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Capitolo 14

Giovanni in cerca di nidiate - Avventure graziose e lezioni morali della madre - Giovanni cade da un albero con pericolo della vita - Suo dolore per la morte di un merlo e generosa risoluzione di staccare il cuore dalle creature.


Capitolo 14

da Memorie Biografiche

del 04 ottobre 2006

Era desiderio di Margherita, che i suoi figliuoli trovassero qualche oggetto di ricreazione che tutta preoccupasse la loro mente; e però, siccome vedeva Giovanni preso da vaghezza di possedere uccelli, così colle debite precauzioni gli permetteva di andare in cerca di nidiate; anzi essa stessa gli insegnava quale cibo si confacesse alle varie specie di uccelli e lo rese pure abile a costrurre gabbie per rinchiuderneli. E difatti Giovanni imparò ben presto a farne delle grandi, solide e graziose, che riempiva di canori prigionieri.

Un giorno avendo scoperto nel tronco di un albero un nido di cinciallegre, si arrampicò per impadronirsene. Il nido era molto addentro nella fessura, che stretta e profonda non lasciava penetrare lo sguardo, e Giovanni avea conosciuta la qualità degli augelletti dalla madre che n'era volata via. Ficcò dunque il braccio, e dovette spingerlo molto avanti con grande sforzo fino oltre il gomito per giungere al nido. Ma, quando volle ritrarnelo, più non potè: il braccio era preso come da una morsa, e lo sforzo stesso che facea per liberarsi gonfiava le sue carni. Intanto la mamma, che era in mezzo al campo a lavorare, lo chiamò. Egli imbarazzato fece inutilmente nuovi sforzi, ma poi dovette confessare di non potere, per aver un braccio tenuto dentro un albero. La madre andò a vedere. - Buzaron! Ne fai sempre una nuova. E adesso? - E secondo il solito sorrideva, come pure sorrideva il figlio. Presa pertanto una scaletta e giunta a lui vicino, fece ogni prova; tentò di girare il braccio e di vedere se la camiciuola potea essere stirata; ma invano. Allora chiese l'aiuto di due uomini, che vennero coll'accetta. Margherita però non permise che si valessero di questo ferro, ma porse loro uno scalpello, col quale, dopo aver ella prima fasciato il braccio del figlio col suo grembiale, essi fecero saltare tante scheggie sì da liberare il povero Giovanni, non immune per altro da qualche scalfittura. Dopo di che la buona Margherita ebbe subito in sulle labbra la morale del fatto: - Allo stesso modo, disse, restano presi dalla giustizia di Dio e degli uomini coloro che vogliono prendere e portar via la roba degli altri!

Altra volta il giovanetto avea scoperto una bella nidiata di usignuoli tra i rami di un cespuglio di bossolo, e di quando in quando, mentre attendeva che i piccini mettessero le piume, andava a certa distanza dietro ad una siepe ad osservare la madre che loro recava da mangiare. Quel nido formava la sua delizia. Un giorno sul far della sera, essendo l'usignuolo- madre nel nido, ecco un cucco volare sopra di un albero vicino, e, vista la preda, piombare sul nido stesso, coprirlo colle sue ali, e ficcandovi dentro il becco fare strage orribile e divorarsi tutto, quindi adagiarsi vicino al nido e più non muoversi. Giovanni fu dolente di aver perduto quegli uccelli che già teneva come suoi; ma, scorta l'immobilità del cucco, venne preso da curiosità di osservare ciò che facesse. All'indomani pertanto, sul far dell'alba, nuovamente colà si recò con grande precauzione; ed ecco il cucco risalire dal terreno ove era disceso e in quel nido da lui devastato porre un suo uovo. Ma pochi istanti dopo un gatto, che stava in agguato, preso lo slancio, gli fu sopra, e, con una zampata afferratolo per la testa, lo strappò di là e l'uccise.

- Ben gli sta! - avrà detto Giovanni, contento di quella giustizia. E mentre volea vedere che cosa ci fosse nel nido, fu spettatore di un nuovo e grazioso fenomeno. Un usignuolo, forse il maschio dell'ucciso, visto sgombro il nido, vi ritornò e si pose a covare l'uovo trovatovi, finchè ne venne fuori un piccolo mostro, che senza piume, con quegli occhi grifagni, con quel becco grosso era orribile a vedersi. Tuttavia l'usignuolo gli portava da mangiare, come se fosse suo proprio figlio, e Giovanni ogni giorno recavasi a godere di quella scena; e quando il cucco ebbe le piume, se lo tolse e lo chiuse in una gabbia. Per un po' di tempo fu il suo divertimento. Se gli passava la mano sul dorso come per accarezzarlo, stava tranquillo; se invece gli metteva la mano sopra come per volerlo prendere, si metteva a gridare, a muoversi, a passeggiare, a far smorfie col grifo, sicchè era la cosa più lepida di questo mondo. Finalmente, distratto da altre occupazioni, erasi per due giorni dimenticato di dargli da mangiare. - E il tuo cucco? - gli chiese allora la madre. Giovanni andò a vederlo e lo trovò morto. Il poverino tentando uscire dalla gabbia, avea ficcato il capo tra due fili di ferro; spingendo la punta del becco a cono fra i due ferri pieghevoli, avea potuto allargarli alquanto, ma poi al finir del capo si eran ristretti, ed il povero uccello, strepitando per liberarsi, si era da se stesso strangolato. Giovanni fe’ vedere la gabbia e l'uccello morto alla madre, la quale non lasciandosi sfuggire alcuna occasione per ribadire le sue lezioni in mente al figlio: - Vedi, disse; il prepotente ingiusto a sua volta è vinto da un altro più potente di lui e non può lungamente godere delle cose male acquistate. Il figlio del cucco ebbe una grama eredità coll'esser posto nel nido altrui; di qui vennero le sue sventure. Finiscono sempre miseramente quei figli, i cui padri lasciano un patrimonio accumulato col furto. Tu puoi benedire il Signore, poichè tuo padre non avea in casa neppure un centesimo che non fosse suo. Sii sempre un galantuomo, come lo fu tuo padre.

Un'altra volta Giovanni avea trovato un nido con una piccola gazza. La portò a casa, e voleva che sua madre la mettesse a cuocere. - Neppur per sogno, rispose la madre: chiudila in una gabbia e divertiti fin che ti piace. - Così fece Giovanni. L'augello crebbe; e formava davvero il suo divertimento con le mille smorfie e vezzi. Un giorno, entrato in casa con un canestro di ciliegie, gliene diede una. La gazza in un attimo la trangugiò coll'osso, e strepitando e col becco aperto ne voleva un'altra. Giovanni gli diè la seconda, la terza, e avanti. L'augello era gonfio; eppure appena trangugiato un frutto, era da capo colle sue strida. - Prendi! - diceva Giovanni ridendo. A un certo punto la gazza resta col becco aperto, dà un'occhiata compassionevole al suo piccolo padrone e stramazza morta! - La gazza è morta!- disse Giovanni alla madre, narrando il fatto. - Vedi, i golosi finiscono tutti così! sentenziò Margherita. Le intemperanze accorciano loro la vita!

Per la bramosia di nidiate accaddero a Giovanni tante avventure, che a descriverle tutte ci vorrebbe un grosso volume. Arrampicandosi egli sugli alberi colla sveltezza di un gatto, corse più volte non leggieri pericoli, anzi in questo tempo poco mancò che una grave disgrazia non gli togliesse la vita. Un giorno, secondo il solito, andò con alcuni compagni per uccelli. Sopra una vecchia, alta e grossa quercia, in mezzo a un piccolo boschetto poco lontano dalla casa, stava una nidiata, che egli aveva già vista, ma non aveva presa per non essere ancora maturi i pulcini. Finalmente si era risoluto d'impadronirsene. Or l'uno ora l'altro dei compagni si provarono a salire, ma nessuno vi potè riuscire. Giovanni in un batter d'occhio fu in alto. Ma altro era salire sul tronco, e di qui guardar la nidiata, altro andarla a prendere su pei rami. Il nido si trovava appunto sopra l’estremità di un grosso e lungo ramo quasi parallelo al suolo e che ad un quarto della sua lunghezza si piegava in giù. Giovanni, avvezzo a passeggiare sulle corde, non si lasciò sgomentare, ma adagio adagio, piede innanzi piede, giunse ove era la nidiata, e chinatosi se la pose in seno. Ciò fatto, si trattava di rivolgersi indietro per ritornare al centro dell'albero nello stesso modo col quale era venuto; ma per quanto si sforzasse, non ci riusciva per la gibbosità del ramo. Si provò a far un passo indietro, ma gli scivolarono i piedi e si vide sospeso solo per le mani. Facendosi forza s'aggrappò pure coi piedi al disotto del ramo, e di qui cercava di rivolgersi colla faccia verso terra, stendendosi boccone sul ramo stesso; ma lo slancio che prendeva, invece di lasciarlo fermo sopra il ramo, lo facea girare dall'altra parte, sicchè ritornava sempre nella posizione primiera. In questo stato andava pensando come avrebbe potuto fare a cavarsi d'imbroglio, ma non ne trovava il modo, e, quel che è peggio, si sentiva mancare il vigore nelle braccia. I compagni al disotto temevano per lui, e gridavangli di farsi coraggio e gli consigliavano chi un modo e chi un altro di poter discendere. Giovanni di quando in quando gettava un'occhiata abbasso, ma l'altezza compariva sempre spaventosa. Dopo aver lottato per un quarto d'ora circa, fatta un'ultima prova per mettersi sul ramo e non essendovi riuscito, sfinito di forze, si lasciò cadere. La sua posizione era tale da battere a capo fitto; ma per l'aria si mise le mani nei capelli e diede un forte impulso al capo, sicchè rivoltosi, cadde ritto, battè della punta dei piedi e poi della persona in modo da rimbalzare fortemente. I suoi compagni spaventati gli corsero subito attorno, credendolo morto o almeno sconquassato; ma trovandolo già seduto, gli chiesero affannosamente se si era fatto male.

- Spero di no, rispose Giovanni.

- E gli uccelli sono morti? Dobbiamo dividerli fra noi?

- Sono qui e vivi; e aprendo il giubbetto, sono qui...ma mi costano! mi costano troppo cari! - E si avviò verso casa; ma fatti alcuni passi, più non potè camminare. Lo stomaco e le viscere gli dolevano; le membra tutte gli tremavano. Presi perciò gli uccelli, li diede ai compagni e si congedò da loro, acciocchè la mamma non fosse istrutta dell'accaduto. Senonchè ad ogni momento gli veniva caldo, si sentiva svenire e a stento si trascinava. Incontrato pel primo il fratello Giuseppe, gli disse: - Parmi di non star bene! Ho male allo stomaco. - Finalmente giunse a casa, e si pose a letto. La madre corse subito, fece bruciare della camomilla, lo riscaldò e nello stesso tempo mandò pel medico. Alla prima visita che il dottore gli fece, Giovanni non volle palesargli la causa del male. Era presente la mamma. Alla seconda visita poi essendo solo con lui, gli narrò tutto il fatto per filo e per segno. - Ma perchè non dirmelo subito ieri! - esclamò il medico. - Ah mio caro dottore, rispose Giovanni, non mi conveniva: aveva paura che mia madre mi acconciasse per le feste! - L'affetto alla madre era unito ad un giusto timore riverenziale. Il dottore allora gli applicò opportuni rimedii, perchè il male era nelle interiora. Contuttociò non fu del tutto guarito, se non dopo circa tre mesi; dopo cui ricominciò le sue valentie, come non avesse mai provato che cosa fosse paura; tuttavia da quel giorno ogni volta che passava vicino alla quercia sentiva ribrezzo e tremava.

Qualche tempo dopo, avendo Giovanni incominciato a frequentare la scuola di Morialdo, accadde un fatto, che, fra i molti che manifestano in lui una sensibilità non ordinaria di cuore, appalesa pure il proposito prematuro di consacrare a Dio tutti i suoi affetti, senza alcuna eccezione. Era in età di dieci anni o in quel torno, e, preso un bel merlo, lo chiuse in gabbia, lo allevò e lo addestrò al canto, zufolandogli egli all'orecchio per lunghe ore alcune note finchè non le avesse apprese. Quell'augello era la sua delizia; anzi talmente gli preoccupava il cuore, che egli quasi più non pensava ad altro che al suo merlo, nella ricreazione, nelle ore di studio, e fino nella scuola. Ma non vi è cosa quaggiù che possa durare lungamente. Un giorno, arrivato dalla scuola, corse subito a cercare il suo merlo per divertirsi. Ma, ahi dolore! trovò la gabbia spruzzata di sangue ed il povero augello giacente dentro sbranato e a metà divorato. Un gatto lo aveva afferrato per la coda, e tentando trarlo fuori della gabbia, avealo così malconcio ed ucciso. Il giovanetto si sentì tanto commosso a quello spettacolo, che si mise a singhiozzare, e il suo pianto durò più giorni, senza che nessuno valesse a consolarlo. Finalmente fermatosi a riflettere sul motivo del suo pianto, sulla frivolezza dell'oggetto, cui avea posto affezione, sulla nullità delle cose mondane, pigliò una risoluzione superiore all'età sua: propose di non attaccare mai più il cuore a cosa terrena. Tanto promise e tanto adempiè, finchè si incontrò in Chieri col giovane Luigi Comollo. A quel candore sì verginale, a quella purezza e semplicità di costumi, Giovanni non seppe resistere ed entrò con lui in tenera ed intima amicizia. Quantunque quell'amore fosse tutt'altro che terreno e sensibile, ma anzi tutto santo ed unicamente diretto a vicendevole perfezionamento, tuttavia anche di questo ebbe a pentirsene. Il vivo dolore che provò alla morte dell'amico fu così grande, che fece nuovo proposito, per cui niuno da Dio in fuori avrebbe posseduto il suo cuore. E per mantenere questo generoso proponimento, da sua stessa confessione sappiamo che non ebbe a farsi poca violenza, anche più tardi, in mezzo ai buoni giovanetti che accoglieva nell'Oratorio. Di tutto questo egli, quasi rimproverandosi, scrisse in una memoria, della quale avremo presto a parlare, per istruire i Salesiani suoi figliuoli, acciocchè illudendosi non istringessero amicizie, le quali, incominciate con motivi spirituali, possono essere talora laccio fatale per le anime incaute.

Dalle parole di D. Bosco però scaturisce un lampo di luce bellissima, che illumina tutta la sua giovinezza e svela un mondo di virtù nascoste agli occhi degli uomini. Un cuore capace, negli anni suoi più bollenti, di distaccarsi dagli affetti terreni per darsi totalmente a Dio e che persevera nella sua risoluzione, non è credibile che sia stato contaminato dalla colpa.

Di lui si può affermare ciò che di sè dice l'Ecclesiastico: “Stesi in alto le mie mani. Verso la sapienza (divina) drizzai l'anima mia, e conosciuto (me stesso e la mia debolezza) la trovai. Con lei mi resi padrone del mio cuore fin dalla mia prima giovinezza: per questo non sarò abbandonato (dal Signore)”.

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