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Capitolo 24

D.Calosso accoglie Giovanni in sua casa - Divisione dei beni di famiglia tra i fratelli Bosco - Morte di D. Calosso - Eroico disinteresse di Giovanni - Suo dolore per la morte del maestro e benefattore.


Capitolo 24

da Memorie Biografiche

del 09 ottobre 2006

Il padre del giusto nuota nel gaudio, e chi ha un figlio saggio, in lui avrà la sua consolazione. Abbia questo gaudio la madre tua, ed esulti colei che ti ha generato. Tale è l'oracolo infallibile della divina Sapienza. Margherita nondimeno nel suo gaudio e nella sua esultanza aveva pure una fonte di perenne afflizione. Chi può ridire quanto penasse quel cuore di madre nello scorgere il suo diletto Giovanni costretto a guadagnarsi col proprio lavoro il pane quotidiano, senza che alcuna speranza più le arridesse di metterlo a quegli studi, per i quali era persuasa avrebbe egli potuto fare un gran bene alle anime!

Senonchè D. Calosso non si era dimenticato del suo giovane amico. In lui aveva riconosciuti segni non dubbi di vocazione ecclesiastica, e non voleva che questa andasse perduta. E però il degno ministro di Dio, liberatosi da impacci di vario genere che non gli avevano permesso di eseguire un suo pietoso disegno, chiamò un giorno a sè Giovanni, e dopo aver da lui udito il racconto delle sue vicende in quegli anni di lontananza e come Antonio nulla avesse smesso della sua cocciutaggine: - Giovanni mio, gli disse, tu hai posta in me la tua confidenza, e non voglio che ciò sia in vano; lascia adunque un irragionevole fratello, e vieni con me ed avrai un padre amoroso. - Giovanni comunicò tosto alla madre la caritatevole profferta, che venne da lei e dal fratello Giuseppe accolta come una vera felicità. Antonio non approvò, nè si oppose; d'altronde Giuseppe, indefesso lavoratore, prometteva di fare eziandio le parti di Giovanni nella coltivazione del podere.

In sul finir dell'estate pertanto Giovanni incominciò a far vita col cappellano, andando soltanto la sera a casa per dormire. “Niuno, scrive Giovanni, può immaginarsi la grande mia contentezza. D. Calosso era per me l'Angelo del Signore. L'amava più che padre, pregava per lui, lo serviva volontieri in tutte le cose. Era poi sommo mio piacere di faticare per lui e, direi, dare la vita in cosa di suo gradimento. Io faceva tanto progresso in un giorno col cappellano, quanto non avrei fatto a casa in una settimana. E quell'uomo di Dio mi portava tale affezione, che più volte ebbe a dirmi: - Non darti pena del tuo avvenire. Ti aiuterò ad ogni costo, e finchè vivrò non ti lascerò mancare nulla; se muoio ti provvederò egualmente”.

Tuttavia alla sera, ritornando Giovanni a casa, continuavano le guerre, succedendo i frizzi ai diverbi. Allora D. Calosso disse a Giovanni: - Se è così, va a prenderti alcune camicie e vieni ad abitare sempre con me. Sta certo che io non ti abbandonerò. - Rincresceva a Margherita lasciarlo di bel nuovo andar via da casa; pure non essendoci altro mezzo per avere la pace, vi si rassegnò. D. Calosso era pronto a fargli compiere tutti gli studi di latinità in casa sua, e poi a sborsare le somme che occorressero perchè potesse riuscir prete. - E Giovanni andò a prendere stanza presso D. Calosso.

Margherita, disperando di ottenere il consenso di Antonio, che già oltrepassava i ventisei anni, risoluta e costante nel volere che il figlio studiasse, pronta a spendere tutto il suo patrimonio per sostenere ogni spesa, stabilì di venire alla divisione dei beni paterni. Non mancarono a ciò delle gravi difficoltà, specialmente per essere ancor minorenni Giuseppe e Giovanni; nulla di meno si venne a quella deliberazione. Margherita si era prima stretta a consiglio colla sorella Marianna, volendo ponderare maturamente quel passo, al quale molte volte avea già pensato e da cui era stata sempre rattenuta dall'affettuoso suo cuore. Esaminarono se vi fosse qualche altro partito da prendere, ma non fu loro possibile trovarlo. La maggior difficoltà però stava nel saper comporre le cose talmente, che la divisione delle terre non cagionasse la divisione totale dei cuori; ma a ciò provvide generosamente la sorella Marianna, dicendo a Margherita: - Tu ed io abbiamo qualche cosa del nostro: mettiamolo insieme e così potremo combinare l'affare in modo che Antonio non abbia a lamentarsi.

Antonio, appena ebbe notizia di questa deliberazione, non voleva assolutamente aderirvi, continuando ad insistere nella sua stolta pretensione che Giovanni dovesse come lui fare il contadino. Margherita però, la quale presa una risoluzione secondo giustizia era irremovibile, non cedette: e disse apertamente che i tribunali avrebbero finita essi la vertenza con dar ragione a chi l'aveva. Antonio quindi si rassegnò alla divisione; e, prima ancora che si facesse legalmente, si allontanò dalla madre, prendendo stanza in una parte della casa paterna, sulla quale aveva diritto; imponendo però alla madre di nulla dare a Giovanni finchè il negozio non fosse aggiustato, e a Giovanni proibendo assolutamente di prendere cosa alcuna appartenente in comune alla famiglia. Giovanni avrebbe potuto pretendere la sua parte sui frutti dell'eredità paterna, eziandio pel tempo che precedeva l'atto della divisione legale; ma per non suscitare nuove questioni, obbedì all'ingiusta intimazione.

Più mesi ci vollero per ottemperare alle formalità di legge; ma, per tal modo ridotta la famiglia di Margherita a Giovanni e a Giuseppe, che volle vivere insieme col fratello, fu tolto un macigno dallo stomaco di Giovanni e gli si dava piena libertà di proseguire ne' suoi studi.

Così gli affari di Giovanni procedevano con incredibile prosperità, ed egli stimavasi pienamente felice, non rimanendogli cosa alcuna a desiderare; quando un nuovo gravissimo infortunio sopraggiunse a troncare ancora d'un colpo il corso a tutte le sue speranze.

Un mattino del novembre 1830, D. Calosso inviò Giovanni presso i suoi parenti per una commissione. Era appena giunto a casa e stava preparandosi il fagotto delle camicie, allora che una persona, arrivando tutta ansante, gli fè' cenno di correre immediatamente da D. Calosso, colpito da grave malanno, che domandava di lui e lo voleva assolutamente vedere e parlargli. Non corse, ma volò Giovanni accanto al suo benefattore, che fatalmente trovò a letto senza parola. Il buon sacerdote era stato assalito da un colpo apopletico. Riconobbe il suo discepolo e gli fissò in volto uno sguardo così commovente da riempirgli l'anima di dolore; fece alcuni sforzi, accennandogli qualche cosa; voleva parlare, ma non poteva più articolare sillaba; allora prese una chiave di sotto al capezzale e gliela consegnò, facendo segno di non darla ad alcuno e che quanto racchiudeva il cassetto chiuso da quella chiave tutto era per lui. Giovanni si mise in tasca la chiave, che racchiudeva i danari, senza che egli lo sapesse, e prodigò al caro infermo le cure più affettuose che un figlio amorevole possa recare al proprio padre. Dopo due giorni di agonia il povero cappellano rendeva l'anima sua al Creatore. Era il giorno 21 novembre, e D. Calosso contava 75 anni. Con lui moriva ogni speranza per Giovanni.

Alcuni di quelli, che aveano assistito alle ultime ore dell'estinto, dicevano a Giovanni: - La chiave che ti ha data è quella del suo scrigno. Quei danari che vi si trovano sono tuoi; prendili. - Altri osservavano che in coscienza, non poteva prenderli, perchè non gli erano stati lasciati con atto notarile. Giovanni era in angustie; ci pensò su un poco e poi disse: - Oh! sì che voglio andare all'inferno per danari! Non voglio prenderli. - Quei testimoni però insistevano, asserendo che il modo, col quale il morente avealo chiamato, le sue parole quando era ancor sano, la chiave consegnata con quel gesto così espressivo, indicavano chiaramente la sua volontà e che quei danari gli appartenevano. Giovanni non si persuase. Intanto, venuto l'erede in compagnia di altri parenti, tutto affannato cercava di qua e di là la chiave dello scrigno. Giovanni gliela presentò dicendogli:

- Ecco qui la chiave del danaro. Vostro zio me la consegnò, facendomi segno di non darla ad alcuno. Certuni mi dissero che poteva prendermi ciò che era nello scrigno: io però amo meglio essere povero; non voglio cagionare contestazioni: vostro zio non me lo disse che erano destinati per me. - Il nipote prese la chiave, aperse la cassa e vi trovò sei mila lire. Dopo averle contate, si volse a Giovanni e gli disse: - Rispetto la volontà dello zio: questi danari sono tuoi: io ti lascio piena facoltà: prendi tutto quello che vuoi. Giovanni stette alquanto soprappensiero: avea conosciuto in modo abbastanza chiaro la volontà del defunto, avea la licenza dell'erede: - Ma no; concluse, non voglio niente! Io ho più caro il paradiso, che tutte le ricchezze e i denari del mondo. - Se vuoi niente, gli rispose l'erede, ti ringrazio del tuo atto generoso e grazioso. Sta da te, fa come vuoi. - Giovanni adunque prese nulla! Forse aveva udito qualche parente brontolare pretese. E nelle memorie compendia il fatto in queste semplici parole: “Vennero gli eredi di D. Calosso e loro consegnai la chiave ed ogni altra cosa”. Beato l'uomo che è trovato senza colpa, ed il quale non va dietro all'oro, nè sua speranza ripone nel danaro e nei tesori. Chi è costui e gli daremo lode? Perocchè egli ha fatto cose mirabili nella sua vita... ed avranne gloria eterna”.

La morte di D. Calosso però era per Giovanni un gran disastro. Egli piangeva incessantemente il benefattore defunto. Se era sveglio, pensava a lui; se dormiva, di lui sognava. Accresceva la sua mestizia il suono funebre delle campane, prolungato e ripetuto di parrocchia in parrocchia, per il Pontefice Pio VIII, morto il 31 novembre. Le cose andarono tanto oltre, che Margherita, temendo per la sua sanità, lo mandò per alcun tempo a Capriglio con suo nonno. La bontà divina tuttavia non lasciollo senza conforto. Egli scrisse nelle sue note: “A quel tempo feci altro sogno, secondo il quale io era acremente biasimato, perchè aveva riposta la mia speranza negli uomini e non nella bontà del Padre Celeste”. La memoria di D. Calosso per altro rimase sempre viva nel suo cuore, e di lui lasciò scritto: “Ho sempre pregato, e finchè avrò vita non mancherò ogni mattina di fare preghiere per questo mio insigne benefattore”.

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