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Beata Eusebia Palomino: la piccola mendicante di Dio

La piccola mendicante di Dio15 dicembre 1899 – 10 febbraio 1935


Beata Eusebia Palomino: la piccola mendicante di Dio

da Spiritualità Salesiana

del 27 dicembre 2006 (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = '//connect.facebook.net/it_IT/all.js#xfbml=1'; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs);}(document, 'script', 'facebook-jssdk')); 

 

 

Quando arrivava l’inverno, da Cantalpino partivano un uomo e la sua bambina. Andavano a mendicare. Quarantun anni l’uomo, Agostino Palomino. Sette anni la sua bambina, Eusebia. «Faceva molto freddo - scriverà quella bambina - ma io sentivo ancora il calore dell’abbraccio di mia madre, e mi seguivano le sue parole: “Tornate presto perché sto in pena!”. Arrivati in un villaggio, lo percorrevano casa per casa, stendendo la mano. Eusebia guardava le persone di sotto in su, sorrideva, e diceva: «Un pane, per l’amor di Dio». Nessuno resisteva al sorriso della bambina mendicante. Erano gente povera. Le davano un pane, una tazza di minestra di ceci, o una manciata di lenticchie, o una fettina di lardo. Eusebia e Agostino ringraziavano, poi andavano verso un altro villaggio. Se passavano in un bosco, Eusebia raccoglieva dei rami, Agostino accostava due pietre e accendeva il fuoco. In una padella che portavano sempre con sé, preparava la cena. «Mio padre faceva una zuppa tanto buona che io cantavo a gloria!».

Juana Yenes e Agostino Palomino, quando si erano sposati, avevano messo insieme il loro affetto e la loro miseria. Abitavano in una casetta ricavata da un pagliaio: tre vani imbiancati a calce. Erano arrivati quattro figli: Antonio nel 1894, che visse solo tre anni, Dolores nel 1896, Eusebia nel 1899, Antonia nel 1902. Arrivò anche il quinto, Mosè, nel 1907, ma visse solo pochi giorni. I figli arrivavano, ma un lavoro per Agostino non arrivò mai. I ricchi latifondisti che possedevano sterminati campi intorno, lo prendevano sovente come vaccaro da maggio a settembre, cinque mesi all’anno. Ma la famiglia gli stava sulle spalle dodici mesi all’anno.

 

Serva e bambinaia a dieci anni

A dieci anni, ricorda Eusebia, «i miei genitori mi mandarono come serva e bambinaia presso una famiglia... C’era un bambino piccolo e io passavo la mattinata a occuparmi di lui». Quanto alla scuola, Eusebia aveva avuto tempo di frequentare solo la prima elementare. L’immensa aula in cui vive è la natura; la realtà attorno a cui tesse i suoi primi pensieri è la presenza di Dio. «Com’ero felice tra quei campi! Contemplavo i prati in fiore, tendevo l’orecchio al canto degli uccelli, osservavo le nubi che navigavano nel cielo azzurro e mi dicevo: tutto è tanto bello! Ma nulla mi piace quanto queste nubi oltre le quali sta il Paradiso».

A 13 anni, insieme alla sorella Dolores, andò a fare la serva e la bambinaia a Salamanca. Presso una famiglia, poi in un istituto, poi dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Era entrata una domenica nel lo­ro Oratorio, per iscriversi alla scuola festiva. Suor Miglietta, direttrice, l’aveva osservata per qualche tempo, poi le aveva parlato: «Avremmo bisogno di una ragazza come te per aiutarci nei lavori di casa e accompagnare le ragazzine alla scuola statale. Verresti volentieri?».

Entrò nei primi giorni del dicembre 1917.

Deposto il suo fagottino accanto a un letto povero, fu accompagnata in cucina e il suo primo lavoro fu macinare il caffè. Le suore erano molto povere, e in quell’inverno (mentre l’Europa viveva il quarto anno della Grande Guerra) a Salamanca il freddo scese a 19 gradi sotto zero. C’erano solo due stufe in tutto l’edificio, eppure era affollato di ragazze: alunne interne ed esterne che frequentavano le scuole inferiori in casa, alunne interne che si recavano alle scuole superiori in città, e l’Oratorio. Rosa Alonso era allora una fanciulla. Ricordava: «Ero alunna del collegio quando Eusebia vi entrò. Con la curiosità propria della fanciullezza io e le mie compagne ci avvicinammo a lei, che non avevamo mai vista, mentre attingeva acqua al pozzo in cortile. La salutammo, e lei dandoci il buon giorno, ci guardò. Subito ci sentimmo attratte da quella fisionomia dolce, serena e gioviale, tanto che ogni mattina, arrivando a scuola, la cercavamo per ascoltare le sue buone parole, incantate dall’espressione del suo volto».

 

«Viveva solo di Dio e per Dio»

Lei, Eusebia, ricordava con semplicità: «Mi occupavo nel tener pulita la casa, aiutare in cucina, stendere la biancheria, portare la legna e andare ad accompagnare le interne alla scuola pubblica o a far commissioni. Però, fra tante occupazioni, ero felice e neanche sentivo il freddo quando stendevo. Né la fatica né le screpolature delle mani che sanguinavano a causa del gelo, mi davano pena, anzi, godevo perché avevo qualcosa da offrire al Signore. Facevo tutto con gioia e con l’intenzione di scontare i miei peccati, salvare anime».

Non è né sarà mai una professoressa, Eusebia. Ma dalla sua vita comincia a trasparire quella luminosa «lezione cristiana» che in ogni tempo e in ogni luogo la gente impara quasi senza accorgersene, quasi senza volerlo. Una ragazzetta di quel tempo, Eugenia Sanchez, testimonia: «Un gruppo di ragazze interne, tra cui io stessa, eravamo incaricate di riordinare il refettorio e, andando e venendo accanto alla cucina, entravamo apposta e solo per ascoltare Eusebia Palomino. La suora nostra assistente ci domandava: “Ma si può sapere perché quando andate in cucina, tardate tanto a venir via?”. Rispondevamo sempre la stessa cosa: “Stiamo ad ascoltare Eusebia...”. Si vedeva che viveva solo di Dio e per Dio».

 

Cuciniera-postulante

31 gennaio 1922. Eusebia è accettata come postulante insieme alla maestrina Amalia Fernandez. Ora dovrebbero partire per Barcellona-Sarrià, a iniziare il tempo di studio e di preparazione al noviziato. La maestrina parte, ma Eusebia (narra la cronaca della casa) «farà qui il suo postulato perché manca la suora cuciniera ed essa la supplirà». La prima elementare rimane il suo unico titolo di studio. Scriverà: «Feci il postulato in Salamanca ed ogni cosa che mi veniva ordinata la eseguivo con allegrezza... Mentre stendevo il bucato recitavo il Rosario intero. E offrivo tutto alla Santissima Vergine. Quando andavo per strada pensavo continuamente al ta­bernacolo delle chiese davanti alle quali passavo. Facevo la comunione spirituale. Se avevo tempo e la chiesa davanti alla quale passavo era aperta, entravo almeno un momento».

Sei mesi dopo deve partire per Barcellona. Ma c’è una grande festa, e si sa che nelle feste le cuoche sono preziosissime... Alla fine l’Ispettrice, che la vuole a Barcellona, ordina seccamente che la facciano partire senza più scuse. 

In quel viaggio, a 25 anni, Eusebia vede per la prima volta il mare. Aveva pregato tante volte Maria SS. «Stella del mare»... 

Il 5 agosto 1922 Eusebia veste l’abito della FMA e inizia i due anni di noviziato. Due sue compagne ricordano: «Durante il primo anno fu dato a Eusebia l’incarico di lavorare l’orto». «Era sempli­ce, ingenua, innocente. Per la sua semplicità a volte ridevamo di lei, ma lei non si offendeva affatto». Nei primi tempi, la maestra del Noviziato, suor Serravalle, le propose un libro perché cominciasse a fare meditazione. Con stupore Eusebia le domandò: «Ma per meditare è necessario un libro?». «Tu come fai?» le chiese la maestra. «Oh, a me basta vedere un olivo o qualsiasi altro albero per meditare su Dio». Aveva fatto solo la prima elementare, eppure Dio lo conosceva da tanto tempo.

Vigilia di Pasqua 1924. Mancano ormai pochi mesi a quel 5 agosto in cui si consacrerà al Signore e diventerà Figlia di Maria Ausiliatrice. Eusebia è nella dispensa sotterranea, tra patate e bottiglie da lavare. Qualcuno la chiama, le dice di salire in fretta. Eusebia afferra con ogni mano due bottiglie per portarle sulle tavole del refettorio e s’affretta su per la scala. Inciampa nell’orlo della veste, cade, rotola giù con le bottiglie che vanno in frantumi. Grosse schegge di vetro le si piantano nelle braccia, tagliano vene, il sangue esce a fiotti. Il medico, chiamato, ricuce ciò che può. Ma nella notte si manifestano nuove emorragie. Difficilissimo arrestarle.

Eusebia riceve gli ultimi Sacramenti, soffre moltissimo, lotta tra vita e morte per due mesi. A chi le chiede come sta, risponde con pazienza dolce: «Faccio la volontà di Dio».

E Dio le ridona quel tanto di salute che le permette di lasciare il letto, di fare la sua professione religiosa il 5 agosto 1924, di ricevere la prima obbedienza che la assegna alla casa salesiana di Valverde. Partendo abbraccia la sua cara suor Caridad, e le dice: «Facciamoci sante. Tutto il resto è perder tempo».

 

I «miracoli» di suor Eusebia 

Valverde è una cittadina all’estremo sud-ovest della Spagna, tra località minerarie della Spagna e del Portogallo, circondata da colline e monti sperduti. Qui giungono i minatori, i portatori di minerale, i mulattieri con le lunghe file di animali che vanno a seppellirsi con i minatori nelle gallerie, a trascinare i carrelli.

A Valverde vive gente semplice, gente povera. Suor Eusebia vi arriva e le vengono assegnate la cucina, la portineria, il guardaroba, l’assistenza all’Oratorio. Ed è in questi umili locali, tra questa gente semplice, che Dio fa fiorire i «miracoli» di suor Eusebia. Essa, che nel cuore è sempre rimasta la piccola mendicante dal sorriso irresistibile, tende la sua mano a Dio. E nemmeno Dio sa resistere al suo sorriso.

Le ragazze della scuola e dell’Oratorio, all’arrivo, l’hanno detta «piccola, gialla, magra, dalle mani grosse e dal nome brutto». Ma dopo pochi giorni corrono sempre più sovente a cercarla, ad aiutarla con piacere nei suoi lavori, ad ascoltarla. Lei parla di Maria Mazzarello, di Don Bosco, delle missioni tra i chivari, tra i cinesi, racconta la vita dei santi che ha letto al noviziato.

Qualche anno dopo, molte di quelle ragazze saranno tra le postulanti a Barcellona-Sarrià. La nuova Ispettrice, madre Covi, domanderà: «E tu di dove sei?», e si sentirà rispondere: «Di Valverde», « Di Valverde», «Di Valverde»... E madre Covi, sorpresa: «Ma che cosa c’è a Valverde?». Le risponderanno che c’è una cuciniera con l’asma, che racconta alle ragazze poveri racconti.

Madre Covi un giorno arrivò a Valverde, nella data segnata nel suo itinerario di visite alle case FMA. Suor Eusebia conosceva quella data, e aveva seminato in tempo gli spinaci per portarli in tavola freschi freschi. Ma non aveva piovuto, e gli spinaci erano appena spuntati. Racconta Carmen Beguer: «Suor Eusebia scese all’orto, e disse al Signore: “Se tu avessi fatto piovere un poco nei giorni scorsi, io saprei cosa dare per cena”. Si ricordò che aveva la pentola sul fuoco e corse dentro. Quando tornò gli spinaci erano larghi come una mano». E madre Covi mangiò spinaci freschi.

L’uomo di fatica che picconava in fondo al pozzo asciutto della casa delle suore, a un tratto rimosse una pietra, e l’acqua sprizzò violenta. Lo investì, lo sommerse. Ebbe appena il tempo di gridare: «Aiuto!». Suor Eusebia non era lontana, corse all’orlo, e non sapendo che fare gli lanciò il crocifisso che portava al collo. L’acqua si fermò, e l’operaio tornò fuori bagnato e spaventato. Riconsegnò il crocifisso dicendo: «Grazie».

La giovane Genoveva un giorno tirò da parte suor Eusebia, e le confidò che suo papà era disperato. Teneva un’osteria, ma essendo un buon cattolico non tollerava bestemmie o discorsi sporchi. Dopo una scenata a gente che aveva intonato una canzonaccia, gli avventori se n erano andati. E non venivano più. Era il fallimento per la famiglia. «State tranquilli, torneranno - disse la suora - Io pregherò». Tornarono, e Genoveva venne a ringraziare.

 

«Ho sognato» 

Ormai era tutto un fiorire di fatti, aneddoti, che rimbalzavano di bocca in bocca. Seminaristi, suore, sacerdoti, ragazze, andavano a consultare sul loro avvenire suor Eusebia, mentre stendeva la biancheria nell'orto o pelava patate in cucina. E lei tranquilla consigliava, prediceva il futuro, incoraggiava una vocazione vera, ne scoraggiava una falsa. E a chi le chiedeva come sapesse queste cose, rispondeva con una frasetta che Don Bosco aveva detto tante volte: «Ho sognato».

Non leggeva libri sapienti, e nemmeno le carte. Leggeva ogni giorno la Passione del Signore nella maniera più semplice. Far la Via Crucis è bello, ma è difficile ricordare a mente le 14 stazioni. Recitare il rosario è semplice, ma non tutti riescono a ricordare i 5 misteri dolorosi. Suor Eusebia, al posto dei 5 misteri dolorosi, ricordava le 5 piaghe di Gesù: quelle delle mani, quelle dei piedi, quella del costato. È così semplice che lo saprebbe fare anche un bambino. E suor Eusebia incoraggiava a fare così.

La Spagna stava entrando nelle convulsioni della guerra civile. Stava per pagare in un bagno di sangue le gravi e lunghe ingiustizie sociali, l'odio dei marxisti rivoluzionari che volevano sostituire quelle ingiustizie con altrettante ingiustizie ancora pi√π profonde, la rabbia dei senza-Dio che volevano sterminare preti e suore e bruciare chiese e case religiose.

Suor Eusebia Palomino avvertì la burrasca da lontano, e si offrì vittima al Signore per i suoi fratelli e le sue sorelle.

Dio accolse la sua offerta. Lasma divenne intollerabile, la fece morire soffocata mille volte, attorcigliò il suo corpo come un gomitolo arruffato. Morii il 10 febbraio 1935, a soli 36 anni. A chi l’assisteva, tese ancora la mano come una piccola mendicante dicendole: «Mi dica cose buone, che mi consolino».

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