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Capitolo 2

Le annue conferenze di S. Francesco.


Capitolo 2

da Memorie Biografiche

del 06 dicembre 2006

La fine di gennaio del '75 chiamò a raccolta intorno al Padre comune i più ragguardevoli de' suoi figli. Per una regola, che poi fu abrogata quando ne divenne impossibile l'osservanza, tutti i Direttori nel triduo precedente la festa di San Francesco di Sales si riunivano a particolare convegno nell'Oratorio, e qui da loro si riferiva sull'andamento delle proprie Case, si trattavano affari, si risolvevano dubbi, si ricevevano comunicazioni, il tutto nella massima semplicità e confidenza reciproca e con ogni comodità di conferire con il Beato Padre, sicchè ne riusciva rinsaldato quello spirito di famiglia che il Fondatore si studiava tanto di mantener vivo fra i suoi.

In tale circostanza si tenevano parecchie conferenze, che erano di due specie: le une private, a cui partecipavano solamente i membri del Capitolo Superiore e tutti i Direttori col Maestro dei novizi; pubbliche le altre e aperte a tutti i confratelli. A queste anzi Don Bosco fece talvolta assistere anche gli alunni di classi superiori, sia perchè si sentissero così maggiormente affezionati alla vita della Casa, sia perchè vi pigliassero conoscenza dei progressi fatti dalla Congregazione nel credito generale e nelle sue espansioni. L'essere ammessi così nell'intimità della vita Salesiana giovò senza dubbio a schiudere o a sviluppare in tanti il buon germe della vocazione religiosa.

Quell'anno le conferenze furono sei, cioè tre private e tre pubbliche. Fortunatamente ce ne sono pervenuti i verbali, da cui spigoleremo quel tanto che possa essere oggetto di queste Memorie.

Membri del Capitolo Superiore erano Don Rua, Don Cagliero, Don Savio, Don Durando, Doti Ghivarello, Don Lazzero; Direttori, Don Bonetti, Don Lemoyne, Don Francesia, Don Cerruti, Don Albera, Don Dalmazzo, Don Costamagna; Maestro dei novizi, Don Barberis. Alle tre private presiedette Don Rua; alle altre il Beato Don Bosco.

Le prime tre sedute, svoltesi privatamente sotto la presidenza di Don Rua, se n'andarono tutte o in cose d'ordinaria amministrazione e oggi prive d'importanza, o in argomenti importanti sì, ma troppo sommariamente messi a verbale e su cui del resto sarà più opportuno ritornare comodamente in appresso.

Per la quarta che fu pubblica e si tenne alla presenza di Don Bosco, il segretario bonamente premise di suo questo cappello al verbale: “ Il giorno 27 gennaio 1875, antivigilia della festa di S. Francesco di Sales, sarà sempre memorabile nei fasti della nostra Congregazione per le tante cose che avvennero a noi favorevoli e si comunicarono in questa conferenza. Siane lodato il Signore e S. Francesco ”. Per dare a queste parole il loro giusto valore, fa d'uopo tener presente che in quei primordi, a meno d'un anno dall'approvazione delle Regole, la coscienza o piena consapevolezza dell'essere proprio era nei Soci ancora sul formarsi; quindi ogni atto o fatto che ridondasse per poco a onore della Congregazione, facilmente li rallegrava, anzi li esaltava fino all'entusiasmo. Don Bosco a sua volta profondo conoscitore del cuor umano, sapeva da tutto trarre partito per suscitare in mezzo ai suoi un ragionevole spirito di corpo, che valesse a rinsaldare ognor più la compagine mercè la sempre maggiore aderenza dei membri.

Sull'aprirsi della seduta fa capolino per la prima volta la questione dei privilegi, che tanto filo da torcere darà in seguito al Servo di Dio. Ma per bene intendere il linguaggio di Don Bosco, è necessario fare un'altra osservazione. Don Bosco, e chi scrive l'ha udito da testimoni autorevoli, in simili adunanze diceva le cose molto alla buona, come se discorresse del più e del meno, con un candore di naturalezza che somigliava a ingenuità, e ciò nonostante le sue parole venivano ascoltate con il più religioso rispetto e producevano negli animi la più profonda impressione.

Leggiamo dunque nel verbale: “ Si cominciò a parlare della comunicazione dei privilegi, che si desiderava domandare per la nostra Congregazione a Roma. Cominciò il Sig. Don Bosco a farei notare che moltissimi privilegi godono i Regolari, avendone alcuni un intero volume, e non piccolo. Di essi però sono gelosissimi e malgrado che egli ne abbia fatto richiesta da più parti, non trovò per molto tempo chi gliene facesse vedere una copia; aver poi ora quelli degli Oblati e qualche altro. Su di essi si poggerebbe per ottenerne anche per la nostra Congregazione; ma che ora si andava molto più a rilento a concederne; anzi essersi stabilito di non accordarne più per communicationem, che è concedere in massa ad una Congregazione i privilegi che gode già un'altra; tuttavia avrebbe studiato molto questo punto, e sperare di potervi riuscire a bene ”.

Don Bosco lesse quindi una letterina del cardinal Antonelli, giuntagli quel mattino stesso e contenente un vaglia di lire mille che Sua Santità mandava per l'erezione dell'Ospizio di San Pier d'Arena. Dice il verbale: “ Si fece notare che il dono era generoso e raro; poichè, quando si tratta di queste opere, volendovi concorrere, il Papa manda al più cinquecento lire. Tuttavia Don Bosco ci fece notare che questo soccorso era stato chiesto al Santo Padre, ma che egli aveva già notificato a chi di ragione, che la detta somma sarebbe tornata alla fonte nel danaro di S. Pietro; non cessare però di essere un gran segno di distinzione e di stima per noi dal Santo Padre ”.

Gli astanti dovettero restar commossi a questa comunicazione; tant’è vero che si presentarono due proposte: una, di mettere in cornice la lettera e l'altra di pubblicarne il testo nell'Unità Cattolica. Don Bosco assentì, ma vietò che si facesse il suo nome, perchè ciò sarebbe bastato per mettere un “ diavoletto ” nella stampa cattiva. Difatti certi giornali di quando in quando si sbizzarrivano anche contro di lui. Ne riparleremo.

Due altre belle notizie Don Bosco diede all'assemblea, entrambe della giornata: l'arrivo delle lettere ufficiali per l'accettazione delle sue proposte riguardo a Buenos Aires, e la consegna di un sospiratissimo regio decreto per l'espropriazione legale di un'area, dove si stava per fabbricare la chiesa di S. Giovanni Evangelista. Anche di ciò si tratterà più innanzi.

Per due affari, di cui uno peloso e l'altro no, le poche righe del verbale lascerebbero i lettori troppo insoddisfatti; bisognerà tornarci su a miglior agio. Anche su d'una questioncella di diritto canonico possiamo passarci per ora.

Alla quinta conferenza intervennero anche gli ascritti e gli aspiranti. Essendo i presenti circa centocinquanta, bisognò tenere l'adunanza nella chiesa di S. Francesco di Sales. Secondo il consueto, ogni direttore riferì dinanzi a tutti sullo stato del suo collegio tanto dal lato finanziario che da quello igienico, edilizio, intellettuale, morale e religioso.

Sorse per primo Don Bonetti, direttore di Borgo S. Martino. Aveva il collegio così zeppo, da non trovarvi più posto nemmeno per un alunno che si volesse accettare. In una casa attigua, costruita appositamente, erano andate ad abitare dodici suore di Maria Ausiliatrice, che custodivano la guardaroba e badavano alla rammendatura della biancheria, con grande vantaggio di tutti. Si minacciava di mettere a riso i terreni dei dintorni; ma l'insalubrità delle risaie comincia solo quando si toglie l'acqua per la falciatura, cioè fra agosto e settembre, nel tempo appunto che i giovani sarebbero a casa in vacanza. Vi si godeva perfetta salute; l'andamento religioso e morale sembrava soddisfacente, come si arguiva dalla grande frequenza ai Sacramenti. Molta allegria nei giovani. Egli attribuiva i notevoli miglioramenti dell'anno in corso alla bontà del personale. Finì raccomandandosi vivamente alle preghiere di tutti.

Dopo di lui prese la parola Don Lemoyne, direttore di Lanzo. Il numero dei convittori superava già quello degli anni passati e se ne aspettavano ancora parecchi; riteneva che avrebbero sorpassato i duecento. Degno di particolare encomio il piccolo clero, composto in maggioranza dei più grandicelli. Lo stato sanitario essere causa di meraviglia a tutti; non un'indisposizione, non un raffreddore, non la menoma tosse. Doversi questo mirabile effetto in buona parte alle cure del prefetto Don Scappini. Produrre un grandissimo bene la separazione totale dei giovani delle classi superiori da quei delle inferiori. Riconoscere egli che il progresso fatto dovevasi al personale più copioso e saggio, inviatovi dal sig. Don Bosco.

Don Francesia, direttore di Varazze, lamentò la ristrettezza del locale; poichè oltre a ottanta domande eransi dovute respingere per assoluta mancanza di posti. Mostrarsi dai giovani amor grande al collegio e ai superiori. La ricreazione farsi così viva e animata, da non potersi descrivere; non vedersi mai nessuno fermo e solo, non formarsi gruppi senza che vi fosse in mezzo un chierico. Del personale si dichiarò arcicontento.

Don Cerruti, direttore di Alassio, fece notare che il liceo aveva una cinquantina di alunni e che anche fra loro c'era una condotta veramente ottima; molti aspirare allo stato ecclesiastico. Il collegio non poterne contenere di più ed essersi dovuto limitare le accettazioni; fabbricarsi allora un edificio che avrebbe offerto possibilità molto maggiori; in pari tempo studiarsi il disegno di un'altra fabbrica sia per accondiscendere a tutte le richieste, sia per accogliervi con sommo vantaggio, come sperava, le Figlie di Maria Ausiliatrice.

Don Albera, direttore di San Pier d'Arena, si consolava che fosse quasi condotta a fine una fabbrica, la quale avrebbe permesso di raddoppiare il numero degli allievi. Comunicò che per detta fabbrica Sua Santità aveva già mandato altre duemila lire. I giovani essere circa sessanta fra artigiani e studenti, tutti di buona condotta; non potersi proprio desiderare di più; la frequenza ai Sacramenti grandissima. Occuparsi i Confratelli anche molto degli esterni; venirne molti a scuola e moltissimi frequentare l'oratorio festivo con vera soddisfazione generale. La città vedere assai di buon occhio l'Istituto.

Intorno al collegio di Valsalice, collegio di nobili, diede notizie assai buone il direttore Don Dalmazzo. In primo luogo, essere il numero quasi duplicato da quel che era l'anno antecedente. Il buon esito degli esami, il sapere che ivi si studiava sul serio, un viaggio a Roma con i migliori durante le vacanze e specialmente la benedizione del Santo Padre aver contribuito molto a tale incremento. Un solo timore angustiar l'animo dei parenti: che i Salesiani facessero preti i loro figliuoli. Grave piaga questa nelle famiglie signorili! Ciò per altro tornare ai Salesiani di non poco onore, volendo dire che si era persuasi impartirsi da essi un'educazione veramente cristiana. La sanità ottima. Gli studi andare a gonfie vele, avendovisi quattro professori universitari che insegnavano nel liceo: Allievo, Lanfranchi, Bacchialoni e per la matematica Roda. Quanto a disciplina, religione e moralità progredirsi di anno in anno verso il meglio, dacchè il collegio era passato nelle nostre mani.

Don Costamagna, riferendo intorno alle Figlie di Maria Ausiliatrice, delle quali era direttore a Mornese, lodò anzitutto lo spirito fervente e perfetto delle Suore; perfino le educande bramare di farsi religiose ed essere così affezionate a quell'educandato, che neppur una sarebbe voluta uscirne.

Delle educande però lamentava il piccolo numero, sia per non essere ancora noto l'Istituto, sia per la difficoltà delle comunicazioni, trattandosi d'un paese fuori di mano, senza ferrovia, anzi senz'omnibus che regolarmente conducesse i viandanti. Invece il numero delle Suore e delle aspiranti aumentare continuamente e raggiungere già l'ottantina; il sig. Don Bosco poi veniva attuando un disegno, che avrebbe attirato numerose anche le educande. La sanità ottima.

Don Rua, dando relazione dell'Oratorio, rilevò negli studenti molta pietà e buon volere; negli artigiani un'alacrità consolante, massime per dir bene le orazioni. Anche tra gli esterni farsi gran bene; esservi quell'anno una particolarità: l'istituzione di scuole serali che attiravano molti giovani grandicelli non solo durante il corso della settimana, ma anche alla domenica. Riguardo ai soci, divenuta obbligatoria per tutti la meditazione, ammirarvisi molta puntualità e diligenza, nonostante la necessità di sforzi per intervenirvi. Farsi questa meditazione dai professi e dagli ascritti separatamente. Essersi anticipato di mezz'ora il levarsi, affinchè se ne avesse tempo, che altrimenti sarebbe stato impossibile trovare per quest'esercizio di pietà lungo la giornata. Gli ascritti inoltre avere studio a parte, scuole e conferenze interamente per loro. Parlò infine del piccolo clero, fiorentissimo; delle diverse compagnie, non meno fiorenti, formate di giovani che appartenevano alle classi più avanzate e che erano segnalati per edificante condotta. Terminò dicendo: “ Ringraziamone il Signore. Oremus ad invicem ”.

Le ultime osservazioni di Don Rua sopra i soci e i novizi non rechino meraviglia, quasi che fino allora si fosse tirato avanti senza meditazione e senza regolarità. Prima che fossero approvate le Regole, Don Bosco dirigeva, si può dire, individualmente i suoi figli; di esercizi comuni manteneva fra essi quanto solo giudicasse necessario e opportuno. Ma una volta avvenuta l'approvazione, bisognava entrare nella legalità, procedendosi però anche in questo per gradi; giacchè non pochi, attaccatissimi alla persona di Don Bosco e disposti financo a buttarsi per lui nel fuoco, non possedevano ancora un'idea esatta e completa della vita religiosa: il far passare costoro bruscamente da una tal quale libertà all'osservanza totale avrebbe avuto per effetto di alienarli, inducendoli a impronte risoluzioni. Don Bosco non abbandonò mai interamente la sua vecchia tattica, sperimentata da lui vittoriosa durante il periodo preparatorio, quando i principi della vita religiosa si dovevano inoculare senza farne motto, per non suscitare diffidenze o sospetti dentro e fuori dell'Oratorio, usci in tempi ostili quanto mai a religiosi e a Congregazioni religiose; e la tattica era di affezionare i suoi alla Casa, affezionarli all'Opera, sicchè vi si sentissero in famiglia: il resto sarebbe venuto da sè.

L'ora tarda impedì a Don Bosco di prendere la parola per dire sullo stato della Congregazione e chiudere; parlò invece il giorno dopo dinanzi allo stesso uditorio. Il verbale ne riassume così il discorso:

I Signori Direttori han dette tante cose ier sera dei loro Collegi, che noi ne fummo maravigliati. Io voleva anche parlare della Congregazione, affinchè si vedesse a che punto ci troviamo. Non avendolo potuto fare iersera, lo farò oggi. Prima di tutto bisogna che vi comunichi un favore tutto speciale che Sua Santità ha voluto compartirci. Sapete che a San Pier d'Arena si sta fabbricando per accrescere il nostro Ospizio già esistente. Ebbene, conoscendo ciò il Santo Padre e sapendo come non si avevan redditi per ciò, ma si andava avanti con limosine, volle degnarsi di mandare 2000 lire per far proseguir la fabbrica di detto edifizio. Bisogna che glie ne siamo molto grati vedendo che tanto e così paternamente pensa a noi; dobbiamo procurare di mostrarci sempre più degni di tanto Padre, e promulgare fin che possiamo le sue grandezze e le sue prerogative.

Sono stato a far visita ai Collegi nostri e bisogna che vi dica che sono proprio molto contento delle cose come vanno. Prima di tutto li ho trovati pieni di giovani, in sanità e buoni, come vi dissero i rispettivi Direttori. Ma quel che più mi colpì, si fu il modo con cui si lavora dai membri della Congregazione. Il lavoro è immenso e si lavora proprio di cuore, tanto che un solo individuo fa scuola, è assistente, e assiste in refettorio, in dormitorio, conduce a passeggio e non ha un'ora a sua disposizione. La cosa era al punto che, avendo io da far copiare alcune pagine, non si poteva trovare un individuo in libertà che potesse ciò eseguire. Ma più ancora che il lavoro mi piacque il vedere lo spirito con cui si lavorava. Io debbo proprio dire che non si poteva desiderare di più; mi par proprio messo in atto l'ideale che della congregazione io mi era fatto. Poichè oltre al molto lavoro che si fa, c'è lo spirito dell'ubbidienza e d'indifferenza che accompagna ogni atto. Non si ha paura da un professore o da un prete, qualora ne sia il caso, di prestar mano in cucina od a scopare. Siane lodato Iddio; procuriamo di conservare questo spirito e sforziamoci sempre più per vedere se c'è modo di accrescerlo.

Ora che la Congregazione sta organizzandosi, c'è bisogno sempre più che ci facciamo animo a sopportare quelle cose che possono essere disgustose sia per la strettezza del locale, sia per le cose che si trovano non adattate. Io spero che non sia lontano il tempo in cui ogni prete, ogni professore possa avere una comoda cameretta, ben più adattata di quelle che ora ci sono; così pure locali separati per gli Ascritti. Potremo avere bei cameroni, arieggiati e sani. Tuttavia per ora sopportiamo con molta pazienza gl'incomodi presenti.

Altra cosa che desidero è l'introduzione nelle nostre scuole dei classici Cristiani, invece di quelli del Paganesimo. Non potremo farlo tutto in un tratto, ma desidero che per quanto si può si cominci a fare . Io già per me sarei contento se i miei chierici ed i miei preti venissero anche solo a scrivere il latino come lo scriveva un Gerolamo, un Agostino, un Ambrogio, un Leone, e un Sulpizio Severo. Poichè chi vi ha tra gli scolari che possa capire dove stia in sè la bellezza di Cicerone, di Tito Livio? E poi adoperando i primi non s'introdurrebbero nella mente dei giovanetti tante idee strane, inutili e molto pericolose che si trovano sparse ad ogni pagina nei Classici pagani.

A questo scopo si è già cominciata la stampa di tratti scelti nelle Opere di S. Girolamo e spero quanto prima di poter far uscire anche Sulpizio Severo, poi altri. Potremo forse così mettere un riparo ad un male molto grande de' nostri tempi.

Infine Don Bosco fermò l'attenzione dei presenti sulle Missioni d'America. Il verbale prosegue:

Ci arrivarono di questi giorni lettere dall'America, colle quali siamo pregati di andare in quei lontani paesi ad evangelizzare quei popoli. Noi avevam poste delle condizioni e queste condizioni si accettarono. Ora si faranno poi delle pratiche speciali per vedere il quid agendum. Intanto due luoghi ci aspettano colà. La Città di Buenos Ayres e la città di S. Nicolàs de los Arroyos, distante il viaggio di una giornata dalla capitale. Già altre volte s'era parlato di Missioni, così per l'America stessa, che per l'Asia, per l'Africa e per l'Oceania. Ma sembra che questa di Buenos Ayres molto più ci convenga, sia per condizioni speciali, sia per la lingua spagnuola molto più facile che non l'inglese in fiore nella maggior parte degli altri luoghi.

Il verbale qui ci lascia in asso con due “ ecc. ecc. ”. È facile immaginare la curiosa attenzione, con cui gli uditori in quei primordi della Congregazione seguirono lo svolgersi di questa battuta finale, tanto più che allora per la prima volta il Beato toccava di tale argomento in pubblico. Da Valdocco a Buenos Aires! Ma era cosa da far andare in visibilio!!!

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