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Capitolo 26

Don Bosco va a S. Ignazio - Consiglia un giovane che domandava di farsi Salesiano ad entrare nella Compagnia di Gesù - Le benedizioni di Don Bosco agli infermi: sua umiltà evidente in varii modi: il Teol. Bertagna riconosce in lui il dono delle guarigioni - Colletta a S. Ignazio Per l'Oratorio di S. Luigi - Sistema di Don Bosco di non compiere in una volta tutta un'opera, per dar campo a successive particolari domande di offerte ai benefattori - Sua circolare per chiedere arredi sacri da destinarsi alla nuova chiesa - Avveramento di una sua previsione - Lettera della Presidente di Tor de' Specchi che gli chiede consiglio per l'accettazione di una postulante - Don Bosco visita il Conte della Margherita gravemente infermo - Prevede l'effetto di una sua benedizione - Rivela cose occulte - Morte di due giovani, predetta - Il Venerabile coopera alla buona riuscita dell'educazione dei figli di nobile famiglia: suo affetto per questi giovani - Un bolide.


Capitolo 26

da Memorie Biografiche

del 07 dicembre 2006

 In agosto il Venerabile si recava al Santuario di S. Ignazio sopra Lanzo per gli esercizi spirituali. Colà tutti gli anni molti secolari lo aspettavano per confessarsi da lui e chiedergli consigli. Fra questi vi fu un bravo giovane che tempo prima gli era stato presentato da un suo benefattore, perchè lo accettasse fra gli allievi dell'Oratorio. Don Bosco, che si trovava in sagrestia, l'aveva accolto con amorevolezza, ma dopo averlo interrogato, fissatolo in volto, esclamò: - Non è destinato per noi: va da altri. - Il giovane rimase come mortificato a questa risposta e si ritirò.

Recatosi egli pure a S. Ignazio, s'incontrò nuovamente con Don Bosco, lo scelse per suo confessore e gli espose il desiderio di farsi salesiano. Don Bosco non approvò, né disapprovò; ma un giorno, mentre quegli parlavagli con entusiasmo della vita di S. Stanislao Kostka, soavemente lo ammonì sorridendo: - Ebbene; e tu va' fra que' religiosi dove S. Stanislao si è fatto santo! - Così gli aveva fatto intendere per la seconda volta come non fosse chiamato nell'Oratorio, e il giovane, seguendo il suo consiglio, entrava nella Compagnia di Gesù.

È questi il Padre Sasia che mandato come provinciale in California e di là richiamato in Torino nel 1894 per occuparvi la stessa carica, ci raccontava come egli avesse conosciuto Don Bosco.

Ma se Don Bosco dava consigli agli altri, sapeva anche chiederli per sé. Vedendo come le sue benedizioni recavano la salute agli infermi anche i più disperati, riconosceva in Maria la causa di quelle grazie; e stava in guardia perchè il veleno sottile della vanagloria non disturbasse il suo cuore. La sua preghiera, il suo fermo proposito era: “Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam ”.

E tanto basso era il concetto che egli aveva di sé, che più volte chiese consiglio sul modo di regolarsi a personaggi ecclesiastici dotti e santi; ed ecco il giudizio che dava di lui Mons. Giovanni Bertagna, già maestro di morale nel Convitto Ecclesiastico, nel Processo Diocesano per la Causa di Beatificazione di Don Bosco. È il freddo ragionatore che parla:

“ Credo vero che Don Bosco avesse il dono sopranaturale di guarire infermi. Questo io l'ho sentito da lui medesimo in occasione che eravamo ambedue agli Esercizi Spirituali nel Santuario di S. Ignazio sopra Lanzo e me lo diceva per avere consiglio se avesse a continuare a benedire gli ammalati colle immagini di Maria Ausiliatrice e del Salvatore, poiché, diceva, si levava un cotal rumore per le molte guarigioni che succedevano e che avevano l'aria di prodigioso, in seguito a tali benedizioni da lui impartite. Ed io ritengo che Don Bosco dicesse il vero. Bene o male io ho creduto di consigliar Don Bosco a proseguire le sue benedizioni ”.

E l'umiltà sapeva suggerirgli il mezzo per nascondersi anche quando, conosciuta l'efficacia delle sue benedizioni, le moltitudini affluivano a lui in modo da impedirgli qualunque altro affare. Perchè nulla succedesse di sorprendente, bene spesso suggeriva ai singoli ricorrenti di fare una novena, oppure di recitare certe preghiere quotidiane per un tempo più o meno lungo, fissando così il giorno nel quale la Madonna avrebbe fatta la grazia. Con ciò mirava a due scopi: primo a far minore impressione con le sue assicurazioni: secondo ad ottenere che le grazie succedessero in luoghi diversi e lontani. Ma anche questa è cosa mirabile, poichè i supplicanti conseguivano i favorì richiesti nel mese e nel giorno fissato. La Madonna si rimetteva a lui. Lo stess'effetto producevano le lettere da lui spedite con un'immagine di Maria Ausiliatrice. Infatti, da ogni parte gli giungevano attestati di riconoscenza, ma egli ne ascriveva il merito alle preghiere e alle Comunioni fervorose dei buoni alunni dell'Oratorio, verso i quali non cessò mai di eccitare la stima e la gratitudine dei graziati.

Don Bosco partiva da S. Ignazio, dopo aver fatto una colletta per l'Oratorio di S. Luigi a Porta Nuova, e ritornava in Valdocco. Nella nuova chiesa mancavano ancora molti oggetti di necessità o convenienti per l'esercizio decoroso del culto, ed egli per tutti iniziava collette particolari e successive, perché, diceva, se uno si affretta a compiere in una volta un'opera con tutti gli accessorii, facendo debiti, moltissimi benefattori vedendola ultimata si persuadono facilmente non essere più necessario il loro concorso e si raffreddano.

Incominciò quindi a scrivere e far stampare una lettera diretta ai benefattori della chiesa, e ne spedì un migliaio di copie con lungo e diligente lavoro. Essa conteneva un ringraziamento, un omaggio, una promessa ed una preghiera. L'omaggio era la medaglia commemorativa dell'inaugurazione del Santuario; la promessa si riferiva alla funzione quotidiana, stabilita, come si è detto, per tutti i benefattori.

 

Benemerito Signore,

 

Colla più grande mia consolazione ho l'onore di poter partecipare a V. S. B. che la chiesa dedicata a Maria Ausiliatrice, la cui costruzione fu più volte oggetto della sua carità, è stata solennemente consecrata al divin culto. La funzione fu cominciata il 9 del passato giugno e terminò la mattina del 17 dello stesso mese. Appena sarà terminata la stampa della relazione di questo glorioso ottavario, mi farò dovere di tosto farmele pervenire un esemplare. Ora mentre le professo dal canto mio, la più profonda gratitudine, la prego a voler gradire una medaglia commemorativa che da una parte rappresenta Maria Aiuto dei Cristiani, dall'altra la facciata della nuova chiesa. Spero che questa sarà in sua famiglia di cara rimembranza e sorgente di perenni benedizioni, che l'augusta Regina del Cielo farà discendere sopra di lei e sopra tutte le persone che compongono la rispettabile sua famiglia.

Credo che le tornerà eziandio di consolazione il sapere che fu stabilito un servizio religioso quotidiano nella nuova chiesa per tutti i benemeriti oblatori che colle loro largizioni hanno in qualche modo promosso quest'opera di pubblica beneficenza. Codesto esercizio consiste in preghiere pubbliche, recita della corona del Rosario, comunioni e celebrazione della S. Messa.

Ora che questa costruzione è compiuta nella parte materiale, io la presento a lei come un mendico che ha bisogno di essere vestito e nutrito; vale a dire: questa chiesa ha bisogno di essere fornita di arredi e di ornati e di quanto è necessario per celebrazione di messe, catechismi, predicazioni e simili. Perciò rispettosamente mi raccomando che nelle sue opere di carità voglia anche comprendere questa, che ella ha già cominciato a proteggere.

Dal canto mio finchè vivrò, non cesserò d'invocare ogni giorno le benedizioni del cielo sopra di lei, e sopra le persone che la riguardano, e nella dolce speranza che ci troveremo un giorno tutti raccolti nella patria dei beati, con profondissima stima e gratitudine ho l'onore di potermi professare

Di V. S. B.

 

Torino, Agosto, 1868.

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

PS. - Se mai venisse a notizia di V. S. che qualche particolare oblatore di questa chiesa non abbia ricevuto la medaglia commemorativa, la prego di volermelo significare, affinchè per quanto mi è possibile, io compia tale dovere di gratitudine.

 

 

Da Roma intanto si volgeva a lui per consiglio la veneranda Madre Presidente di Tor de' Specchi. Ricordiamo come Don Bosco le avesse promesso che il suo Monastero, dopo alcune peripezie, sarebbe ritornato fiorente. E così fu. Nel luglio del 1869 la Presidente annunzierà al Cav. Oreglia che in quell'anno aveva acquistate cinque novelle novizie; altre si aggiunsero più tardi.

Ma in quei giorni la buona Madre era ancora in angustie per il numero troppo piccolo della sua religiosa famiglia, e, incerta se accettare una nuova postulante, scriveva a Don Francesia:

 

I.M.I.

3 agosto 1868.

Reverendo Signore,

 

Il buon Cavaliere, prima di allontanarsi da cotesto caro asilo, mi disse che durante la di lui assenza mi dirigessi a Lei, ed io lo fo' con piacere, anzi lo avrei fatto prima se non me lo avesse impedito una triste circostanza, cioè la mancanza per morte di una mia consorella oblata dopo breve malattia. Dio sia benedetto, ma il vedere scemare il numero già ristretto di questa comunità, Ella può immaginare se mi dia pena - siamo nove - ; se il numero fosse corrisposto dalla forza degli individui che la compongono sarebbe men male, ma non è così, non si sa come soddisfare agli offici ed agli atti comuni: abbisogna senza meno qualche aiuto. Vi sarebbe una buona e brava giovane fuor di Roma, non è nobile che nel suo paese, però vive con decoro (sebbene, per cattiva amministrazione, la famiglia non si trovi oggi doviziosa com'era) ed onestamente; la madre è una santa donna, e vedova: con tutto quanto che Le ho esposto mi distolgono dall'accettarla, dicendomi che il nostro istituto fu fatto per le signore nobili, e che ricevendo la suddetta guasto l'Istituzione.

Se si distrugge per mancanza di soggetti, sarà forse meglio? ... Le mie oblate sarebbero contente della sunnominata giovane, per le notizie avute, ma Ella faccia il piacere d'informare di tutto ciò Don Bosco, senta il di lui parere, poi me lo scriva il più presto possibile.

Le bacio la mano, ecc.

M. MADDALENA GALLEFFI.

 

 

 

Grande era la fiducia che si aveva in una parola del Venerabile! Una Comunità religiosa di Torino, angustiata per la mortale malattia del Conte della Margarita, suo primo benefattore, si rivolgeva al Cav. Oreglia (ignorando che egli fosse assente) per sapere ciò che ne pensava Don Bosco.

 

Viva Ges√π Sacramentato.

 

Ill.mo sig. Cavaliere,

 

Pur troppo V. S. Ill.ma saprà in quale stato trovasi S. E. il signor Conte della Margarita. Sebbene le ultime notizie questa mattina ricevute non fossero peggiori, anzi quasi accennassero ad un lieve miglioramento, noi pur viviamo in una continua angoscia ed il cuore sempre ci batte nella tema di perdere da un momento all'altro Colui che dopo Dio è tutto per noi, e che veneriamo e riguardiamo come il migliore dei padri. Ci aiutiamo in ogni modo a pregare affinchè il Signore ce lo conservi, ma glielo confesso, l'angoscia ci opprime.

Sono persuasa che la signora Contessa e la signora Baronessa già l'avranno raccomandato alle sante preghiere del sig. Don Bosco mi unisco alle loro istanze onde ottenere da Maria SS. una grazia tanto preziosa. Nella desolazione in cui trovasi immersa l'intiera Comunità che tutto perde perdendo il sig. Conte, pensai di chiedere alla bontà di V.S. Ill.ma, a nome pure di Suor Maria Veronica, un prezioso favore, ed è quello di sapermi dire ciò che pensa e dice il signor Don Bosco dello stato di S. E. Quanto sarò riconoscente a V. S. Ill.ma se vorrà farsi il mio interprete presso quell'anima santa, quindi riferirmene i sentimenti. Mi perdoni se spinta dal dolore sono forse soverchiamente ardita, ma Ella più d'ogni altro può comprendere quanto giusta sia la nostra costernazione.

Non è necessario, ben lo sa, che io raccomandi alle sue preghiere il carissimo e venerando infermo; se lo faccio è solo per seguire l'impulso del mio cuore oltremodo afflitto.

Gradisca gli anticipati ringraziamenti, uniti a quelli di Suor Maria Veronica, e mi permetta di dichiararmi colla pi√π distinta stima in G. M. G.

Di Lei, Ill.mo signor Cavaliere,

L'Um.ma Obbl.ma Serva

Suor MARIA di Ges√π, Superiora.

 

 

Torino, 6 agosto, 1868, Monastero del SS. Sacramento.

 

Il Conte Clemente Solaro della Margherita era fervente cattolico ed uno fra i pi√π grandi uomini di Stato in Piemonte.

Diplomatico esperto a Napoli ed in Ispagna, valentissimo Ministro degli Affari Esteri durante la maggior parte del Regno di Carlo Alberto, oratore eloquente e coraggioso nella Camera Subalpina, storico e pubblicista insigne nel Memorandum, negli Avvedimenti politici, nell'Uomo di Stato, si acquistò un gran nome. Il Memorandum, pubblicato quando la rivoluzione lo costrinse a dimettersi da Ministro, e che ebbe poi tante edizioni e traduzioni, aveva strappato una parola d'applauso perfino a Massimo d'Azeglio, contro cui era stato scritto. In mezzo ai moderni raggiri egli spiccava per la sua franchezza ammirabile e per la sua costanza inamovibile nelle proprie opinioni; ed anche i nemici dovevano ammirarlo. Per Casa Savoia nutriva sempre un amore di figlio.

Don Bosco andò a visitare l'illustre infermo, col quale era in amicizia e lo benedisse, e faceva pregare i giovanetti per lui.

“ Si noti - diceva Don Bosco - che le guarigioni talvolta non sono accordate perchè contrarie al bene dell'anima, e talvolta solo in parte si ottengono perchè l'infermo si faccia più ricco di meriti ”. Ciò è comprovato dalla seguente relazione:

 

Nell'anno 1868 mi presentai a Don Bosco accompagnata da mia madre pregandolo a volermi benedire, perchè io a soli 25 anni mi sentiva sfinita da una continua febbretta che mi consumava ed era ribelle ad ogni rimedio. Il sant'uomo mi suggerì un semplice decotto depurativo, e poi mi ordinò di recitare per circa un mese cinque Pater, Ave e Gloria fino al giorno dell'Assunta e dal modo sorridente e sicuro con cui parlava, io credetti che mi sarei ristabilita; mi regalò un libretto e una medaglia, e prima di congedarmi mi fece inginocchiare per dire con lui tre Ave Maria.

Egli era in piedi e pregando mi teneva la mano sul capo lo sentiva premere fortemente e quando mi alzai il suo aspetto era triste e mi disse: - Non ti stupire, se non guarirai bene e se per tutta la tua vita avrai sempre qualche malanno; la benedizione che ti ho data se non ti servirà pel corpo ti gioverà per l'anima; tuttavia fa' quel che ti ho detto. - Io me ne partii un poco scorata, e non mancai di prendere il decotto e di recitare le preghiere.

Il giorno dell'Assunta ebbi molto più male del solito, e poi a poco a poco il male si calmò, e quantunque la febbretta non sia stata continua, l'ho però soventissimo, e posso dire con tutta verità di non aver passato da allora in poi un giorno in perfetta salute. Io sono convinta che mentre recitavo quelle tre Ave Maria, il sant'uomo vide che per la salute della mia anima io doveva rinunziare a quella del corpo.

 

DELFINA MARENGO.

 

Noi ricorderemo qui, come Don Bosco continuasse anche a manifestare cose umanamente occulte. Attesta D. Gioachino Berto.

“ Era l'anno 1868 quando un mattino mi si presentarono due signore sconosciute per parlare a Don Bosco. Entrate in sua camera, egli appena le vide, senza lasciarle parlare disse sorridendo ad una di quelle: Si faccia Pur monaca e stia tranquilla chè questa è la volontà del Signore.

” Poco dopo, vedendole io uscire colle lagrime agli occhi, ne chiesi la ragione a Don Bosco il quale confidenzialmente mi rispose: - Vedi, quelle signore sono due sorelle, di cui una si voleva fare religiosa e l'altra si opponeva. S'accordarono pertanto di venire a prender consiglio da Don Bosco. - Ma io soggiunsi: Perchè piangevano?

 - Perchè senza lasciarle parlare dissi il motivo della loro venuta e perciò restarono commosse. - Ma lei come ha fatto a sapere questo?

 - Quanto sei curioso! Vedi, questa notte ho sognato che vennero queste stesse due persone a richiedermi del suddetto parere; ed ora, appena vedutele, le riconobbi e perciò non feci altro che ripetere il consiglio che loro diedi in sogno ”.

Altri fatti consimili son registrati nelle nostre cronache.

Nel Servo di Dio era pur ammirabile ed abituale lo spirito profetico del quale si ricordavano già molte prove.

Una sera dopo le confessioni, mentre era a cena raccontò questo sogno ad alcuni che gli stavano attorno, tra i quali il citato Don Berto.

“ Ho veduto un giovane dell'Oratorio disteso per terra in mezzo ad una camerata, attorno al quale erano dei coltelli spuntati, delle pistole, delle carabine e delle membra umane fatte a pezzi. Sembrava agonizzante. Gli domandai: - Come va che ti trovi in uno stato così miserabile? - Non lo conosce, mi rispose, dagli strumenti che mi stanno attorno? Sono diventato un assassino e fra poche ore sarò condannato alla morte ”. E quindi aggiunse: “ Io conosco quel giovane: starò attento a correggerlo de' suoi difetti e ad infondergli sentimenti di pietà e di mitezza: ma ha un'indole così cattiva che temo fortemente che faccia davvero una cattiva fine ”

Era questo un giovane, che militando poi tra le file dell'esercito venne fucilato per aver ucciso il proprio ufficiale. Per buona sorte, prima di morire, fece con edificazione tutti i doveri di un buon cristiano.

Il Venerabile predisse eziandio, pi√π anni prima, che un altro giovane si sarebbe suicidato. Un tale infatti, allora buono e pio, dopo qualche tempo che era uscito dall'Oratorio, vedendosi tradito, rovinato nelle sostanze e nella famiglia e nell'onore da uno scelleratissimo compagno, si troncava la vita con un colpo di pistola. I due nomi si conservano nelle Cronache. Molti furono i testimoni di questi predizioni e del loro avveramento: tra essi Don Rua.

Così Don Bosco, per le sue virtù e per il dono della penetrazione dei cuori, possedeva la stima e la confidenza di tutti, compreso il Patriziato di Torino e di altre città, ed era invocato a cooperare alla buona riuscita dell'educazione dei figli. Quando qualcuno di essi pareva che incominciasse a sviare, ultima ancora di salvezza era Don Bosco, essendosi guadagnato la cordiale amicizia di quei giovani. Perciò li mandavano da lui o procuravan loro un colloquio col Servo di Dio nel proprio palazzo. E la parola di Don Bosco riusciva efficace e molti giovani signori cambiarono condotta e formarono la gloria delle proprie famiglie. Non è conveniente portare le prove della nostra asserzione, né pubblicare lettere confidenziali; recheremo solo un biglietto col quale Don Bosco rispose alla sorella di un nobile giovane che gli aveva scritto per commissione de' suoi genitori.

 

 

 

Torino, 10 agosto 1868.

 

Ill.ma Signora

 

La sua intenzione e quella di maman saranno appagate: le tre messe con alcune preghiere dei nostri giovani e delle povere mie si faranno ne' tre giorni consecutivi a quello d'oggi.

Il signorino può venire qualunque giorno di questa settimana dal mattino fino alle due pomeridiane e procurerò di servirlo da galantuomo, come si merita.

La prego di dare l'acchiusa lettera a papà co' miei saluti a lui ed a maman. Dio la benedica. Preghi per me che le sono con grattudine

Di V. S. Ill.ma

Obbl.mo Servitore

Sac. G. Bosco.

 

 

Quanto Don Bosco amasse i figli de' suoi benefattori lo prova la risposta ad una lettera che gli aveva scritto il Marchesino Fassati da Montemagno:

 

Caro Emanuele,

 

La tua lettera mi ha fatto piacere e non ho mancato di unire le mie deboli preghiere, secondo la tua intenzione. Ora non so, se Dio abbiaci esauditi, o no; tu lo saprai. Ti assicuro però che, se la domanda è di cose utili all'anima e che continui a domandare con fede, sta' certo che sarai esaudito.

Tu mi faresti un vero piacere di fare i più cordiali ossequii a tutta la famiglia ed augurare a tutti sanità, allegria e lunga serie di anni felici. Alla bonne maman, signora Contessa De Maistre, dirai che se passa per Torino avrei piacere di riverirla e se tu sai un po' preventivamente il giorno del suo passaggio, mi faresti altro vero piacere il farmelo sapere con due sole linee.

Carissimo Emanuele, tu percorri l'età più pericolosa, ma la più bella della vita. Fatti animo. Ogni più piccolo sacrifizio, fatto in gioventù, procaccia un tesoro di gloria in cielo.

Prega anche per la povera anima mia e credimi sempre

 

Torino, 14 settembre 1868,

Tuo aff.mo amico

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

 

Con eguale, se non con maggiore affetto, egli aveva cura de' suoi giovani dell'Oratorio, e avvicinandosi il tempo delle vacanze autunnali, non cessava di dar loro salutari consigli. Don Bonetti scrisse:

 

 

 

Ricordi dati da Don Bosco ai giovani il 18 agosto 1868.

 

1° Andare a casa colla volontà di conservarsi buoni e di non diventar peggiori.

2° Ciascuno cerchi, ritornando nell'Oratorio, di condurre seco dei giovani buoni, dei quali Don Bosco è assai bramoso.

3° Si dia buon esempio per riparare agli scandali che forse uno ha dato quando era a casa, o ai fratelli o alle sorelle, con parole, con bestemmie, o altri simili mancamenti.

4° Prima di partire non si faccia spreco delle proprie brocche dell'acqua o dei libri usati, rompendo, stracciando come si suole dagli spensierati che hanno il genio della distruzione. Piuttosto si lascino in limosina perchè servano ai più poveri compagni che rimangono o che verranno.

5° Usare buona educazione nel parlare, domandare, e ciò coi parenti, coi maestri e coi parroci. Se invitati a qualche pranzo, guardarsi bene dall'ingordigia, servirsi parcamente, osservare come fanno le persone serie; non sedersi a mensa o levarsi prima degli altri, ma aspettare il cenno del padron di casa o del capo di tavola.

 

Il 30 agosto, domenica, incominciava la Novena della Natività di Maria Vergine e nei primi giorni di questa un raro fenomeno dava bello spettacolo di sé all'Oratorio rallegrandolo, come auspicio di consolazioni. Lo registriamo pel semplice motivo che ne parla una memoria di D. Berto e perchè si rifletta alla diligenza con la quale questo buon confratello registrava ogni avvenimento.

“ Dopo cena, egli scrive, mentre mi trovavo circondato da qualche giovane presso il muro dei legatori, ecco, con mia sorpresa, che altri gruppi di giovani a me vicini si mettono a gridare: - Ecco! ecco! quel che c'è! - Guardai e veniva su un globo grosso come una boccia più che mediocre e della stessa rotondità. Camminava sul principio all'altezza incirca di tre o quattro metri sopra il tetto della casa delle scuole. Procedeva in linea retta serpeggiando e tentennando un poco senza perder nulla di sua perfetta rotondità con una velocità pari a quella d'un passero che all'imbrunir del giorno vola via da una abitazione all'altra a cercar ricovero per la notte. Passò sopra la sala dello studio, sulla camera di Don Bosco, sovra il tetto del rimanente della casa vicino al campanile della Chiesa antica, e continuò il suo volo fin quasi vicino alla strada ferrata. Lasciava tracciato tutto il suo corso con uno strascico di luce bianca a guisa di coda, che era assai grossa subito dopo il globo, ma diventando più piccola quanto più da esso distava e perdendosi finalmente all'estremità in un fumo bianco. I giovani erano tutti nel cortile e non pochi che avevano colà rivolto lo sguardo, pieni di meraviglia osservarono al par di me tal fenomeno ”.

 

 

 

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