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Amare la vita o amare la morte?

“Tu malato terminale” si prepara a dire lo Stato etico, “togliti di mezzo in silenzio, non ingombrare il mondo comune mostrando il tuo corpo corrotto, la tua lebbra, la tua umiliazione, il tuo dolore”. La mutazione antropologica in atto da secoli, e giunta ad abissi di lontananza dalla ragione, ci porta a guardare la nascita e la morte, e quindi l'Origine e il Destino, come qualcosa di cui impadronirci radicalmente...


Amare la vita o amare la morte?

da Quaderni Cannibali

del 19 dicembre 2006

“Muoia! Che muoia, che muoia presto!” Un brivido di vertigine ci coglie nell’ascoltare le grida che si alzano in questi giorni a favore della “soluzione finale” per Welby, malato gravissimo desideroso di morire. Pulsioni di morte attraversano il mondo, spesso mascherate da misericordiosa tolleranza, ma che altro è la tolleranza in questi casi se non estraneità? “Tu malato terminale” si prepara a dire lo Stato etico, “togliti di mezzo in silenzio, non ingombrare il mondo comune mostrando il tuo corpo corrotto, la tua lebbra, la tua umiliazione, il tuo dolore” (da “Tempi”). La mutazione antropologica in atto da secoli, e giunta ad abissi di lontananza dalla ragione, ci porta a guardare la nascita e la morte, e quindi l’Origine e il Destino, come qualcosa di cui impadronirci radicalmente, per gestirli in totale autonomia. Questo pensiero si insinua e ci confonde: “Perché non poter decidere di morire, come e quando morire?”. Siamo sotto il tallone di ferro della dittatura del relativismo, nel dramma dell’umanesimo ateo, totalmente orizzontale: autonomia, l’uomo padrone della vita e della morte.

“Non è vero che l’uomo, come sembra talvolta si dica, non possa organizzare il mondo terreno senza Dio. È vero però che, senza Dio, non può alla fin dei conti che organizzarlo contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo disumano.” (H. De Lubac, Il dramma dell’umanesimo ateo).

George Harrison, nella canzone “Deep Blue”, descrive una visita in ospedale per trovare la madre gravemente ammalata, e così si esprime: “Quando stai in piedi di fianco a un letto e guardi un corpo stanco pieno di malattia e di dolore, capisci quanto davvero sei indifeso quando arrivi alla verità profonda, che fa molto male: non ci è possibile curare tutti i mali”. Questa è una consapevolezza realistica, che apre uno spiraglio al riconoscimento di una dipendenza: non siamo padroni della vita e della morte. Il problema non è risolto, ma avviato su un sentiero di giustizia e di pace. Che non significa assenza di dramma, di fatica:

“Del resto, la fede in Dio, quella fede che ci inculca il cristianesimo in una trascendenza sempre presente e sempre esigente, non ha come scopo di sistemarci comodamente nella nostra esistenza terrena per farci addormentare in essa - per quanto febbricitante possa essere il nostro sonno. Ma, piuttosto, essa ci rende inquieti e incessantemente viene a rompere quell’equilibrio troppo bello delle nostre concezioni mentali e delle nostre costruzioni sociali. Irrompendo in un mondo che tende sempre a chiudersi, Dio vi apporta senza dubbio un’armonia superiore, ma che può essere raggiunta solo a prezzo di una serie di rotture e di lotte, serie lunga tanto quanto il tempo stesso. «Non sono venuto a portare la pace, ma la spada»: Cristo è anzitutto il grande turbatore. Questo non vuol dire certamente che non vi sia una dottrina sociale della Chiesa che deriva dal Vangelo. Tanto meno ciò tende a distogliere i cristiani, uomini e membri della città come i loro fratelli, dallo sforzo di risolvere, in conformità con i princìpi della loro fede, i problemi della città: essi anzi vi si sentono spinti da una necessità in più. Ma nello stesso tempo sanno che, siccome il destino dell’uomo è eterno, non deve fermarsi alla vita di quaggiù. La terra, che senza Dio potrebbe cessare di essere un caos solo per diventare una prigione, è in realtà il campo magnifico e doloroso dove si prepara la nostra esistenza eterna. Così la fede in Dio, che nulla potrà mai strappare dal cuore dell’uomo, è la sola fiamma nella quale si conserva, umana e divina, la nostra speranza.”(H. De Lubac, op. cit.).

La vita è allora anzitutto dire di Sì a un Altro, come ci ha ricordato Benedetto XVI parlando di Maria nella Festa dell’Immacolata:

«“Piena di grazia” Tu sei, Maria, che accogliendo con il tuo “sì” i progetti del Creatore, ci hai aperto la strada della salvezza. Alla tua scuola, insegnaci a pronunciare anche noi il nostro “sì” alla volontà del Signore. Un “sì” che si unisce al tuo “sì” senza riserve e senza ombre, di cui il Padre celeste ha voluto aver bisogno per generare l’Uomo nuovo, il Cristo, unico Salvatore del mondo e della storia».

E accogliere la compagnia di un Altro, di amici veri che ci veicolino il suo Volto, di presenze amiche che ci sorreggano nella prova dolorosa:

 

«Ciò che occorre è un uomo,

non occorre la saggezza,

ciò che occorre è un uomo

in spirito e verità;

non un paese, non le cose,

ciò che occorre è un uomo,

un passo sicuro, e tanto salda

la mano che porge che tutti

possano afferrarla, e camminare

liberi, e salvarsi»

 

(C. Betocchi, Dal definitivo istante. Poesie scelte e inediti, BUR, Milano p. 146).

Enrico Leonardi

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