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Vorrei l'oratorio come una grande piazza

Ogni persona ha un suo «luogo dell'anima», dove ritorna volentieri con il pensiero e con il cuore, per riprendere fiato nella vita, per ricordare memorie dolcissime, che diano il coraggio di andare avanti nei momenti di difficoltà. Io, umilmente, con tanti altri, ritorno al mio oratorio, che è stato il luogo dell'anima, dove ho coltivato le prime amicizie, ho fatto le prime esperienze di gioco, di libertà, di incontro con Dio.


Vorrei l’oratorio come una grande piazza

da L'autore

del 23 gennaio 2008

Ogni persona ha un suo «luogo dell’anima», dove ritorna volentieri con il pensiero e con il cuore, per riprendere fiato nella vita, per ricordare memorie dolcissime, che diano il coraggio di andare avanti nei momenti di difficoltà.

Chi ritorna ad Assisi, luogo di speranza legato a san Francesco; chi a Lourdes, dove è stato pellegrino o da malato o da accompagnatore di malati; chi a Taizé, spazio di incontro di varie religioni, di giovani in ricerca di senso alla vita; io, umilmente, con tanti altri, ritorno al mio oratorio, che è stato il luogo dell’anima, dove ho coltivato le prime amicizie, ho fatto le prime esperienze di gioco, di libertà, di incontro con Dio.

Ma l’oratorio è ancora una risposta al mondo giovanile? Non è forse una formula superata, che solo il romanticismo di gente di una certa età tiene ancora in piedi? «Andare all’oratorio» non è fuori dal tempo?

Sono domande che si respirano anche negli ambienti dei seminari, là dove si formano i preti. Qualcuno ha fatto la scelta di fare dell’oratorio un luogo elitario, riservato soltanto a quelli che accettano il progetto formativo, ragazzi e ragazze a posto, con riferimenti sicuri nella famiglia, con sufficienti basi religiose o almeno desiderosi di confrontarsi con la religione.

Gli altri? Il Signore – dicono – ha mille altri modi per ricondurli a casa, alla salvezza. Un oratorio solo per i «giusti », «i buoni»? Oggi non sarei prete, se avessi incontrato un oratorio così! Forse sono stato deformato professionalmente dal vivere con i «barabitt», ma quando mi è capitato di fondare un oratorio cittadino, in Emilia, l’ho pensato come «una grande piazza», dove offrire ai ragazzi e alle ragazze, alle loro famiglie, un luogo di incontro, di dialogo, di crescita umana con una chiara, graduale, libera proposta cristiana.

 Forse sto esagerando, affermando che già lo stare con i ragazzi da parte del prete o del diacono, di laici appassionati di oratorio, è un gesto di fede, un annuncio di Vangelo, un atto d’amore, che darà i suoi frutti quando il buon Dio vorrà. A volte ci si sente dei falliti, perché l’oratorio non è quel «luogo dell’anima» che respira di Vangelo, di Chiesa, ci sembra che i ragazzi siano diventati indifferenti ai valori religiosi, che perdiamo del tempo con loro. I nostri ragazzi ci sembrano più sazi che disperati: non hanno voglia di Vangelo.

 Che non siano più abbordabili «i disperati»? Forse sì, se trovano un ambiente umano, accogliente, qualcuno che parli di Gesù, che non hanno mai conosciuto o conosciuto male, qualcuno che creda in loro, che abbia la pazienza del seminatore che semina, sperando nella buona stagione e, quando va male, nella prossima ancora.

Il fallimento, nella prospettiva della Pasqua e della Risurrezione non esiste: il bene alla lunga vince sempre. Questo deve rassicurarci perché, nel costruire l’oratorio come luogo dell’anima, non siamo soli, il Signore non ci abbandona e non permette che il male vinca sul bene e che il bene seminato vada disperso.

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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