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Capitolo 20

D. Bosco elegge i nuovi Direttori per i collegi di Mirabello e di Lanzo - D. Bonetti Giovanni zelante educatore: due fatti sorprendenti - D. Bosco scrive a D. Bonetti perchè prepari i Salesiani del Piccolo Seminario ad una conferenza: va a Mirabello: confessa in treno: una gran festa onorifica pel Direttore - D. Bosco va a Tortona per visitare un suo alunno infermo - Raccomanda alla Superiora delle Fedeli Compagne una giovanetta che desidera farsi suora - Consiglia un chierico come debba regolarsi quanto al cibo, al riposo, allo studio -Chierici approvati per l'insegnamento nelle classi inferiori del Corso elementare e ginnasiale - Conseguimento di lauree -- Due esami all'Università per ottenere il diploma di professore di Rettorica, contestati.


Capitolo 20

da Memorie Biografiche

del 06 dicembre 2006

 Come i primi socii ebbero pronunziati i voti perpetui, coloro che dovevano prendere la direzione dei collegi furono da D. Bosco congedati per la loro destinazione. Partì pel primo D. Giovanni Bonetti, ma appena giunto a Lanzo, parve che non gli si confacesse l'aria troppo fina dei monti, poichè fu preso da un atroce mal di denti con febbre. D. Bosco dopo una settimana richiamavalo a Torino e mandava a Lanzo in suo luogo il sacerdote Giovanni Battista Lemoyne, che era stato destinato pel Piccolo Seminario di Mirabello; e D. Bonetti ritornava al piccolo Seminario assumendone la direzione. Ivi lo avevano atteso cento settanta alunni che presto crebbero fino a duecento.

Virtù eminenti, pietà viva e sincera, scienza filosofica e teologica, coltura letteraria non comune adornavano la bell'anima di D. Bonetti. Egli non guardava a fatica nel promuovere il bene materiale, letterario e morale dei giovanetti alle sue cure affidati; e ardeva di zelo per la salute delle loro anime.

Abbiamo molte prove di questo affetto anche ne' suoi scritti. In una lettera al Direttore del Collegio di Lanzo diceva: “ Bisogna far noto ai nostri aiutanti di campo che l'aver giovani buoni e che consolino undequaque i superiori, è, specialmente ai tempi in cui viviamo, non solo una grazia, ma direi quasi un privilegio: e quindi dobbiamo meritarcelo da Dio con una condotta santa, preghiera, avvisi, assistenza, vigilanza: insomma dobbiamo mettere in pratica tutte le sapientissime norme che furono date in iscritto da D. Bosco per guida dei Direttori. A questo modo vedremo fiorire nei nostri collegi ogni più bella virtù “.

E in un'altra lettera:

“ La grazia della buona riuscita di un giovane dobbiamo strapparla al cuore di Dio, con uno spirito di grande sacrifizio e di grande preghiera”.

Egli faceva quanto suggeriva agli altri, come si può vedere dalla biografia che scrisse egli stesso del suo alunno Ernesto Saccardi. E che il Signore benedicesse largamente le sue fatiche lo dimostrò la felice riuscita di tanti giovanetti da lui educati dal 1865 al 1877, prima a Mirabello e poi a Borgo S. Martino. La divozione al Sacro Cuore di Gesù, che nel suo cuore aveva ardentissima, animava tutte le sue opere, dava efficacia ai suoi discorsi famigliari, alle sue prediche e all'esercizio del sacro ministero, sicchè ne restavano tutti incantati e persuasi. Parve altresì che il S. Cuore di Gesù cooperasse anche con soprannaturali aiuti al compimento della sua ardua missione. Quanto narriamo accadde a Borgo g. Martino.

Una notte, nel sonno, gli sembrò di vedere un personaggio di sorprendente maestà entrare in sua camera, e sentissi dalla sua voce amorosa invitato a seguirlo. Andò e dietro a lui entrò in un dormitorio, ove a quell'ora tutti i giovani dormivano. Quel personaggio si fermò ai piedi di un letto e disse a D. Bonetti:

 - Osserva questo giovane: fra un mese dovrà presentarsi al tribunale di Dio: tocca a te prepararlo!

D. Bonetti nello svegliarsi al mattino restò così impressionato dalla vivezza del sogno che non poteva distrarne la mente. Esitava però a manifestarlo. Poteva essere, è vero, un semplice giuoco di fantasia; ma se era un avviso del Cielo? In ciò nulla d'impossibile. Iddio è troppo vicino a ciascuno di noi: In ipso vivimus, movemur et sumus, e Dio ci ama di un amore inenarrabile! Ma il parlare parevagli che potesse in qualche modo ridondare a sua gloria e avrebbe preferito di tacere. Senonchè rifletteva: “Se dalla mia parola dipendesse la salvezza eterna di un'anima, non avrei poi a soffrire un acuto rimorso per aver taciuto, qualora l'avviso fosse realmente confermato dal fatto? ” D'altra parte che male c'era, anche qualora fosse stato un semplice sogno, a risvegliare nei giovani il pensiero degli anni eterni?

Si risolse perciò di parlare, ma non in pubblico, e presi a parte alcuni suoi intimi, manifestò loro il sogno e il giorno nel quale gli era stato detto che il giovane sarebbe morto, pur tacendone il nome. Ma appariva così singolare la cosa, che non potè restare segreta; e da uno all'altro, di confidenza in confidenza, in breve tutti vennero in cognizione del sogno, e l'attesa era generale e vivissima per giudicare del suo avveramento. Tanto più che in casa non eravi alcuno infermo. Ma un giovane, che D. Bonetti aveva, come egli disse, preparato al gran passo, dopo breve malattia moriva precisamente nel tempo indicato. Fra i testimonii del fatto havvi il Sac. Prof. Giuseppe Isnardi.

Nello stesso collegio sul far di una sera un alunno fu colto da male improvviso. Si chiamò in sull'istante il direttore Don Bonetti, che subito accorse, ma lo trovò già morto. Fuori di sè, come se fosse colpa sua che il giovane non avesse ricevuti i Sacramenti, andò a prostrarsi in Chiesa e pianse e pregò lungamente. Il giorno dopo non volle prender cibo, più volte ritornò ai piedi del SS. Sacramento, e infine per celare a tutti il suo angoscioso dolore, uscì all'aperto e s'internò nel bosco del collegio. Estenuato da un digiuno di 24 ore, continuò a pregare passeggiando, quando ad un tratto ristette immobile cogli occhi fissi in alto. Rimase così alquanto tempo col volto raggiante di viva gioia; in fine ricomponendosi esclamò: - Deo gratias! è salvo; è già entrato in paradiso! - E ritornatagli la prima giovialità, si recò a cena. D. Bonetti nulla disse ad alcuno e mai parlò di quel fatto. Ma egli era stato spiato. Il professore D. Giovanni Tamietti lo aveva seguito per sorvegliarlo e consolarlo, e, nascosto fra gli alberi dietro una siepe, aveva veduto e udito quanto abbiamo narrato; ma non osò interrogarlo, nè allora nè poi. Altro testimonio fu D. Carlo Farina.

Ad un sacerdote così accetto al Signore, pochi giorni dopo che aveva preso possesso della sua carica, D. Bosco scriveva:

 

Carissimo D, Bonetti,

 

Giovedì sarà tutto per Mirabello. La sera non si potrebbe fare una conferenza per la Società?

Se puoi, radunali stasera e dimani a sera: dimanda di quelli che loro sembra di essere preparati a fare i voti o triennali o perpetui. Ripeti le cose che furono dette qui: ma nota specialmente che niuno si muova per interesse, o per motivo temporale, ma unicamente per fare un'offerta di se stesso a Dio.

Confortare et esto robustus. Saluta D. Provera, Goffi e tutti gli altri nostri cari maestri, assistenti e giovani di Mirabello.

La grazia di N. S. Ges√π Cristo sia sempre con noi. Amen.

Torino, 20 novembre 1865.

Aff.mo in G. C.

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

P. S. -- Mercoledì conto di trovarmi a Giarole, ad un'ora pomeridiana.

 

 

 

Il giorno 22 D. Bosco era a Mirabello. Percorrendo il tratto di ferrovia da Alessandria a Giarole, trovatosi solo con un signore nello stesso scompartimento, fatto cadere il discorso su cose di religione, lo indusse a confessarsi sullo stesso treno. D. Garino Giovanni ne rende testimonianza.

Nel piccolo Seminario si era preparata una gran festa, nella quale ai maggiorenti del paese invitati e agli alunni D. Bosco presentava con parole di elogio D. Bonetti, come successore di D. Rua.

Da Mirabello il Servo di Dio andava a Tortona accompagnato da D. Giovanni Cagliero, per far visita al giovane Giuseppe Pittaluga, allievo dell'Oratorio, il quale da un anno e mezzo pativa gravi dolori ad una gamba. Questi sul fine di marzo 1864 erasi restituito a casa per curarsi. D. Bosco lo amava molto e ne aveva stima grandissima per il candore mai offuscato della sua bell'anima; e n'era corrisposto con un santo ed eguale affetto. Questo buon giovane colla sua indole affabilissima e soave guadagnavasi tutti i cuori, ovunque andasse.

Il 1° settembre di quell'anno il buon figliuolo aveva dato notizie del suo stato al ch. Enrico Bonetti.

“ Scrivo - gli diceva - coi polsi mal fermi. Ho potuto uscir di casa appoggiandomi ad un bastoncello. La mia gamba ora migliora, ora peggiora in modo inquietante. Talvolta mi vengono i brividi per febbre. Il chirurgo dice che il mio male tarderà molto e poi molto a guarire... Lo prego a mandarmi il baule colle mie vesti all'Episcopio di Tortona. So bene che D. Bosco lo vedrà spedire con dolore; ma io conservo sempre nella mia mente il proposito di mantenere al mio padre spirituale e temporale la promessa fattagli. Ma sembra che tale non sia la volontà di Dio. Due o tre volte al giorno dico l'Ave Maria per D. Bosco. Frequento quotidianamente il Seminario e il Rettore mi degna di sua grande amicizia. Mia madre prega continuamente per l'Oratorio ”.

Il 2 novembre 1865 aveva scritto al medesimo: “ Io me la passo stentatamente da un giorno all'altro, perchè mi trovo al servizio della Cattedrale e qui lavoro e studio. Omnia ad maiorem Dei gloriam. Il mio papà già da quattro mesi si trova gravemente infermo per idropisia pettorale, senza speranza di guarigione; e perciò a me tocca servire anche la Curia Vescovile... Mi raccomando perchè voglia pregare tanto per lui... E come sta il caro D. Bosco, quel caro padre? Gli dica che preghi e faccia pregare Maria SS. per la mia famiglia. Gli dica che se dovesse recarsi a Mirabello, non gli sia grave fare una scappatina fino a Tortona... ”.

E Don Bosco rendeva pago il desiderio del suo alunno. Giunto a Tortona, andò subito con D. Cagliero ad ossequiare il Vescovo Mons. Giovanni Negri quasi ottantenne, il quale lo ricevette con molto piacere nella stessa camera da letto ove si trovava, essendo egli infermiccio e così sofferente che tutte le tendine erano abbassate. Quindi si recò a prendere alloggio in Seminario. Quivi si recò subito, appena avvisato, il Pittaluga, pieno di gioia. Appena lo vide, D. Bosco lo assicurò che era venuto proprio per lui e lo intrattenne lungamente, ascoltando le sue confidenze, confortandolo nelle sue angustie, promettendogli il suo aiuto, recando non piccolo sollievo ai suoi dolori. Si fece poi condurre in sua casa, ove consolò e benedisse tutta la famiglia e specialmente l'infermo. Ma appena si seppe essere D. Bosco in città, il Vicario Generale, i Canonici e altri sacerdoti corsero ad ossequiarlo. Il Vescovo, stesso, non ostante l'età e la malferma salute, volle restituirgli la visita.

Nel partire D. Bosco raccomandò il suo giovane al Rettore Can. Ferlosio, che aveva per lui e per i suoi alunni un affetto grande. E il Pittaluga entrava chierico in Seminario.

Tornato all'Oratorio, per aiutare la vocazione religiosa di una buona giovanetta scriveva alla Reverenda Madre Eudosia, superiora delle Fedeli Compagne di Gesù nell'Istituto posto dietro la chiesa della Gran Madre di Dio in Torino. Antica era la sua relazione con quella Comunità, perchè venuta la prima volta in Torino la fondatrice con due suore francesi che conoscevano solamente la loro lingua, egli pazientemente aveva loro insegnato la grammatica italiana.

 

Rev.da Signora Madre,

 

La giovane Quaranta Teresa di Settimo Torinese mi è caldamente raccomandata come figlia di molta virtù ed aspira a farsi religiosa. Veda V. S. nella sua prudenza se le sembra tornare a maggior gloria di Dio ricevendola nel suo Istituto. Desidero di fare una visita alla sua santa famiglia, e spero di poterla fare fra breve.

Intanto la ringrazio della carità che continua ad usare a questa casa; io mi unisco ai poveri miei giovanetti per augurare a Lei e a tutta la sua Famiglia copiose benedizioni del Cielo e professarmi con gratitudine

Di V. S. Rev.ma

Torino, 4 dicembre 1865.

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

 

Di quei medesimi giorni rallegrava uno dei suoi, il Ch. Giulio Barberis, con un'altra letterina.

 

Carissimo Giulio,

 

Ecco la risposta che dimandi:

1° A colazione un gavasso (pagnotella), a pranzo secondo l'appetito, a merenda niente, a cena secondo l'appetito, ma con temperanza.

2° Niun digiuno, se non quello della Società.

3° Riposo secondo l'orario della casa; svegliandoti mettiti tosto a ripassare qualche parte de' tuoi trattati scolastici.

4° Lo studio essenziale è quello della scuola del Seminario, il resto è solamente accessorio; ogni sollecitudine sia pel primo.

5° Fa' tutto, soffri tutto per guadagnare anime al Signore.

Dio ti benedica e prega pel

Tuo aff.mo in G. G.

Sac. BOSCO GIOVANNI

 

Torino, 6 dicembre 1865.

 

 

 

Intanto erano stati costituiti, secondo le Regole, i Capitoli delle Case di Mirabello e di Lanzo, e i bravi figli di D. Bosco si adoperavano a conseguire con studio indefesso nuovi diplomi per l'insegnamento nelle classi ginnasiali ed elementari.

Fin dall'ottobre i chierici Alessandro Fabre, Pietro Guidazio e Francesco Bodrato appartenenti al Collegio di Lanzo avevano conseguito la patente di maestro elementare per le classi superiori in Novara. Ed ora il 10 dicembre i chierici Paolo Albera e Augusto Croserio della Casa di Mirabello ottenevano nell'Università di Torino il diploma di professore pel ginnasio inferiore.

Nello stesso giorno leggeva la sua tesi di laurea il Sacerdote Francesia Giovanni Battista. Egli aveva finito il terzo anno di Lettere e in vista degli esami presi con lode e dell'età sua, aveva domandato di potersi presentare per la laurea. La guerra contro que' dell'Oratorio non era ancora cessata del tutto, e il Rettore dell'Università Ercole Ricotti gli faceva rispondere non potersi accordare quella licenza essendo contraria al regolamento. D. Francesia era per rassegnarsi a fare ancora un anno di Università, quando lo stesso giorno che aveva ricevuta la risposta negativa s'incontra con D. Turchi Giovanni, il quale gli dice: -Voi di D. Bosco siete proprio sfortunati! Studiate senza posa, prendete tutti gli esami, e pure andate avanti a stento. Io non ho preso esami e ho chiesto di prendere la laurea, anticipandola di un anno ed ebbi tosto risposta favorevole, come l'ebbero anche altri.

In quel mentre il Professore Ricotti aveva date le dimissioni da Rettore dell'Università ed al professore Angelo Serafino, preside della facoltà teologica, come anziano fra i presidi, era toccata quella reggenza. D. Francesia scrisse subito al prof. Serafino dicendogli come avesse ricevuta dal Ricotti una negativa alla sua domanda, ma che avendo saputo di certa scienza, come ad altri fosse stato concesso quel medesimo favore che a lui era stato negato, ad es. a D. Giovanni Turchi, rinnovava la domanda. Il domani riceveva notizia che eragli accordato ciò che domandava. Quindi preso l'esame e sostenuta la tesi, il 13 dicembre veniva laureato dottore in Belle Lettere. Diremo a suo tempo del posto che tenne nella repubblica letteraria questo sacerdote, che D. Bosco soleva chiamare: il celebre D. Francesia!

Anche D. Celestino Durando riusciva ad ottenere un diploma, ma per via diversa.

Il Ministro dell'Istruzione pubblica Giuseppe Natoli, visto il bisogno di insegnanti legali pubblicò l'esame straordinario per le Patenti di Rettorica per coloro che non avessero frequentato il corso dell'Università. Don Durando risolvette di giovarsi di questa concessione.

Michele Coppino, Dottore aggregato alla facoltà di filosofia e lettere, doveva presiedere alla Commissione esaminatrice. Egli si era opposto quanto aveva potuto alla determinazione ministeriale, e non riuscendo a far valere la sua opinione, aveva deliberato di respingere i candidati negli esami.

Quando gli si presentò D. Durando, Coppino prese a dirgli che quella era una prova arrischiata, perchè non si poteva far torto a coloro che per tanti anni avevano frequentati i corsi e fatte tante spese e subito tanti esami; non essere giustizia che altri con un sol esame fosse messo a pari di costoro ed aver subito una cattedra, e poter perfino insegnar in liceo.

Ciò diceva a lui ed agli altri aspiranti coi termini più blandi e più persuasivi. Coloro che dovevano prendere l'esame vollero egualmente presentarsi, e Coppino tenne i voti molto bassi, in modo che non potessero riuscire promossi. Egli però non aveva badato ad un articolo del decreto, il quale disponeva che i voti non si dovessero computare materia per materia, ma sibbene complessivamente. D. Durando secondo Coppino doveva essere rimandato in una materia, ma secondo la legge aveva l'idoneità. Il Segretario della Commissione, grande amico di D. Bosco, aveva fatto questa osservazione; e senza comunicarla a Coppino, segretamente aveva scritto a Firenze al Ministero, riferendo le irregolarità commesse in quell'esame e dichiarando il caso specifico del Durando che aveva diritto alla promozione ed alle patenti, ed era stato giudicato non idoneo. Dagli allegati, spediti al Ministro, risultava come Durando avesse ottenuti molti voti di più di quelli che erano necessari.

Contemporaneamente anche Coppino, che, fisso nelle sue idee gli aveva pur tolto illegalmente un voto dato da lui stesso, scriveva a Firenze l'esito sfavorevole dell'esame, ma con sua meraviglia e sdegno ebbe in risposta dal Ministero come Durando avesse diritto alla patente ed essere necessario consegnargliela.

Coppino replicò che Durando aveva ottenuto un voto di meno per l'idoneità, ma il Ministro insistè citando l'articolo del decreto, e finalmente le patenti furono consegnate, dopo lunghe pratiche.

D. Celestino Durando fu l'unico che in tutta l'Italia godè del favore di quell'esame straordinario. Presso di lui era custodito il carteggio di tutta intiera questa pratica. E noi dobbiamo aggiungere com'egli godesse la stima di tutti i Professori di Torino e specialmente di Tommaso Vallauri, che gli era amico. Fin dal 1860 egli aveva fatto stampare in Pinerolo dal tipografo libraio editore Giuseppe Lubetti Bodoni il suo Nuovo Donato ossia i Principii di grammatica latina ad uso delle scuole ginnasiali inferiori. Questo libro di 192 pagine in 8°, era stato adottato in molte scuole; nel 1876 aveva avuto l'onore dell'undecima edizione di più migliaia di copie, come le precedenti, e fino ai giorni nostri continuò ad avere uno spaccio incalcolabile.

Anche D. Michele Rua, iscritto al secondo anno della Facoltà di Lettere e Filosofia, quale aspirante alla laurea in Lettere, presentavasi nel 1866 a questo esame straordinario per conseguire il diploma di insegnante nella Rettorica. Nelle prove scritte non solo venne approvato all'unanimità, ma ottenne la lode nella composizione poetica. Tuttavia incorse la sorte disgraziata di tutti gli altri candidati per il malanimo dei professori contro la disposizione ministeriale; e non fu ammesso ai verbali, perchè si pretendeva che presentasse documenti legali dai quali risultasse com'egli avesse già fatto scuola con autorizzazione dell'Autorità scolastica, e perchè non si fosse ascritto a tempo debito a questi esami straordinari. Eran cavilli, ma non potè compiere l'esame che avrebbe subito in modo brillante. Egli eccelleva nella storia e nelle lingue italiana, latina e greca; in quest'ultima era valentissimo. Per due anni, 1856-1857, aveva avuto ripetizione di greco da quel famoso grecista che fu l'abate Amedeo Pevron, in casa del quale ei recavasi regolarmente più volte la settimana. E il suo profitto fu tale che traduceva gli autori greci a vista d'occhio. Così narra il Can. Prof. D. Anfossi, suo compagno ed amico, il quale aggiunge che, nel 1866 o nel 1867, dandosi all'Università gli esami di lettere ed essendovi da tradurre una pagina di autore greco, molto difficile, un candidato, non riuscendo a tradurla, trovò modo di eludere la vigilanza del Professore assistente; e chi aveva l'incarico di procurarne la traduzione fu Don Anfossi, il quale comparve innanzi a D. Rua, pregandolo di quel favore. D. Rua che nel suo studio di Prefetto sedeva al tavolo ingombro di carte dando udienza ad alcune persone, prese il testo, lo lesse e quindi currenti calamo ne scrisse la traduzione, che recapitata all'esaminando e tracopiata fedelmente ottenne un ottimo voto. Basta aggiungere che l'Abate Peyron soleva dire:

- Se avessi sei uomini come D. Rua, aprirei un'Università!

Dopo qualche mese otteneva la sua laurea in lettere il Ch. Francesco Cerruti, il cui nome doveva anche risplendere di bella fama nella repubblica letteraria e nelle stesse discipline pedagogiche.

Nell'aprile del 1866 egli si presentava all'esame del quarto anno di Lettere. La Commissione esaminatrice si componeva di tre professori. Uno era Gaspare Gorresio, segretario perpetuo dell'Accademia delle Scienze e bibliotecario della Regia Università. Uomo profondo in molti rami di scienza veniva sovente consultato dai dotti di ogni parte d'Europa, e in special modo sulle antiche lingue orientali. Sacerdote di buoni costumi, in altri tempi famigliare con D. Bosco ma sempre suo ammiratore, aveva deposto l'abito talare. Effetto dei tempi. Il secondo, Casimiro Danna, Professore emerito di Istituzione di Belle Lettere. Il terzo era E. Levriero, preside di un Liceo di Torino, supplente del prof. Coppino all'Università nell'insegnamento della Letteratura Italiana e dei principii di estetica. Costui aveva alti gradi in massoneria; e toccando a lui la presidenza della Commissione, per lavoro iscritto di lingua italiana assegnò il tema: La lirica amorosa nei tempi antichi a Roma e ad Atene. Siccome Cerruti era il solo che presentavasi all'esame, la scelta del tema proposto era non solo poco riguardosa, ma offensiva per un chierico, il quale di più sapevasi alunno di D. Bosco.

Il candidato non si perdette d'animo nello svolgere il tema e dopo aver accennato qual fosse la lirica dei Romani e dei Greci, confrontò l'amore umano e pagano, coll'amore cristiano e divino: di questo descrisse l'oggetto nella Vergine di Nazareth, figlia, sposa, madre nel medesimo tempo; e trattò anche della lirica d'amore dei classici cristiani, citando il Petrarca, Dante, ecc. Mentre ei leggeva la sua composizione agli esaminatori, Danna non soddisfatto da que' sentimenti cristiani, espresse con qualche frase poco cortese il suo fastidio. Il chierico Cerruti, sorpreso e sdegnato, istintivamente gli volse per un istante le spalle, mentre Gorresio con un gesto risentito rimproverò Danna di non lasciar libero l'esaminando nell'esporre i proprii pensieri. Levriero osservò che il tema svolto non era quello da lui proposto, ma in fine dovette rassegnarsi e dare al candidato al pari degli altri un voto favorevole. Superato felicemente questo esame, poco dopo, nel maggio, il ch. Cerruti conseguiva la laurea.

Qui, noi facciam punto su questo argomento e ci dispensiamo dall'enumerare i moltissimi altri che si prepararono nelle case di D. Bosco e riportarono diplomi e lauree pur riserbandoci di fare qualche eccezione. Ci basta aver accennato ai primi che D. Bosco avviò in questo splendido e importantissimo arringo.

Aggiungiamo però come più tardi il Servo di Dio trovò appoggio ove meno se lo aspettava. Il prof. Levriero, avverso per molto tempo all'Oratorio ed alla religione, diveniva più accostabile. Negli ultimi anni di sua vita sentiva tanta venerazione per D. Bosco e provava tanta simpatia pel suo aspetto, che ebbe più volte ad esprimere ai suoi intimi questi sentimenti. Quindi accoglieva con piacere ogni raccomandazione, che il Servo dì Dio gli facesse per qualcuno de' suoi.

 

 

 

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