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AFFETTI E LOGICA DEL DONO

Nel pensiero cristiano l'affettività e la sessualità trovano la loro esaltazione nel dono di sé all'altro e realizzano nel matrimonio l'espressione più alta. I termini “eros” e “agape”.


AFFETTI E LOGICA DEL DONO

da Quaderni Cannibali

del 24 ottobre 2006

Ogni storia d’amore ha dei passaggi di maturazione che possiamo raccontare così: all’inizio l’amore è soprattutto attrazione e desiderio dell’altro che si vorrebbe tutto per sé perché riempie e abita la vita. Poi la relazione matura, il legame si fa più solido e non si guarda più all’altro solo in funzione di se stessi, ma si diventa capaci di desiderare anche il suo bene e la sua felicità. In questo passaggio possiamo trovare la giusta collocazione di eros e di agape, i due termini che il papa ci spiega all’inizio della sua Enciclica Deus caritas est.

Dopo aver analizzato la polarità tra logos e pathos, e quella tra bisogno e desiderio, sviluppiamo ora quella tra eros e agape che ci permette di comprendere altri aspetti del mondo affettivo.

 

La polarità tra eros e agape

Siamo eredi di una tradizione segnata da diverse forme di dualismo: tra corpo e spirito, tra ragione e fede, tra Dio e l’uomo, tra ragione e sentimenti. Se rimangono le tracce di tutti questi dualismi, la nostra cultura deve fare i conti con un’altra forma di dualismo, quella tra sesso e amore vissuti oggi indipendentemente l’uno dall’altro. Sullo sfondo di questo dualismo possiamo trovare la polarità di eros e di agape.

Il termine eros nasce nell’alveo della cultura greca e indica l’amore inteso come pulsione erotica che dal basso va verso l’alto portando l’uomo a una bellezza superiore. Esso richiama aspetti come l’ebbrezza e la sopraffazione che produce il piacere sulla ragione. L’uomo nell’eros va oltre i proprio limiti, esce “fuori di sé” elevandosi a una beatitudine superiore. L’esperienza dell’atto sessuale e dell’orgasmo testimoniano bene questa ebbrezza.

Il termine eros – ricorda il papa – è praticamente assente nella Bibbia che usa termini come filìa (amicizia) e soprattutto il termine agape (dono di sé). Proprio questo silenzio del testo sacro sull’eros ha fatto dire a Nietzsche che il cristianesimo avrebbe svalutato l’eros cioè la cosa più bella e gioiosa della vita.

Stanno proprio così le cose, si chiede il papa?

In realtà il cristianesimo non ha negato l’eros ma la sua divinizzazione che poi è diventata, e rischia di diventare anche oggi, una degradazione e disumanizzazione come succede in tutte le forme di sessualità dove in gioco è solo il corpo e il piacere. Il cristianesimo ha cercato di purificare, di guarire e dare una disciplina all’eros.

Ha fatto questo seguendo due strade: anzitutto quella di integrare l’eros nell’unità della persona che non è solo sesso e piacere, ma unità di corpo, spirito, cuore, mente e sentimento. E poi collocando l’eros dentro la relazione d’amore tra uomo e donna. In questo modo l’eros non viene sacrificato ma ritrova se stesso in modo nuovo quando si realizza dentro una relazione d’amore che è scoperta e cura dell’altro, dono di  sé, impegno di tutto se stessi e per sempre. Ecco l’agape, l’amore come dono di sé all’altro.

Possiamo sintetizzare così la distinzione tra i due termini: l’eros connota l’attrazione verso un altro da sé in ordine all’acquisizione di una perfezione che manca al sé. Non dice egoismo ma desiderio della propria perfezione; non è ripiegamento su di sé ma tensione al perfezionamento di se stessi. L’agape, in senso generale e non ancora intesa come virtù teologale, dice tensione verso l’altro in ordine all’arricchimento e alla perfezione dell’altro.

Eros e agape, quindi, non vanno contrapposti perché sarebbe un andare contro la realtà anzitutto perché, quando io mi dono all’altro, ricevo sempre qualcosa, ma anche perché un sano amore di sé è condizione per amare l’altro. Eros e agape sono due aspetti importanti e inseparabili dell’amore, due facce della stessa medaglia. Ma la vera “estasi” non è l’ebbrezza intensa e fugace del piacere ma quel cammino che porta a uscire da se stessi per diventare capaci di donarsi all’altro. Il piacere si inserisce qui e, possiamo dirlo, diventa anche più intenso perché tutta la persona vi è coinvolta.

L’eros distribuisce a piene mani il piacere, perché la presenza dell’altro, con quello che può dare, rimane eccitante, esaltante e capace di far uscire da se stessi verso un’altra dimensione. Ma l’eros porta anche tristezza, rabbia e dolore non appena l’altro non risponde al mio bisogno. L’agape non sempre distribuisce piacere, perché non c’è piacere nel perdonare, nell’amare i nemici o nel donare la vita, ma promette la gioia e la pace interiore.

Gli sposi vivono quotidianamente la dialettica di eros e di agape, la cui armonia non è mai scontata ma chiede sempre un cammino educativo e fa anche i conti anche con fatiche e cadute. Se il desiderio è quello di donarsi, c’è anche il bisogno di una risposta da parte dell’altro; in questa reciprocità sta lo specifico dell’amore coniugale.

 

La logica  del dono

“In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere al suo cospetto santi e immacolati nella carità” (Ef 1,4). Le parole della lettera agli Efesini, come tante altre pagine della Bibbia, ci ricordano quello che oggi anche le scienze umane mettono in evidenza: l’uomo realizza se stesso prima di tutto nell’esperienza di essere amato e di amare.

L’uomo di oggi fa fatica ad amare, perché il suo amore è spesso modellato sull’“usa e getta”, sul desiderio di consumo, sull’impegnarsi finché se ne ha voglia. Così si passa da un amore all’altro consumando esperienze con la logica del “soddisfatti o rimborsati”. La promessa che si celava dietro questa spontaneità affettiva e sessuale era quella di una nuova libertà e liberazione individuale. Ma la promessa si è dimostrata falsa perché la quantità e l’intensità delle relazioni non ha compensato la loro qualità. Più le relazioni sono “usa e getta” meno ci sono motivazioni per lottare e combattere le difficoltà. L’uomo, spesso inconsapevolmente, ha bisogno e cerca relazioni stabili e durature, fatte di dono e di altruismo.

L’amore tra l’uomo e la donna è chiamato a diventare non l’incontro di due egoismi ma di due altruismi, nel dono che ciascuno fa di sé all’altro. Il “noi” della coppia si realizza quando l’amore non rimane imbrigliato nelle pretese dell’eros, ma quando diventa capace di vivere l’eros dentro una relazione fatta di accoglienza e donazione, accettazione e rispetto della differenza. La maturità affettiva e sessuale ha i tratti del dono di se stessi, dell’apertura all’altro e al suo bene, della capacità di offrirsi alla vita e all’altro proprio per la gioia di offrirsi, superando il bisogno di essere riconosciuti, accettati, stimati, gratificati. È il dono gratuito e libero, quello che il linguaggio cristiano chiama amore oblativo. In questo contesto l’eros non viene eliminato né sacrificato ma può trovare quella collocazione che lo fa durare e crescere nel tempo.

Tuttavia, c’è una sottolineatura importante da fare: oblatività e dono di sé sono concetti molto spirituali ma possono diventare astratti ed equivoci se non tengono conto che la sessualità ha a che fare anche col piacere e la dinamica del bisogno e del desiderio. La vita affettiva e sessuale rimane complessa e conflittuale perché vi troviamo un impasto di forze ambivalenti e la compresenza di amore, tenerezza, bisogno, desiderio, aggressività. Si tratta di rimanere con i piedi per terra e dare un volto più umano e disincantato a parole come “oblatività” e “dono di sé”. Se crediamo nell’unità della persona e nell’intreccio tra corpo e spirito, allora non possiamo negare che l’eros invochi continuamente l’agape, cioè la dimensione spirituale e che l’agape, a sua volta, assuma e valorizzi l’eros. Rimane incancellabile la dialettica tra corpo e spirito, ma possiamo anche cercare di farli incontrare senza la pretesa di eliminare la tensione tra le due realtà.

Non è semplice trovare nella relazione amorosa e, soprattutto nella sessualità, il confine tra eros e agape. Il piacere non è mai solo dato ma è sempre realtà condivisa, un dare e ricevere che prova dolore se al dono manca la risposta e se il piacere dato non diventa anche appagamento proprio. Ma chi vive dentro una relazione d’amore intuisce il confine, è consapevole di quello che prova e del modo in cui si sta relazionando con l’altro.

 

Il dono che diventa legame

Nel pensiero cristiano l’affettività e la sessualità trovano la loro esaltazione proprio in questo dono di sé all’altro, dono che nel matrimonio realizza la sua espressione più alta. Si apre qui il riferimento alla figura coniugale che traduce e incarna la profondità di una relazione ed esprime la volontà comune dei due che vogliono insieme le stesse cose, nel dono totale e definitivo all’altro. Nel matrimonio c’è qualcosa che va oltre l’attrazione sessuale e l’incanto iniziale, perché le persone decidono di sé decidendo del senso della loro relazione. Si tratta di un decidere dell’altro e con l’altro, in un reciproco essere consegnati.

Il matrimonio è anche il luogo dove il dono di sé si esprime nella sua pienezza e dove la realizzazione di ciascuno dei due passa attraverso il dono di sé all’altro. All’inizio, questo è percepito come una grazia e sembra facile e perfino ovvio; successivamente, l’altro è percepito anche come limite, perché si affaccia l’inevitabilità della rinuncia ad alcune proprie aspettative e possibilità di realizzazione. Infine, si tratta di decidere se si vuole scegliere il dono di sé, che non può che essere reciproco, anche se i modi di esprimerlo possono essere diversi.

Appaiono così insufficienti le visioni della relazione che mettono al centro la realizzazione di se stessi, sia perché chiudono la persona nel proprio bisogno, sia perché rischiano di strumentalizzare l’altro. Questa prospettiva sottopone sempre l’altro e la relazione a vari esami ed è facile che molti finiscano male perché l’altro non risponde sempre a tutte le mie attese.

Amare è consegnarsi ad un altro, percepito come un unicum. Il solo modo per riconoscere l’unicità dell’altro è impegnarsi con lui in una relazione unica che non faccia numero con nessun altro. L’unicità di una persona fa appello all’unicità di una storia e di una relazione che passa attraverso il corpo ed esige la più alta esclusività, perché il corpo è unico, mentre l’intelligenza e la libertà possono prendere forme diverse. Dire relazione unica non è dire relazione totalizzante, ma centrale, prioritaria, senza equivalenti, insostituibile: questo è il matrimonio. 

Giampaolo Dianin

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