai bene, e possa fare sicura la signora Marchesa e contribuire alla sua quiete con questa parola.

I Sacerdoti stanno tutti bene come pure lo scrivente che a quest'ora trovasi a casa e si fa un dovere di restare quanto più gli è possibile, tanto per il bene delle famiglie, come per compiacere chi tanto le ama e benefica.

Ancora di una cosa voglio pregare V. R., e questa è di farmi sapere quanto prima il suo sentimento intorno a quello che le scrissi sovra degli Oratorii e dello spirito nostro in governarli; e quali ordini sia per dare intorno alle cose che non sono di spettanza degli Oratorii.

In attesa di tanto favore, rinnovandole i miei sentimenti di perfetta stima e sincerissima carità, passo all'onore di dichiararmi

 

Della R. V. Carissima

Torino, 23 ottobre 1851.

Dev.mo aff.mo amico e servitore

Sac. GIOV. BOREL

Direttore del Refugio.

 

Al sig. Sacerdote D. Pietro Ponte - Roma.

 

 

Ecco la risposta ricevuta dal Teol. Borel:

 

Al Teol. Borel Giovanni Direttore del Refugio.

 

Carissimo e Molto Rev. Sig. Teologo,

 

Ricevei con gran piacere la lettera che la R. V. degnossi di scrivermi; leggendola il mio cuore si è rallegrato. Aveva gran bisogno di ricevere notizie degli Oratorii: la mancanza di queste mi cagionava delle inquietudini; la Dio mercè  ora sono calmate.

Veniamo all'oggetto principale della lettera. L'unione che la R. V. tanto desidera fra i direttori degli Oratorii, è quello che forma l'oggetto principale dei miei voti, e di cuore anelo a quel momento in cui dissipate le divergenze, tutti concordi potremo sicuramente sperare più abbondante aiuto dal Signore e maggior merito alle nostre fatiche. Io credo che l'origine della disunione, che finora deplorasi fra di noi, provenga dal non aver un capo ove dirigersi e dal troppo mutismo che vi regna; e non sono io il solo a deplorare questa cosa. Procuri la R. V. di rimediare a questi inconvenienti e sarà tolto il fornite alla disunione.

E’ stato in tutta coscienza e con maturo esame che fu da me presa quella deliberazione che le ho già manifestato e non posso assolutamente mutarla; e se per caso gli oggetti da me lasciati nell'Oratorio di Porta Nuova fossero d'incomodo, appena giunto a Torino li farò levare. Però se fossero adesso di disturbo darò gli ordini opportuni, perchè anche in mia assenza siano tolti. Per l'avvenire (se il Signore vuole che io impieghi ancora le deboli mie forze a pro degli Oratorii), di buon grado mi adatterò alla determinazione presa di far causa comune; cioè che nella persona del rispettivo Direttore tengansi come fatte a tutti gli Oratorii le offerte fatte ad uno e se si presenterà il caso, terrò informate le persone benefattrici dello spirito che ci regge e delle condizioni degli Oratorii.

Godo assai che mercè  le cure della R. V. e del carissimo Teol. Rossi l'Oratorio di Porta Nuova proceda sempre bene. Dal canto mio sebben lontano di corpo, col cuore son sempre fra di loro e nelle deboli mie preghiere non fo che raccomandare quest'opera a Dio; e fra poco dovendomi recare, come spero, all'udienza del Vicario di G. Cristo chiederò pei Direttori e pei ragazzi la santa benedizione.

Il nostro viaggio finora è stato buono. La signora Marchesa gode buona salute e fu molto contenta delle buone notizie de' suoi stabilimenti. Il Sig. Pellico dopo pochi giorni di malattia ora sta bene. La S. V. preghi per me e faccia anche pregare i ragazzi. Saluti tutti i preti degli Oratorii e nella consolante speranza di avere dalla bontà della S. V. fra poco altre notizie del buon andamento degli Oratorii, mi dichiaro col più profondo rispetto e colla più sentita effusione del cuore

Della Sig. V. Car.ma

Roma, 4 novembre 1851.

 

Devot.mo servitore e l'ognor pi√π aff.to amico

D. PONTE PIETRO.

 

Frattanto una viva soddisfazione aveva provata Don Bosco per le lettere encicliche del 21 novembre, colle quali il Papa aveva concesso un giubileo: e con questo si preparò ad una gioia ancor più grande.

Il giorno 8 dicembre di quest'anno medesimo 1851 compievasi il primo decennio dell'incominciamento dell'Oratorio, e la domenica innanzi D. Bosco lo ricordò ai giovani con affettuosissime parole. Egli avrebbe voluto celebrare quel decimo anniversario della sua Istituzione con particolare solennità; ma non avendo ancora in pronto la nuova chiesa, si limitò ad infervorare i suoi allievi a ringraziare con lui la Vergine Immacolata della materna benevolenza, con cui li aveva sino allora circondati e protetti, e raccontare per sommi capi le grazie più belle ricevute in quello spazio di tempo; raccomandò che in prova della loro figliale gratitudine si accostassero in quel giorno ai santi Sacramenti ad onor di Maria.

Tutti accondiscesero; e sotto il manto della celeste Regina si dava principio al secondo decennio. Il primo si può chiamare periodo di nascimento e d'infanzia, il secondo d'incremento e di giovinezza.

Ma il primo periodo finiva con un fatto che si può dire fatidico. Così stampava il Prof. Rayneri nel 1898 in un suo omaggio a D. Bosco: “Nel pomeriggio di una domenica del 1851 si era fatta una lotteria; i vincitori erano molti, e per ciò molti i contenti. Per ultimo D. Bosco dal balcone gettò caramelle a destra ed a sinistra, ed erano pur molti che avevano la bocca addolcita. Era facile che raddoppiassimo gli evviva. D. Bosco disceso dal balcone fu preso ed alzato come in trionfo qual segno della massima gioia, quando un giovane studente e chiericando disse: O Don. Bosco, se potesse vedere tutte le parti del mondo ed in ciascuna di esse tanti Oratorii! - D. Bosco (parmi vederlo) volse intorno lo sguardo maestoso, soave, e rispose: - Chi sa non debba venire il giorno in cui i figli dell'Oratorio non siano sparsi per tutto il mondo! - Egli fu profeta”.

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