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Capitolo 23

Certi giornali.


Capitolo 23

da Memorie Biografiche

del 06 dicembre 2006

Sebbene, certi giornali, morti e sepolti, non meritino nemmeno la fama di Erostrato, tuttavia, poichè le loro infamie, non che maculare la riputazione del Servo di Dio, servono a farla maggiormente risplendere, così non sarà giudicato fuor di proposito chiamarli al redde rationem per inchiodarli al muro, segnati col marchio dei calunniatori.

Per prima gli saltò addosso la Pulce, gazzettaccia che non si capisce come potesse impunemente assalire con insulti sì atroci le persone più rispettabili della città. Il numero 5, uscito la domenica 17 gennaio del '75, è il non plus ultra della violenza e della sfrontatezza. Sono vituperi, quali erutta soltanto la bocca sgangherata di una trecca inviperita.

L'articolo è intitolato “ L'avvoltoio di Valdocco ” qualità dell'uccello di rapina per eccellenza, spigolate in tre autori di zoologia, somministrano gli elementi per tracciare del Beato Don Bosco un ritratto fisico e morale, che lo farebbe classificare fra i così detti delinquenti nati. La biografia è una caricatura sacrilega. Lo scopo dell'articolo scappa fuori dalle ultime righe: “ I tribunali, ben presto, invece dei miracoli di Don Bosco, avranno ad occuparsi di una sua ladreria:, carpiva una eredità di circa mezzo milione al vecchio ed imbecille conte Belletrutti, mentre questi aveva un figlio superstite, a cui nulla lasciava! ”. Velenosità di questo genere dovettero produrre i loro maligni effetti, se, come risulta da un documento dei nostri archivi, ancora nel 1918 una coscienza... timorata credette obbligo suo di denunziare in alto luogo proprio quest'accusa specifica e con termini più moderati, ma con sentimenti poco dissimili: motivo più che bastante, perchè la storia metta le cose a posto.

Il conte Generale Filippo Belletrutti di S. Biagio morì il 17 settembre 1873, lasciando erede universale ed esecutore testamentario Don Bosco, “ a fine, dice il testamento olografo, di giovarlo nelle molte opere di carità che egli sostiene a favore dei fanciulli poveri ed abbandonati ”.

Conosciutasi la volontà del defunto, un suo figlio naturale di nome Giuseppe Filippo Proton e due suoi nipoti sorsero a contestarla, come eredi del sangue, tentando d'insinuare accuse di captazione a carico del Servo di Dio e di farlo dichiarare incapace d'ereditare, perchè “ qualificato nel testamento a capo di un istituto che non può ricevere ”.

Il tribunale di Torino pronunziò sentenza interlocutoria il 17 aprile 1874. Allora il Beato ricorse in appello. I due nipoti, opponendosi anch'essi al figlio naturale, proposero a Don Bosco un accomodamento amichevole od una transazione. Indubbiamente quei signori non avevano maggior diritto all'eredità che il figlio naturale; ma, siccome il testamento, oltre vari legati a favore dei suddetti e del Proton, ne aveva una moltitudine a favore di chiese e case religiose, parve al Beato minor male adattarsi ad un accomodamento.

Il Proton, informatone, prese a insultare pubblicamente Don Bosco. E si noti bene che fin dal 29 settembre 1862 Costui in atto giudiziario era venuto ad una transazione col conte Belletrutti, in forza della quale egli ammise di non aver diritto a portarne il nome e cognome, come aveva fatto prima, e che altro non gli competeva fuori degli alimenti strettamente necessari. Ora questo sciagurato, imbattutosi il 10 ottobre 1874 nel Servo di Dio per il Corso S. Maurizio a Torino, lo assalì con una serqua d'ingiurie, e con sì clamorose minacce, che alcuni soldati di cavalleria, trovatisi a passare di là, accorsero a trattenerlo. Don Bosco, rimasto tranquillo, tranquillamente proseguì la sua strada.

E qui ci è caro incontrare l'energica e autorevole parola di monsignor Gastaldi. A Strambino, dove risedeva tino dei nipoti, la contestazione dell'eredità Belletrutti era divenuta così notoria, che il parroco Don Oglietti ne scrisse all'Arcivescovo, il quale gli rispose: “ Le persone accennate dalla S. V. nell'ultima sua lettera, che muovono lite contro all'erede testamentario del Cav. Belletrutti, non hanno ragione alcuna, ledono la giustizia commutativa, ed avranno da rendere conto a Dio del danaro che faranno spendere, e che perciò sottraggono dal valore dell'eredità. Conosco tutto il pro e il contro di questo affare, e ripeto che hanno torto. Con ciò non conchiudo che V. S. debba loro negare la assoluzione sacramentale, dato che esse, fidandosi del consiglio di qualche ecclesiastico reputato prudente e zelante, potessero giudicarsi in buona fede. Ma il loro direttore di coscienza od il loro Parroco può e deve, in confessionale et extra, ammonirle dell'ingiustizia che commettono ”.

Il Beato dunque giudicò meglio di venire ad un accomodamento, perchè, diceva il memoriale presentato, “ grave è il rischio della causa ”. La transazione venne firmata il 10 gennaio 1875, lasciando a carico esclusivo di lui le spese relative alla vertenza con il Proton.

Ma col Proton la vertenza non ebbe seguito. Egli riconobbe il torto e chiese scusa al Servo di Dio, che lo favorì come potè meglio; Don Rua poi gli procurò un impiego sufficiente alla vita presso la basilica del Sacro Cuore a Montmartre in Parigi. Abbiamo in archivio una sua lettera a Don Rua del 26 maggio 1890, lettera cordialissima, in cui lo chiama suo caro Padre e Benefattore e si dichiara felice e fiero di chiamarlo così, Soggiungendo: “ È una cosa ben dolce al mio povero cuore, che ha tanto sofferto per essere stato privo di ogni affetto paterno e materno, d'incontrare in te un vero padre ed un potente protettore. Sii mille volte benedetto ”.

Un secondo giornale che in questo medesimo anno aggredì il Servo di Dio fu La Nuova Torino. Nel frontispizio portava scritto “ Giornale industriale ”; ma dentro era pervaso da fobia anticlericale. Il numero 65 del sabato 6 marzo protestava con il seguente articolo contro l'erezione della chiesa di San Giovanni Evangelista; lingua e stile sono degni del contenuto.

 

D. BOSCO E I PROTESTANTI.

 

Il Rev. D. Bosco che ha l'onore di confabulare una volta al mese con Domineddio e di annoiare il prossimo con sempre nuove questue, si è deciso di seminare per Torino tutte le chiese che egli sogna. Ad ogni momento col suo patrocinio ne sorge una, e pazienza fosse un monumento d'arte, la facesse col suo danaro e senza danno altrui; ma succede proprio alla rovescia. Sdegnato che vi esista in Torino una chiesa protestante, l'umile servo di Dio, mentre ne ha alcune delle sue in fabbricazione, si caccia in testa di edificarne una proprio vicino al tempio protestante, e brigando qua e là ottiene, lo diciamo con ripugnanza, un decreto di espropriazione per utilità pubblica, contro un proprietario cattolico che abita là intorno.

Non vi sono altri luoghi per Chiese? È prudente mettere due oratorii diversi l'uno addosso all'altro? Ci fu giustizia in quanto abbiamo narrato? Nell'anno di grazia 1875 non è che a Torino, ove la setta nera predomina tanto ancora, che si poteva ottenere un decreto di espropriazione per utilità pubblica contro un protestante a favore di un prete intrigante.

Vituperari ab iniquis laudari est. Rifacciamo brevemente, la storia anche di questa vertenza, evitando di diffonderci intorno a cose che appartengono al volume decimo.

Sul punto di cominciare i lavori, si constatò che, se al terreno già acquistato non si fosse aggiunta una striscia, l'euritmia sarebbe venuta a mancare, non essendo possibile rivolgere convenientemente la facciata sul Viale del Re, oggi Corso Vittorio Emanuele II. Ma quella striscia apparteneva ad un protestante. Erasi già quasi stipulato il contratto, quando i ministri Valdesi, saputa la cosa, promisero al proprietario un compenso, qualora mandasse a monte la cosa. Costui, comparso con Don Bosco dinanzi al notaio per la firma, rifiutò di stare ai patti già formulati, ma pretese nientemeno che centotrentacinque mila lire per soli trecentocinquanta metri quadrati di area. Un'esorbitanza simile aveva solo per iscopo di ottenere la rescissione del contratto, come era nei voti dei Valdesi.

Ma il Beato non si sgomentò. Porse una supplica al Governo, chiedendo che la costruzione di quella chiesa fosse dichiarata opera pubblica. Il Ministero interrogò la Prefettura e questa il Municipio, che diede parere negativo, affermando che provvedeva abbastanza ai bisogni del culto il tempio Valdese. Allora la questione fu portata innanzi al Consiglio di Stato; ma ivi pure non spirava vento propizio. Il Ministro dei Lavori Pubblici Silvio Spaventa aveva assicurato la Prefettura e il Municipio di Torino che non avrebbe mai dato il suo parere favorevole. Il marchese della Venaria molto si adoprò per trarre i Consiglieri dalla parte della buona causa. Nel giorno in cui si doveva risolvere definitivamente la questione, tutti si aspettavano una ripulsa; invece per caso singolarissimo il voto riuscì favorevole al Servo di Dio. La chiesa di San Giovanni Evangelista venne così dichiarata opera pubblica; donde la conseguenza dell'espropriazione forzata di quella famosa striscia di terreno. Il decreto fu steso; ma ci vollero due anni perchè fosse presentato alla firma del Re, e bisognò che v'intervenisse personalmente Don Bosco.

Infatti, recatosi a Roma nel febbraio di quest'anno 1875, provocò per mezzo del Ministro Vigliani la ricerca del documento, che finalmente il Re firmò. Ma le peripezie del decreto non erano ancora finite. Spedito quello a Torino, passarono tre mesi senza che alcuno si facesse vivo con Don Bosco. Egli però della spedizione aveva avuto avviso da persona amica; quindi, atteso invano tanto tempo che gli fosse recapitato, si presentò al Prefetto della Provincia, chiedendone la pubblicazione. Il Prefetto gli rispose che non era ancora giunto.

 - Eppure io so da fonte certa, che venne spedito, replicò il Servo di Dio.

 - Da chi lo seppe?

 - Perdoni, se non glielo dico; ma verifichi e vedrà che il decreto c’è.

Il Prefetto chiama il segretario. Questi nega che il decreto sia arrivato in Prefettura. Don Bosco insiste, mostrandosi certissimo del fatto suo. Il segretario allora, messo con le spalle al muro, disse che sarebbe andato a cercare fra le carte. Andò, cercò o non cercò, e tornò col decreto, dicendo - Perdoni Eccolo, c'era davvero; ma stava nascosto sotto il polverino e io non ci aveva badato.

Finalmente il decreto vide la luce, affinchè le parti interessate facessero i loro eventuali reclami. Ed ecco nuovi incagli per causa di molte pietre da lavoro esistenti sull'area da espropriarsi: per il trasporto di esse il proprietario esigeva un'altra somma abbastanza vistosa. Bisognò ricorrere ai periti, che, fatto un sopraluogo, giudicarono terreno e trasporto per il valore di ventiduemila e cinquecento lire.

Tanto per finire questa storia, aggiungeremo qui ciò che avvenne più tardi. Il Beato volle in seguito comprare dallo stesso proprietario il resto che mancava a completare il quadrato di quell'isola, dove sorgeva una casina del protestante; per tal modo avrebbe potuto allargare l'Ospizio, in cui poscia collocò i Figli di Maria. Propose di pagare il doppio di quel che valesse il fondo. Il proprietario acconsentì; la sua famiglia era contenta: ma non erano contenti e non acconsentivano i Valdesi, che sobbillarono il proprietario ad accrescere il prezzo. Don Bosco si sarebbe rassegnato a fare qualunque sacrifizio, se non era il malvolere altrui. Quando le parti interessate dovevano trovarsi nello studio del notaio, la prima volta il proprietario non comparve; la seconda, mandato a chiamare elevò le sue pretese alle stelle, sicchè l'ingegnere Vigna, procuratore di Don Bosco, andò fuor dei gangheri e fece in quattro pezzi la minuta del contratto, gridando: Questo è un burlarsi della gente! - Ma allora la chiesa si edificava già alla barba dei Valdesi.

S'interessò del Beato anche la liberalissima Opinione, organo del partito che stava al potere. Sorta a Firenze nel '59 e trasferitasi a Roma dopo la breccia di Porta Pia, fu uno dei quotidiani che maggiormente influirono nel mondo politico d'allora. Parlò di Don Bosco non con malevolenza, ma in modo per lui alquanto compromettente. Basti dire che interloquì sulle relazioni fra il Servo di Dio e l'Arcivescovo di Torino, e non precisamente per dar ragione a quest'ultimo. Nel suo numero 271 del martedì 5 ottobre comparve una corrispondenza da Torino, intitolata “ Discordie clericali ”. Vi si dicevano del Beato cose verissime e lodevolissime: “ In molte diocesi del Piemonte e della Liguria il pio e infaticabile prete fonda e tiene scuole, collegi, istituti. La sua fama è tanta che ha già valicato l'Atlantico, giungendo alle più lontane contrade dell'America Meridionale. Il fatto è che in quelle contrade... il Don Bosco venne richiesto di fondare due istituti d'istruzione cattolica, provvedendo programmi e maestri. Don Bosco accettò l'incarico, che al momento che vi scrivo è nella massima parte mandato ad effetto ”.

Poi per quell'agnosticismo ecclettico o meglio confusionario che è proprio dei liberali, “ la pietà e l'operosità del prete torinese e i meravigliosi frutti che già ne sono derivati ricordano ” al corrispondente un corifeo dei pietisti alemanni, del quale tesse l'elogio, per inferirne che “ il prete cattolico torinese del secolo XIX non vuol essere da meno ” del protestante Franke del secolo XVII, riconoscendo che “ sino ad un certo punto vi riesce ”. In fatti “ senza censo proprio, senza autorità ufficiale, il torinese, col solo concorso di private largizioni, innalzò chiese, aprì scuole, fondò ospizi, seminari e collegi. La chiesa, l'ospizio e la scuola di Valdocco costarono, essi soli, assai più di un milione. Mi fu detto che gli allievi, i quali frequentano le scuole e gli istituti di Don Bosco giungono agli ottomila. La cifra è forse esagerata; certo è che il numero degli allievi è ragguardevolissimo. Nè il Don Bosco è al fine della sua carriera ”.

Il corrispondente non s'illude di aver a fare con uno di quei preti liberali, pochini in verità, che erano portati in palma di mano dal liberalismo e adoprati come ausiliari preziosi nella sua guerra sorda e ostinata contro il Papa. “ È superfluo l'avvertire, prosegue, che nella fortunata guerra mossa alla miseria e all'ignoranza il pio sacerdote intende soprattutto alla difesa e all'incremento della fede cattolica ”. In prova di che adduce l'ultima sua impresa, “ la fondazione d'uno speciale seminario destinato a fornire idonei ministri alla Chiesa cattolica ”, alludendo all'opera di Maria Ausiliatrice.

Egli però la guarda con l'occhio del liberale, che si compiace di vedere come qualcuno del clero si adatti alla nuova legislazione, violatrice delle libertà ecclesiastiche; sebbene il Beato Don Bosco partisse da un punto di vista assai diverso, che era di cavar bene dal male, anzichè esaurirsi in lotte sterili, cozzando con forze troppo superiori e intanto peggiorando sempre più le condizioni della vita religiosa in Italia. “ Dotato di molto senno pratico, alieno da vani sogni, Don Bosco non crede che la legge sulla leva sia una nube passeggiera che il più leggiero soffio clericale basti fra poco a spazzar via. Perciò il suo seminario aveva appunto in mira di provvedere alle speciali condizioni che quella legge ha creato al clero cattolico. A tale effetto il seminario doveva essere aperto a coloro che intendessero dedicarsi al sacerdozio od al servizio ecclesiastico, dopo avere pagato alla patria il tributo della leva e del servizio delle armi. La Curia romana commendò altamente

il disegno del Don Bosco e gli concesse un apposito Breve ”.

In fine il corrispondente tira l'acqua al suo mulino, invitando i liberali a “ non perdere di vista i progressi che questi (i clericali) vanno facendo nella parte più importante della vita sociale, l'educazione della gioventù, nè l'ardire e la perseveranza che vi dimostrano, nè gli straordinari mezzi di cui dispongono ”. Quel “ non perdere di vista ” in un organo che dava l'imbeccata al partito dominante, è un eufemismo, il quale non ha bisogno di commento per essere inteso nel suo reale significato. Quello che segue sembrerebbe non autorizzare un'interpretazione odiosa; ma ivi si palesa il buon senso di chi scrive e non lo spirito che animava il suo partito nei rapporti fra Chiesa e Stato. “ Il partito liberale deve rigettare e rigetta una gran parte dell'insegnamento che viene dato nelle scuole e negli istituti di Don Bosco. Però la pietà e l'operosità di questo è degna d'ammirazione e i liberali opererebbero saggiamente facendosene imitatori nell'interesse della civiltà, della scienza e della ragione ”.

Se tutto stesse qui, si potrebbe chiudere un occhio; ma il guaio si è che la corrispondenza torinese, lodando il Servo di Dio, tira a palle infocate contro l'Arcivescovo di Torino, rappresentato come un tiranno dispotico, che “ nella sua diocesi esercita duro ed assoluto impero... Tutti i preti... debbono chinarsi ad ogni suo volere. Un solo prete è emancipato dalla sua legge. È il reverendo Don Bosco. È questa una spina... che punge acerbamente il cuore di monsignor Gastaldi, nè gli lascia goder pace ”.

Addentrandosi poi nel vivo delle questioni vecchie e recenti, da una parte ci rappresenta l’Ordinario che non vuol sapere nè di “ esenzione dall'autorità e dalla giurisdizione vescovile ” nè dell'Opera di Maria Ausiliatrice; dall'altra Don Bosco che “ nelle cose sue è un piccolo vescovo ”, con un'autorità che “ non è chiusa nelle mura di Torino ” e che “ è assai grande in Roma stessa, presso il Papa ed un gran numero di cardinali e di altri prelati ”, e che cerca “ luoghi e prelati più propizi all'attuazione del suo progetto ”.

Quanto deplorò il Servo di Dio che questo malaugurato screzio cominciasse così ad essere argomento di articoli su giornali di tal risma! Gli avversari dell'Ordinario, che fiutavano in Curia le notizie, erano quelli che le passavano di sottomano ai giornalisti, come chiaramente si vedrà negli anni successivi. Monsignore alludeva a un'infelice asserzione contenuta in quest'articolo, quando scrisse al Cardinal Bizzarri di un giornale rallegratosi “ perchè Don Bosco sapesse essere l'unico sacerdote capace di resistere all'Arcivescovo ” (I). Noi amiamo credere che egli non abbia fatto al Beato Don Bosco il torto di dubitare che non sia stato proprio lui il primo a dolersi amarissimamente di un giudizio, il quale a un tempo offendeva la verità e feriva lui stesso nei sentimenti più delicati dell'animo suo.

Era trascorsa poco più d'una settimana, che un foglio umoristico di Torino, il Fischietto, abituato non solo a fischiare su tutto, ma a infischiarsi di tutti, fece udire un suo beceresco zufolamento sopra un'ariaccia intitolata “ Cose del giorno ”. Sono freddure, sono villanie, ma sono ben anche insinuazioni da codice penale, come quella di “ beccar testamenti al letto dei moribondi ”. Chi sa quanti a Torino lessero si sguaiate sfrontataggini nel numero del giovedì 14 ottobre? È noto purtroppo quanta diffusione abbia la stampa satirica nelle grandi città e quanta presa vi faccia nel basso e nell'alto volgo. Onde fa tanto più stomaco vedere il nome immacolato di Don Bosco trascinato così sconciamente nel fango.

 

Ma nella chiesa

Co' santi ed in taverna co' ghiottoni.

 

La canea giornalistica, che di quando in quando si levò contro di lui e contro la sua Opera, non commosse mai il Servo di Dio, e fu prudenza lasciar abbaiare alla luna, ma fu anche commiserazione. A chi avrebbe voluto rimbeccare, non permetteva, contentandosi di dire: - Eh là, pazienza, anche questo passerà! Buona gente, se la prendono con Don Bosco, che non cerca che dì fare del bene! Avremo dunque da lasciare che si perdano le anime? Avversano, senza volerlo, l'opera di Dio. Egli saprà bene sventare le loro trame.

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