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Capitolo 23

La legge Casati - Una guarigione ottenuta per intercessione di Savio Domenico - Novena dell'Immacolata - Sermoncini di D. Bosco alla sera: annunzio della novena: un buon consiglio ai compagni: La visita al Santissimo Sacramento: Confidenza nei Superiori: Sincerità in Confessione - Monito memorando di D. Bosco.


Capitolo 23

da Memorie Biografiche

del 29 novembre 2006

Gli articoli di una legislazione scolastica, che mai furono abrogati, imponevano agli istituti educativi retti da Congregazioni religiose l'obbligo di seguire i programmi del Governo intorno agli esami, alle tasse, all'idoneità degli insegnanti e all'ispezione dei regi Provveditori agli studi. Le scuole di D. Bosco non erano comprese finora, almeno ufficialmente, in questa categoria. Il Provveditore prof. Muratori non aveva ancora esercitato alcun atto di autorità. Il pensiero però del Servo di Dio rivolgevasi ansioso ad un avvenire che non appariva di certo color di rosa. Ed ecco sorgere una lieta speranza per quelli che si dedicavano all'educazione cristiana ed all'istruzione della gioventù.

Il 13 novembre 1859 colla promulgazione della legge Casati, che divenne poi la legge organica della pubblica Istruzione per tutto il regno d'Italia, mostrò il Governo di volersi mettere risolutamente sulla via di libertà d'insegnamento. In essa accanto all'insegnamento pubblico era fatto posto onorevole al privato; e coll'art. 3, si determinava molto chiaramente, che il Ministro governa bensì l'insegnamento pubblico, ma quanto al privato, soltanto lo sopravveglia a tutela della morale e dell'igiene, delle Istituzioni dello Stato e dell'ordine pubblico: il che costituiva già per sè una grande franchigia di libertà, sottraendo al monopolio dello Stato una moltitudine considerevole di giovani studiosi e d'Istituti educativi. Ma la legge Casati andava assai più innanzi per quella maestra e splendida via di libertà; poichè cogli articoli 251 e 252 proscioglieva da ogni vincolo di ispezione per parte dello Stato così l'istruzione secondaria paterna data nel seno della famiglia, come l'istruzione di più padri di famiglia associati fuori di essa; e quanto all'istruzione elementare, lasciava nell'articolo 326 ai padri ed a coloro che ne faranno le veci, facoltà di procacciare ai figli dei due sessi l'istruzione, nel modo che crederanno più conveniente; della stessa istruzione elementare pubblica e gratuita poi, incaricava i comuni, in proporzione delle loro facoltà e secondo i bisogni dei loro abitanti, come è detto letteralmente dall'art. 147.

Qual fosse il concetto generale informatore di tutto queste disposizioni appariva molto perspicuamente: era quello della libertà d'insegnamento. Ed il Ministro Casati, nella sua relazione al Re, diceva anzi in maniera esplicita, d'aver accettato la massima della libertà d'insegnamento, come la più equa, la più conforme alle condizioni moderne di civiltà, la più universalmente gradita alla pubblica opinione; e scusandosi di non poterla applicare allora intieramente, faceva voti che si progredisse sempre per quella via, allargando vieppiù le maglie ferrate del monopolio in favore della libertà.

Per ciò che riguarda la Religione all'art. 315, Tit. V capo I, definendo le materie proprie dell'istruzione elementare dei due gradi inferiore e superiore poneva in primo luogo l'insegnamento religioso. Nell'art. 317 Poi la legge stessa addossava ai comuni l'obbligo d'impartire gratuitamente tale istruzione, in proporzione della loro facoltà e secondo i bisogni dei loro abitanti. Era quindi evidente, in genere, che i comuni dovevano, in forza della legge Casati, provvedere, perchè nelle scuole elementari si desse l'insegnamento religioso. Ed era anche certissimo che questa insegnamento doveva esser dato nelle scuole stesse conformemente al Catechismo diocesano, approvato dal Vescovo giacchè nel 1° articolo dello Statuto fondamentale, religione dello Stato era proclamata la cattolica; e nell'art. 28 dello Statuto medesimo era rimesso all'esclusiva autorità e competenza dei Vescovi, il permesso e il divieto della stampa dei catechismi e degli altri libri di religione. È una deduzione strettamente logica, perfettamente legale, per se stessa irrefragabile.

L'art. 325 stabiliva che alla fine di ogni semestre si desse un'esame pubblico, come per le altre materie, così anche per la religione; e di questa voleva fosse esaminatore il parroco.

Cogli art. 326 e 327, specificava essere obbligo dei genitori, curatori e custodi di procacciare ai fanciulli l'istruzione impartita nelle scuole elementari di grado inferiore, comminando ai negligenti ostinati le punizioni della legge.

Quindi per togliere ogni pretesto d'infrangere e di deludere la legge, l'art. 374 dispensava di seguir le lezioni di religione, e dall'assistere agli esercizi che vi si attengono gli allievi cui i parenti avranno dichiarato di prendere essi stessi cura della loro istruzione religiosa: con che si provvedeva alla libertà delle poche famiglie non cattoliche.

Un regolamento poi del 15 settembre 1860 sull'istruzione elementare, diretto ad applicare le disposizioni della legge Casati, nell'articolo 2° prescriveva l'insegnamento del catechismo, secondo le varie diocesi del Regno, e pur deferendosi al Consiglio Provinciale e ad altri la distribuzione delle parti del catechismo medesimo per ciascuna classe, era determinato però, che tale distribuzione si facesse in guisa “ che in due o tre anni i fanciulli abbiano agio di studiare ed imparar bene le parti più importanti della dottrina cristiana ”.

Questa legge prometteva molto bene, ma non andò gran tempo che scrittori, giornalisti, uomini di Stato, animati da passioni settarie ed anti-religiose, vennero facendo ad essa una opposizione continua ed accanita; fu aspramente malmenata, biasimata e posta in dileggio qual vecchiume discordanti ormai dalle idee e dai bisogni nuovi dell'istruzione pubblica. In essa era detestata l'equa libertà lasciata all'insegnamento privato, massime cattolico. Perciò i successori di Casati non fecero che andar sempre indietro, riprendendo con decreti e con metodi ingiusti, e talora anche brutali, una dopo l'altra le libertà che la legge aveva concesse. Non bastò ai Ministri innumerabili, quasi tutti framassoni, passati quali meteore sanguigne, o grandinate sterminatrici per gli uffizii della pubblica istruzione, di muovere guerra asprissima a tutti gli Istituti secondarii, privati e paterni, massime cattolici, dipendenti o in qualunque modo guidati da religiosi e da preti, con ipocrisia continua, fingendo di serbare loro incolumi i diritti legali e intanto per sempre nuovi congegni amministrativi, o balzelli, od angherie, togliendo loro l'alimento ed il respiro.

Soprattutto abborrivano le disposizioni favorevoli all'insegnamento religioso. Chi riandasse gli atti del Parlamento, troverebbe da inorridire per le tanti atroci bestemmie lanciate dai signori Onorevoli in particolare contro il Catechismo e la Storia Sacra, tra i bravo e gli evviva della Sinistra.

Attraverso però di tante bufere la legge Casati rimase nel suo essere di legge organica e costitutiva dell'Istruzione, non avendo nè il Parlamento, nè i Ministri, avuto mai il coraggio di proporne un'altra. Cento volte la condannarono a morte, ma non osarono mai eseguire la sentenza e dichiarare abolite le disposizioni riguardanti l'insegnamento del catechismo.

Noi qui abbiamo esposto alcuni cenni sulla legge Casati e sugli stralci a lei fatti da chi avrebbe dovuto rispettarla e farla osservare, perchè si abbia un criterio per giudicare certe persecuzioni che a suo tempo verremo a narrare.

Ma qualunque fossero le disposizioni delle leggi, Don Bosco era tranquillo per la protezione di Maria SS. e la intercessione di Savio Domenico, dell'efficacia della quale ebbe una prova in questi giorni.

Da un anno e mezzo Donato Edoardo alunno dell'Oratorio era stato preso da forte mal d'occhi, sicchè fu costretto nel marzo del 1859 a lasciare affatto gli studii. L'aria del suo paese, le molteplici medicine, i salassi, i vescicanti dietro alle orecchie, i suggerimenti dei migliori medici specialisti non gli recarono alcun vantaggio. Ei passava i suoi giorni in una camera oscura. Sembrandogli, sul finir di ottobre, di sentire qualche miglioramento, ei volle ritornare a Valdocco, ma il male aveva ripresa la primiera malignità. Il giovane si avvicinava spesso a D. Bosco, affinchè lo consolasse con quei detti, che egli sapeva essergli di vantaggio temporale e spirituale, coll'incoraggiarlo ad aver pazienza, e col dargli qualche speranza di prossima guarigione. Una sera fra le altre mentre tutti i suoi compagni radunati ciascuno nella propria classe cantavano, egli pensieroso e tristo, col volto tra le mani, stava seduto nel refettorio dei Superiori, ed appoggiato alla tavola, in capo alla quale D. Bosco cenava. Il Servo di Dio com'ebbe finito, si alzò, gli si accostò pian piano, e, toccatagli la spalla, gli disse: - Che non possiamo una volta liberarti da questo male? La voglio finita. Voglio che prendiamo Savio Domenico pel ciuffo e non lo lasciamo più andare, finchè ci abbia ottenuto da Dio la tua guarigione. - A queste parole il giovane lo guardò fisso in volto e non aprì bocca. D. Bosco seguitò a dire: - Sì, tu prega tutti i giorni di questa novena (era la sera del giorno prima che si incominciasse la novena dell'Immacolata Concezione) Savio Domenico, affinchè interceda per te e ti impetri questa grazia. Procura di trovarti in tale stato di poter fare la S. Comunione ogni mattina. La sera poi prima di coricarti dirai così: “ Savio Domenico prega per me! ” Ed aggiungi un'Ave Maria. - Donato promise di fare puntualmente quello che gli era stato detto, e D. Bosco replicò: - Bene! Tu fa quel che ti ho suggerito ed io in tutti i giorni mi ricorderò di te nella S. Messa. E chi sa che questa volta Savio Domenico più non ci scappi, prima che tu sia guarito.

Il giorno stesso che Donato cominciò a fare la sua novena, sentì già qualche alleviamento nel male e continuò con maggior fervore le sue pratiche di pietà. E gli occhi suoi in pochi giorni furono perfettamente guariti e il male più non ritornò.

Mentre accadeva questo fatto consolante D. Bosco invitava i suoi alunni a fare la novena di Maria SS. Immacolata.

Non vi erano funzioni in chiesa, ma ciascuno procurava di onorare la SS. Vergine con quelle opere di pietà, che suggerivagli la propria devozione. D. Bosco tutte le sere proponeva un fioretto da praticarsi e teneva il solito sermoncino. Cinque di questi ci furono conservati da D. Bonetti e qui li riportiamo colla data del giorno nel quale il Servo di Dio li pronunciò.

 

29 NOVEMBRE.

 

Ancora domani e poi siamo al fine del mese. Già un mese è passato di questo anno scolastico! Come è passato rapidamente! Ebbene; egualmente rapidi passeranno gli altri mesi. Ma al tramontare di ogni mese procuriamo che ciascuno di noi possa dire a se stesso: - Un mese di più del quale debbo rendere conto a Dio; ma per quanto stava in me, ho fatto tutto ciò che ho potuto e la coscienza non mi rimprovera di aver perduto il tempo. - Adesso nelle scuole avete già fatto esperimento delle vostre forze. Vi siete già accorti di quello che sapete e di quello che vi resta ad imparare; chi di voi è più avanti e chi è più indietro negli stessi studii, e che cosa vi manchi per riuscire i più distinti nella classe. Mettetevi adunque di buona volontà, tanto più che incominciamo la novena di Maria SS. Immacolata. Essa è madre nostra, e ci ama infinitamente di più di quanto ci possano amare tutti insieme i cuori delle madri terrene. Essa ama svisceratamente tutti i Cristiani, ma per i giovani dell'Oratorio ha sempre dimostrato un affetto speciale. Vi sarebbero migliaia di fatti ed anche di fatti straordinarii che dimostrano ciò. Ma comunque sia è certo che essa dimostra un affetto particolare a tutti coloro che l'onorano. Ego diligentes me diligo. Dimostratevi perciò colla buona condotta degni suoi figli e mettete i vostri studi sotto la sua protezione. A questo fine procurate di passare bene questa novena. E in che modo, voi direte, noi potremo onorare Maria in questi giorni in modo, da meritarci la sua protezione? Non vi raccomanderò la frequenza dei Sacramenti. D. Bosco non ha altro desiderio più vivo di questo. Però due cose speciali vi suggerirò per onorare Maria e: Iª Che ciascheduno si risolva di fare proprio con buona volontà questa novena. 2ª Di preparare un mazzolino di fiori da offrirsi poi a Maria nel giorno della sua festa. E in che modo formarlo? Raccogliendo un fiore tutti i giorni. E dove raccoglierlo mentre non ci sono più fiori in campagna ? Nel vostro cuore. E quale sarà questo fiore? Una piccola Virtù da praticarsi ogni giorno in onore di Maria SS. Immacolata. Fatelo tutti questo fioretto, sicchè il giorno della gran festa vi siano tanti mazzolini quanti siete voi, ed in ogni mazzolino non manchi neppure un fiore. State sicuri che a Maria SS. sarà molto gradito il vostro dono.

 

30 NOVEMBRE.

 

Il fioretto per domani sia: Darò un buon consiglio ad un mio compagno. Vi sono mille occasioni per esercitare quest'opera di carità. Se un negligente, un mormoratore, uno un po' libero nelle parole, un rizzoso avesse al fianco chi gli dicesse una buona parola, quanto male sarebbe impedito, quanto bene di più si farebbe. Consigliare una visita in chiesa, di andarsi a confessare, di fare una buona lettura, quante volte è il principio dell'eterna salvezza di un giovane! Chi poi riceverà il consiglio lo riceva in buona parte. Un buon consiglio non si può avere sempre e noi dobbiamo crederci fortunati quando lo possiamo avere. Se qualcuno di voi lo darà a me, mi farà un gran piacere e gli prometto eterna gratitudine. Io intanto lo darò anche a voi. Ne darò uno in generale ed uno in particolare a ciascheduno. Il generale si è questo: Ad quid venisti? S. Bernardo quando ebbe abbandonata la sua casa paterna per ritirarsi a far vita santa in un convento, scrisse in tutti i luoghi pei quali doveva passare: Ad quid venisti? Questo pensiero era il suo continuo conforto nei momenti di scoraggiamento, di tentazione: son venuto per guadagnarmi il Paradiso; dunque avanti. Ecco il mio consiglio. Scrivete in un angolo di un qualche libro o quaderno queste parole: Ad quid venisti? E pensate: Ad quid venisti in questo mondo? Per amare e servire Iddio e guadagnarti il paradiso. Se fai altrimenti sei fuori di riga. Ad quid venisti in questo Oratorio? Son venuto per studiare, per fare profitto nella scienza e nella pietà, per conoscere quale sia la mia vocazione: se non faccio questo profitto il mio tempo è perduto.

 

I DICEMBRE.

 

Il fioretto di domani sia questo: Farò una visita a Gesù Sacramentato. Se una persona stimata come veritiera andasse in una piazza e dicesse alla gente, che sta là oziosa facendo conversazione: Andate su quella collina e troverete una miniera d'oro abbondantissimo e del più puro, e potrete raccoglierne senza fatica quanto vorrete; ditemi: ci sarebbe un solo, che, alzando le spalle, direbbe che a lui poco importa di quelle ricchezze? Correrebbero tutti a precipizio. Or bene; nel tabernacolo non vi è il tesoro più grande che possa trovarsi in cielo e in terra? Pur troppo che gli uomini ciechi non lo conoscono questo tesoro, ma è certo, certissimo, di fede che là vi sono immense ricchezze. Gli uomini sudano per aver danari: ebbene nel tabernacolo vi è il padrone di tutto il mondo. Qualunque cosa che voi gli chiediate e che vi sia necessaria, egli ve la concederà. Avete bisogno di sanità? Avete bisogno di memoria, di intendere le lezioni, di riuscir bene nei lavori? Avete bisogno di forza per sopportare le tribolazioni, di aiuto per vincere le tentazioni? La vostra famiglia è minacciata da qualche disgrazia, è afflitta dalla malattia di qualcheduno, ha bisogno di qualche grazia particolare? La piccola fortuna di casa vostra da chi dipende? Chi comanda al vento, alla pioggia, alle grandini, alle tempeste, alle stagioni? Di tutto non è padrone assoluto Nostro Signor Gesù Cristo? Dunque andate e chiedete e vi sarà concesso. Bussate e vi sarà aperto. Gesù desidera darvi le sue grazie e primieramente quelle che riguardano l'anima. Una santa vide sull'altare il bambinello Gesù il quale, fatto seno della veste, sosteneva un peso straordinario di perle preziosissime. Era mesto. - Perchè così mesto, o mio Signore? chiese la santa.

- Nessuno viene a chiedermi le grazie che tengo preparate, nessuno le vuole. Non so a chi darle!

 

2 DICEMBRE.

 

Il fioretto che vi propongo è di una somma importanza: Procurerò di avere grande confidenza coi superiori. Noi non vogliamo essere temuti, desideriamo di essere amati e che abbiate in noi tutta la confidenza. Che cosa vi è di più bello in una casa di questo: che cioè i superiori godano la confidenza degli inferiori! È questo l'unico mezzo per fare sì che l'Oratorio divenga un paradiso terrestre, è questo l'unico mezzo perchè in casa non ci sia nessun malcontento. D. Bosco è qui tutto pel vostro bene spirituale e temporale. Se il superiore desidera qualche cosa da voi ve lo dice subito, così voi se desiderate qualche cosa da lui non chiudetela nel cuore; palesatela. Se voi farete così, tutto andrà bene e sarete contenti. Qualcheduno trova forse che qualche cibo gli fa male? Non è coperto abbastanza in camerata? Avrà bisogno di ripararsi dal freddo lungo il giorno? Me lo dica ed io procurerò di contentarlo in tutte le domande ragionevoli, secondo mi permette la povertà della nostra casa. Qualchedun altro non si sente troppo bene in sanità? Ha qualche difficoltà nella scuola? Ebbe qualche malinteso col maestro o coll'assistente? Gli sembra che da qualcuno gli sia stato fatto torto? Son qua io per rimediare a tutto e state certi, che le vostre confidenze le serberò unicamente per me e per vostro vantaggio. Ma per carità che non si senta mai tra voi, giovani che si lamentino di cosa alcuna. Invece di lagnarvi e di criticare, venite da me. Noi desideriamo di contentarvi e a questo modo si potrà ovviare ad una quantità infinita di inconvenienti. Questo sia detto non solo delle cose corporali, ma molto più delle cose spirituali. Il demonio alle volte vi mette melanconia indosso. Ora è un pensiero della famiglia, ora un sospetto di non essere in grazia dei superiori, ora il timore che sia scoperta una mancanza e che sia punita, ora l'oppressione di essere in poco buona stima presso i compagni, ora lo scoraggiamento di non potere avanzare negli studii. Ebbene; volete levarvi di dosso questa melanconia? Venite da me e troveremo il mezzo per cacciarla e per rimediare.

Ma ciò che sovratutto vi raccomando è, che quando il demonio venisse a tentarvi, non vi lasciate scoraggiare. Volete assicurarvi la vittoria? Il miglior mezzo è di manifestare subito la tentazione al vostro Direttore spirituale. Il demonio è l'amico delle tenebre, lavora sempre all'oscuro. Se viene scoperto egli è vinto. Un giovane era fortemente tentato, faceva tutto il suo possibile per resistere, ma era ad un punto che gli sembrava di

 

 

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non poter più andare avanti in quella lotta. Per caso s'incontra col suo superiore, il quale dalla sua faccia rannuvolata indovinò qual fosse la cagione di quel suo travaglio. Chiamatolo a parte gli disse: - Perchè sei così melanconico? Certamente hai il demonio che ti fa guerra. - Il giovane guardò stupito il superiore, aprì il suo cuore e disse: - Sì! -Detto quel sì cessò ogni molestia.

 

3 DICEMBRE.

 

Dalla confidenza in generale coi superiori ieri sono passato a parlarvi della particolare che dovete avere col confessore: quindi il fioretto sarà: Sincerità piena assoluta in confessione. Non abbiate paura di manifestare al confessore i vostri difetti, le vostre mancanze. L'essere buono non consiste nel non commettere mancanza alcuna: oh no! Purtroppo tutti siamo soggetti a commetterne. L'essere buono consiste in ciò: nello aver volontà di emendarsi. Perciò quando il penitente manifesta qualche mancanza al confessore, sia pur grave questa mancanza, il confessore guarda alla volontà e non fa le meraviglie: anzi prova la maggiore delle consolazioni che possa provare a questo mondo, vedendo che quel tale gli ha confidenza, che desidera di vincere il demonio e mettersi in grazia di Dio, che vuole avanzarsi nella virtù. Nulla, o miei cari figliuoli, vi tolga questa confidenza. Non la vergogna: le miserie umane si sa, sono miserie umane. Non andate mica a confessarvi per raccontar miracoli! Bisognerebbe che ci vi credesse impeccabili e voi stessi ridereste di questa sua opinione. Non la paura che il confessore possa palesare un segreto così terribile per lui, poichè la minima venialità palesata basterebbe a farlo condannare all'inferno. Non il timore che si ricordi poi di ciò che avete confessato: fuori di confessione è suo dovere il non pensarvi. Il Signore ha già permesso ogni sorta di delitti. Ha permesso che Giuda lo tradisse, che Pietro lo negasse, che preti si facessero protestanti, ma non ha mai permesso che un confessore dicesse la più piccola cosa udita in confessione. Coraggio adunque, o figliuoli miei; non facciamo ridere il demonio. Confessatevi bene, dicendo tutto. Alcuno domanderà: E chi avesse taciuto qualche peccato in confessione come deve fare a rimediarvi? Guardate: al mattino se mettendomi la veste e abbottonandola salto un bottone, che cosa faccio? Sbottono tutta la veste, finchè arrivo dove c’è il bottone rimasto fuori di posto. Così chi ha da rimediare ad un peccato taciuto, rifaccia tutte le confessioni fino a quella, nella quale tacque il suo peccato e così tutti i bottoni saranno a posto e la veste non farà gobba. Lo dice il Catechismo. Dall'ultima confessione ben fatta fino a quella che si vuol fare. Da bravi, figliuoli! Con una parola si tratta di schivare l'inferno e guadagnarvi il paradiso. E cosa di un momento: il confessore vi aiuterà e voi sapete che siamo amici e desidero una cosa sola; la salvezza dell'anima vostra.

Mentre nell'Oratorio tutti andavano a gara nell'onorare Maria SS., D. Bosco compieva un atto nobilissimo della sua missione. Il 10 novembre 1859 erano state formalmente stabilite in Zurigo le convenzioni di Villafranca e di Verona, ma egli aveva subito intuito che le cose erano composte in pace, solo momentaneamente. Tutto gli dimostrava che non sarebbero più restituite al Papa le Legazioni e che la presidenza onoraria del medesimo sulla Confederazione degli Stati Italiani era una lustra ed un'ironia. Vedeva il Pontefice scrivere più volte lettere di preghiera, di consiglio, di protesta all'Imperatore di Francia e al Re di Piemonte e di queste non farsene conto alcuno. Anzi gli emissarii delle sette continuavano a congiurare per commuovere le città dell'Umbria e delle Marche; tentavasi di sedurre i soldati pontificii, che in quelle stavano di guarnigione, e si introducevano in gran copia armi, polveri, danari e stampe sovversive. Garibaldi era a Bologna, pronto ad agire. I giornali liberali calunniavano il Governo Pontificio e fra le altre cose scrivevano, d'aver egli fatto mettere in prigione ed insultare i volontarii romani reduci dalla guerra dell'indipendenza; mentre invece Pio IX aveva soccorso generosamente i più bisognosi di essi.

Era eziandio evidente che il fine ultimo dei settarii era quello di abbattere il potere spirituale del Papa e mille volte lo avevano annunciato nei loro libri e giornali, non sempre però apertamente. Ma ciò che allora si tramava anche da una tenebrosa diplomazia, era svelato qualche anno dopo al cospetto dell'intero mondo.

Il Diritto, giornale della democrazia italiana, del quale era Direttore il deputato Civinini, carne ed unghia col grande Oriente d'Italia stampava l'11 agosto 1863 a caratteri tondi: “ La nostra rivoluzione tende a distruggere l'edificio della Chiesa Cattolica, e deve distruggerlo e non può non distruggerlo senza perire. Nazionalità, unità, libertà politica sono mezzi a quel fine: mezzi utili a noi, ma, rispetto all'umanità, null'altro che mezzi, per conseguire il fine della totale distruzione del medio evo, nell'ultima sua forma, il cattolicismo”.

E prima, l'8 marzo 1863, aveva stampato. “ Il giorno in cui entreremo in Roma, non solo avremo fatta davvero l'Italia, ma avremo disfatto il Papato. E se quello riguarda noi, è utile nostro e nostro onore, questo riguarda il mondo, è utile a tutti, è progresso di tutta l'umanità ”.

Queste parole furono una chiusa esplicita di quelle, che il Barone Bettino Ricasoli, presidente del Consiglio dei Ministri, idolo incensato da tutto il liberalismo monarchico e conservatore, aveva proferito nelle Camere, quando il 1° luglio 1861 uscì a dire: - La rivoluzione italiana è grande rivoluzione, appunto perchè fonda un'era nuova. L'Italia ha avuto questo grande compito, di gettare le basi, non del proprio avvenire, ma dell'umanità intera”. (Atti ufficiali pag. 915)

D. Bosco adunque si rivolse al Re e non ostante la proibizione fattagli alcuni anni prima e la sua promessa, gli scrisse una lettera per ritrarlo dall'abisso nel quale stava per gettarsi, o meglio verso il quale i mestatori lo spingevano. Egli obbediva ad un comando venuto ab alto. La sua era la missione di Geremia ai principi di Giuda. A D. Rua e a qualche altro dei suoi più fidi egli manifestò il tenore della comunicazione, che doveva fare al Re, per dissuaderlo da una nuova guerra, che si stava per intraprendere contro gli Stati Pontificii.

La lettera, della quale pare non siasi conservata copia, incominciava così: - Dicit Dominus.- Regi nostro, vita brevis; ed accennava a nuove disgrazie che sarebbero venute alla dinastia Sabauda, se fosse continuata la guerra alla Chiesa, pregando Sua Maestà a stornare la tempesta addensatasi contro il Papa. Erano poche frasi concise, imperiose, e tali da lasciare una profonda impressione nell'animo.

Il Sovrano rimase turbato alla lettura di quel foglio, il quale però non ottenne il suo effetto. Passata la prima impressione, si continuò a preparare la disgraziata impresa. Gli avvenimenti incalzavano e il Re non aveva più nè animo, nè mezzi, nè volontà di resistere alla rivoluzione.

Il Re intanto aveva fatto vedere quella lettera ai ministri, fra i quali Urbano Rattazzi, ed essi ne raccontarono il contenuto ad alcuni degli altri impiegati dei loro decasteri. Da uno all'altro la notizia si diffuse in tutte le sfere governative e uscì fuori nella città. Dicevasi che D. Bosco avesse minacciato la morte a Vittorio Emanuele. Ma il Servo di Dio esponendo a D. Rua e ad altri, come abbiamo detto sopra, il tenore di questa sua lettera, aveva soggiunto: In tanti modi si può spiegare quella parola: Vita brevis, senza attribuirle un senso prettamente materiale.

Il Barone Bianco di Barbania, devoto come tutti i nobili piemontesi alla Casa Reale, disse a noi che scriviamo, nel 1875: - Io ebbi in mano la lettera di D. Bosco al Re. Lessi co' miei stessi occhi quelle parole Regi nostro, vita brevis e da quell'istante in poi stetti sempre attendendo gli avvenimenti ......

Dagli avvenimenti narrati poi nella Storia e dal proseguimento delle nostre Memorie biografiche si potranno giudicare queste enigmatiche parole di D. Bosco; e nello stesso tempo si avrà una prova novella dell'affetto sincero che il Servo di Dio nutriva per il suo Re Vittorio Emanuele e per la dinastia Sabauda.

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