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Capitolo 23

Giovanni ritorna ai Becchi - Care memorie che lascia di sè alla Moglia Nuovi tentativi infruttuosi per ripigliare gli studi - Vita edificante in mezzo ai compagni - Le madri lo propongono come modello di virtù ai loro figliuoli.


Capitolo 23

da Memorie Biografiche

del 09 ottobre 2006

Da quasi due anni Giovanni si trovava alla Moglia. La più viva riconoscenza legavalo a quella onorevole famiglia. Il signor Luigi, in segno della propria soddisfazione, aveva donato 30 lire a Margherita sul finire del 1828 e 50 nell'autunno del 1829. Si era verso il fine del mese di dicembre, quando un giorno, verso le ore otto del mattino, passò di là il fratello di mamma Margherita, Michele Occhiena, che andava al mercato di Chieri, e vedendo il nipote che spingeva l'armento fuori della stalla: - Ebbene, Giovanni, gli chiese, sei contento?

- Non posso essere contento, perchè mi continua vivo il desiderio di studiare; vedo che gli anni passano e sono sempre allo stesso punto.

- Là, poveretto; sta allegro, lascia fare a me, ci penserò io; conduci la mandra ai loro padroni, e poi ritorna presso tua madre e dille che fra poco passerò a parlarle.

- Ma, mia madre mi sgriderà, se mi vede tornare a casa.

- Fa come ti dico io: sta tranquillo, aggiusterò tutto, fidati di tuo zio. Ora vado al mercato, e ritornando andrò a parlare con tua madre, e vedrai che il tuo desiderio sarà soddisfatto. Se fa di bisogno, per mandarti a scuola, ci metterò del mio. Sei contento? Giovanni obbedì. Fecero le meraviglie i padroni nel vedersi così presto ricondurre a casa le vacche; ma accettarono le scuse e lo lasciarono andare, augurandogli che, secondo il suo desiderio, riuscisse prete. Giovanni si allontanava profondamente commosso da quella cascina così ospitale. Di quando in quando volgevasi indietro per salutare i suoi amici e benefattori, i quali sulla porta della loro abitazione lo osservavano cogli sguardi lagrimosi. Quanto era da essi amato non si può dire a parole! Finchè vissero, lo tennero sempre in conto di figlio, e mai non cessarono di far di lui onorevolissima menzione, manifestando in mille modi l'alta stima che ne avevano e ringraziando Iddio di averlo loro concesso per tanto tempo. Sentirono un gran vuoto intorno a sè per la sua dipartita, ma le durature memorie ch'egli lasciava in quei luoghi erano per essi di soave conforto.

Giovanni Moglia nel 1828 lo aveva condotto seco a piantare quattro filari di viti novelle. Bosco legava con vimini, vicino a terra, uno di questi filari. Stanco del faticoso lavoro, incominciò a dire come si sentisse male alle ginocchia ed alla schiena. - Va avanti, gli rispose lo zio Moglia; se non vuoi aver male alla schiena quando sarai vecchio, bisogna che sopporti questo incomodo adesso che sei giovane. - Bosco continuò a lavorare, e dopo qualche istante, esclamò: - Ebbene; queste viti ch'io ora lego faranno l'uva più bella, daranno miglior vino e in maggior quantità e dureranno più delle altre. - Avvenne infatti come aveva predetto: quel filare produceva ogni anno frutto doppio degli altri di quella regione, che coll'andar del tempo perirono e più volte furono rinnovati, mentre le viti legate da Giovanni prosperarono con ammirazione di tutti fino al 1890. Di questo fenomeno Don Bosco conservava sempre cara ricordanza nella sua tarda età, e ogni qualvolta Giorgio Moglia o suo figlio Giovanni venivano all'Oratorio, dimandava notizia di quella vigna e manifestava desiderio di aver di quell'uva.

La figlia Anna, passata in matrimonio con certo Giuseppe Zucca della Borgata Bausone di Moriondo Torinese, parlando di Giovanni Bosco, raccontava con soddisfazione e compiacenza ai vicini, ai conoscenti ed in famiglia ai propri figli, come egli per due anni in sua casa paterna menasse una vita da angelo e da apostolo: che sovente si ritirava in luoghi solitari a leggere, studiare e pregare: e che non solo ai giovanetti della borgata, ma eziandio alle persone della famiglia esponeva il catechismo e narrava fatti edificanti e con tali maniere, da farsi ascoltare con avidità e vivo piacere. Affermava ancora che sovente, trovandosi insieme con lui nei lavori della campagna, egli più volte con tono profetico e con serietà le aveva detto: - Io sarò prete, ed in allora sì che voglio predicare e confessare. - La ragazza nell'udir queste parole, mettevale in derisione e disprezzava il buon Giovannino con dirgli che con queste sue idee e col continuo suo leggere avrebbe finito per riuscire a nulla. E Giovanni una volta fra le altre le diede questa risposta. - Voi che parlate così e sempre mi schernite, sappiate che un giorno verrete a confessarvi da me. - E così fu. Divenuto infatti Giovanni sacerdote e Fondatore dell'Oratorio, la buona Anna, condotta da circostanze allora imprevedibili, partiva sovente dalla borgata Bausone e si portava all'Oratorio in Torino per visitare D. Bosco, confessarsi da lui nella piccola chiesa di S. Francesco e quivi fare le sue devozioni. E D. Bosco l'accoglieva sempre quale sorella e persona di casa. Queste cose riferiva il Rev. D. Giuseppe Mellica, Beneficiato in Buttigliera d'Asti, il quale aveale udite dal figlio e dalla figlia della sullodata signora Anna.

Ma un ricordo ancor più splendido lasciava Giovanni alla Moglia: quello del buon esempio. La signora Dorotea, per esortare suo figlio Giorgio già grandicello ad accostarsi ai Sacramenti, gli rammentava continuamente la pietà insigne di Giovanni. Avendo un giorno un giovanetto nominato con poco rispetto il nome di Dio, narra Giorgio Moglia, sua madre lo castigò, e raccomandandogli di non più mancare in tal modo nell'avvenire:

 - Dipòrtati, gli diceva, come si diportava Giovanni Bosco, che, rispettoso verso Dio e verso i suoi superiori, pregava molto di cuore e si raccomandava sempre al Signore prima di andare a riposo. - E ad ogni tratto glielo proponeva a modello. E così facevano le altre madri coi loro figliuoli.

Fortunati quei giovani, la cui vita è in benedizione nei luoghi da essi abitati!

Giovanni, nel suo lungo tragitto dalla Moglia ai Becchi, pensava che finalmente gli sarebbe aperta la strada, che doveva condurlo al compimento della sua vocazione. Ei non si era ancora accorto di quanto già per essa fosse inoltrato. Iddio lo aveva prima addestrato alla palestra degli Oratori festivi, e poi gli aveva fatto percorrere i varii stadi della condizione di contadino, ortolano, pastore, vignaiuolo, agricoltore; di qui doveva accendersi il suo amore per le Colonie agricole. Siano dunque benedette le ammirabili disposizioni dell'amabilissima Provvidenza divina!

Pieno di gioia compariva adunque sulla soglia della casetta paterna. Senonchè la madre, appena l'ebbe veduto, prese tosto a rimproverarlo di aver abbandonata la Moglia: non volle udir ragioni, e gli comandò di ritornare donde era venuto per continuarvi la prestazione dell'opera sua. Giovanni, sorpreso e confuso, rimase un istante perplesso: ma parendogli di leggere in volto alla madre un nascosto pensiero, senza lagnarsi, uscì di casa e andò a celarsi in un fosso, dietro ad una siepe, aspettando l'arrivo dello zio. Margherita aveva fatto il viso brusco per non dar pretesto ad Antonio di crederla complice in quel ritorno. Essa aveva due fratelli. Michele era abbastanza istruito; benchè coltivasse la terra, sapeva alquanto di latino: l'altro, di nome Francesco, era eziandio uomo di senno e sapeva farsi rispettare. Di ambedue si era Giovanni guadagnato la simpatia. L'intromissione loro negli affari della famiglia Bosco era indizio certo che Giovanni aveva acquistati due protettori.

Michele, ritornato da Chieri, fu di parola e passò a visitare la sorella. Antonio mantenne un prudente silenzio. Giovanni, che tenevasi ancora nascosto, fu chiamato, ed ogni difficoltà parve felicemente dissipata. Così raccontò il signor Gamba di Buttigliera, che, giovanetto in quei giorni, era andato co' suoi parenti ai Becchi e che poi fu ammaestrato da Giovanni nei primi rudimenti del leggere e dello scrivere. Michele si recò subito con Margherita dal parroco di Castelnuovo, D. Bartolomeo Dassano, e lo supplicò di voler fare scuola a Giovanni due o tre volte per settimana. Ma D. Dassano rispose che non poteva accontentarlo pel molto da fare che gli dava la parrocchia. Teneva, è vero, con sè due viceparroci, ma anch'essi, diceva, erano sovraccarichi di lavoro, ed egli non osava dar loro simile incombenza. Lo consigliò pertanto a recarsi a Buttigliera d'Asti dal prevosto di quella chiesa, che forse l'avrebbe esaudito: andò Michele, ma ne ebbe lo stesso rifiuto per le medesime ragioni. Non si sa perchè Margherita non abbia fin dalle prime supplicato il caro D. Calosso ad incaricarsi nuovamente dell'istruzione del figlio. Forse non aveva intieramente dismessa l'idea di tenerlo lontano da casa; forse gli acciacchi della vecchiaia avevano allora obbligato il buon prete a tener il letto; o forse anche era stato costretto da affari urgenti ad allontanarsi dalla sua cappella ed avea incaricato qualche altro sacerdote di supplirlo nelle proprie funzioni. Comunque sia andata la cosa, il fatto è che per qualche tempo ancora Giovanni non potè studiare e si diede ad aiutare la famiglia nei lavori del campo e dell'orto.

Egli intanto continuava costante a frequentare le pratiche di pietà, malgrado la non poca distanza dalla cappella della borgata, edificando tutti col suo buon esempio. Alla domenica, si recava volentieri alla parrocchia, come aveva già fatto negli anni antecedenti, per udire la santa Messa, la spiegazione del Vangelo, la predica e la istruzione ed assistere a tutti gli esercizi spirituali, anche straordinari che vi si facevano. Narra Giovanni Filippello che andava con lui al catechismo: “Il parroco D. Dassano ci interrogava, ed io e i miei compagni sapevamo poco, mentre invece il giovane Bosco sapeva molto. Per il che il parroco ci diceva: - Voi sapete ben poco del catechismo; ma Bosco non solo sa recitare il catechismo, ma lo canta”. - Lo stesso Filippello, che fu sempre suo intimo confidente e testimonio di tutte le sue azioni, asseriva: “Io sono persuaso che Giovanni non abbia mai commessi peccati. La virtù andava in lui crescendo coll'età. Fin da quando era ancor fanciullo, vedendolo in chiesa, aveva ammirato il suo contegno edificante e la divozione, colla quale pregava, e il suo riserbo nell'evitare, quanto poteva, la compagnia delle persone di altro sesso. Si distingueva fra tutti i suoi coetanei per morigeratezza, bontà di carattere; nell'infondere negli altri l'amore al bene, dimostrava di avere uno zelo ed una intraprendenza meravigliosa. Manifestava sempre il desiderio di attendere agli studi a fine di fare del bene alle anime. A me ed a' miei compagni diede sempre buoni consigli, e giammai mi avvidi che in qualche cosa sia caduto in errore. Colla sua affabilità invitavaci a frequentare con lui la chiesa, ci esortava, ci correggeva, e anche ai più dissipati non risparmiava i rimproveri. Poneva tutta la sua attenzione nell'allontanarci dalle cattive compagnie e nell'impedire i divertimenti pericolosi. Tutti noi ci lasciavamo dirigere e guidare da lui amorevolmente, essendosi conciliato il nostro rispetto e la nostra ammirazione. Camminava in mezzo a noi come uno che avesse autorità. Quando, per l'intemperie della stagione, quei della borgata non potevano andare alla parrocchia nelle ore pomeridiane, in sua casa o nel cortile, intratteneva i compagni in piccoli divertimenti, per avere agio di esporre loro qualche massima udita nella predica del mattino, istruirli nel catechismo, raccontar qualche esempio, o far loro sentire qualche pia lettura. Ordinariamente terminava i suoi trattenimenti colla recita del santo Rosario. Questa sua missione di apostolo gli procacciò fin d'allora fama di virtù non ordinaria. Tale semplicità e modestia splendeva in tutta la sua persona, che nelle feste i genitori della borgata gli davano volontieri i figli in custodia, sicurissimi fosse Giovanni un vero angiolo custode. Le madri dei dintorni animavano i loro fanciulli a frequentare la sua compagnia dalla quale l'esperienza dimostrava evidentemente come ritornassero sempre migliori”. “Molte di queste madri, aggiungeva Secondo Matta, giunte agli ultimi istanti della vita, ricordavano ai figliuoli, che scioglievansi in lacrime intorno al loro letto, gli esempi di Giovanni Bosco, e si facevano promettere che l'avrebbero preso per modello, imitandolo specialmente nella preghiera e nell'obbedienza”. Insomma non pochi abitanti di Morialdo, di Castelnuovo e delle altre borgate, fra i quali D. Angelo Savio Salesiano ed il suo fratello D. Ascanio, più volte ci hanno affermato: “Tutti i compagni e coetanei di Giovanni conservarono sempre un'ottima opinione della sua condotta, e non abbiamo mai udito da essi contro di lui la menoma parola di accusa o di critica. E ancora oggigiorno in tutte queste regioni è grande la stima che nutrono i compaesani di Giovanni su l'innocenza della sua giovinezza”.

Una squadra di giovani dell'Oratorio, guidati da Giuseppe Buzzetti e da altri Salesiani, andava, non sono molti anni, ai Becchi per la festa della Madonna del Rosario. Incontrata una vecchia veneranda, questa li riconobbe per quelli che erano ed esclamò: “Io l'ho conosciuto D. Bosco fin da bambino, abitando io allora ai Becchi. Quanto era buono! Quante volte l'ho veduto pregare con fervore e accostarsi ai Sacramenti colla fede che gli traspariva dal volto!”. Ed io ora esclamerò alla mia volta: “Gloria dei figliuoli sono i loro padri”. “Tieni conto del tuo buon nome, perchè questo sarà tuo più stabilmente che mille tesori preziosi e grandi. I giorni della buona vita si contano (perchè sono pochi), ma il buon nome dura eternamente”.

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