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Vocazione – di Don Elio Cesari: «È una chiamata che non dà pace e non delude mai...

Cosa fa un prete normale tutti i giorni in una grande scuola salesiana con 2700 ragazzi? In occasione della festa di San Giovanni Bosco, ecco il racconto di Don Elio che a Sesto San Giovanni ogni mattina vive la sfida di mettere i giovani al centro.


Vocazione – di Don Elio Cesari: «È una chiamata che non dà pace e non delude mai»

 

di Annalisa Teggi, tratto da aleteia.org

 

Domani, 31 gennaio, è la festa di Don Bosco e il nostro dizionario vivo Gemme non può che cogliere l’occasione di pescare semi fecondi di speranza dentro il cuore dell’esperienza salesiana. L’emergenza educativa è un ritornello che ci assale spesso; la testimonianza che vi proponiamo oggi parla della gioia educativa, una entusiasmante fatica quotidiana. La ascolteremo dalla voce di Don Elio Cesari che è Direttore delle Opere Sociali “Don Bosco”: a Sesto San Giovanni (MI) da 70 anni c’è una realtà educativa che oggi ha numeri imponenti, oltre 2.700 studenti, 200 docenti-formatori e collaboratori scolastici, 2 parrocchie, 1 oratorio, 800 ragazzi che frequentano la catechesi, 500 aderenti ad associazioni sportive parrocchiali, 100 volontari Caritas. È una vera e propria filiera educativa che accompagna i bambini dalla scuola elementare alle scuole superiori, all’inserimento nel lavoro e molto di più. Il motto «buoni cristiani e onesti cittadini» riassume la meta a cui tendere nell’educazione dei giovani, un’educazione integrale della persona ispirata ai valori del Vangelo, che forma uomini e donne inseriti responsabilmente nella vita sociale. Le intuizioni di Don Bosco restano una barca amica e solida nel mare in tempesta della nostra società, eccone una cronaca semplice e profonda.

 

Di Don Elio Cesari

All’inizio della mia vita, un prete mi ha battezzato.

Un prete mi dona l’Eucaristia da 35 anni.

Un prete ha celebrato il mio matrimonio.

Un prete ha battezzato i miei figli e amministrato loro i sacramenti.

Quando dovrò lasciare questo mondo, vorrò avere un prete accanto a me, per accompagnarmi e prepararmi bene al passaggio.

Grazie preti!

 

Questo è l’inizio del film L’ultima cima: un film – documentario che racconta la vita di don Pablo (uno che non ha fatto nulla se non il prete), attraverso la vita dei suoi miracolati. Persone comuni, che non hanno fatto nulla se non essere ciò che hanno da essere: preti, mamme, consacrati, bambini. E tutti raccontano di questo prete a loro vicino con l’ironia, la presenza, il consiglio, l’affetto sincero. Un film che parla bene di un prete normale ma, allo stesso tempo, un prete significativo per tanta gente, bello interiormente (qualcuno mi ha riferito lo fosse anche esteriormente…). Per questo, un film inusuale.

 

Anch’io sono un prete, un prete salesiano da 12 anni, originario di Bologna. Da tre mi trovo a Sesto san Giovanni (MI), una grande scuola salesiana dove ogni giorno incontro 2700 studenti. Un compito bello ed esigente allo stesso tempo, in cui è possibile sperimentare la gioia di camminare insieme a tanti ragazzi che si formano per la loro vita. Tanta è la riconoscenza, insieme al senso di piccolezza che caratterizza la vita di ogni prete considerando il dono ricevuto. Il dono grande messo nelle mani di un prete, di ogni prete, sveglia immediatamente la coscienza di essere estremamente piccoli per sorreggerlo, soprattutto quando il carico si fa più pesante. Quante fatiche, quante storie di vita difficili, quante contrarietà sono il pane quotidiano sulla tavola di un prete…

 

Soprattutto, quante volte capita che si vada a riposare con la percezione di non essere riusciti a compiere la missione affidata dal Signore. Una delle “armi in dotazione” ad un prete è tornare al senso profondo della propria vocazione, che permette di andare all’essenziale della propria vita, che è sempre una storia di amore:

 

La domanda è sull’essenziale: “Pietro, mi ami tu? Mi ami tu più di costoro?”. Sembra strano che la domanda non venga posta a un sacerdote o a un vescovo al momento della sua ordinazione! Tuttavia l’amore a Gesù è certo presupposto. A Pietro non viene chiesto: sei capace di amministrare i beni della Chiesa? Sei capace di renderti responsabile delle anime? Sei capace di intravvedere il futuro per una comunità difficile? Sei capace di sostenere i vacillanti nelle persecuzioni?  “Mi ami tu?”: con questo c’è l’essenziale  (C. M. Martini, Le tenebre e la luce, pag. 64)

 

Vorrei sottolineare due esperienze che si trovano alla partenza e alla chiusura del cammino di formazione di un prete salesiano, che si concentrano sulla parola vocazioneLa prima mi è capitata quando, con un gruppo di giovani delle nostre case, abbiamo fatto visita al Noviziato Salesiano per incontrare i giovani che si stanno incamminando nella vita salesiana di totale consacrazione a Dio e ai giovani. Si trattava di giorni difficili e complicati, per tante situazioni di difficile gestione e per un po’ di stanchezza accumulata negli ultimi mesi. Per questo, cercavo la serenità di qualche giorno, ricordando i tempi in cui ero al posto loro e mi preparavo al mio futuro nella vita salesiana.

 

E invece, altro che serenità, altro che tranquillità…

 

Guardando i volti di quei giovani, mi sono accorto che lì esisteva una chiamata che non mi ha lasciato per nulla in pace, una chiamata ancora più forte delle preoccupazioni che avevo in testa prima. Ma molto salutare per l’anima!

 

Una chiamata a non deludere le loro attese, a non tradirli.

 

Pensavo a Matteo, che ha interrotto i suoi studi di Medicina, il sogno più grande di tutta la sua vita, per dedicarsi ai giovani più poveri. Guardavo il volto di Gianluca che, terminati gli studi di Ingegneria, è rimasto affascinato da don Bosco e dalla sua passione per la gioventù. Osservavo Davide, Paolo e Pietro che hanno appena finito la Scuola Superiore e si aprono al loro futuro con attesa ed entusiasmo insieme. Tutti hanno consegnato la loro vita, la loro unica vita.

 

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