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Capitolo 10

Letture Cattoliche: LE MERAVIGLIE DELLA MADRE DI DIO INVOCATA SOTTO IL TITOLO DI MARIA AUSILIATRICE - La prefazione dell'opuscolo - Lettera di Don Francesia al Cavaliere: il fascicolo Severino la furori: i lavori della Chiesa: le grazie di Maria SS.: le medaglie: i preparativi per la gran festa: le conseguenze dell'andata di Don Bosco a Mornese l'anno scorso - Nomina di Cardinali: Mons. Eustachio Gonella - Don Bosco scrive al Cavaliere di presentare al Cardinal Gonella e agli altri nuovi Cardinali gli ossequi di tutta la Pia Società: chiede notizia de' suoi amici di Ronza: ricorda la festa del III Centenario della nascita di S. Luigi - Altra sua a Mons. Ricci col quale si congratula di un nuovo onore al quale fu elevato dal Papa - Don Francesia al Cavaliere: dà notizie dell'Oratorio; Don Bosco, escluso da una ripartizione di beneficenza fatta alle opere Pie, riceve cospicua somma da Milano: numerose offerte de' fedeli in questi giorni: i lavori della Chiesa Procedono bene: Don Bosco è chiamato al letto di molti infermi - Circostanza straordinarie della morte repentina di Rossi Spirito, predetta da Don Bosco. Non è il secondo del sogno - Don Francesia annunzia questa morte al Cavaliere - La Marchesa di Villarios scrive a Don Francesia di questo fatto - Padre Oreglia a Don Francesia: dà consiglio di accettare Vigna Pia non ostante che sia un'opera umile e difficile: teme un ottobre come l'anno passato: aspetta lettera da Don Bosco: andata a Roma del Teol. Margotti.


Capitolo 10

da Memorie Biografiche

del 07 dicembre 2006

 Pel mese di marzo si era distribuito agli associati delle Letture Cattoliche un fascicolo intitolato: Il volo dell'Angelo, di Umberto Le Bon, versione italiana del Sac. Pietro Bazetti. Trattava dell'efficacia della preghiera, per ottenere dal Signore il trionfo della Chiesa e ogni altra grazia, con belle citazioni di autori religiosi, parabole, leggende e fatti storici.

Pel mese di aprile il fascicolo in corso di stampa portava il titolo: Pensieri e detti sugli affari del giorno, con appendice sulla vita di famiglia di Giacomo Bonomo: due opuscoletti riuniti. Il primo dimostrava che il buon senso si altera nel popolo, specie nelle questioni religiose, per l'ignoranza e per la malefica influenza dei giornali cattivi: il secondo diceva della felicità che si trova nella famiglia cristiana, e dei modi di conservare la gioia domestica.

Pel mese di maggio Don Bosco riservava un suo libretto di circa 184 pagine, che ormai aveva finito di scrivere, in onore di Maria SS.: Le meraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, raccolte dal sacerdote Giovanni Bosco. Sul frontispizio aveva aggiunto le parole: Aedificavit sibi domum (Prov. c. IX, V. I). MARIA SI EDIFICO' ELLA STESSA UNA CASA.

Diceva nella prefazione:

 

Il titolo di Auxilium Christianorum attribuito all'augusta Madre del Salvatore non è cosa nuova nella Chiesa di Gesù Cristo. Negli stessi libri santi dell'antico testamento Maria è chiamata Regina che sta alla destra del suo Divin Figliuolo vestita in oro e circondata di varietà: Adstitit Regina a dextris tuis in vestitu deaurato, circumdata varietate: salmo 44. Questo manto indorato e circondato di varietà sono altrettante gemme e diamanti, ovvero titoli con cui si suol appellare Maria. Quando pertanto chiamiamo la Santa Vergine aiuto dei cristiani, non è altro che nominare un titolo speciale, che a Maria conviene come diamante sopra i suoi abiti indorati. In questo senso

Maria fu salutata aiuto dei cristiani fino dai primi tempi del Cristianesimo.

Una ragione per altro tutta speciale per cui la Chiesa vuole negli ultimi tempi segnalare il titolo di Auxilium Christianorum è quella che adduce Mons. Parisis colle parole seguenti: “ Quasi sempre quando il genere umano si è trovato in crisi straordinarie, fu fatto degno, per uscirne, di riconoscere e benedire una nuova perfezione in questa ammirabile creatura, Maria SS., che quaggiù è il più magnifico riflesso delle perfezioni del Creatore ”.

Il bisogno oggi universalmente sentito di invocare Maria non è particolare, ma generale; non sono più tiepidi da infervorare, peccatori da convertire, innocenti da conservare. Queste cose sono sempre utili in ogni luogo, presso qualsiasi persona. Ma è la stessa Chiesa Cattolica che è assalita. È assalita nelle sue funzioni, nelle sacre sue istituzioni,  nel suo Capo, nella sua dottrina, nella sua disciplina; è assalita come Chiesa Cattolica, come centro della verità, come maestra di tutti i fedeli.

Ed è appunto per meritarsi una speciale protezione del Cielo che si ricorre a Maria, come Madre comune, come speciale Ausiliatrice dei Re, e dei popoli cattolici, come cattolici di tutto il mondo!

Così il vero Dio era invocato Dio di Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe e tale appellazione era diretta ad invocare la divina misericordia a favore di tutto Israele, e Dio godeva di essere in questa guisa pregato, e portava pronto soccorso al suo popolo nelle afflizioni. Nel corso di questo libretto vedremo come Maria è veramente stata costituita da Dio aiuto dei Cristiani; e come in ogni tempo tale siasi dimostrata nelle pubbliche calamità, specialmente a favore di quei popoli, di quei Sovrani, di quegli eserciti, che pativano o combattevano per la Fede.

La Chiesa pertanto, dopo aver più secoli onorata Maria col titolo di Auxilium Christianorum, in fine istituì una speciale solennità in cui tutti i cattolici si uniscono con una sola voce a ripetere le belle parole con cui è salutata questa augusta Madre del Salvatore: Terribilis ut castrorum acies ordinata, tu cunctas haereses sola interemisti in universo mundo.

La Santa Vergine ci aiuti tutti a vivere attaccati alla dottrina ed alla fede di cui è capo il Romano Pontefice vicario di Gesù Cristo, e ci ottenga la grazia di perseverare nel santo divino servizio in terra per poterla poi un giorno raggiungere nel regno della gloria in cielo.

 

Quindi, coi simboli del Vecchio Testamento, coi fatti del Santo Vangelo, coi gloriosi monumenti storici di tutti i secoli, colla divozione e gratitudine dei popoli beneficati, il Venerabile argomenta dapprima quanto convenga alla Vergine il titolo di Ausiliatrice della Chiesa e dei fedeli. Poi dice del disegno e del principio dei lavori di una nuova chiesa in Torino in onore di Maria Auxilium Christianorum; descrive la posa della pietra fondamentale, e la continuazione e il termine del sacro edifizio, i mezzi portentosi coi quali fu edificato, la sua mole maestosa, l'immagine quivi esposta alla venerazione dei fedeli e tutto l'interno del nuovo tempio. Infine dà la spiegazione delle principali cerimonie che si usano nella consacrazione delle chiese, riferisce i dite inni liturgici per le feste che saranno celebrate, e finalmente narra alcune grazie ottenute per intercessione di Maria Ausiliatrice.

Quest'opuscolo, in preparazione alla dedica della chiesa doveva riuscire di gradimento agli associati, dai quali gli scritti di Doli Bosco erano accolti sempre con gioia.

Mentre gli operai s'industriavano a compiere nella chiesa i lavori di maggior premura. Don Francesia scriveva al Cav. Oreglia, e gli faceva osservare per prima cosa la naturalezza delle voci che si spargevano, per la prolungata sua permanenza in Roma.

 

Torino, 5 marzo 1868.

 

Carissimo sig. Cavaliere,

 

Ella non disse uno sproposito, quando scrisse che qualcuno teme che Ella abbia defezionato da noi. Ad onore del vero io fili sempre di parere contrario. Ma che vuole? Ella pure è un po' causa di queste strane voci. Tutti i suoi amici esterni che frequentano la casa, venendo tra noi domandano subito sue notizie, e dopo tre, quattro, o più volte si meravigliano a sentire sempre che V. S. è a Roma. Ed è allora che tirano la conseguenza di cui ella faceva a noi lagnanza...

Il fascicolo Severino continua a fare furore, e fa aumentare ogni giorno più gli associati. Non che il medesimo Aristarco, il prof. Vallauri, mi ebbe a dire che il Severino sarà forse la miglior cosa uscita dalla penna di Don Bosco, e che egli l'aveva dovuto leggere in un fiato solo. Tanto lo aveva innamorato quello scrivere di Don Bosco...

Venendo alla chiesa, il lavoro progredisce di molto e non pare ormai da mettersi in dubbio che per maggio si potrà aprire al pubblico. Quanto ci fece meraviglia sentire come V. S. ha già commissionato trentamila medaglie! Sarà una vera pioggia! Ho poi qui molte e molte altre grazie di persone che ottennero la guarigione ad intercessione di Maria Ausiliatrice. Per disporre il tutto in quel giorno solenne dell'apertura io credo non solo utile, ma necessaria la sua presenza. Ella conosce noi e sa quanto sia grande la nostra abilità in queste faccende. Ci sarebbero tante cose ora a provvedere anche per la stampa. Don Bosco prepara il fascicolo, ma sarebbe anche a pensarsi per le copie di esso in pulito ed in lusso; perchè io credo che bisogna uscire un po' dal povero in tal circostanza. Ci sarebbero le iscrizioni latine ed italiane, ecc., ecc. e mille altre cose che non sfuggirebbero al suo occhio. Del resto, mentre ognuno qui avidamente lo aspetta, sappiamo che ella spende assai bene ed a prò della Casa il suo tempo, e ne lo loda e ringrazia. Ci congratuliamo con lei di tutte le liete avventure e gliene auguriamo molte e molte più, sicchè le benedizioni dei Romani sieno eguali ai desiderii dei Torinesi.

La salute dei nostri giovani va bene e, tranne alcune piccole indisposizioni recate dalla stagione, lo stato igienico non presenta nessun timore. Dello stato politico anche va bene. Don Bosco non mi volle ancora dire nulla su quanto desiderava anche a nome del P. Giuseppe: forse risponderà egli stesso direttamente.

Sa che Don Bosco fu a Mornese e quali accoglienze ebbe. Ora però il processo girato per le parole dette, per le cose fatte, va avanti. Ma il paese non poteva essere più indignato e concorde ed il Sindaco e tutta la Giunta servì di coppa e di coltello il Prefetto. Forse si metterà una pietra sopra e buon giorno .....

Iddio, o caro cavaliere, lo benedica assai, assai ed assai; e nel presentarle i saluti particolari di Don Rua e di Don Savio ed in genere di tutti, accolga i sensi veri di cristiana affezione

 

dell'aff.mo come fratello

Sac. FRANCESIA.

 

In quei giorni Pio IX aveva stabilito di elevare all'onore della sacra Porpora Mons. Annibale Capalti, segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide, nato a Roma nel 1811; Mons. Edoardo Borromeo, maggiordomo di Sua Santità, nato in Milano nel 1822; Mons. Luciano principe Bonaparte, protonotario apostolico, nato in Roma nel 182o; Mons. Innocenzo Ferrieri, Arcivescovo di Sida, Nunzio Apostolico presso Stia Maestà Fedelissima, nato in Fano nel 1810; Mons. Raffaele Monaco La Valletta, Assessore della S. Romana e Universale Inquisizione, oriundo di Chieti e nato in Aquila nel 1827; Mons. Lorenzo Barili, Arcivescovo di Tiana, Nunzio Apostolico presso S. M. Cattolica, nato in Ancona nel 1801; Mons. Giuseppe Berardi, Arcivescovo di Nicea, Sostituto della Segreteria di Stato e Segretario della Cifra, nato in Ceccano nel 1810; Mons. Eustachio Gonella, Arcivescovo Vescovo di Viterbo e Toscanella, nato in Torino nel 1811.

I nuovi Cardinali sarebbero stati preconizzati nel Concistoro segreto del 13 marzo; nel pubblico Concistoro del 16 marzo il Pontefice avrebbe dato loro il Cappello Cardinalizio.

Don Bosco, avuta notizia della nomina di detti Eminentissimi, scriveva al Cav. Oreglia.

 

Carissimo sig. Cavaliere,

 

Il Conte Fresia va a Roma e mi dice se può lasciare qui da quattro a cinquecento franchi per esigerli di poi al suo arrivo in questa città. Ho detto che avrei scritto a lei e che secondo la risposta avrei fatto. Mi sembra persona molto buona e caritatevole. È pure in Roma il Conte Soranzo che desidera vederla, se pure non si sono ancora incontrati. Non so dove dimori, ma i domestici del Card. Consolini lo sanno.

Il Cav. Marco con suo fratello cav. Giov. Batt. Gonella colle rispettive famiglie sono a Roma per l'occasione in cui il fratello Arcivescovo di Viterbo sarà proclamato Cardinale. Ella faccia in modo, diretto o indiretto, di avvicinarsi e a nome di tutti i nostri sacerdoti, chierici e stabilimenti, faccia felicitazioni ed augurii. Lo stesso faccia cogli altri neo cardinali, e si presenti come incaricato ad hoc.

Dica alla Contessa Calderari che godo del miglioramento de' suoi bambini; noi continueremo a pregare e speriamo che quanto prima saranno tutti ristabiliti nella loro primiera sanità a consolazione di lei e de' suoi amici. Lo stesso facciamo per la madre pregando Dio a renderla, al più tardi che a Dio piacerà, un giorno beata nella gloriosa eternità.

Desidero pure di saper notizie del conte e contessa Bentivoglio, cui desidero di scrivere, se non sarà di disturbo. Mi dia eziandio notizie del sig. Conte Vimercati; da Natale non ho più saputo niente. Padre Vasco, P. Delorenzi, la marchesa Villarios, casa Vitelleschi godono migliore sanità?

Affettuosi ossequi a tutti e da parte di tutti e mi creda nel Signore

 

Torino, 9 marzo 1868,

 

Aff.mo amico

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

PS. - Abbiamo fatto solenne novena; oggi è gran festa pel terzo centenario della nascita di S. Luigi, avvenuta il 9 marzo 1568.

 

Altra lettera, come sempre squisitamente compita sotto ogni riguardo, egli inviò a Roma, per mezzo del Conte Fresia, indirizzata a Sua Ecc. Rev.ma Mons. Ricci, nominato Cameriere segreto di Sua Santità.

 

Rev.mo Monsignore,

 

Fra le molte persone che godono grandemente del novello onore cui Sua Santità testé ha elevato V. S. Rev.ma, si degni annoverare anche il povero D. Bosco, che conserva di Lei la più cara rimembranza. Dio La faccia progredire fino alle prime dignità della terra, ma in modo che possa poi raggiungere la felicità del cielo.

Chi porta questa lettera è il sig. Conte Fresia che va a Roma per divozione. È un buon cristiano ed un fermo cattolico. Se può dargli qualche indirizzo per appagare meglio la sua pia curiosità, farà eziandio un piacere grande a me stesso.

Dio la benedica; preghi per me e per la mia famiglia e lui creda colla pi√π profonda gratitudine,

Della S. V. Rev.ma,

   Torino 26 marzo 1868,

   Obbl.mo Servitore

Sac. Gio. Bosco.

 

 

Prima che il conte Fresia si recasse a Roma, D. Francesia aveva scritto al Cav. Oreglia il 15 marzo:

 

Metà Quaresima 1868.

 

Carissimo sig. Cavaliere,

 

Giacchè V. S. è ancora a Roma abbia la rassegnazione di leggere questa mia nuova lettera. Della tipografia poche notizie e quasi tutte buone. Della casa non abbiamo a lagnarci; i nostri giovanetti godono ottima salute e specialmente poi i chierici, che tutti sono in piena attività. A Pasqua avremo D. Chiapale e chi sa se ella udrà la prima sua messa: dopo, D. Merlone e D. Dalmazzo, che appunto si troveranno sacerdoti all'apertura della chiesa.

Giorni sono Don Bosco lamentavasi così sottovoce colla direzione della Società di Gianduia, che l'aveva di nuovo messo in disparte dall'elemosina, come se egli Don Bosco non fosse indirizzato a bene pubblico, o non ne avesse bisogno. Valsero questi lamenti, poichè il Signore in quella appunto che i giornali annunziavano che il Cottolengo, gli Artigianelli avevano ricevuto ciascuno la sua quota in lire 2300, il Signore, dico, mandava a Don Bosco il doppio cogli interessi e l'aggio, con una somma di 6000 lire da pia persona milanese. Mentre però Don Bosco ringrazia e di molto cuore il Signore e la pietosa elemosiniera, non desidera che si dica forte la cosa, per impedire forse non so che cosa. E non finisce qui! Forse in tutto l'anno non vi fu tanto fuoco nel mandare a noi elemosine come in quello che i filantropi mondani agitano il cielo e la terra per mettere su piccola somma. Don Bosco ne è veramente stupito; non che nella sola settimana scorsa in oblazioni straordinarie abbiamo raccolto circa 10.000 lire. Così la chiesa andrà avanti.

Ieri, giovedì, fu a visitarla un sig. Fino, fratello del mercante da carta, che ha promesso l'opera sua per decorare con affreschi una cappella, che sarebbe dedicata ai Santi Protettori di Torino. Un'altra persona s'incarica di fare un pavimento elegante in una delle sagrestie; mentre da tante e tante parti arrivano persone a prendere misure ora per l'altare, ora per la balaustra ed ora per i gradini dell'altare tare per fare, a quel che sembra, un tappeto.

Lunedì prossimo venturo metterassi mano a fare i confessionali, essendo tutte terminate le porte.

Se le avessi a descrivere il vero entusiasmo che regna a Torino tra i buoni per la nostra chiesa, Ella ne giubilerebbe assai. Ma questo amo meglio che lo venga Ella a vedere e secondare. Cosa poi singolare che si vede oggidì è la venerazione sempre crescente nei nobili per Don Bosco. Non cade uno infermo che non voglia Don Bosco, quasi direi, prima del medico: e la accerto io che non ha poco a fare per poter contentare tutti. Fatto sta che assai raramente abita tra noi.

Don Margotti si prepara per andare a Roma e passarvi la settimana santa... Teme alquanto da qualche male impressionato per quel famoso Chi ne sa più di noi riguardo alle elezioni politiche, che destò tanto fracasso nel mondo. Ma si sa da tutti che egli così scrisse per obbedire a chi di ragione.

Sac. FRANCESIA.

 

 

Di quei giorni accadeva nell'Oratorio un fatto strepitoso. Don Bosco aveva asserito non essere Petiva il secondo del sogno, ma aveva anche aggiunto che un altro sarebbe passato all'eternità, prima del seguente Esercizio di buona morte. Si era agli ultimi giorni di febbraio e, secondo il consueto, un mese dopo si sarebbe ripetuto l'Esercizio. Ed ecco con sorpresa di tutti, ci narrò Mons. Pasquale Morganti, Arcivescovo di Ravenna, allora alunno dell'Oratorio, fin dai primi di marzo Don Bosco annunziava in pubblico che il futuro esercizio di buona morte si sarebbe anticipato di quindici giorni, e precisamente si sarebbe fatto il giorno 19 marzo, festa di S. Giuseppe: e il motivo di quella disposizione essere che prima di quel giorno doveva morire un giovane della casa, il quale però avrebbe fatta la salita Comunione la stessa mattina della sua morte: e raccomandava che tutti stessero preparati e facessero una buona confessione.

Il giorno 18 nel pomeriggio, non essendo nessun ammalato in casa, grandi erano le dicerie, specialmente tra gli alunni. Questi sottovoce, per non essere uditi dai superiori, dicevano:

 - Questa volta Don Bosco l'ha sbagliata. Siamo all'esercizio di buona morte e ci troviamo tutti in buona salute. La profezia fa fiasco!

Alle 6 di sera i confessori erano al loro posto in chiesa, e gli alunni, cosa insolita, uscivano dallo studio e dal laboratorio poco disposti a confessarsi e si sbandavano nei cortili, invece di andare a prepararsi per la confessione. Don Francesia cercava di mandarli in chiesa, ma vedeva sulla faccia di molti un certo sogghigno che non sapeva spiegare. Vari, al suo invito, entravano in chiesa da una porta e uscivano dall'altra; richiamati da un cortile, si sbandavano nell'altro. Mai erano apparsi così restii, come quella sera.

Conosciutone il motivo, cercò di persuaderli, di ragionarli, ma egli pure era imbrogliato. La profezia di Don Bosco non accennava infatti ad avverarsi e certuni, accolti da poche settimane nell'Oratorio, ne traevano argomento per deridere tutto ciò che avevano udito di mirabile, intorno a Don Bosco. Tra gli artigiani specialmente faceva assai male siffatta diceria.

Venendo l'ora della cena, quelli della prima mensa vanno in refettorio, e non lo trovano preparato: mancava il vino. Si cerca di Rossi Spirito, cantiniere e refettoriere, e non si trova, né si sa ove sia andato. Dalla cucina se ne die' avviso al Prefetto Don Rua che chiese chi avesse visto per ultimo il Rossi. Cipriano Audisio rispose che alle due pomeridiane era stato in cantina con lui per lavare le botti, e ve l'aveva lasciato.

Si va alla cantina, e la si trova chiusa: si chiama, si picchia e infine si sforza la porta; si entra, si guarda di qua e di là e finalmente si vedono per terra le scarpe di Rossi. Allora si esaminano le botti vuote. Il poveretto era infondo ad una di queste, ove imprudentemente era disceso, asfissiato, morto e ancor caldo. Viene estratto e portato fuori! La voce corre come un lampo, i giovani si affollano a vedere il doloroso spettacolo, i mormoratori ammutoliscono confusi, tutti son presi da arcano spavento, e corrono a confessarsi, cosicchè D. Bosco dovette ascoltarli fin quasi alla mezzanotte. Anche i più increduli furono convinti dello spirito profetico del Venerabile.

Citiamo fra i testimoni del fatto il Card. Cagliero.

Don Rua scrisse nel necrologio:

“ 18 marzo . - Muore Rossi Spirito da Saliceto in età di 26 anni. L'ubbidienza e la pietà erano i suoi caratteri distintivi. Aspirava alla carriera ecclesiastica, ma non avendo memoria ed intelletto sufficiente dovette abbandonar gli studii. Dimorando presso i parenti, diventò monomaniaco. Avuta la venturosa sorte di rientrar nell'Oratorio, senz'altro rimedio che una cieca obbedienza al suo Direttore, guarì perfettamente. Morì di morte repentina, ma non improvvisa, giacchè lo stesso giorno erasi accostato alla comunione ed era sempre ben preparato ”.

Ma neppur questo era il secondo del sogno. Don Bosco, interrogato in proposito qualche tempo dopo la morte del ch. Mazzarello, aveva riposto che il secondo non avrebbe fatto più di tre volte l'esercizio di buona morte, che la sua malattia sarebbe stata di otto o dieci giorni, che i suoi parenti sarebbero venuti a vederlo, ma egli non l'avrebbe assistito negli ultimi momenti: così scrisse Don Bourlot. E la morte di Rossi era stata repentina.

Don Francesia così informava il Cavaliere sull'avvenimento.

 

19 marzo 1863.

 

Carissimo sig. Cavaliere,

 

Scrivo di nuovo notizie di morte. Rossi Spirito ieri a quest'ora era ancor vivo ed ora è già morto. Andò ieri in cantina con l'intenzione di lavare una botte vuota, ma si ruppe una doga ed egli cadde dentro e restò asfissiato. Dopo tre ore di vane ricerche finalmente si poté scoprire, ma appena ancora caldo. Noti che ieri era l'ultimo giorno stabilito da Don Bosco per una morte, e siccome si verificò con tanta terribile esattezza così lo sbigottimento fu immenso. Oggi appunto si faceva l'esercizio della buona morte ed uno non doveva più farlo e non lo fece propriamente. Ma sa quanto Rossi Spirito fosse veramente buono, ed alla mattina aveva fatta la sua S. Comunione. Così per l'anima sua non c'è nulla da temere; e cotesta morte fu di salutare avviso per noi. Stamane la Comunione fu proprio generale. Si poté contare che uno o due al più si rifiutò di accostarsi ai Sacramenti; gli altri fecero tutti un buon bucato. Don Bosco ebbe cotesta notizia dolorosa con molta sensibilità e si mostra assai abbattuto.

Scriverò alla Villarios un fatto assai singolare avvenuto nel principio di questa settimana.

Mons. Gastaldi promette lavori per la tipografia... Vale, o dulcissime caput.

 

Sac. FRANCESIA.

 

La Marchesa di Villarios, saputo di questa morte, scriveva a Don Francesia.

 

Roma, 23 marzo 1868.

 

M. R. Don Francesia,

 

Il nostro cavaliere mi ha fatto consapevole del nuovo prodigio operatosi in questi giorni per l'annunzio della morte di quel povero giovane, avvenuta in modo così inaspettato! ... Davvero che essi hanno la sorte di vivere in mezzo ai prodigi e cose straordinarie; le continue grazie ottenute da Maria Ausiliatrice e le offerte colossali che ricevono, sono cose e fatti da far sbalordire! Beati loro! Oh quanto sarei felice se nel bel mese di maggio mi fosse concessa la grazia di fare una gita a Torino per l'apertura della nuova chiesa! Ma ne vedo proprio l'impossibilità! ...

L'ottimo cavaliere pare davvero che dopo Pasqua si disponga a partire, se non si frappongono altri incagli...

Quanto fa e quanto ottiene pare incredibile.

 

VILLARIOS.

 

 

Altre lettere da Roma recavano all'Oratorio notizie intorno a Vigna Pia e ne chiedevano altre importanti da Torino.

 

Roma, 18 marzo 1868.

 

Rev. e Carissimo Don Francesia,

 

Saprà che Federico è a S. Eusebio per 8 giorni di esercizi in comune con altri assai. M'incaricò di riscuotere la sua posta. Ebbe adunque la lettera da V. S. a lui indirizzata: ieri gliela portai a S. Eusebio. L'aperse e ne uscì quella diretta a me. Leggendola dinnanzi a Federico toccai con lui dell'argomento precipuo e trovai che Federico è molto contrario al progetto della Vigna Pia. Ma le sue ragioni ella le saprà o potrà saperle se, secondo che ella desidera, le dirò quello che penso.

In primo luogo non mi fa difficoltà il timore di gelosie o invidie. Queste accompagnano sempre ogni cosa buona o cattiva. Ed anche Don Bosco a Torino ne sa qualche cosa. Non perciò lascerebbe le sue opere pie in Torino. Dunque questo non dee fare difficoltà.

In Roma poi città salita, le gelosie e le invidie al bene saranno, sempre caeteris paribus, minori che per tutto altrove. La maggioranza numerica e di peso sarà sempre zelante del belle più qui che non altrove. La natura poi dell'opera della Vigna Pia è tale che poco ammette le invidie. Il sito è remoto dalla città, l'aria poco sana. Il tutto molto modesto. Credo che nulla là ci è da eccitare invidie. Penso anzi che coloro che ci si trovano cercano di abbandonare quel luogo e chi ci andrà, se non ha molto zelo e molto buono spirito, non ci durerà. Non credo dunque che la ragione, che il timore di gelosie e d'invidie possa esser fondato.

Aggiungo che trattandosi di Vigna Pia mi pare difficile che la proposta di cederne la cura a Don Bosco sia venuta senza previa intelligenza con l’io. Ciò deve rassicurare, confortare, e se non altro escludere troppi timori.

Posto poi che Don Bosco, come ella lui scrive, sia fisso, nel sì, io non esiterei ad unirmi al si. Il fondatore ha i lumi necessarii al buon successo della sua opera inspiratagli dal Signore.

Posto poi che la cosa non riuscisse, ci sarà sempre tempo e modo di ritirarsene, come se ne ritirano ora quelli che l'hanno.

Questo sì bisogna persuadersi che non è opera né gloriosa né comoda ma umile, aspra e difficile. Il luogo è in campagna, la campagna è malsana; saranno come nel deserto; non in Borsa; ma come fuori di ogni abitato. Valdocco è una reggia in paragone. Ma secondo me questo non deve essere una difficoltà. Anzi troverei difficoltà se fosse diversamente. Le quercie hanno da piantarsi molto profonde. Questa offerta della Vigna Pia è l'offerta d'un sacrifizio, di una pena, di un mezzo esiglio. Forse esagero, ma è meglio aspettarsi il peggio e trovare il meglio, che non viceversa. Concludo che non c'è, secondo me, da aspettarsi invidie, e che in ogni caso nel dubbio starei col parere di Don Bosco a Priori e senz'altro esame.

Mi riservo però a scriverle occorrendo ciò che potrò sapere di meglio. Se non scrivo altro, è segno che persevero nel giudizio detto.

Grazie delle notizie. Mi dica poi il suo parere sull'articolo che vedrà sull'Istruzione nella Civiltà Cattolica.

Mi raccomandi a S. Giuseppe.

Sono il suo

Um.mo Servo

GIUSEPPE OREGLIA.

 

 

R0MA, 23 marzo 1868.

 

Rev.mo e Carissimo Don Francesia,

 

Ringrazio anticipatamente Don Bosco di quanto ella mi dice che mi scriverà di Loggie e gli dico che conto su quella lettera; e siccome Lei è suo, così se egli manca, mancherà anche Lei. Dunque senz'altro scriva. Qui ci aspettiamo per aprire una seconda edizione, con aggiunta, dell'ottobre passato. Siamo certi dell'esito trionfale. Ma quanti resteranno per via? Basta: sarà quello che Dio vorrà. Aspetto lettera da Don Bosco.

Federico finì i suoi esercizi bene; e pensa a ritornare. Lo credo in piena regola. Aspettiamo Don Margotti e credo che sarà ricevuto benissimo. Certo quella sua volata fu molto alta, ma poi la calata fu molto ben fatta. L'una e l'altra meritoria. Dunque Deo gratias e post factum lauda. E credo che il fatto fu molto utile e Margotti deve essere lieto che quando pare errare, fa del bene.

Di nuovo le ricordo la sua lettera di Don Bosco. L'aspetto. Ella la promise: ella la faccia mandare.

 

OREGLIA.

 

 

Don Bosco lo accontentò.

Altro biglietto scriveva Padre Oreglia a Don Francesia il 2 aprile.

“ La ringrazio dell'ultima sua del 30 marzo e della precedente del 25 in cui era la Loggia della quale la ringrazio. Segua pure a scrivere così. Giova molto. - Nota manus ”.

 

 

 

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