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Capitolo 11

D. Bosco e il Conte di Cavour - Un'induzione - Mons. Fransoni in esiglio e visita di D. Bosco - I segretarii del Conte.


Capitolo 11

da Memorie Biografiche

del 24 novembre 2006

In questi tempi il Conte Camillo di Cavour era tutto per l'Oratorio. Fa meraviglia il vedere come D. Bosco giungesse ad ottenere l'appoggio di illustri personaggi che pure avversavano la Chiesa. Costoro colle più belle e seducenti maniere, colle più larghe promesse di aiutarlo nelle sue pietose intraprese, colla proferta d'insigni onorificenze, colla accondiscendenza a molte sue domande, parve che potessero mettere a pericoloso cimento la sua pietà e fedeltà alla Santa Sede e ai principii religiosi. I suoi giovani erano stati scelti, a preferenza di quelli appartenenti ad opere pie riconosciute, per estrarre i numeri del giuoco del Regio Lotto, e due fra i più piccoli, indossando speciali distintivi, ogni quindici giorni per molti anni andarono a compiere questo ufficio. Una retribuzione era perciò pagata dal Governo all'Oratorio. D. Bosco però con eroica fortezza dimostravasi sempre sostenitore della causa di Dio, senza ombra di rispetto umano.

Tuttavia, come noi stessi tante volte abbiamo ammirato, egli seguiva in questi casi le norme dettate dall'Ecclesiastico: “Se un potente ti chiama a sè , tirati indietro; conciossiachè per questo appunto egli ti chiamerà e ti richiamerà. Non essere importuno per non essere cacciato via e non tenerti tanto indietro da essere dimenticato. Nol trattenere per parlare con lui come con un eguale e non ti fidare delle molte parole di lui: perocchè con farti parlar molto ti tenterà, e come per giuoco t'interrogherà per cavare da te i tuoi segreti. L'animo fiero di lui terrà conto di tue parole e non la guarderà a farti del male. Bada a te e sta molto attento a quello che ti senti dire; perchè tu cammini sull'orlo del tuo precipizio. Ma tali cose ascoltando quasi in sogno, risvegliati”.

Il Conte Camillo adunque, profondo conoscitore degli uomini e delle passioni e che possedeva l'arte difficilissima di sapersene destramente giovare ai proprii intendimenti, veniva con una certa frequenza a visitare D. Bosco in Valdocco, e voleva che egli di quando in quando si recasse a pranzo o a colazione nel suo palazzo. Ne era testimonio, Tomatis Carlo. Dimostrava di provare un gran piacere nell'udirle a parlare degli Oratorii festivi, e lo interrogava de' suoi progetti e delle sue speranze nello sviluppo futuro dell'opera sua, mentre assicuravalo che gli avrebbe prestato ogni possibile aiuto. D. Bosco intrattenevalo con quei modi rispettosi che si convengono ad un inferiore, ora franco nelle sue risposte, ora circospetto; ma sempre con quell'amabilità che legava i cuori. Il Conte non cessò di mostrarsi benevolo quando successe al Santarosa nel Ministero del commercio, e quando divenne Presidente del Gabinetto e l'anima del Governo. “Il Conte Camillo, narravaci poi D. Bosco, il quale in Piemonte fu uno dei Capi dirigenti le sétte e che fece un male immenso, mi teneva come uno de' suoi amici. Più volte mi consigliò a far erigere in ente morale l'Opera degli Oratorii. Un giorno, animandomi a seguire il suo avviso, mi prometteva nientemeno che un milione per l'incremento della mia opera. Io non sapendo che cosa pensare di simile offerta e che cosa rispondere all'offerente, mi rimasi silenzioso, sorridendo fra me, ed egli riprese - Dunque che risolve? - Ed io risposi con garbo di essere dolente di non poter accettare così bel dono. - E perchè ? replicò il Conte guardandomi con meraviglia. Perchè rifiutare una somma così cospicua, mentre lei ha bisogno di, tutto e di tutti? - Perchè , Signor Ministro, osservai tranquillo, se io accettassi, domani mi sarebbe tolto, e forse lei stesso mi riprenderebbe quel milione, che oggi mi offre con tanta generosità. - Il Conte, a questo schietto parlare, non si risentì e mutò discorso”. Ma non sembra che D. Bosco leggesse l'avvenire di un uomo che avrebbe promossa la soppressione degli Ordini Religiosi, l'incameramento del patrimonio della Chiesa? Ed eziandio non è ammirabile la sua franchezza nel dire la verità? E in queste offerte di sussidii, più volte ripetute, anche per parte del. Governo, è possibile supporre che Cavour non avesse un fine nascosto? supporre che non avesse un disegno premeditato?

Ci narrò eziandio lo stesso D. Bosco: “Io non ero troppo facile ad assidermi alla mensa del Conte, non ostante i suoi premurosi inviti; ma siccome talora avevo da trattare con lui di affari importanti, bisognava che mi recassi al suo palazzo o a quello del Ministero. Ma più volte, e già egli era Ministro, mi disse risolutamente di non volermi dare udienza se non nell'ora del pranzo o della colazione, e che avendo io bisogno di qualche favore da lui, mi ricordassi che alla sua mensa vi era sempre un posto per me. - Sono questi i momenti, ei mi faceva osservare, nei quali abbiamo campo di parlar con maggior libertà. Negli ufficii vi è troppa folla, e possiamo appena dirci due parole in fretta, quasi di mala grazia, e poi dividerci subito. - Ed eziandio il Marchese Gustavo suo fratello, aveva stabilito le stesse ore, e non voleva altrimenti, per conversare de' miei negozii. Ed io dovetti acconciarmi a così cortese, ma per me pesante condizione. Tanto più che un giorno, essendomi presentato per motivi urgenti all'ufficio del Conte, questi rifiutò di ricevermi, ed ordinò ad un servo di condurmi in un salotto. Quivi mi invitò ad attenderlo, perchè assolutamente voleva che io pranzassi con lui, promettendo che mi avrebbe ascoltato. Allora mi concedeva quanto io domandava”.

Noi abbiamo più volte pensato qual cosa d'importanza potè  D. Bosco chiedere al Conte Camillo. Pare che presso di lui abbia patrocinata la causa degli Oblati; è poi certo che per suo mezzo ottenne locali dal Governo per la prima lotteria e condono di tassa postale; d'altro non ci consta. Non sembra che si trattasse di largizioni poichè non ne abbiamo trovato cenno nelle carte di D. Bosco ed egli non ne parlò mai; non di protezione contro qualche sopruso, poichè allora le autorità si dimostravano favorevoli all'Oratorio. Ora, siccome D. Bosco non aggiunse alcuna spiegazione sulle accennate concessioni ci pare di poter arguire esservi state domande e accondiscendenze custodite da un promesso e mantenuto segreto. Tanto più che sappiamo con certezza che gravissimi affari furono da lui ordinati a questo modo con altri personaggi. Quindi noi ci domandiamo: E D. Bosco nulla avrà tentato per alleviare in qualche modo la prigionia del suo Arcivescovo? Egli di quando in quando recavasi a Fenestrelle presso il Curato D. Guigas Giambattista, suo amico, ed ivi predicava. È un fatto, stando alle attestazioni di antichi allievi, che anche nel 1850 vi andò. I nostri appunti, presi sono ormai sette lustri, non hanno data del giorno e del mese. Tuttavia, esaminando dove D. Bosco abbia dimorato in quest'anno, da quali luoghi abbia spedito sue lettere, siamo rimasti persuasi che tale gita potè  aver luogo solamente o negli ultimi giorni di agosto o nei primi di settembre.

Interrogato molti anni dopo perchè si fosse recato a Fenestrelle in quell'anno, senz'altro rispose: - Desiderava di vedere quelle cime di monte ove accadde la battaglia dell'Assietta, perchè andava ideando di scrivere una storia d'Italia. Fin d'allora ci parve un po' strana questa passeggiata di semplice divertimento, perchè cosa contraria alle abitudini di D. Bosco, specialmente in tempi nei quali era tanto oppresso dalle occupazioni; così pure strana la ragione che adduceva, poichè solo nel 1856 usciva alla luce la Storia d'Italia. Tuttavia allora non abbiamo pensato ad investigare di più, essendo senza sospetti, che ci potesse essere un mistero. Ma ora, riflettendo che dentro a quelle nere mura della fortezza stava rinchiuso il suo Arcivescovo, che egli era in attinenza colla famiglia del comandante del forte, Alfonso de Sonnaz, non potrebbe aver relazione questa sua gita con quelle parole: Allora Cavour mi concedeva quanto io domandava? Non avrà cercato di giungere, fino al carcere del suo Pastore, oppure a voce o per iscritto per mezzo di qualche fidato fargli pervenire qualche desiderata notizia? Potrà essere questa una nostra supposizione, ma è certo però che D, Bosco un giorno ci asseriva: Nessuno saprà mai gran parte delle cose che ho fatte in vita mia!

Intanto in quei giorni, per ordine di Massimo d'Azeglio, Mons. Fransoni, senza prove di reità, senza processo, era stato spogliato dei beni della sua mensa e condannato al bando dal Regno. Quindi il 28 settembre venne estratto dalla fortezza e attraverso le alpi condotto ai confini. L'illustre campione della Chiesa sceglieva per luogo del suo esiglio la città di Lione, dove le Autorità civili e militari, ecclesiastici e laici andarono a gara per onorarlo. Qui a lui fu presentato il magnifico bastone pastorale, dono dei subalpini. Da Lione egli continuò a governare la sua Archidiocesi, nel miglior modo che poteva, sino alla morte. I nemici di questo grande Arcivescovo, ne inventarono di ogni sorta per denigrarne la fama, e lo additarono financo quale cospiratore contro il Governo del Re; ma inutili sforzi. Il Papa, i Vescovi del Piemonte, della Savoia, della Liguria e di altre parti, i cattolici, direi, di tutto il mondo, ne lodarono la condotta e gli offersero, eziandio con ricchi doni, attestato di alta ammirazione. La veridica storia poi ha già messo in chiara luce tutta la sua innocenza, e mentre avrà sempre una pagina gloriosa alla sua imperitura memoria, non lascerà d'infliggere un marchio d'infamia indelebile a' suoi persecutori.

Mons. Fransoni anche lontano non lasciò mai di proteggere l'Oratorio e di favorirlo in tutti i modi, e di raccomandare a D. Bosco la necessità di provvedere alla continuazione della sua opera pel caso della sua morte Anche a mezzo del Teol. Borel e del Teol. Roberto Murialdo, andati a Lione, gli fe' ripetere un simile ammonimento. E D. Bosco da parte sua a lui sempre ricorreva per avere consiglio. Anzi il Can. Prof. Anfossi assicura come cosa certa che D. Bosco non molto tempo dopo si recò a visitare in Lione il suo Arcivescovo, dimostrando schiettezza d'animo anche a fronte di coloro che lo avevano esigliato.

Finiremo con dire che le amichevoli attinenze col Ministro Cavour cessarono nel 1855, quando furono soppresse molte case religiose. Il Conte però non dichiarossi mai ostile a D.Bosco. La Divina Provvidenza quasi scherzando avevagli a tempo messi al fianco due cordiali ammiratori dell’Oratorio ed eccellenti cattolici. Il primo era il già nominato Avv. Giambattista Gal, il quale, caduto Gioberti dal potere, era stato scelto dal Conte Camillo per suo segretario particolare e fino al 1861 potè  conoscere tutte le manovre segrete della politica. Addetto poi agli Affari esteri per ben 10 anni, chiesto il suo riposo al Governo nel 1870, veniva a visitare più volte all’anno il suo amico D. Bosco, ora da Torgnon valle d’Aosta sua patria e ora da S. Remo ove soleva svernare. Il secondo fu il Cav. Cuglia Delitala, che successe al Gal nell’ufficio di segretario particolare e vi rimase fino alla morte di Cavour. Noi conserviamo le affettuose e belle poesie che Delitala presentava a D. Bosco nel giorno del suo onomastico. D. Bosco aveva amici dappertutto.

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