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Avrete forza dallo Spirito Santo

Proponiamo un testo di mons. Monari, nuovo Vescovo di Brescia, sul tema della prossima GMG. «il dono dello Spirito Santo ci permetterà di essere in modo autentico testimoni...».


Avrete forza dallo Spirito Santo

da Teologo Borèl

del 23 luglio 2007‚Äë I ‚ÄëIl Contesto di Luca 24, 46-53

 

Il brano di Vangelo è la conclusione del Vangelo secondo Luca, sono proprio gli ultimi otto versetti. Quindi il contesto lo potete immaginare, è il capitolo della risurrezione, dove viene narrata la rivelazione alle donne, e poi le apparizioni di Gesù: prima a Pietro, poi ai due discepoli che stanno andando verso Emmaus, e infine agli Undici Apostoli e con altri Apostoli che si trovano nel Cenacolo.

Il brano che abbiamo ascoltato fa parte di questa ultima scena, che, come spesso nelle apparizioni del Risorto, ha come due temi fondamentali:

§             Il primo è il riconoscimento di Gesù, cioè riconoscere che quel Gesù è vivente ed è quello che loro hanno conosciuto e seguito in tutto il cammino del ministero. Per questo Gesù fa vedere ai discepoli le mani e i piedi, e condivide con loro la cena: mangia insieme con loro, cioè ripete quello che più volte aveva fatto insieme, in modo che l’identità sia chiara, la continuità sia percepibile.

§             Ma c’è anche il secondo tema, ed è quello che domina il brano che noi abbiamo ascoltato, che è il tema della “missione”. Quando il Signore risorto appare ai suoi discepoli li manda come testimoni della Pasqua, quindi della sua morte e della sua risurrezione.

Questo è il contesto del brano di Vangelo.

Per quello che riguarda il contenuto credo si riconosce bene, ci sono due momenti: il primo sono le parole di Gesù, e il secondo è invece la narrazione dell’evento misterioso della Ascensione.

 

 

‚Äë II ‚ÄëIl contenuto: le Parole di Ges√π.

 

1. C’è un progetto che Dio ha pensato e si realizza nella storia. Le Scritture si devono interpretare come una grande promessa che riguarda essenzialmente Gesù di Nazaret.

Li rivediamo una alla volta. Prima le parole di Ges√π. Spiega Ges√π ai suoi discepoli:

«[46]Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno [47]e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme» (Lc 24. 46-47).

E vuole dire: c’è un disegno di Dio, il «[46]Così sta scritto: il Cristo dovrà» ‑ cioè bisogna che il Cristo ‑, vuole dire: c’è un progetto che Dio ha pensato e si realizza nella storia. E la storia ‑ in un modo o nell’altro, di diritto o di traverso, per vie chiare o per vie oscure ‑ deve alla fine realizzare.

Bisogna che «il Cristo patisca e risusciti dai morti il terzo giorno», vuole dire: alla fine Signore del mondo e della storia rimane Dio, nonostante tutto la storia non sfugge dalle sue mani, e dentro la storia si realizza quello che Dio da sempre ha pensato e voluto.

Questo disegno è stato messo per iscritto nelle Scritture, nei Profeti; ma non solo dei Profeti, anche in Mosè, anche nel Salmi. Le Scritture si possono interpretare, e si debbono interpretare, come una grande promessa che riguarda essenzialmente Gesù di Nazaret.

 

2. Di questo disegno fanno parte tre eventi strettamente collegati tra di loro: ‑ il primo è elemento della Passione, ‑ il secondo è quello della Risurrezione, ‑ il terzo è quello della Predicazione; tutti riguardano il Messia,

«[46]Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno [47]e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati».

Dunque, di questo disegno fanno parte tre eventi strettamente collegati tra di loro: ‑ il primo è elemento della Passione, ‑ il secondo è quello della Risurrezione, ‑ il terzo è quello della Predicazione.

Bisogna metterli insieme tutti e tre, perché il disegno di Dio è unitario, e questi tre momenti esprimono un’unica volontà; tutti riguardano il Messia, perché le promesse dei profeti si riassumono essenzialmente in Lui.

 

 

‚Äë II. 1.2 ‚ÄëLa Pasqua: la Passione e la Risurrezione di Ges√π Cristo.

 

E qui facciamo già una piccola riflessione, se ci riusciamo.

 

1. È tutto l’Antico Testamento che è messianico, perché è tutto l’A.T. che prepara il compimento della rivelazione di Dio come Dio salvatore.

Se voi andate a cercare nell’Antico Testamento e in particolare nel Libro dei Profeti, trovate alcuni brani che vengono chiamati “messianici”; cioè alcune promesse, per esempio di Isaia o di Geremia, soprattutto di Isaia, che parlano di un personaggio misterioso del futuro che ha una fisionomia fondamentalmente regale ‑ è un re, è descritto come un re ‑ e che instaurerà la giustizia e la pace in Israele (cfr. Is 60, 17).

Però questi brani sono un piccolo numero, non sono tantissimi. L’Antico Testamento è una lunghissima storia, dentro la quale ci sono queste piccole gemme. Vuole dire che solo queste piccole gemme riguardano la promessa di Dio? No, è tutto l’Antico Testamento che è messianico, perché è tutto l’A.T. che prepara il compimento della rivelazione di Dio come Dio salvatore.

Il riferimento a “Dio salvatore” lo trovate dappertutto, dalla prima pagina in poi, ed è lì che c’è scritto Gesù Cristo. Dentro ai brani messianici, ma dentro a tutta la storia di Israele, c’è scritto di Gesù, e c’è scritto della sua Passione e della sua Risurrezione.

 

2. L’annuncio della morte e della risurrezione di Gesù. Cristo dovrà vivere quel dinamismo, quel dramma, che è il dramma di tutta la Scrittura, che è il dramma della vita di ogni uomo, che è il dramma della storia umana e della storia di Israele, e che in Gesù Cristo viene come condensato, raccolto in una unica esistenza, l’esistenza di Gesù di Nazaret; lì c’è condensato tutto il senso delle Scritture.

Anche qui dovremo ripetere lo stesso discorso. In realtà se voi andate a cercare nell’A.T. brani che parlino della Passione del Messia ne trovate uno, ma che è discusso. Uno chiarissimo sulla Passione, perché è il “Quarto Canto del Servo di Jahve” [1]; ma discusso perché non si capisce se quello fosse esattamente il Messia, se fosse immaginato come il Messia di Israele, quindi su questo c’è una discussione immensa.

Allora vuole dire che ci dobbiamo fermare a Isaia al cap. 52° - 53° per trovare la Passione e la Risurrezione del Signore?

No, di Passione e Risurrezione parla tutta la Bibbia:

§ Quando la Bibbia parla della fede in Dio, come fede nella quale siamo chiamati a giocare tutta la nostra vita ‑ perché «Dio deve essere amato con tutto il cuore e con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6, 5).

§ Quando la Bibbia parla della fede in Dio come sorgente di vita, per cui nel momento in cui affidi la tua esistenza a Dio la tua vita diventa salda come una roccia (cfr. Sal 4, 6-7), e la tua vita diventa vittoriosa nei confronti di qualunque pericolo, morte compresa.

§ Ebbene lì c’è l’annuncio della morte e della risurrezione di Gesù. Non è esplicito, non si parla direttamente del Messia che verrà. Si parla del dinamismo della vita di fede, del rapporto con Dio, dell’amore verso gli altri, e di quella vita di Dio che è presente in questi gesti.

 

Insomma, quello che vorrei tentare di dire è che nel mistero della Pasqua di Gesù, cioè nel mistero di una vita che obbedisce a Dio senza riserve fino ad accettare la sofferenza e la morte in croce, e del mistero della risurrezione, cioè di Dio che risponde a questo gesto di fiducia dell’uomo, di fede, e risponde con il dono della vita, e di una vita che non ha più limiti, che non ha più riserve, in questo Mistero c’è tutto il contenuto della Bibbia.

La Bibbia, dalla prima pagina all’ultima, parla di questo: parla del dramma e della vita e della morte, della fede e della risurrezione, dell’amore e della vita nuova… tutto. Per questo dice: «[46]Così sta scritto» ‑ questo è il contenuto delle Scritture ‑ «il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti». Cioè Cristo dovrà vivere quel dinamismo, quel dramma, che è il dramma di tutta la Scrittura, che è il dramma della vita di ogni uomo, che è il dramma della storia umana e della storia di Israele, e che in Gesù Cristo viene come condensato, raccolto in una unica esistenza, l’esistenza di Gesù di Nazaret; lì c’è condensato tutto il senso delle Scritture.

 

 

‚Äë II. 3 ‚ÄëLa Predicazione di Ges√π Cristo

 

Ma come dicevo, non c’è solo il senso della Pasqua, c’è anche la Predicazione.

 

1. La “conversione” è chiaramente il cambiamento di orizzonte dell’uomo! dell’uomo che dirige la sua vita verso Dio. Attenzione, questo è Gesù Cristo! A noi viene dato di voltarci dalla parte in cui era voltato Gesù: verso Dio, a cui Gesù rivolgeva tutti i suoi desideri e tutta la sua speranza.

«[47] nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme».

La “conversione” è chiaramente il cambiamento di orizzonte dell’uomo! dell’uomo che dirige la sua vita verso Dio. Attenzione, questo è Gesù Cristo!

Gesù Cristo è l’uomo convertito, lui non ha dovuto fare dei cambiamenti di direzione; ma la sua direzione, la direzione della sua vita, è stata esattamente quella direzione rivolta a Dio che è il contenuto della conversione. A noi viene dato di voltarci dalla parte in cui era voltato Gesù: verso Dio, a cui Gesù rivolgeva tutti i suoi desideri e tutta la sua speranza.

Quindi annunciare la conversione, vuole dire: badate che vi è possibile adesso dare Dio come direzione alla vostra vita. Questo è un regalo immenso che vi viene fatto, perché se la vostra vita è rivolta a Dio, vuole dire che non è più rivolta alla morte. Dio è sorgente di vita! Quindi quale che sia il cammino che dovrete percorrere, questo cammino è verso la vita, la conversione vuole dire questo.

Quindi la nostra conversione non è un favore che facciamo a Dio, ma è un dono che Dio fa a noi; è un dono che Dio ci ha fatto in Gesù Cristo. Attraverso Gesù Cristo la nostra vita può diventare una vita convertita, cioè rivolta a Dio, non rivolta alla morte.

 

2. Nello stesso tempo la conversione può diventare una vita libera dai peccati, perché nella morte e risurrezione di Gesù c’è l’amore di Dio per noi; è Dio che ci offre il suo perdono e la sua grazia; se accogliamo quello, accogliamo Gesù Cristo, ci viene donato il perdono dei peccati.

E nello stesso tempo la conversione può diventare una vita libera dai peccati. Libera dai peccati perché nella morte e risurrezione di Gesù c’è l’amore di Dio per noi; è Dio che ci offre il suo perdono e la sua grazia; se accogliamo quello, accogliamo Gesù Cristo, ci viene donato il perdono dei peccati.

 

3. L’annuncio del Vangelo ha per scopo la conversione e il perdono dei peccati. Nella Chiesa gli uomini hanno trovato in Cristo la possibilità di voltarsi verso Dio, la possibilità di vivere liberi dal peso del proprio peccato.

E tutto il senso della Chiesa, e della storia della Chiesa, è questo. È vero che i libri di storia della Chiesa parlano dei papi e dei vescovi e di quello che hanno fatto, e del rapporto con i politici, con le guerre, con lo Stato pontificio… con tutte queste cose, che sono naturalmente cose importanti, che fanno parte della vita della Chiesa. Ma il cuore della vita della Chiesa è la conversione e il perdono dei peccati. È difficile raccontarlo, perché questo è un dramma che si svolge in buona parte nel cuore degli uomini e quindi esternamente non si vede tanto. Ma è lì il vero dramma della Chiesa: nella Chiesa, vuole dire che gli uomini hanno trovato in Cristo la possibilità di voltarsi verso Dio, la possibilità di vivere liberi dal peso del proprio peccato.

Dicevo prima che questo non si vede tanto, ma non è vero del tutto, perché nei Santi questo si vede bene. In Madre Teresa di Calcutta si vede benissimo che la sua vita è rivolta verso Dio, ebbene la Chiesa è quella, la Chiesa serve per quello, lo scopo della Chiesa è quello. Tutto il resto ci gira intorno, e sarà necessario anche quello, evidentemente sono necessarie tante cose, sono necessari i muri di una Cattedrale, e quindi anche i soldi necessari per tenere in piedi una Cattedrale. Ci vogliono anche quelle cose lì, ma ci vogliono per l’annuncio del Vangelo che è lo scopo: la conversione e il perdono dei peccati.

 

4. È lo Spirito che, dono del Risorto, dentro di voi produce quel cambiamento che vi rende testimoni.

«[48]Di (tutto) questo voi siete testimoni» (Lc 24,48).

E “testimoni”, vuole dire: avete visto Gesù e ne parlate. Ma se ne parlate solo, non siete dei grandi testimoni. Per essere testimoni le dovete vivere queste cose, bisogna che la vostra vita sia orientata verso Dio, e sia una vita che ha vinto la forza del peccato e dell’egoismo. Se vivete così, allora diventate davvero dei testimoni: «[48]Di questo voi siete testimoni».

E perché lo possiate essere in modo efficace:

«[49]E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto» (Lc 24, 49).

E vuole dire: la vostra testimonianza sarà l’effetto del dono dello Spirito Santo. È lo Spirito che, dono del Risorto, dentro di voi produce quel cambiamento che vi rende testimoni. Un testimone deve avere una vita nuova, una vita diversa: deve esprimere un orientamento diverso nei suoi comportamenti.

E questo le Parole.

 

 

‚Äë III ‚ÄëIl contenuto: la Narrazione del brano.

 

Poi la narrazione di quell’evento che rimane chiaramente misterioso, per cui la narrazione è debole dal punto di vista esterno. È dentro che bisogna coglierne il contenuto. Perché dice:

«[50]Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. [51]Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. [52]Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; [53]e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24, 50-53).

Così finisce il Vangelo di Luca.

 

1. “Li condusse verso Betania”, è in qualche modo la strada che fanno Gesù e i discepoli: “sul Monte degli Ulivi verso Betania”.

“Li condusse verso Betania”. Se avete una piccola conoscenza della topografia di Gerusalemme, sapete che Betania è a oriente di Gerusalemme. Gerusalemme è su un colle, il colle di Sion, andando verso oriente c’è la valle del Cedron; poi c’è il Monte degli Ulivi, e sulla costa orientale del Monte degli Ulivi, quasi verso la cima c’è Betania; siamo a oriente.

Se vi è mai capitato di leggere il profeta Ezechiele c’è il cap. 11° nel quale si racconta come la gloria del Signore, al momento della distruzione di Gerusalemme, abbandona la città, la città è piena di peccati, di abomini, e la gloria di Dio l’abbandona. E dal Tempio, che è sul Monte di Sion, la gloria di Dio si sposta sul Monte degli Ulivi; e poi dal Monte degli Ulivi ancora verso oriente, verso Babilonia; la gloria di Dio abbandona Gerusalemme.

È in qualche modo la strada che fanno Gesù e i discepoli: “sul Monte degli Ulivi verso Betania”.

 

2. Ma il traguardo è l’essere portato verso il Cielo. È verso Dio che Gesù viene portato.

Ma il traguardo qui non è più Babilonia, lontano da Gerusalemme, qui “Gesù viene portato verso il Cielo”. Vuole dire evidentemente che avviene un distacco, un allontanamento. Però è un allontanamento di un tipo particolare, perché dal Cielo salendo in alto non si vede ancora Gerusalemme, anzi la si vede meglio: la si abbraccia con un unico sguardo tutto, si abbraccia la Terra intera con un unico sguardo. Quindi è un allontanamento che in realtà produce una presenza di Gesù più ampia e diffusa, non più legata solo ad un unico luogo, ma che raccoglie insieme la Terra intera e l’umanità intera.

E quell’essere portato verso il Cielo evidentemente lo dovete interpretare come: ‑ dal punto di vista esterno simbolico in alto ‑ ma dal punto di vista reale verso Dio.

Potreste anche scrivere Cielo con la “C” maiuscola, ma bisogna metterlo anche con la “c” minuscola, ma anche con la “C” maiuscola, si possono forse mettere insieme. È verso Dio che Gesù viene portato.

 

3. E il Signore risorto ha la possibilità di benedire; quello che invece Zaccaria, il sacerdote israelita, non era più in grado di fare.

E proprio per questo, come dicevo, il suo cammino non lo separa dagli uomini. È significativo quel gesto «alzate le mani, li benedisse».

Questo gesto è ancora più significativo, se voi ricordate che il Vangelo di Luca è cominciato con una benedizione non data. È cominciata con Zaccaria: nel Tempio di Gerusalemme ha la visione dell’angelo, esce fuori, è diventato muto e non può parlare e non può benedire la folla ‑ il popolo (cfr. Lc 1, 5-22).

La Benedizione è adesso, alla fine del Vangelo, ed è dopo la Pasqua. E vuole dire che quel Signore risorto ha la possibilità di benedire; quello che invece il sacerdote israelita non era più in grado di fare, quello che Zaccaria non è stato capace di fare.

Ebbene, questa benedizione ‑ che è il dono della vita, che è la ricchezza di grazia che viene da Dio ‑ Gesù la dice e la dona, la dice e nello stesso tempo la comunica.

 

4. È la prima volta nel Vangelo di Luca che i discepoli adorano Gesù, è un gesto straordinario, è il riconoscimento di quello che dirà poi la Lettera ai Colossesi: che nella sua umanità, nell’uomo Gesù di Nazaret, Dio si è fatto vicino a noi.

«[51]Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. [52]Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; [53]e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24, 51-53).

È la prima volta nel Vangelo di Luca che i discepoli adorano Gesù, è un gesto straordinario, è il riconoscimento di quello che dirà poi la Lettera ai Colossesi:

«[9] In Gesù Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9);

che nella sua umanità, nell’uomo Gesù di Nazaret, Dio si è fatto vicino a noi.

E i discepoli a questo punto, in risposta alla benedizione di Ges√π, lo riconoscono.

 

5. I discepoli devono tornare a Gerusalemme fino a che non ricevono quel dono dello Spirito che li trasformerà in testimoni.

Poi devono tornare a Gerusalemme, perché la loro missione deve continuare.

Il cammino verso il Cielo è il cammino che Gesù percorre, e anche i discepoli dovranno percorrere la stessa strada, ma la percorreranno attraverso la loro testimonianza nella storia con la forza dello Spirito Santo. E allora debbono tornare a Gerusalemme fino a che non ricevono quel dono dello Spirito che li trasformerà in testimoni.

 

 

‑III. 1 ‑Il Mistero dell’Ascensione

 

1. Le due dimensioni del mistero dell’Ascensione: tutta la vita di Gesù è il cammino verso il Padre, è il compimento della storia; per i discepoli è l’inizio della missione.

E allora ritrovate le due dimensioni del mistero dell’Ascensione:

§ Per quanto riguarda Gesù si può dire che è il suo compimento: tutta la vita di Gesù è il cammino verso il Padre. E adesso questo cammino raggiunge l’obiettivo, il traguardo; dicevo che è il compimento della storia.

§ Per i discepoli è l’inizio: l’inizio della missione, l’inizio della testimonianza; parte di lì la Chiesa. Attenzione, parte di lì, ma le sue radici stanno già nel rapporto tra Gesù e i discepoli nella vita terrena di Gesù; le radici sono lì, ma sono radici che rimangono nascoste. Quello che diventa la missione esplicita è l’andare in tutto il mondo poi portare la notizia dell’amore di Dio per noi e di quel compimento di salvezza che è la Pasqua di Gesù.

 

 

‚Äë III. 2 ‚ÄëLa Missione dei discepoli

 

1. La missione è solo con la forza di Gesù, con la forza del Risorto

I discepoli tornano dunque “a Gerusalemme e tornano con grande gioia”. Ed è bello perché ha un aspetto paradossale. Adesso sembra che siano senza Gesù, e senza Gesù vorrebbe dire tristezza inevitabilmente per loro, vorrebbe dire disorientamento. Quando Gesù nel Vangelo di Giovanni, ultima cena, ha annunciato il suo distacco ‑ il «dove vado io voi non potete venire» (Gv 13, 33) ‑, i discepoli si sono turbati, sono caduti dentro a un atteggiamento di tristezza. E Gesù ha dovuto dire a loro:

«[7] (…) è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò» (Gv 16, 7).

Quindi aveva dovuto incoraggiare i discepoli. Adesso i discepoli capiscono! Capiscono che quel distacco non è la perdita di Gesù, anzi Gesù è ancora più intimamente ed efficacemente presente nella loro vita, altrimenti la missione diventerebbe impossibile. La missione è solo con la forza di Gesù, con la forza del Risorto.

E allora “tornano con questa gioia e stanno sempre nel Tempio lodando Dio”.

 

2. Il compimento del Vangelo di Luca è la lode, il riconoscimento, lo stupore e il ringraziamento rivolto a Dio per tutto quello che ha fatto, come presupposto della Pentecoste, cioè del dono dello Spirito, e della Missione.

Come ricordavo prima il vangelo di Luca è iniziato nel Tempio di Gerusalemme, nella apparizione a Zaccaria. Il vangelo termina ancora nel Tempio di Gerusalemme, questa volta con la lode dei discepoli; la lode evidentemente per quello che Dio ha fatto, per quello che Dio ha compiuto in Gesù.

Ed è questa l’ultima immagine che Luca ci lascia davanti, come compimento del Vangelo: la lode, il riconoscimento, lo stupore e il ringraziamento rivolto a Dio per tutto quello che ha fatto, come presupposto della Pentecoste, cioè del dono dello Spirito, e della Missione.

 

3. Questo ci permette di prepararci nel modo corretto alla Pentecoste, e quindi al dono dello Spirito Santo. E il dono dello Spirito Santo ci permetterà di essere in modo autentico testimoni.

I discepoli devono ricevere lo Spirito che faccia di loro dei testimoni, ma lo possono ricevere solo attraverso questo atteggiamento di lode e di ringraziamento costante.

 

Allora si capisce che diventa una esortazione per noi, dobbiamo stare in quell’atteggiamento lì: nella contemplazione del Signore di quello che ci ha detto e della sua rivelazione, ma nell’atteggiamento di lode a Dio. Questo ci permette di prepararci nel modo corretto alla Pentecoste, e quindi al dono dello Spirito Santo. E il dono dello Spirito Santo ci permetterà di essere in modo autentico testimoni.

 

NB.:. Documento non rivisto dall’autore, ma rilevato come amanuense dal registratore, scritto in forma didattica, con l’aggiunta dei riferimenti biblici; i titoli formano l’articolo per la comunicazione (17 Maggio 2007).

 

 

[1] Quarto Canto del Servo di Jahve. La celebrazione attuale del Venerdì Santo è austera: è centrata sull’immolazione dell’agnello. Comincia con un rito iniziale antico: la prostrazione del celebrante e dei suoi assistenti. La prima lettura, chiamata “passione secondo Isaia”, è il quarto Canto del Servo di JHWH, applicato profeticamente a Gesù. Questo canto, sulla cui lunghezza concordano tutti gli studiosi, inizia al cap. 52, v. 13, e termina al cap. 53, v. 12. Si tratta di versetti altamente drammatici. Infatti, nonostante le minacce del profeta, la persecuzione fisica raggiunge il suo apice nella morte del Servo. In questo canto è evidente l’unità fra due realtà apparentemente molto contrastanti: l’umiliazione e la glorificazione. Anzi, proprio nell’umiliazione consiste la glorificazione. Proprio perché umiliato ed ucciso il Servo del Signore viene glorificato da Dio. In questo brano sono riassunte, in pratica, le due grandi teologie presenti nel Nuovo Testamento: 1) la teologia giovannea (la Croce è il trono di Gesù, è il momento della gloria in cui Egli attira tutti a sé e riunisce tutti í dispersi d’Israele); 2) la teologia paolina che raggiunge uno dei suoi vertici nel cap. 2 della «Lettera ai Filippesí» (la «chenosis «, cioè l’abbassamento, l’umiliazione che in realtà diventa gloria). Leggendo in seguito i passi del N.T. in cui sono più esplicitamente citati i canti del servo. Il nostro canto, privo della consueta introduzione, potrebbe essere diviso in due parti: la prima sembra un discorso pronunciato direttamente dal Signore, mentre la seconda contiene un discorso del profeta. La prima parte si suddivide a sua volta in due parti: la prima costituita dai vv. 13-15 del cap. 52 e la seconda dai vv. llc-12 del cap. 53. Fra queste due parti si colloca il discorso profetico che sembra chiaramente un elogio funebre, un discorso pronunciato in onore di un morto. Nel discorso di Dio il Servo ha funzione di intercessione per i peccatori e di espiazione in sé dei loro peccati. Ricordiamo a questo proposito l’atto di offerta di S. Teresa di Lisieux che si offre, appunto, a Dio quale vittima di olocausto per la salvezza del mondo. II nostro personaggio diventa come il capro espiatorio, del quale si parla nell’Antico Testamento, su cui venivano caricati tutti i peccati del popolo.

mons. Luciano Monari, Alberto Bobbio

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