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Vittime delle guerre degli altri

Il Governo e i ribelli di Nkunda si combattono, la gente scappa, soffre e muore. Nella missione salesiana di Ngangi ci sono 1.100 persone. Fuori, un milione di profughi minacciati dalla fame e dalle malattie. Che nessuno può aiutare.


Vittime delle guerre degli altri

da Attualità

del 14 novembre 2008

Goma, Nord Kivu (Congo orientale)

 

Ha solo 12 anni, Amani, e i capelli rasati a zero che rendono gli occhi ancora più grandi. Il vestitino logoro racconta che la sua casa e il suo villaggio d'origine li ha dovuti abbandonare da tempo. Frastornata dalle fughe, dagli spari, dalla folla, dalle facce terrorizzate che ha visto intorno a sé in questi giorni, dalle urla concitate e dalla notte passata all'addiaccio, dal pianto incessante dei più piccoli e dall'estenuante camminare dei profughi ingobbiti dai pesi e dalla fatica, Amani torna bambina solo quando si mette a giocare con tre sue coetanee. Adesso, lei, la mamma, i fratellini, hanno solide mura intorno, quelle della missione salesiana Don Bosco di Ngangi, dove sono stati accolti con altre 1.100 persone.

Amani vuol dire pace, in swahili. Il nome voleva essere augurale, perché nel 1996, quando nacque, la regione congolese del Nord Kivu era sconvolta dalla guerra civile, come oggi. È cambiato il nome dei ribelli, e quello del loro capo, ma allora come oggi, la gente fugge, soffre, muore per le guerre di altri.

«Papà quella mattina era andato verso Kibumba, a Nord, a cercare qualcosa da mangiare», sussurra la bambina. «Non arrivava, non sapevamo cosa fare». Amani e i familiari erano nel campo profughi di Kanya Ruchinya, sfollati da un anno. I combattimenti fra i ribelli di Laurent Nkunda (che guida il Cndp, Congresso nazionale per la difesa del popolo) e le forze armate congolesi li avevano costretti a lasciare il villaggio di Rugari. Ma per la seconda volta (c'è chi è dovuto scappare anche per tre o quattro volte) la guerra stava per investirli.

 

Tempesta di sabbia sul campo sfollati di Kibati, cinque chilometri

 

A nord di Goma. Vi erano 65 mila persone.

I nuovi scontri le hanno fatte fuggire (foto AP/La Presse).

Colpi di mortaio avevano cominciato a cadere fra le capanne di frasche e fango. I crepitii dei kalashnikov si avvicinavano. «Molte famiglie stavano scappando. Noi non sapevamo che fare. La mamma prendeva tempo sperando di veder comparire papà». Invece sono apparsi i soldati governativi, in ritirata, urlando di andarsene. «Fuggivano tutti. Mamma ci ha detto di prendere su le due pentole, la tanichetta dell'acqua, i vestiti, qualche banana da cuocere».

 

Il sostegno del Ruanda

 

Amani è la quarta di sette fratelli. E, ironia della sorte, Amani è anche il nome dell'accordo di pace stretto un anno fa tra Nkunda e il Governo di Joseph Kabila, che doveva portare per gradi alla pacificazione e all'integrazione dei guerriglieri nell'esercito regolare. Il 28 agosto scorso, dopo varie accuse reciproche fra le parti sul mancato rispetto dell'accordo, Nkunda ha ripreso le ostilità al Nord, fra la zona di Rutchuru (dove ci sono il Parco dei Virunga e gli ultimi gorilla di montagna) e il Masisi. L'esercito ha perso battaglia dopo battaglia, fino alla rotta del 28 e 29 ottobre.

La piccola Amani torna a giocare, dopo averci salutato dicendo che del suo papà non sa ancora nulla e che il suo «unico desiderio è tornare a Rugari, a casa, a studiare e a fare una vita normale».

Ce l'avevano già detto prima di lei Ujumbe, di 46 anni, arrivato alla missione di Ngangi con la moglie e i 12 figli, e Jeanette, 35 anni, con quattro figli, e gli altri coi quali avevamo parlato. Loro, con l'occhio di adulti, hanno aggiunto però un dettaglio. Le bombe che piovevano sul loro campo profughi, non arrivavano da Nord, ma da Est, dal confine ruandese, che si trova a pochi chilometri. Una prova, e non certo l'unica che il generale ribelle Nkunda è sostenuto dal vicino Governo del Ruanda.

La grande missione di Ngangi è stato il primo e anche l'ultimo luogo dove siamo stati durante la nostra permanenza a Goma, cittadina dell'estremo lembo orientale nella Repubblica Democratica del Congo. Siamo arrivati in piena emergenza, quando i padri salesiani e i volontari del Vis (l'Ong che collabora alle opere salesiane) avevano appena deciso di accogliere la prima ondata di profughi: ce n'erano 600 quel giorno, ma aumentavano di ora in ora. Siamo partiti quand'erano 1.080, di cui 900 bambini: 90 di loro sono 'non accompagnati', secondo l'espressione con cui si indicano minori soli, dei quali non si sa se i genitori siano dispersi o uccisi.

Il Don Bosco in questi giorni frenetici si regge su cinque salesiani, quattro cooperanti e un centinaio di collaboratori locali. Il direttore è padre Mario Perez, venezuelano, a Goma dal 1997. Il capoprogetto del Vis è Gavin Braschi, qui da due anni. In questi giorni hanno dovuto prendere decisioni difficili: il 29 ottobre la Monuc (la missione dell'Onu per il Congo) ha ordinato l'evacuazione. Ne hanno discusso tutti insieme e hanno deciso di rimanere.

 

Oltre ai rifugiati, il colera

 

Padre Mario ha fatto partire solo due confratelli che non stavano bene. Gavin ha mandato oltre confine, in Ruanda, i volontari più giovani e quelli in servizio civile internazionale. Entrambi rispondono allo stesso modo: «Andare via? E come si fa ad abbandonare i 350 orfani che vivono nella missione? Che ne sarebbe stato di loro, in balia dei militari che saccheggiavano e sparavano?».

Così, oltre ai 350 orfani, ai 3.000 studenti, ai mille e più sfollati ospitati nella chiesa, i Salesiani e il Vis hanno dovuto affrontare anche il colera: 50 casi nelle ultime 72 ore, subito isolati e curati perché non si diffondesse l'epidemia. Abbiamo lasciato il Don Bosco mentre un team di Medici senza frontiere (Msf) era appena arrivato a Ngangi: venivano distese coperte imbevute di cloro sulle porte per non propagare il vibrione, e tutti i 900 bambini venivano lavati con acqua clorata e rivestiti di panni nuovi. «Per dar da mangiare a tutti occorreranno ogni settimana 11 tonnellate di farina e tre e mezzo di fagioli. Ma i prezzi sono quintuplicati», dice padre Mario.

Questa è la situazione all'interno del grande cancello blu della missione, do

ve peraltro ci sono gli sfollati più fortunati. Ma sono 1.100. Al di là del cancello sono un milione. Chi in città, chi accampato sul ciglio delle strade di Goma, la gran parte fuori, nei campi profughi, in capanne tirate su con quattro rami, e ancora nella vicina foresta.

Usati come carne da macello

Di loro, di quell'immensa folla anonima, nessuno sa dire che ne sarà. Sono chiusi in una sacca, senza via di scampo: a Sud c'è la barriera naturale del lago, a Est il confine del Ruanda, i ribelli di Nkunda hanno occupato i lati Nord e Ovest, accerchiando Goma. Ogni scontro a fuoco spinge nuove ondate di profughi verso la città e verso i campi che si sono formati nelle vicinanze: Mugunga, 37.000 persone; Buhimba, 11.000; Kibati 65.000. Solo per citarne alcuni.

Dal suo quartier generale di Kitchanga, Nkunda concede rilassate interviste alla stampa internazionale, spiegando che può prendere la città di Goma quando vuole e che caccerà i governanti di Kinshasa. Inviati speciali europei e africani provano ad avviare mediazioni. A Nairobi, la diplomazia internazionale si affanna a cercare una via d'uscita portando – per ora inutilmente – allo stesso tavolo i presidenti di Congo e Ruanda, Joseph Kabila e Paul Kagame, che si sono accusati di sostenere le rispettive fazioni (e con ragione, perché se da un lato il Governo ruandese appoggia Nkunda, quello congolese sostiene gli appartenenti al Fdlr, il Fronte di liberazione del Ruanda formato in gran parte da soldataglia e miliziani ruandesi corresponsabili del genocidio del 1994).

Ma mentre avviene tutto questo, un milione di persone resta in ostaggio del conflitto. Si sta usando l'emergenza umanitaria come arma di guerra e il milione di profughi come carne da macello per piegare il Governo a trattare con la guerriglia. Su tutto l'arco di colline intorno a Goma si sono piazzati i ribelli. E tre colpi di mortaio sono sufficienti a mettere in movimento migliaia di persone, che fuggiranno verso la città. Com'è avvenuto negli ultimi giorni: gli attacchi sono iniziati nel momento in cui si distribuivano i viveri, in modo da impedire di dare sollievo agli sfollati.

Basta passare, anche di pochi chilometri, la linea del fronte per rendersi conto che la folla dei profughi è stata manovrata in questi tre mesi come le pecore di un gregge: dal villaggio di Sake in direzione Nord (dove si trova il comando di Nkunda) le case sono quasi tutte abbandonate.

Verso Sud, lungo la sottile striscia di territorio che costeggia il lago Kivu, si trovano altri campi profughi, come quello di Shasha, 2.000 persone prive di qualsiasi assistenza dalle agenzie umanitarie, mentre a 400 metri in linea d'aria, sulle colline, sono visibili gli avamposti dei guerriglieri. «I profughi hanno bisogno di cibo, acqua pulita, coperte, generi di primissima necessità. La situazione è sull'orlo della catastrofe», dice Claudia Lodesani, coordinatrice medica di Msf. «Vi sono molti focolai di colera. E siamo preoccupati per il pericolo di un'epidemia di morbillo, che sarebbe drammatica per bambini già così provati. Al momento le medicine ci sono e anche gli organismi umanitari. Il problema è che né le une né gli altri riescono a raggiungere i luoghi in cui ce n'è bisogno».

 

Abbandonati a sé stessi

 

Lo conferma l'altra coordinatrice medica di Msf, Raffaella Gentilini. La incrociamo nel territorio controllato dai ribelli, proveniente da Kitchanga, dove c'è un avamposto di Msf: «Lassù la situazione è grave. A parte noi, non arriva alcuna assistenza. È così in tutto l'interno della regione: la popolazione rimasta è abbandonata a sé stessa».

Intanto la missione Onu ha annunciato che aprirà il fuoco su chiunque tenti di attaccare Goma, e ha schierato carri armati e blindati sugli accessi alla città. Dietro a loro si è riposizionato l'esercito congolese. La gente in eterno movimento ci passa accanto indifferente. Perché la fame rende indifferenti a tutto.

 

  

I 'segreti' del generale ribelle

 

Informazioni comprate da ufficiali dell'esercito. Sarebbe questo uno dei segreti del generale Laurent Nkunda. La notizia, suffragata da forti indizi, proviene da fonti interne alla missione della Monuc. Si spiegherebbero così le continue disfatte dell'esercito congolese, che ha collezionato in questi tre mesi sconfitte e ritirate precipitose (durante le quali le truppe si sono distinte, invece, per la metodica efficacia con cui si sono accanite sulla propria gente, con saccheggi, stupri e violenze d'ogni genere). Al punto che nei giorni scorsi il comandante delle forze armate della regione è stato sostituito.

L'altro 'segreto' del generale ribelle sarebbe il sostegno del Governo ruandese, non tanto nella fornitura di armi, quanto di munizioni, logistica, mezzi, soldati e divise. Il finanziamento – Nkunda non paga i propri soldati ma deve mantenere una struttura di almeno 5.000 uomini – proverrebbe da canali diversi: da un lato l'ossessiva tassazione delle attività di estrazione delle miniere che controlla (di coltan, cassiterite, oro), come pure del transito dei minerali preziosi, del bestiame e di tutti i prodotti diretti in Ruanda; dall'altro, Nkunda beneficerebbe di denaro raccolto dalla comunità dei tutsi della diaspora e anche per mezzo di siti Internet (all'apparenza no profit o di informazione) sui quali si possono fare i versamenti.

Sull'altro versante, si finanzierebbe allo stesso modo il Fdlr, il movimento di liberazione del Ruanda costituito da membri dell'etnia hutu rifugiatisi in Congo nel 1994 per sfuggire all'accusa di genocidio: taglieggiando e tassando le estrazioni minerarie e i commercianti. In piena complicità con l'esercito congolese, tanto che soldati regolari e miliziani del Fdlr condurrebbero talvolta azioni congiunte e coordinate.

Lo sfruttamento selvaggio delle immense risorse congolesi è prassi comune: gli alti ufficiali dell'esercito fanno lo stesso. Insomma, fin che c'è guerra c'è speranza. Nel Congo orientale, il cinico detto vale ancora.

 

 

PER SOSTENERE L'EMERGENZA DELLA MISSIONE:

Banca popolare etica di via Rasella 14, Roma,

intestato a VIS. Causale: Emergenza Goma .

Iban IT70 F05018 03200 000000 520000. C/c postale 88182001.

N° verde: 800 123 456. Sito internet: www.volint.it

 

Luciano Scalettari

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