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Capitolo 11

L''Oratorio festivo dopo il mezzogiorno - Il ritorno dei giovani - La prima ricreazione - Il catechismo e le funzioni sacre - Compelle intrare - La seconda ricreazione e il contegno prescritto ai giovani - D. Bosco anima dei giochi - Scioglimento di problemi - Avvisi salutari e promesse di premi - La partenza alla sera - Stanchezza di D. Bosco - Meravigliosa riforma di costumi - Speranze per la società.


Capitolo 11

da Memorie Biografiche

del 06 novembre 2006

 Le ore pomeridiane della Domenica non riuscivano per D. Bosco meno faticose di quelle del mattino. Egli sollecitava la sua refezione, poichè verso un'ora, ovvero un'ora e mezzo si riapriva l'Oratorio. I giovani correvano spinti dal vivo desiderio di trovarsi con D. Bosco, il quale li aspettava con eguale desiderio di essere in mezzo a loro, e li accoglieva festosamente. Aveva già fatti disporre quanti più giuochi poteva: il cavallo di legno, l'altalena, la sbarra pel salto, e tutti gli altri attrezzi di, ginnastica; e affinchè non succedessero dissidi e risse, segnava il sito dove ogni squadra potevasi divertire a piacimento.

Intanto il Teol. Borel e il Teol. Carpano si aggiravano per le adiacenze in cerca di quei fanciulli che, venuti da altri borghi della città per divertirsi in quei prati solitarii, nulla sapevano o volevano sapere dell'Oratorio. Scoperto un crocchio di questi, li invitavano con maniere cortesi a venir seco promettendo ai più restii un premio se si arrendessero. E ben di rado tornavano vane le loro esortazioni. Quando questi buoni preti non potevano compiere tale ufficio di carità, D. Bosco ne incaricava or l'uno or l'altro dei catechisti o dei chierici.

In quel frattempo i giovani incominciavano la ricreazione e D. Bosco stesso aveva loro distribuiti i giuochi. Egli era sempre in mezzo ai ragazzi, ci narrava D. Reviglio. Aggiravasi qua e là, si accostava or all'uno ora all'altro, e, senza che se ne avvedessero, li interrogava per conoscerne l'indole e i bisogni. Parlava in confidenza all'orecchio a questo e poi a quello, dando qualche santo consiglio o invitando ai divini sacramenti. Si fermava presso coloro che per caso si mostrassero melanconici e studiava di infondere in essi l'allegria con qualche lepidezza. Egli poi era sempre lieto e sorridente, ma nulla di quanto accadeva sfuggiva alla sua attenta osservazione, ben sapendo di quali pericoli potesse essere causa l'agglomeramento di giovani di varia età, condizione e condotta. E non intermetteva questa sua vigilanza, anche quand'ebbe chierici e preti assidui nell'assistenza, volendo egli pel primo stabilire col suo esempio il metodo così importante di non lasciar mai i giovani da soli.

Durante questa ricreazione, oltre i sacerdoti, dei quali abbiamo già fatta menzione, giungevano, invitati da D. Bosco, il Teol. Rossi, il Teol. Vola Giovanni iuniore, il Can. Lorenzo Gastaldi, D. Bologna, e alcuni sacerdoti dei Convitto Ecclesiastico. Questi degni ministri del Signore si prestavano volentieri ad insegnare il catechismo e, or l'uno ora l'altro, a fare la predica. Ma nè tutti, nè sempre potevano intervenire all'Oratorio ogni domenica, e benchè rare volte, intrattenersi coi giovani dopo le funzioni. Tuttavia un caro spettacolo in questo momento sorprendeva le persone di cuore. All'apparire di que' buoni ecclesiastici cessavano in gran parte i giuochi, e i giovani correvano in folla e circondavano in gruppi distinti ciascuno di essi, ed anche D. Bosco. Si domandava un racconto, si cantava qualche lode alla Madonna. Ciò accadeva, o prima o dopo, in tutte le ricreazioni.

Verso le due e mezzo si ripigliavano le funzioni religiose. Era ammirabile l'ordine che regnava fra tanta moltitudine di giovani, anche in mezzo ai più clamorosi e svariati divertimenti. Bastava un tocco di campana perchè tutti tacessero, si ordinassero e contenti si avviassero alla cappella.

Non bisogna però supporre che simile obbedienza non patisse qualche rara eccezione. Talora alcuni pochi, o perchè venuti la prima volta attirati dal compagni e dai giuochi, o perchè insolenti di indole, appena udito il segnale di lasciare il divertimento cercavano di fuggire dal recinto dell'Oratorio, rispondendo con un'alzata di spalle a chi li richiamava e facendosi beffe delle esortazioni. Era quindi necessaria un po' d'energia per ricondurli ad imparare le cose di religione, delle quali nulla sapevano, e per impedire che, rimanendo abbandonati a se stessi, non cadessero in qualche pericolo dell'anima e del corpo. Nell'estate la smania di gettarsi a nuoto nella Dora o in qualche profondo canale aveva costato la vita a più di un incauto. Alcune madri avevano condotti a lui i loro figli, asserendo che erano incorreggibili e pregandolo a farli buoni. D. Bosco si sentiva responsabile in faccia a Dio delle loro anime, e talora egli stesso prendeva la rincorsa per fermarli. Ora quasi subito li raggiungeva, ora l'inseguimento durava qualche minuto. Alcuni si rassegnavano e ridendo si lasciavano condurre al catechismo, altri resistevano ed occorreva la virtù di un santo per non irritarsi a tanta caparbietà. Un giorno D. Bosco teneva dietro a due di costoro, e per la corsa era rosso in viso e alquanto affannato. A un tratto comparisce tra le piante D. Giacomelli, il quale esclama: - Ehi! è la seconda volta che ti vedo alterato! - D. Bosco intanto fatti prigionieri i due fuggitivi e tenendoli per mano, dava a D. Giacomelli una risposta che, dimostrava la calma del suo animo: - Che vuoi! Questi benedetti ragazzi cercano di fuggire per non andare in chiesa!

Intanto nell'Oratorio, dopo la recita della terza parte del Rosario, così avendo D. Bosco variato l'ordine primitivo delle funzioni, si incominciava il catechismo nelle classi, divise secondo l'età e la capacità. I catechisti avevano preso il loro posto e ritti in piedi soprastavano ai giovani ad, essi affidati. D. Bosco, tutto cura, nell'ordinare le classi affinchè l'insegnamento riuscisse proficuo, agli ecclesiastici di maggior dottrina assegnava i più grandicelli, ed eziandio a pii e dotti laici del patriziato torinese, fra i quali poi gli furono di grande aiuto, anche per le scuole, il Conte Carlo Cays e il Marchese Domenico Fossati.

Egli, potendolo, riserbava per sè il catechismo in coro agli adulti e quando ne era impedito, ne incaricava sempre un distinto sacerdote e più specialmente il Teol. Francesco Marengo. D. Bosco, ben si può dire che possedesse in grado eccelso il dono dell'intelletto, nell'esporre le verità della fede e nell'impugnare gli errori che incominciavano a penetrare nelle menti. Ne parlava con molta chiarezza e facilità, esponendo la dottrina cristiana in modo che la faceva capire a tutte le intelligenze e riusciva un diletto per quanti l'udivano. In ciò il suo zelo era più unico che raro, ci notava il Teologo Leonardo Murialdo, come lo era eziandio nel promuovere lo spirito di pietà nel cuore della gioventù.

Il catechismo non durava pi√π' di mezz'ora, e cinque minuti prima del fine, il campanello della Messa dava un segnale, che era accolto dai giovani col grido unanime, prolungato: Esempio! - I catechisti allora narravano un bel fatto da loro letto o udito, riguardante specialmente la vita dei Santi, o la storia della Chiesa, o i miracoli della Madonna, con grande piacere dei loro uditori. Quel grido poteva parere poco riverente in chiesa, ma D. Bosco conoscendo che i giovani immobili e silenziosi da parecchio tempo, avevano bisogno di uno sfogo, lo permise allegramente fino al 1868, persuaso che anche questo era gradito al Signore.

Dopo il catechismo, D. Bosco, se non vi erano altri predicatori, anche alla sera faceva un'istruzione popolare, e dopo la Benedizione, prima di uscire di chiesa, soleva far cantare una laude sacra. Siccome egli amava in modo specialissimo il nome di Gesù, e lo invocava spesso, e lo scriveva con gusto, così preferiva la canzone in onore di questo Nome Santissimo, che incomincia: “Su figli cantate”. Ogni strofa terminava con un ritornello da lui escogitato, col quale più volte ripetevasi il nome di Gesù. Ed insisteva perchè a tale cantico si partecipasse con allegrezza di spirito e devozione.

Talvolta D. Bosco non assisteva a tutte le funzioni. Quando ogni classe, anche quella del coro, aveva il proprio, catechista ed un predicatore era pronto a sostituirlo, egli percorreva un largo spazio della regione all'intorno, in cerca di pecorelle randagie, ossia di quel giovinastri ai quali non era facile far intendere ragione.

Costoro, invece di andare alle parrocchie, si radunavano nei prati, nei viali e specialmente sotto ai portici delle case campestri a giocare. Egli si avvicinava bel bello a questi crocchi e con aspetto indifferente stava osservando il giuoco. In mezzo, sovra una sedia o il pi√π sovente per terra, avevano steso un fazzoletto che serviva di tavoliere sul quale mettevano i danari della partita. Si giocava disperatamente alle carte: a tresette, all'asina, alla capra, e alcuni di questi, giuochi, come per esempio la capra, erano proibiti dalle leggi. Sul fazzoletto si trovavano ammucchiate da 15 a 20 e pi√π lire per giocata. Non era raro il caso che una questione di giuoco finisse a coltellate.

D. Bosco dunque si intrometteva nel loro divertimento, e talora vi prendeva parte egli pure. Ma quando vedeva il fazzoletto ben provvisto di lire e i giocatori scaldati nel gettar le carte, ratto come un lampo, prendeva i quattro angoli del fazzoletto e involgendo danari e carte, il tutto portava seco fuggendo con rapidità.

I giovani sbalorditi si alzavano e gli correvano dietro gridando: - I danari, ci restituisca i danari! - Ma non potevano raggiungere D. Bosco, il quale nella corsa aveva pochi che potessero stargli a paro. Di quando in quando egli volgendosi diceva loro: - State sicuri; non voglia rubarvi i danari; venite con me, correte, raggiungetemi. Vi restituirò il danaro, anzi vi darò altri regali dei quali voi sarete contenti. Venite, correte.

E così l'uno fuggendo e gli altri inseguendolo giungevano alla porta dell'Oratorio.

La cappella era piena di giovani. Il Teol. Carpano, ovvero il Teol. Borel, era in pulpito che già predicava. Ma al giungere di D. Bosco con quella nuova turba di monelli, era indispensabile prendere un fare spigliato ed anche berniesco. Si trattava di calmare quei giocatori irritati dalla sorpresa poco gradita che loro era stata fatta, e di attirarli in chiesa, e farli restare alla predica. D. Bosco entrava fingendosi ora un negoziante, ora un giovinastro mandato per forza dalla madre a udire la predica, ora uno invitato dal Direttore a venire all'Oratorio, ora anche un buon compagno che aveva condotti altri suoi bravi amici. I giovani già in chiesa si volgevano ridendo, e contenti della scena, che si preparava, si alzavano in piedi per vedere.

D. Bosco si avanzava talvolta come se fosse un venditore ambulante e gridando. - Torroni, torroni! Chi compra torroni!

Il predicatore dal pulpito si rivolgeva a lui: - Olà, birichino! Esci di chiesa! E forse questa la piazza del mercato?

 - Oh bella! lo faccio i miei affari dove c'è da guadagnare. Ho visto qui tanti giovani e ho pensato di vendere i miei torroni.

 - E questo è il rispetto che porti alla casa di Dio?

I due interlocutori parlavano in piemontese coi frizzi vivacissimi di questo dialetto e, o si proseguiva l'argomento in corso, ovvero s'interrompeva, per intrattenersi sul rispetto alla chiesa, sulla santificazione delle feste, sul giuoco, sulla bestemmia, sulla confessione.

I giocatori, entrati in chiesa, all'udire quell'inaspettato battibecco si fermavano, prestavano attenzione, ridevano, finivano con sedersi se vi era ancor posto, e stavano tranquilli fino alla fine del dialogo. Per questo genere di predicazione D. Borel e D. Bosco, facendo l'uno da maestro e l'altro da allievo, disponevano di tanta destrezza ed arguzia da durarla anche un'ora e mezzo, sì che i giovani provavano rincrescimento quando finiva.

Si incominciava quindi il canto delle litanie. D. Bosco, era sempre in fondo alla chiesa in mezzo ai suoi merlotti. Qualcuno di que' garzoni gli diceva sotto voce. - Quando mi restituisce i soldi? - E D. Bosco: - Ancora un momento; lascia che si dia la Benedizione. - Allora invitava quei giovani a uscire con lui, li conduceva nel cortile, loro restituiva il danaro, aggiungeva qualche bel dono, si faceva promettere che sarebbero venuti tutte le domeniche all'Oratorio, e che non avrebbero pi√π giocato come prima. Loro, faceva vedere i bei divertimenti che vi erano all'Oratorio, e si divideva da essi in guisa, che innamorati delle sue maniere, infine addivenivano suoi amici. E la domenica seguente prendevano ad intervenire all'Oratorio.

Così finite le funzioni e dato un po' di svago ai giovani, seguiva la scuola per gli operai, prima o dopo il tramonto, secondo le stagioni, scuola questa a cui prestava D. Bosco la sua opera personale. Riprese le ricreazioni, si protraevano fino all'annottare.

Ci raccontava il Sig. Castagno, testimonio oculare: “ Don Bosco era il primo ai giuochi, l'anima della ricreazione. Colla persona e coll'occhio si trovava in ogni angolo del cortile, in mezzo ad ogni gruppo di giovani, prendendo parte a tutti i divertimenti In una partita incominciava una contesa, e D. Bosco a dire a chi ne era causa: Va là in quell'altro crocchio che manca di un giocatore lo prendo il tuo posto. - E giocava ai birilli, alle bocce, al volante, col plauso di coloro che erano felici di aver D. Bosco per compagno. Quando poi in un altro luogo scorgesse qualcheduno che usava modi e parole sguaiate in certi esercizi ginnastici: - A te! - Gli diceva - vieni al mio posto; io prenderò il tuo. – E si faceva il cambio. Così passava da un punto all'altro del cortile, sempre riportando il vanto di abile giocatore, cosa che richiedeva sacrificio e fatica continua. “ Innamorava il vederlo in mezzo a noi, diceva uno di questi allievi, ora già in età avanzata. Alcuni di noi erano senza, giubba, altri l'avevano, ma tutta a brandelli; questi a stento teneva ai fianchi i calzoni, quell'altro non aveva cappello, o le dita dei piedi sì affacciavano dalle scarpe rotte. Si era scarmigliati, talora sudici, screanzati, importuni, capricciosi, ed egli trovava le sue delizie stare coi più miserabili. Pei più piccini, aveva poi un affetto da madre. Talora due fanciulli per questioni di giuoco si ingiuriavano e si percuotevano. D. Bosco tosto si faceva presso di loro invitandoli a smettere. Accecati dalla rabbia alcuna volta non gli badavano, ed egli allora alzava la mano come in atto di percuoterli; ma ad un tratto si fermava, prendendoli per un braccio li divideva, e tosto quei biricchini cessavano come per incanto da ogni alterco ”.

Sovente schierava in due campi opposti i giovani per la barrarotta, e facendosi egli stesso capo di una parte, si incamminava un giuoco così animato che, parte giocatori e parte spettatori, tutti i giovani si infiammavano per quelle partite. Da un lato si voleva la gloria di vincere D. Bosco, dall'altro si, faceva festa per la sicurezza della vittoria.

Non di rado egli sfidava tutti i giovani a sopravanzarlo nella corsa, e fissava la meta destinando il premio al vincitore. Ed eccoli allineati. D. Bosco solleva la veste al ginocchio: - Attenti, grida: Uno, due, tre! - E un nugolo di giovani si slancia, ma D. Bosco è sempre il primo a toccar la meta. L'ultima di queste sfide ebbe luogo precisamente nel 1868 e D. Bosco, non ostante le sue gambe enfiate, correva ancora con tanta rapidità da lasciarsi indietro 800 giovani fra i quali moltissimi di una snellezza meravigliosa. Noi presenti, non potevamo credere ai nostri occhi.

Accadeva eziandio che allentandosi talora la ricreazione, D. Bosco andasse a riempire le sue saccocce di caramelle e poscia ne slanciasse un bel numero in mezzo ai crocchi. Pensare a quell'abbruffamento degli uni sugli altri, agli spintoni, alle capriole che si succedevano, volendo ciascuno impadronirsi di uno almeno di quei dolci; quindi come tutti corressero per circondare D. Bosco, gridando: - A me, a me! - Ma D. Bosco prendeva a fuggire, i giovani ad inseguirlo; di quando in quando erano fermati da confetti gettati a piene mani, ma poi ritornavano a rincorrerlo, finchè non fosse esaurita la provvista.

D. Bosco era affranto da quel moto continuo, ma ciò che più di tutto lo spossava era il parlare sempre dal mattino alla sera, in confessionale, dal pulpito nel catechismo, nella scuola e nella ricreazione. I giovani, e fra questi un certo, numero di studenti, gli facevano mille interrogazioni di ogni genere e sopra ogni argomento, di arti, mestieri, invenzioni, lingua, storia, geografia, e sovra ciò che fu prima della creazione del mondo, e ciò che resterà dopo la sua distruzione, dove era raccolta tanta acqua prima del diluvio, il tutto con un'infinità di perchè quando non sapevano darsi ragione di questo o quello. D. Bosco doveva rispondere con franchezza a tutti, in modo che restassero appagati, avvertendo di non sbagliare e non contraddirsi, perchè i giovani, tenevano per oracoli le sue risposte ed anche le riferivano ai parenti od a persone istruite le quali poi convenivano coll'approvazione. A questo modo si erano formato un concetto altissimo della scienza di D. Bosco che, secondo essi, era unica, inarrivabile. Bisognava quindi che D. Bosco stesse sempre all'erta per non restar nell’imbroglio, poichè se avesse esitato o sbagliato, se una volta sola avesse detto di non saper rispondere, avrebbe perduto, almeno presso alcuni, quell'aureola che per il loro stesso bene gli importava di conservare. Tanto più che gli studenti nelle scuole interrogavano i professori. Questa fama di scienza universale era un vincolo - la stima! - che a lui traeva tutti i giovani più intelligenti, ed erano molti, i quali influivano poi sulle altre centinaia dei più rozzi, e così a D. Bosco tornava facile anche da solo imporsi paternamente a tutti. Egli si era fatta legge di non ignorare veruna di quelle cognizioni che i suoi giovani possedevano, oppure che dovevano avere o avrebbero necessariamente acquistate. Era un nuovo e continuo studio, al quale solo poteva attendere chi aveva come lui una meravigliosa memoria, e crediamo che, per es. alcune sue note sull'algebra fino alle equazioni di secondo grado, appartengano a questi tempi. Tuttavia sarebbe una chimera il supporre che D. Bosco possedesse tutto lo scibile umano; perciò quando non sapeva che rispondere ad una interrogazione, con grande abilità e senza scomporsi, si toglieva dall'impaccio in modo evasivo. Per es. esclamava: - Olà, ho sempre da dire tutto io? Come! Ignorate questa cosa? Rispondete voi almeno una volta! Se ora non sapete sciogliere il quesito, pensateci, che non vi sono troppe difficoltà. Preparo un bel premio a chi saprà rispondere meglio per la domenica ventura, - E i giovani lungo la settimana si davano d'attorno per sciogliere il problema; andavano ad importunare i maestri, il curato, i periti della materia proposta, e alla prima domenica riportavano trionfanti una risposta, che anche D. Bosco si era preparata. Egli però sapeva ampliarla, esaminandola nelle singole parti, trarne le conseguenze se gli veniva bene aggiungere un fatto storico, riguardante la materia esposta, insomma adornare di veste attraente ciò che gli altri avevano detto in poche parole. Allo stesso modo e collo stesso esito egli proponeva ai giovani interrogazioni di varia natura, giudicando essere un mezzo atto a preservarli dal male, il tenere sempre preoccupata con nuove idee singolari la loro mente e la loro fantasia.

Eziandio in chiesa dopo la predica molte volte annunziava ad essi un problema da sciogliere, non omettendo mai di promettere premii. Colle sue prediche si era acquistato presso i giovani anche una gran fama di oratore. E infatti sapeva così ben descrivere la magnificenza di Dio creatore e conservatore, le sue misericordie e le sue giustizie, che i giovani uscivano dalla cappella non sapendo, direi, da che parte passassero, tanto rimanevano sbalorditi. Perciò approfittandosi del loro entusiasmo, dall'argomento che aveva svolto traeva la domanda da fare, e diceva:

Nella prossima festa sappiatemi dire perchè il SS. Sacramento si chiama Eucaristia; quale è il primo naturale significato dell'espressione Paradiso... Altra volta proponeva si spiegasse la parola Morte, un'altra Purgatorio, poi i vari sensi della voce Inferno. Molte di queste domande le ricavava dalla S. Scrittura: per es.: Trovatemi a qual lingua appartenga la parola parco, per indicare boschi e giardini reali, e usata da Salomone ne' suoi libri.

I giovani lungo la settimana correvano a visitare molti teologi di Torino e riportavano risposte teologiche, le quali talvolta, per non essere stata esposta la questione nei termini esatti, non erano quelle richieste da D. Bosco. Egli diceva loro: - Non avete indovinato; studiate ancora. - E ritornavano dai loro teologi, per avere pi√π ampie spiegazioni.

Talora nessuno era premiato. Un giorno aveva chiesta qual fosse l'etimologia presso i latini della parola Peccatum - Nessuno portò la vera risposta, benchè avessero consultati uomini molto eruditi. D. Bosco allora fattosi recare il “Metthiae - Martini, lexicon philologicum”, lesse che peccatum viene da pecu, ossia pecus pecoris, perchè gli empii camminano come le pecore, le quali non son guidate dal lume della ragione, ma solo condotte dai loro brutali istinti. - I problemi proposti da D. Bosco avevano sempre per oggetto una massima morale.

Talvolta per varie cause le risposte non erano conformi, e allora D. Bosco diceva: - Roetti, va a prendere in camera mia il tal libro ed egli lo sfogliava in mezzo alla viva attenzione di tutti, e loro presentava la risposta esatta, e dava il premio ai fortunati. Il Prof. Teol. Ghiringhello venne un giorno a trovarlo e a dirgli ridendo che per carità lasciasse in pace i teologi di Torino, che ormai non ne potevano più per le visite continue dei suoi giovanetti. D. Bosco però ne era contento, perchè così avvicinava molti dei suoi allievi ai santi e dotti sacerdoti della città, i quali con le loro gentili maniere facevano crescere più vive le simpatie verso il clero.

Avvicendandosi tutte queste scene che, d'estate specialmente, avevano lunga durata, sopravveniva la notte e Don Bosco prima di congedare i giovani soleva dar loro qualche avvertimento. Ora li esortava a guardarsi dalle risse o dall'imporre soprannomi ai compagni, ora a far sempre il loro dovere per amore e non per timor dei castighi, ora ad usar, gran rispetto a tutti i superiori, levando il cappello quando li incontrassero, ora a baciare riverentemente la mano ai sacerdoti che venivano all'Oratorio per far loro del bene, e a rispondere con parole umili e con sincerità alle loro interrogazioni. Raccomandava eziandio a tutti una somma esattezza nell'osservanza delle Regole, sicchè ciascuno facesse a gara di essere il più devoto, il più modesto, il più puntuale negli esercizi di devozione.

Ma più sovente, dopo che si era informato se tutti i suoi piccoli artigiani avessero lavoro, felice nel venir a conoscere che nessuno all'indomani sarebbe stato vittima dell'ozio, li premuniva contro quei pericoli che s'incontrano eziandio da chi ha fatto proponimento di mantenersi buono. “ Qualcuno di voi, ei diceva si troverà in una casa, in una scuola, in una bottega, in un negozio, in una fabbrica, dove si fanno cattivi discorsi; ed io vi suggerisco il modo di liberarvene senza offendere il Signore. Se sono persone a voi inferiori, correggetele coraggiosamente e con severità; qualora siano persone a cui non convenga fare rimproveri, fuggite se potete; e non potendo, state fermi a non prendervi parte nè con parole, nè con sorrisi, e dite nel vostro cuore: Gesù mio, misericordia... Non lasciatevi mai vincere dal rispetto umano. Può darsi che taluno vi metta in canzone e si beffi di voi, ma non importa. Verrà il tempo in cui il ridere e il burlare dei maligni si cangerà in pianto nell’inferno, e il disprezzo dei buoni si muterà nella più consolante allegria in paradiso. Notate peraltro che stando voi fedeli al Signore ne avverrà che gli stessi vostri dileggiatori saranno costretti a pregiare la vostra virtù, di maniera che non oseranno più molestarvi coi loro perversi ragionamenti. S. Luigi aveva preso un tale ascendente sovra i suoi compagni, e vecchi e giovani, che al suo comparire nessuno azzardava una parola meno onesta. Del resto, qualora poi, malgrado tutte le precauzioni, vi trovaste in pericolo di offendere Iddio, fuggite, abbandonate il luogo, la casa, il lavoro, l'officina; sopportate qualunque male del mondo piuttosto che dimorare in luoghi e trattare con persone, che mettono in pericolo la salvezza dell'anima, vostra. State sicuri che Dio e la Madonna SS. non vi abbandoneranno. Anche D. Bosco si impegnerà per aiutarvi con tutte le sue forze e troverà sempre lavoro e pane per i suoi cari figliuoli ”.

Non di rado egli annunziava che avrebbe rese più amene le loro ricreazioni con giuochi di prestigio, o con distribuzione di medaglie, d’immagini, di libretti, con qualche lotteria di premii estratti a sorte, colazioni, merende, musiche vocali e strumentali, e anche con regali di oggetti di vestiario ottenuti dai benefattori, purchè stessero attenti in chiesa ed imparassero. E siccome tutti sapevano per prova che D. Bosco, manteneva la sua parola, andavano in visibilio per la gioia.

Dopo una giornata trascorsa in mezzo a tante occupazioni, e per il poco cibo che aveva preso, D. Bosco non poteva quasi più muoversi. I giovani artigiani, che erano gli ultimi a partire, poichè gli studenti ritornavano a casa ad ora meno tarda, gli dicevano sovente: - Ci accompagni fuori!

 - Ma io non posso, rispondeva D. Bosco.

 - Faccia un solo passo con noi. - E tanto lo pregavano che usciva. Andato per lo spazio di un tiro di pietra, accennava a ritornare indietro, ma i giovani che non sapevano - staccarsi da lui: - Venga ancora per un piccolo tratto; venga con noi fino a quegli alberi. - E D. Bosco pazientemente li compiaceva. Giunto al luogo indicato, fermavasi, e quei trecento e più ragazzi, piccoli e grandi, gli facevano intorno corona e tutti instavano perchè narrasse un fatto. D. Bosco si scusava, dicendo: - Ma basta; lasciatemi andare a casa, che sono molto stanco.

 - No, no, rispondevano. Noi canteremo una lode; lei intanto si riposerà e poi ci racconterà un bell'esempio.

 - Ma non ne posso più.

 - Un solo e poi basta.

 - Ma non sentite che non ho quasi più voce!

 - Un fatto breve! - La folla intanto cresceva intorno a D. Bosco, perchè la gente passando si fermava e così pure molti soldati che uscivano dalle bettole. Tutti stavano per udire che cosa avrebbe detto il prete. I giovani cantavano due o tre strofe della canzone “Lodate Maria”; quindi Don Bosco, salito sopra un sedile di pietra o sopra un tumulo di sabbia, diceva: - Ebbene! vi racconto ancora un fatto e poi andate a casa. E raccontava, concludendo E ora basta; buona notte

I giovani con tutta l'altra folla rispondevano: Buona notte! - e mandavano un ultimo assordante grido di evviva a D. Bosco. Tutti si sbandavano per ritornare alle loro famiglie, o al luogo ove solevano riposare; ma prima ciascuno voleva avvicinarsi a D. Bosco per salutarlo anche una volta. Allora alcuni dei più adulti sostenendolo sulle loro braccia e cantando a squarciagola la nota canzone: “Andiamo, compagni, D. Bosco ci aspetta”, lo riportavano a casa. Entrato in sua camera, si sentiva così estenuato che, più volte venendo Mamma Margherita per invitarlo a cena, egli le rispondeva: - Lasciate che mi riposi alquanto. - E rimaneva profondamente assopito; ed anche scosso, non lo si poteva destare. Talvolta andava a cena, e dopo il primo cucchiaio di minestra, restava preso dal sonno, sicchè la testa cadeva sulla scodella. Allora, dopo qualche istante, Brosio Giuseppe ed altri giovanotti, che si erano ivi fermati per fargli compagnia, senz'altro quasi di peso lo trasportavano nella sua stanza, ed egli così vestito com'era si gettava sul letto e non era più capace di voltarsi sul fianco nè di muovere un braccio od una gamba. Aveva lavorato continuamente dalle 4 del mattino fino alle 10 e più della sera.

Ma quando lungo la settimana cadevano altre feste di precetto, pensi ognuno in quale stato venisse ridotto D. Bosco, non ancor riavutosi dalle fatiche della domenica. Sua madre avvertita alla sera del suo avvicinarsi dai canti marziali dei giovani che lo riconducevano dal Rondò, gli andava incontro sulla porta e gli diceva: - Sei ancora vivo? - Ma il figlio pareva quasi che non sentisse, saliva in camera e, sedutosi sulla prima sedia, o baule, o panca nella quale imbattevasi, subito si addormentava; e talvolta si destò solamente sul far dell'alba. Certe altre mattine si svegliò mezzo vestito, appoggiato col dorso al letto e coi piedi puntati contro il muro.

Così ogni istante della giornata di D. Bosco era segnato da un atto di sacrificio che diremo eroico. Nè solo per le fatiche; perchè non bisogna supporre che talvolta non lo ferissero dispiaceri anche gravi. Ciò conoscono per esperienza quanti si prendono cura della gioventù. Ma egli ricordava aver detto N. S. Gesù Cristo: “ Guadagnerete le anime vostre mediante la pazienza ”. Infatti in mezzo ai suoi giovani, pieno di fiducia nell'aiuto di Dio e nell'efficacia di un'istruzione schiettamente cattolica, soleva esclamare:

 - Spero di potervi vedere tutti un giorno riuniti in cielo!

Le sue fatiche e le sue speranze erano ricompensate da un risultato sorprendente. Narrava Buzzetti Giuseppe: - Conobbi centinaia di ragazzi, i quali prima di venire all'Oratorio erano del tutto privi d'istruzione e di sentimenti religiosi, mutare in brevissimo tempo costumi; e talmente affezionarsi alle nostre radunanze festive, da non sapersene allontanare, frequentando i sacramenti non solo ogni domenica, ma anche nelle feste soprasettimana. - E il Cari. Anfossi esponeva ciò di che era stato testimonio per molti anni: Vidi io stesso giovanastri adulti e scapestrati, i quali dopo poche feste diventavano buoni e fervorosi. Si mostravano a dito alcuni che, prima di venir con D. Bosco noti per una vita scandalosa, erano poi divenuti dei più edificanti; e diversi di loro avrebbero voluto fare, per umiliarsi, le loro confessioni anche pubblicamente, se D. Bosco l'avesse loro permesso.

E questa morale riforma continuò, senza essere interrotta mai. D. Bosco, si argomentava di poter riuscire col tempo a cambiare almeno in parte la faccia della società; e non passarono molti anni che dei giovani da lui allevati nella fede e nella pietà se ne trovarono in tutte le parti del mondo, e migliaia di essi divennero capi di nuove famiglie cristiane. “ Che tale fosse il suo divisamento, scriveva D. Francesco Dalmazzo, si scorgeva dall'inflessione speciale della voce, dal suo sguardo fisso in alto, quando in ogni occasione che gli si presentava, egli stesso intonava il salmo: “Laudate Dominum omnes gentes! ”

 

 

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