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Anche dal gran rabbino una chiara e ferma obiezione antropologica

Il legame di filiazione è un vincolo psi¬≠chico fondante per l'identità del bambino. Tutto l'affetto del mondo non è sufficiente per produrre le strutture psichiche di base che rispondono al suo bisogno di sapere da dove viene. Il padre e la madre in¬≠dicano al bambino la sua genealogia.


Anche dal gran rabbino una chiara e ferma obiezione antropologica

da Quaderni Cannibali

del 09 novembre 2012

Continua a svilupparsi in Francia un denso dibattito sulle riforme annunciate dal go­verno socialista, per introdurre il matrimo­nio di coppie dello stesso sesso, con l’adozione dei minori. Esso si è arricchito della puntuale rifles­sione della Conferenza episcopale francese cul­minata, per ora, nella prolusione del cardinale pre­sidente all’Assemblea plenaria autunnale dei ve­scovi d’Oltralpe. Ma anche dell’appello di nume­rosi sindaci di diversa tendenza politica a tutela dei diritti dell’infanzia e per la conferma del ma­trimonio come «unione tra uomo e donna». Alcu­ni sindaci si sono anche dichiarati pronti ad eser­citare l’obiezione di coscienza. Nei giorni scorsi, poi, anche il gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim, ha fatto conoscere la sua autorevole o­pinione, con un docum! ento di riflessione.          

Anche l’ebreo francese Bernheim, proprio come i cattolici di Francia, propone le sue tesi con spiri­to razionale, cercando di andare oltre gli slogan, che esamina e contesta da vicino, a cominciare da quel­lo che reclama «il matrimonio per tutti coloro che si amano». Uno slogan attraente ma vuoto, osser­va, perché l’amore si esprime in mille modi nella vita di relazione, ma il matrimonio non si riduce alla funzione di riconoscere un amore, è finalizza­to a realizzare un’istituzione che innesta il rapporto tra uomo e donna nell’ambito sociale dando vita alla successione delle generazioni, a una famiglia che fonda le relazioni di filiazione tra i suoi mem­bri. Se si perde di vista questa finalità, che dà for­za e pubblicità al vincolo matrimoniale, si posso­no operare delle finzioni, sostituire concetti con altri, ma si toglie al matrimonio la sua naturalità e l’essenziale ragion d’essere.          

La parte più robusta del documento del gran rab­bino è quella antropologica, che sottopone a cri­tica il concetto di omoparentalità che si vorrebbe creare in nome dell’amore, e l’ipotesi di adozione a coppie non eterosessuali. Gilles Bernheim sot­tolinea che «il legame di filiazione è un vincolo psi­chico fondante per il sentimento di identità del bambino», e che «tutto l’affetto del mondo non è sufficiente per produrre le strutture psichiche di base che rispondono al bisogno del bambino di sapere da dove egli viene». Egli formula in modo affascinante l’idea centrale della visione umani­stica proposta, per la quale «il padre e la madre in­dicano al bambino la sua genealogia. Il bambino ha bisogno d’una genealogia chiara per posizio­narsi come individuo nella società»; con la conse­guenza che il rischio di confondere, ingarbuglia­re, la catena delle generazioni è immenso e irre­versibile.          

L’obiezione antropologica viene opposta a chi vuo­le snaturare il matrimonio, aprirlo a esperienze prive del requisito della differenza sessuale con motivazioni formaliste e giuridiciste. Bernheim ri­leva la strumentalità di queste motivazioni, per­ché le convivenze non eterosessuali possono trar­re dal diritto strumenti per soddisfare specifiche e­sigenze, ribadisce che non esiste un astratto «di­ritto ad avere un bambino», perché il bambino non è «oggetto di diritto» ma «soggetto di diritti» che de­ve trovare la migliore accoglienza possibile, coe­rente con la sua identità sessuale strutturante. Il bambino-oggetto perde la propria individualità, mentre la sua soggettività lo sostiene per vivere le situazioni della vita nel modo più completo.          

Il gran rabbino francese si sofferma, quindi, sulla vera ragione che sta dietro la deformazione dell’i­stituto matrimoniale, che consiste nella volontà di attenuare, fino a farla scomparire, la «differenza di genere» su cui si fonda la società umana. Le teo­rie, che hanno radici nelle culture individualiste del secondo Novecento, vedono nel ruolo dei ses­si una creazione puramente sociale, se non eco­nomicista, vogliono abolire la complementarietà tra uomo e donna e minare le componenti essen­ziali della famiglia per sostituirle con individui che possono avere qualsiasi orientamento sessuale, del tutto ininfluente per la coppia, e per la filia­zione che può ottenersi in qualunque modo. Il ca­rattere femminile e quello maschile divengono semplici «ruoli» che si può scegliere di indossare o no, di parodiare, cambiare a piacere.          

Anche la riflessione del gran rabbino contribuisce al ricco dibattito pubblico francese, e la sua im­portanza non sta solo nelle specifiche affermazio­ni, ma nel fatto che affronta nel merito le questio­ni antropologiche e sociali che i sostenitori delle riforme legislative solitamente accantonano. E po­ne in primo piano – proprio come tante autorevo­li voci cattoliche e laiche – valori universali che la destrutturazione della famiglia e del matrimonio pone a rischio, con ricadute di lunga durata sui di­ritti dell’infanzia e sulla sequenza delle genera­zioni.

Carlo Cardia

http://www.avvenire.it

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