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Capitolo 22

Proponimenti di D. Bosco negli esercizi spirituali a S. Ignazio - Minacce di Carlo Alberto dell'Austria - D. Bosco e l'Istituto della Carità - Ospitalità generosa - Viaggio a Stresa - D. Bosco lontano conosce ciò che accade nell'oratorio - Stazione dei giovani a Moncucco nella passeggiata ai Becchi - Il primo studente nell'oratorio - I primi sacerdoti che hanno stanza con D. Bosco - Signori e signore che si prendono cura dei giovani esterni ed interni - I medici.


Capitolo 22

da Memorie Biografiche

del 07 novembre 2006

 Mentre tutti i buoni vivevano in gravi apprensioni per il misterioso agitarsi dei nemici della Chiesa a S. Ignazio sopra Lanzo si iniziavano i santi spirituali esercizi. D. Bosco per amore della povertà evangelica, per vari anni, accompagnato da D. Giacomelli, vi andava a piedi, percorrendo oltre a trenta chilometri in un mattino solo. Il Prof. D. Alasonatti Vittorio di Avigliana tenne memoria che in quest'anno D. Guala e D. Cafasso avevano invitati a predicare un padre Gesuita ed un Canonico di Vercelli. D. Bosco scriveva in un foglio: “ Proponimenti fatti negli esercizi sp. del 1847.

Ogni giorno: Visita al SS. Sacramento.

Ogni settimana: Una mortificazione e confessione.

Ogni mese: Leggere le preghiere della buona morte. Domine, da quod jubes et jubes quod vis.

Il Sacerdote è il turibolo della Divinità. Teodoto. È soldato di Cristo. S. Giov. G.

L'Orazione al Sacerdote è come l'acqua al pesce, l'aria all'uccello, la fonte al cervo.

Chi prega è come colui che va dal Re ”.

Riconfortato e riposato nello spirito, D. Bosco scendeva dalla solitudine e dalla pace dei monti per ritornare in città, ove ben presto l'ambiente politico fu scosso da inaspettati avvenimenti. La questione dei sali tra il Piemonte e l'Austria toccava già il periodo acuto di una vicina guerra, quando, giunse la notizia che le truppe austriache, col pretesto di necessaria difesa pel regno Lombardo - Veneto, avevano occupata la città di Ferrara violando i diritti Pontifici. Questo fatto accresceva nuovo sdegno nel cuore degli italiani e nuovo ardire alle sette. Cogli evviva patriottici si incominciarono a udire da ogni parte le grida: Fuori il barbaro; abbasso, l'Austria. Carlo Alberto, risoluto di non separare mai la causa propria da quella del Papa, si affrettava a far sapere al Pontefice come fosse egli pronto ai suoi servigi con l'esercito e con la flotta; e nell'agosto il Conte di Castagnetto leggeva al congresso agrario di Casale una lettera a lui scritta dal Re, colle seguenti frasi: “ Se la Provvidenza ci manda la guerra per l'indipendenza d'Italia, io monterò a cavallo con i miei figli, mi porrò alla testa del mio esercito... Un bel giorno, sarà quello in cui si potrà gridare: Alla guerra per l'indipendenza d'Italia ”. Tutti i giornali ripeterono queste frasi, le quali produssero una penosa sensazione in quanti prevedevano le conseguenze di tale guerra.

D. Bosco intanto sentiva che non avrebbe resistito a sopportare da solo per lungo tempo tutto il peso così gravoso dell'oratorio: e non trovava chi volesse far vita comune con lui consacrandosi intieramente e per sempre alla salvezza della gioventù. Aveva per qualche anno accarezzata l'idea di ascriversi a qualche Istituto già esistente, dal quale gli si lasciasse compiere il suo disegno o gli si dessero mezzi da poterlo eseguire. Desiderava vivamente di circondarsi di confratelli, nei quali potesse infondere ciò che egli sentiva nell'ardente suo cuore. Da parte sua era disposto ad essere obbedientissimo a chiunque nell'Istituto da lui prescelto, fosse deputato a comandargli; anzi avrebbe preferito poter condurre avanti il suo piano, passo per passo, guidato dall'ubbidienza di un superiore.

“ Ma la Vergine Maria, ci narrava più tardi D. Bosco, mi aveva indicato in visione il campo nel quale io doveva lavorare. Possedeva dunque il disegno di un piano premeditato, completo dal quale non poteva e non voleva assolutamente staccarmi. Io era in modo assoluto responsabile della riuscita di questo. Vedeva chiaramente le fila che dovevo tendere, i mezzi che doveva adoperare per riuscire nell'impresa; quindi non poteva espormi al rischio di mandare a vuoto un tale disegno col sottoporlo in balia del giudizio e della volontà di altri. Ciò non ostante in questo stesso anno 1847 volli osservare con maggior diligenza se già esistesse qualche Istituzione nella quale io potessi aver la sicurezza di eseguire, il mio mandato, ma non tardai ad avvedermi che no. Per quanto fosse santissimo lo spirito che li animava e lo scopo al quale tendevano, tuttavia non corrispondevano ai miei fini. Questi furono i motivi che mi rattennero dall'ascrivermi a qualche Ordine o Congregazione di religiosi. Quindi ho finito collo starmene solo, e invece di unirmi a soci già provati nella vita di comunità ed esercitati nelle varie opere del ministero apostolico, dovetti andare in cerca, secondo che mi era stato indicato nei sogni, di giovani compagni che io stesso doveva scegliere, istruire, e formare ”.

Tuttavia non gli era stato vietato di cercare un appoggio per l'opera sua in qualche Congregazione, e di studiarne le costituzioni se adattate ai suoi tempi.

Egli perciò si lasciava attirare da una speciale simpatia e da un vivo interesse verso l'Istituto della Carità. Conosceva per fama la virtù e la dottrina onde il suo fondatore e i suoi religiosi erano forniti; sapeva aver essi a Rovereto tenute istruzioni serali ai poveri artigiani per allontanarli dall'osteria e dal vizio; a Trento e altrove essere stati aperti da essi Oratorii festivi per i giovanetti; la loro predicazione ai popoli della campagna produrre un gran bene; e i loro missionari ricondurre in Inghilterra molte anime all'ovile di Gesù Cristo. Nello stesso tempo era convinto che le basi del loro ordinamento monastico fossero appunto come si convenivano ai nuovi tempi e che dessero garanzia di stabilità e difesa contro l'uragano ormai inevitabile che si addensava contro gli Ordini religiosi e i loro patrimoni. Alla proprietà collettiva avevano sostituito il diritto, almeno in radice, della proprietà personale, e quindi non potevano sorgere cavilli che contestassero un possesso soggetto alle leggi comuni. D. Bosco aveva eziandio riflettuto sull'importanza di potersi giovare in certe occasioni dell'influenza che l'Abate Rosmini esercitava in Torino sugli uomini nuovi rivestiti di autorità, e quindi la convenienza di averlo amico e protettore. Era suo sistema premunirsi diligentemente con ogni mezzo umano, lasciando poi con fiduciosa rassegnazione, che la Divina Provvidenza guidasse le cose a suo beneplacito.

Agevolava i suoi intenti l'amicizia da lui stretta con alcuni sacerdoti dell'Istituto della Carità, di stanza nell'Abbazia di S. Michele della Chiusa, i quali emulavano lo zelo e le fatiche degli antichi figli di S. Benedetto; e l'aver egli, D. Bosco, indirizzati al loro noviziato di Stresa alcuni dei suoi giovani, desiderosi di abbracciare lo stato religioso. L'ospitalità da lui offerta a questi buoni padri, i quali non avevano casa in Torino, rendeva più intime quelle attinenze. Qualunque volta l'Abate Rosmini giungesse in Torino il Marchese Gustavo Benso di Cavour lo voleva in casa sua; ma i suoi discepoli qui condotti dagli affari o bisognosi di riposo in un lungo viaggio, venivano per più anni a prendere alloggio nell'Oratorio. D. Bosco faceva loro quelle migliori accoglienze che gli permetteva la sua povertà, e quei generosi, avvezzi ad una vita austera, erano sempre di tutto contenti.

Quando poteva, assegnava loro una cameretta, e se la piccola casa era occupata da altri ospiti, conduceva il nuovo venuto nella sua stanza, gli cedeva il proprio letto e in un piccolo spazio celato da un armadio che serviva come di steccato, stendeva per terra un materasso e su quello si coricava. Se però il forestiero era persona di riguardo, andava a cercarsi un cantuccio da passarvi la notte o in cucina o nella sagrestia. E così continuò fino al 1854

Riconoscenti per queste e per altre sue attenzioni, spesse volte i padri Gilardi e Fledelicio lo avevano con insistenza invitato a recarsi a Stresa; ma era stato ritenuto dagli affari. Finalmente nell'autunno del 1847 ci decidevasi a quel viaggio. Andava per avere un abboccamento coll'Abate Rosmini e chiedere il suo giudizio su vari progetti che gli stavano a cuore e dei quali noi pi√π tardi dovremo parlare; e nello stesso tempo per intrattenersi alquanto con i suoi giovani, da lui mandati a quel noviziato.

Prima di partire consegnava l'Oratorio al Teol. Carpano e ai due giovani Barretta e Costa, che erano i factotum e i cantori principali; raccomandò caldamente l'assistenza dei loro compagni, quindi montò sul calesse dell'impresario Federico Bocca, il quale in persona volle accompagnare D. Bosco guidare il suo cavallo. È dal signor Bocca che avemmo i seguenti e pochi cenni di questo viaggio.

Dopo alcuni giorni, essendo Domenica, a un certo punto, della via, D. Bosco, che silenzioso si era concentrato nei suoi pensieri, esclamò ad un tratto: “ Ecco, che approfittandosi della mia assenza, Barretta e Costa non sono andati all'Oratorio; e il Teol. Carpano non è al suo posto, e invece ora fa la tale e la tal altra cosa ”

Bocca, udite queste parole, ne prese nota per verificarle al ritorno. Toccate le stazioni di Chivasso, Santhià, Biella, Varallo, Orta, a Miassino nell'osteria piena di persone, D. Bosco con i suoi modi gioviali ed affettuosi, avendo preso, ascendente su tutti, narrò la vita di S. Giulio con gran piacere di quella gente, poco avvezza ad ascoltare panegirici. Partito di là visitò i piccoli Seminari di Gozzano e S. Giulio, della diocesi di Novara, ed alloggiò presso i signori Razzini, e giunse a Stresa passando per Arona e S. Carlone. Quivi con suo rincrescimento trovò che l'abate Rosmini era lontano; ma il padre Fledelicio lo accolse con gran festa, perchè sperava che D. Bosco si sarebbe fatto Rosminiano. Lo condusse quindi alle isole Borromee, ad Intra, a Pallanza e al Santuario di S. Caterina del Sasso al di là del lago Maggiore, ove si vede un gran macigno star miracolosamente quasi sospeso in aria sopra il sacro edificio. Intanto osservando ed interrogando conobbe perfettamente lo spirito dei Rosminiani e come non andasse d'accordo col suo in varie opinioni e su certi principi. Tuttavia non disse parola che palesasse il suo pensiero. Contento per le amorevolezze di quei novizi e dei loro superiori, ritornò a Torino, passando per Arona, Novara, Vercelli, Chivasso. Varie scene graziose e salutari per le anime erano accadute cogli osti presso i quali erasi fermato per rifocillarsi, e al solito aveva confessato vetturini e stallieri. Il viaggio era durato quasi dodici giorni. Il Sig. Bocca andò subito dal Teol. Carpano e gli disse:

 - Lei Domenica non era al suo posto nell'Oratorio ed ha fatto questo e questo.

 - Da chi lo ha saputo?

 - Da D. Bosco in persona.

Il Teologo, che era di naturale sanguigno, si tolse la berretta di capo, e gettandola dispettosamente per terra: - Ecco lì, esclamò, sono subito andati a raccontargli tutto. Chi glielo ha detto? - E ammutolì e si calmò quando seppe che D. Bosco solo da sè aveva indovinata o veduta la sua assenza. Così pure il Sig. Bocca, constatò avverate le parole, di D. Bosco, riguardo ai due giovani cantori.

D. Bosco si fermò per poco tempo in Torino.

Pel 2 ottobre disposta col Teol. Borel una passeggiata di tutto l'oratorio a Superga, dove si era comprata molta uva per una merenda, partiva a piedi per la solita gita ai Becchi, con alcuni allievi. Sua madre lo accompagnava col suo canestro appeso al braccio. Fintanto che si era nelle vie della città, discorreva col figlio sul modo di alloggiare e vigilare quei buoni ragazzi; ma uscita dalla cinta del dazio e avanzandosi per le strade solitarie, incominciava ad alta voce il rosario, al quale tutta la comitiva rispondeva. I Signori Moglia suoi antichi padroni e benefattori, avvertiti per lettera del suo passaggio, preparavano ogni cosa nella loro cascina per accoglierlo degnamente. Nei primi anni egli andava con soli quattro o cinque giovani, poi con dieci o quindici. L'ultima volta furono venticinque, e cessò dall'andare alla Moglia, perchè temette abusare della generosità dei suoi ospiti e pel numero sempre crescente dei suoi compagni. Il suo arrivo, era un giorno di festa e di allegria. Per i giovani era preparata una gran polenta con salsiccia in quantità, che essi stessi facevano cuocere. D. Bosco con i suoi coadiutori, quando aveva con sè preti e chierici, sedevano a mensa col padrone e colla sua famiglia. Di qui D. Bosco riprendeva il suo cammino per Morialdo, ove soleva dimorare nella sua casa paterna per qualche settimana, aiutando D. Cinzano nella festa del Rosario.

Ritornato a Torino, conduceva con sè in Valdocco il primo studente di Castelnuovo d'Asti e suo cugino di nome Alessandro, figlio del signor Pescarmona Giovanni Battista. Il padre, ricco possidente, aveva formata con D. Bosco una convenzione, con la quale si obbligava a pagare una regolare retta mensile e a provvedere il figlio di abiti, libri e quanto potesse occorrere in occasione di malattia. Doveva questi ascriversi al terzo corso di lingua latina e abitando con D. Bosco andare alle lezioni di un Professore in città, che aveva nome Giuseppe Bonzanino. Il padre sapendo le strettezze nelle quali si trovava D. Bosco, volle anticipargli la somma totale convenuta per tre anni.

Abbiamo fatto cenno di questo fatto per ricordare una massima che D. Bosco fin d'allora stabiliva per l'accettazione di un alunno pel suo Ospizio. “ Abbiamo per iscopo, diceva, di raccogliere e mantenere gratuitamente giovani poveri, e non è giusto che colui il quale poco o molto possiede di beni suoi o di sua famiglia, volendo essere ammesso fra noi, si profitti delle elemosine che sono elargite per gli altri. Questo principio servirà nel fissare la somma mensile, più o meno tenue, per la pensione di un giovanetto ”.

Il giovane Alessandro non fu il solo che D. Bosco fece sedere alla sua propria mensa. Egli era sempre in cerca di coadiutori che gli prestassero mano nel far prosperare l'opera sua; quindi volentieri dava alloggio in sua casa ad ecclesiastici e ad altri che desideravano stabilirsi in Torino per gli studi o per diversi motivi. Costoro corrispondevano una pensione convenuta. D. Palazzolo, il suo amico e discepolo a Chieri prendeva stanza con lui il 23 ottobre 1847, e il giorno 29 dello stesso mese ed anno venne pure in Valdocco D. Pietro Ponte, che forse fu il secondo che ebbe l'ufficio di Prefetto nell'Oratorio festivo; abitarono con D. Bosco per tutto il 1848 mentre erano impiegati in chiese della città. Le due torte settimanali con erbe non erano presentabili a quei pensionari. La mensa perciò fu imbandita a pranzo e a cena all'incirca secondo l'usanza delle comunità. Vi era il necessario per nutrirsi, ma certamente facevano difetto le delizie. Le insistenze altrui non indussero D. Bosco a cambiar sistema. Perciò i suoi commensali non si fermarono lungo tempo con lui, il quale per volontà deliberata faceva una vita di continuo sacrificio e mortificazione. Era solito ripetere con S. Paolo. - Avendo gli alimenti e di che coprirci contentiamoci di questo.

Qui sta bene il ripetere come la sua povertà e mortificazione eccitasse i benefattori a soccorrerlo più largamente vedendo che nulla riteneva per sè; come fosse per essi una prova che nessun fine umano lo guidava nel sostenere tanti disagi e stenti; e come inducesse le anime generose ad imitare il suo zelo col prestargli in vario modo eziandio l'opera loro. Alcuni nobili signori e borghesi si unirono ai catechisti e ai giovani maestri, e li aiutavano in chiesa e fuori di chiesa nei loro uffizi. Essi si davano specialmente premura di cercare tra i giovani, quelli cui mancava il lavoro; procuravano di metterli bene in assetto ed in grado di potersi presentare nelle officine o nei negozi, e li collocavano presso qualche onesto padrone andando a visitarli sul lavoro lungo la settimana. D. Bosco in una conferenza ai cooperatori nel 1878, esclamava: - Era proprio la Divina Provvidenza che lì mandava, e per mezzo loro il bene andò moltiplicandosi Questi primi cooperatori salesiani, sia ecclesiastici che secolari, non guardavano a disagi ed a fatiche, ma vedendo come molti giovani discoli si riducessero nella via della virtù, sacrificavano se stessi per la salvezza degli altri. Molti io ne vidi lasciare ogni comodità di loro case e venire non solo tutte le domeniche, ma ben anche tutti i giorni della quaresima, e ad un'ora che li disagiava moltissimo, ma che era più comoda per i ragazzi, a fare il catechismo. Li vidi eziandio durante l'invernale stagione recarsi ogni sera in Valdocco per vie e sentieri dirupati, pericolosi, coperti di neve e di ghiaccio per fare scuola nelle classi che mancavano di maestro, impiegandovi il maggior tempo possibile. - Fra costoro si debbono annoverare il Conte Cays di Giletta, il Marchese Fassati e poi il Conte Callori di Vignale e il Conte Scarampi di Pruney, il quale nel 1900 in età di 80 anni parlando col Prof. D. Celestino Durando piangeva di consolazione e di tenerezza ricordando D. Bosco e questi anni antichi.

Insieme coi coadiutori erano comparse nell'Oratorio le coadiutrici, delle quali D. Bosco eziandio parlava nella conferenza suddetta: “ Si faceva vieppiù sentire il bisogno di aiutare materialmente i nostri poveri fanciulli. Ve ne erano di coloro i cui calzoni e la giubbetta erano in brandelli, e ne pendevano i pezzi da ogni parte, anche a scapito della modestia. Ve ne erano di quelli che non potevano mai cambiarsi quello straccio di camicia che avevano in dosso; erano così luridi che nessun padrone li voleva accogliere a lavorare nella propria officina. Fu qui che incominciò a campeggiare la bontà e l'utilità che arrecavano le cooperatrici. Io vorrei ora a gloria delle signore torinesi raccontar ovunque come molte di esse, sebbene di famiglie così cospicue e delicate, tuttavia non avessero a schifo prendere quelle giubbe, quei calzoni ributtanti e colle loro mani aggiustarli; prendere quelle camicie già tutte lacere, e forse mai passate nell'acqua, prenderle esse stesse, dico, lavarle, rattopparle e consegnarle poi nuovamente ai poveri ragazzi, i quali attirati dal profumo della carità cristiana perseverarono nell'Oratorio e nella pratica delle virtù. Varie di queste benemerite signore mandavano biancheria, vesti nuove, danari, commestibili e quant'altro potevano. Alcune sono presentemente qui ad ascoltarmi e molte altre furono già chiamate dal Signore a ricevere il premio delle loro, fatiche ed opere di carità ”.

Queste sante donne si erano raggruppate intorno a mamma Margherita, e prima fra tutte, colla sua buona sorella, la signora Margherita Gastaldi, madre del Can. Lorenzo Gastaldi, e con essa la Marchesa Fassati; poi un'altra illustre dama di Corte; e altre ancora, le quali non sdegnavano di associarsi all'umile contadina del Becchi per rammendare stracci nella povera sua stanzetta.

E quando D. Bosco incominciò a ricoverare gli orfanelli, con una abnegazione materna esse ne presero cura come dei propri figli. Ogni sabato portavano agli allievi camicie e fazzoletti. Ogni mese somministravano lenzuola pulite e talora rappezzate con diligenza. Era la signora Gastaldi che prendevasi cura di far lavare la biancheria. Alla domenica passava in rivista i letti, poi come un generale d'armata, schierava gli alunni, ad uno per uno osservava se si erano cambiata la camicia, se si erano lavate le mani ed il collo. Quindi, fatto mettere da parte tutto ciò che si doveva mandare al bucato, lo faceva trasportare presso le persone che aveva incaricate di quel lavoro. Dava eziandio una rivista agli abiti per vedere se abbisognassero d'essere riparati, ricorrendo, sovente a vari pii istituti e case di educazione femminili, che gareggiavano nel prestarsi a questo lavoro di beneficenza. Essa passava gran parte della giornata nella guardaroba dell'Oratorio aiutando la buona Margherita a tenerla in ordine; provvedeva o faceva provvedere quanto mancava per i letti e per le persone; somministrava quanto poteva eziandio aiuti in danaro, così che i giovani la consideravano, insieme con la sua sorella, come particolare benefattrice. Per più anni durò in quest'opera di carità, anche dopo la morte della madre di D. Bosco.

Fin qui abbiamo detto delle cure di cui erano oggetto i figli dell'Oratorio quando erano sani, ma dobbiamo aggiungere che essendo infermi, fin dal principio, non mancarono loro insigni benefattori che li assistettero, alleviarono i loro dolori e si studiarono di restituirli in sanità. I giovani esterni D. Bosco sapeva raccomandarli ai medici di beneficenza, pronto anche a procurare soccorsi ai più indigenti, quando, erano curati in famiglia; quelli che erano stati trasportati agli ospedali li indicava alle suore infermiere ed ai dottori, perchè usassero loro speciali riguardi; gli uni e gli altri poi visitava con affetto di padre. In quanto ai giovani ricoverati in Valdocco egli fin da quest'anno volle che vi fosse il medico della casa e il primo fu il Dottor Vella, nativo di Cavaglia. D. Bosco gli portava grandissima affezione, come pure a suo, fratello che, mandato con altri chierici dalla Curia di Monsignor Fransoni, veniva ad insegnare il catechismo nell'oratorio. Il dottore si dedicò con grande affetto a quest'opera di carità, continuando fino al 1856, e cessando quando fu nominato professor di medicina nell'Università di Bologna. Al Vella successero altri medici valenti, animati dello stesso suo spirito, dei quali faremo cara memoria nel corso della nostra narrazione; ma oltre questi, direi così, curanti ordinari, furono centinaia di sanitari che nel corso di quaranta e più anni gratuitamente, ad un invito di D. Bosco o de' suoi rappresentanti, di giorno e di notte, venivano a visitare e curare qualche alunno gravemente ammalato. Erano uomini di grande fama per sapere, esperienza, abilità nelle più difficili operazioni chirurgiche, occupatissimi da mane a sera; eppure, non ostante il grave incomodo, ringraziavano chi lì aveva chiamati, e si dicevano pronti a prestar l'opera loro ogni volta ve ne fosse bisogno. E i figli del popolo erano trattati del pari dei figli dei grandi signori. Tanto può la gentilezza d'animo unita alla carità cristiana. Onore ai medici di Torino! Non cesseranno le nostre preghiere e la nostra riconoscenza, perchè non solo le Sacre Carte ci insegnano: “ Rendi onore al medico per ragione della necessità ”, ma aggiungono esser desso un dono del Signore: “ perchè egli è stato fatto dall'Altissimo ”.

 

 

 

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