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Capitolo 21

La scuola di Morialdo - Il chierico Giuseppe Cafasso - Suo abboccamento con Giovanni - Il fratello Antonio proibisce a Giovanni di continuare negli studi.


Capitolo 21

da Memorie Biografiche

del 06 ottobre 2006

Giunse l'autunno, ma la scuola per Giovanni non era tuttavia incominciata. D. Calosso era impaziente; ed un giorno incontrando il giovanetto: - Sicchè, gli chiese, tua madre non ti mette ancora a studiare?

- Ah! vi sono sempre le difficoltà: mio fratello maggiore non vuole.

- Che? voglia o non voglia egli, lo voglio io che tu intraprenda gli studi. Domani co' tuoi libri vieni a casa mia: io ti farò scuola.

Giovanni si mise tosto nelle mani di D. Calosso, il quale, come già vedemmo, era solamente da alcuni mesi venuto alla Cappellania di Morialdo, e prese a portargli tanta affezione, che gli fece conoscere tutto se stesso. Da quell'istante incominciò a manifestargli prontamente ogni parola, ogni pensiero, ogni azione. Ciò piacque assai al buon prete, perchè in simile guisa poteva con sicurezza regolarlo nello spirituale e nel temporale. Ecco in qual maniera D. Bosco ricorda il vantaggio provenutogli da questa direzione: “Conobbi allora che voglia dire avere la guida stabile di un fedele amico dell'anima, di cui fino a quel tempo era stato privo. Fra le altre cose mi proibì tosto una penitenza, che io era solito fare, non adattata alla mia età e condizione, mi incoraggiò a frequentare la Confessione e la Comunione, e mi ammaestrò intorno al modo di fare ogni giorno una breve meditazione, o meglio un po' di lettura spirituale. Nei giorni festivi tutto il tempo che poteva lo passava con lui. Nei giorni feriali, per quanto mi era possibile, andava a servirgli la santa Messa. Da quell'epoca ho incominciato a gustare che cosa sia vita spirituale, giacchè prima agiva piuttosto materialmente e come macchina, che fa una cosa senza saperne la ragione”.

In questi giorni però un doloroso avvenimento riempiva di lutto i Castelnovesi. Il 3 ottobre 1826, in età di 54 anni, moriva il vicario foraneo D. Giuseppe Sismondo. Giovanni dolentissimo si accompagnò al funebre corteggio, che recava alla tomba la salma di colui, che aveagli concesso il dono inestimabile della prima Comunione.

Alla metà di ottobre egli aveva incominciato regolarmente lo studio della grammatica italiana, che in breve potè compiere e praticare con opportune composizioni. A Natale diè mano al Donato. Sul principio trovò qualche difficoltà nelle prime declinazioni e nel primo verbo, ma poi quello studio divenne per lui facilissimo. Leggere era quanto ritenere, perchè ogni cosa restavagli scolpita ed indelebile nella mente: tanto che in un mese apprese il Donato a menadito. A Pasqua cominciò a tradurre qualche proposizione dal latino in italiano e dall'italiano in latino. Il maestro dicevagli scherzando: - Se fai così, non andrà molto tempo che saprai quanto vi è nel mondo da imparare. - E tutte le volte che incontrava mamma Margherita le ripeteva: - Vostro figlio è un portento di memoria. - In tutto quel tempo Giovanni non cessò mai dai soliti trattenimenti festivi, d'inverno nella stalla, d'estate nel prato. Ogni fatto, ogni detto, e direi quasi ogni parola del venerato maestro serviva a trattenere i suoi uditori. Antonio per altro brontolava continuamente.

Margherita si reputava felice nel vedere Giovanni giunto al compimento de' suoi desideri. Ma le tribolazioni non dovevano mancare. Fino a tanto che durò l'inverno ed i lavori di campagna non richiedevano alcuna premura, Antonio lasciò tempo al fratello di applicarsi alle cose di scuola; ma, venuta la primavera, incominciò a lagnarsi fortemente, dicendo, perchè mai egli solo dovesse logorarsi la vita in pesanti fatiche, mentre Giovanni perdeva il tempo facendo il signorino. Ci furono vive discussioni con Giovanni e colla madre, la quale, per mantenere la pace in famiglia, conchiuse che Giovanni sarebbe andato al mattino per tempo a scuola ed avrebbe impiegato il rimanente del giorno in lavori materiali. Ma come avrebbe potuto studiare le lezioni? Come fare i suoi compiti?

Chi ha volontà risoluta, trova i mezzi per giungere al suo fine. L'andata ed il ritorno dalla scuola porgevagli un po' di tempo a studiare. Giunto poi a casa, prendeva la zappa da una mano e dall'altra la grammatica e s'avviava al campo: durante la strada continuava a studiare fino al luogo del lavoro. Quivi, dando uno sguardo compassionevole alla grammatica, mettevala sopra una zolla, e si accingeva a zappare, a sarchiare o raccogliere erba cogli altri, secondo il bisogno. L'ora poi in cui tutti solevano fare merenda, egli si ritirava in disparte, e con una mano teneva la pagnottella mangiando e nell'altra il libro studiando. Come nel venire, così faceva ritornando a casa. L'ora del desinare e della cena e qualche furterello al riposo era l'unico tempo che gli rimanesse pe' suoi doveri in iscritto.

Malgrado tanto lavoro e tanta buona volontà, il fratello Antonio non era soddisfatto e ripeteva che di quella scuola non voleva più saperne: - Che bisogno c'è di tanto latino in casa? Che latino? Lavorare, lavorare! - Mamma Margherita aveva un bel mostrargli che non c'era necessità dell'opera di Giovanni, per tener ben coltivato il proprio podere; e come essa stessa non si risparmiasse in tutto ciò che occorreva per la seminagione, la coltivazione ed i raccolti. Gli prometteva eziandio che avrebbe sacrificato la sua stessa dote per compensarlo di quel meno di lavoro che sembravagli facesse Giovanni. Il fratellastro non si potè risolvere a cedere delle sue pretensioni. Finalmente accadde una scena disgustosa, che così ci è narrata dallo stesso D. Bosco: “Un giorno Antonio con mia madre, e poi con mio fratello Giuseppe, in un tono imperativo disse: - È abbastanza fatto; voglio finirla con questa grammatica. Io sono venuto grande e grosso e non ho mai veduto questi libri. - Io, dominato in quel momento e dall'afflizione e dallo sdegno, risposi quello che non avrei dovuto: - Tu parli male; gli dissi; non sai che il nostro asino è più grosso di te e non andò mai a scuola? Vuoi tu venire simile a lui? - A quelle parole Antonio saltò sulle furie ed io soltanto colle gambe, che mi servivano assai bene, potei fuggire e scapparmene da una pioggia di busse e di scappellotti”.

Ma la gioia dell'intero paese venne a dar sollievo alle angustie private. Il nuovo prevosto D. Bartolomeo Dassano, uomo di gran pietà e dottrina, prendeva possesso di Castelnuovo nel mese di luglio 1827; mentre otto giorni prima un giovane Castelnovese, Giuseppe Cafasso, per le mani dell'economo D. Emanuele Virano aveva indossato la divisa chiericale.

Chi era mai questo giovane che già più volte ci venne e più altre ci verrà di nominare in questo racconto? D. Bosco così lo descrive: “Era un modello di virtù, nato da onesti e agiati contadini nel gennaio 1811. La docilità, l'obbedienza, la ritiratezza, l'amore allo studio e alla pietà di questo giovanetto, aveanlo fatto divenire l'oggetto della compiacenza dei genitori e de' suoi maestri. In esso era qualità caratteristica un grande amore alla ritiratezza, congiunto ad una propensione quasi irresistibile a fare del bene al prossimo. Egli stimava giorno per lui il più felice quando poteva dare un buon consiglio, quando riusciva a promuovere un bene o ad impedire un male. All'età di dieci anni la faceva già da piccolo apostolo in sua patria. Fu spesso visto uscire di casa, andare in cerca di compagni, di parenti e di amici. Grandi e piccoli, giovani e vecchi, tutti invitavali a venire in casa sua: di poi accennava loro di inginocchiarsi e fare con lui una breve preghiera: poscia montava sopra una sedia, che per lui diveniva un pulpito, e da questa faceva la predica, cioè andava ripetendo le prediche udite in chiesa o raccontando esempi edificanti. Egli era di piccola corporatura, ed il suo corpo era quasi tutto nella voce; perciò ognuno nel rimirare quel volto angelico, quella bocca, da cui uscivano parole e discorsi cotanto superiori all età sua, andava pieno di meraviglia esclamando colle parole proferite da quelli che rimiravano il fanciulletto Giovanni Battista: Chi mai sarà questo fanciullo? Quis putas puer iste erit?”.

La fama della straordinaria bontà di questo giovane si era sparsa in tutte le borgate della parrocchia di Castelnuovo. Giovanni, il quale avea tanto simili a lui le inclinazioni ed i desideri, avrebbe voluto conoscerlo, avvicinarlo, farselo amico; ma varie circostanze sembravano opporgli ostacolo non leggiero. Cafasso da qualche anno era andato a Chieri per gli studi, e la borgata di Morialdo era distante da Castelnuovo. La differenza di età e d'istruzione rendeva più difficile un avvicinamento. La Provvidenza però prendeasi la cura di stringere più tardi fra loro una santa amicizia. Sentiamo come Giovanni stesso narra il suo primo incontro col Cafasso: “Era la seconda domenica di ottobre dell'anno 1827, e gli abitanti di Morialdo festeggiavano la Maternità di Maria Santissima, la solennità principale di quel borgo. Ognuno era in faccende per le cose di casa o di chiesa, mentre altri erano spettatori o prendevano parte a giuochi o a trastulli diversi. Uno solo vidi lungi da ogni spettacolo, ed era un chierico, piccolo nella persona, occhi scintillanti, aria affabile, volto angelico. Egli stava appoggiato alla porta della chiesa, che era stata chiusa per breve ora. Io ne fui come rapito dal suo sembiante, e sebbene toccassi soltanto l'età di dodici anni, tuttavia mosso dal desiderio di parlargli mi avvicinai e gli indirizzai queste parole: - Signor Abate, desiderate di vedere qualche spettacolo della nostra festa? Io vi condurrò di buon grado ove desiderate. - Il chierico fe' grazioso cenno di avvicinarmi e prese ad interrogarmi sulla età, sullo studio, se fossi stato già promosso alla santa Comunione, con che frequenza andassi a confessarmi, ove andassi al catechismo e simili. Io rimasi come incantato a quelle edificanti maniere di parlare; risposi volentieri ad ogni domanda: di poi quasi per ringraziarlo della sua affabilità, ripetei l'offerta di accompagnarlo a visitare qualche spettacolo o novità. - Mio caro amico, ripigliò il buon chierico, gli spettacoli dei preti sono le funzioni di chiesa; quanto più esse sono devotamente celebrate, tanto più grati ci riescono i nostri spettacoli. Le nostre novità sono le pratiche della religione, che sono sempre nuove e perciò da frequentarsi con assiduità; io attendo solo che si apra la chiesa per poter entrare. - Mi feci animo a continuare il discorso e soggiunsi - È vero quanto mi dite; ma v'è tempo per tutto: tempo di andare in chiesa e tempo per ricrearci. - Il chierico si pose a ridere, e conchiuse con queste memorande parole, che erano come il programma delle azioni di tutta la sua vita: - Colui che abbraccia lo stato ecclesiastico si vende al Signore, e di quanto havvi nel mondo nulla più deve stargli a cuore, se non quello che può tornare a maggior gloria di Dio ed a vantaggio delle anime. - In questo mentre si apersero le porte della chiesa, e il chierico, salutato il suo piccolo interlocutore, entrò. Allora, tutto meravigliato, volli sapere il nome di quel chierico, le cui parole e il cui contegno cotanto manifestavano lo spirito del Signore. Seppi che egli era il chierico Giuseppe Cafasso, studente del 2° anno di filosofia”.

Giovanni tornò a casa come se in quel giorno avesse guadagnato una gran fortuna, e corse dalla madre.

- L'ho visto, gli ho parlato.

- Chi mai?

- Giuseppe Cafasso. È proprio vero che è un santo

- Dunque cerca di imitarlo. Il cuore mi dice che un giorno potrà giovarti molto!

Giovanni narrò allora alla madre il dialogo accaduto tra lui e Cafasso. Margherita era donna capace di comprendere la nobiltà e giustezza di quelle parole e concluse: - Vedi, Giovanni, un chierico che manifesta tali sentimenti, riuscirà un santo prete. Sarà il padre dei poveri, ricondurrà tanti cattivi sulla via del bene, confermerà tanti buoni nella via della virtù, guadagnerà molte anime al cielo. - Tale infatti riuscì Giuseppe Cafasso, e per Giovanni Bosco fu non solo, come vedremo, modello di vita chiericale e sacerdotale, ma eziandio primo ed insigne benefattore.

Intanto sopravvenne l'inverno, e cessati i lavori di campagna, Giovanni intendeva riprendere gli studi presso il suo carissimo D. Calosso, che lo attendeva a Morialdo. Ma potè andarvi per poche settimane, poichè la madre lo consigliò a restarsene in casa. Antonio non aveva cessato di muovergli guerra. - Il signorino vuole studiare! dicevagli. Tu andrai a star comodo, e noi qui a mangiar polenta! Credi tu forse che noi abbiamo voglia di morirci di fame per pagarti la pensione? Te lo darò io lo studio! Lévati dal capo questa pazzia. Non abbiamo bisogno di dottori noi. Va a zappare! - E andava sovente saettandolo con simili rimproveri. Se tal fiata lo incontrava nell'atto di leggere qualche libro, glielo strappava di mano; se tal' altra vedealo senza parole, concentrato ne' suoi pensieri: - A che cosa pensi, dicevagli: a' tuoi sogni forse? Tu devi fare il contadino, come lo faccio io!

- E non lo chiamava più con altro nome, fuorchè con quello di studente, dottorino e simili. Giovanni soffriva, talora piangeva e sopportava tutto con pazienza. Ma sopra di lui vegliava quegli al quale Davidde nelle sue afflizioni esclamava: “Alla tua cura è rimesso il povero; aiuto dell'orfano sarai tu”.

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