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Uno sguardo buono per vincere la paura

Uno sguardo buono, sorridente, che comprende, che incoraggia! È lo sguardo sereno di Giovanni Paolo II, di papa Benedetto nelle giornate mondiali dei giovani, sguardo che riflette il volto di Dio, quasi un abbraccio, quello del Padre che sa attendere, che non fa domande, che perdona, fa festa, banchetta. In quell'abbraccio, che è la «fine del mondo», c'è tutto l'amore di Dio educatore che non uccide la speranza, che non spezza la canna incrinata, non spegne il lumicino fumigante.


Uno sguardo buono per vincere la paura

da L'autore

del 08 gennaio 2008

Uno sguardo buono, sorridente, che comprende, che incoraggia! È lo sguardo sereno di Giovanni Paolo II, di papa Benedetto nelle giornate mondiali dei giovani, sguardo che riflette il volto di Dio, quasi un abbraccio, quello del Padre che sa attendere, che non fa domande, che perdona, fa festa, banchetta. In quell’abbraccio, che è la «fine del mondo», c’è tutto l’amore di Dio educatore che non uccide la speranza, che non spezza la canna incrinata, non spegne il lumicino fumigante.

Lo sguardo-abbraccio di Dio ci aiuta a vincere la paura, il pessimismo, ad andare oltre quello che appare per andare incontro ai giovani e lasciarsi incontrare da loro. È un mondo complesso quello che abbiamo preparato loro! Rende la loro vita come un labirinto senza cartelli indicatori, senza motivazioni forti che evitino disorientamenti nelle scelte da seguire.

È difficile crescere in tempi di rapidi mutamenti, per cui non si è mai alla moda, si è sempre alla rincorsa di qualcosa di nuovo. I nostri ragazzi sono fragili, per quello dobbiamo essere accanto a loro con attenzione, con rispetto, con delicatezza. Essi stanno navigando nel mare della cultura debole, del relativismo facile, del distacco della fede dalla vita, che produce effetti gravi sulla loro mentalità e stile di vita.

Il primo, evidente a tutti, è il consumismo, che si riflette nella ricerca di esperienze sempre nuove e coinvolge la sfera del «mi sento» e del «mi piace». Quante volte ce lo hanno detto di fronte ad un impegno o ad una difficoltà, ad un compito da fare: «Non mi va più», «Ho detto che non me la sento e se non me la sento, non me la sento!!!».

Puoi ragionare, alzare la voce, minacciare, ma se a loro non piace, anche le cose più belle e utili, non si fanno! Un altro effetto prodotto dalla cultura debole è il soggettivismo: la misura della realtà è l’Io, non gli altri, meno ancora i genitori perché sono troppo interessati ai figli, non sono liberi nei loro giudizi e modi di fare.

Infine, l’ultimo, è la cura eccessiva della propria immagine, che li esalta o deprime nei confronti del gruppo dei coetanei. Concentrati su se stessi, sul prestigio personale, nella convinzione che tutto si può ottenere senza fatica, questi ragazzi, se non sono sostenuti, vanno incontro a forti delusioni. Le famiglie stesse soffrono di questo cambio epocale, che ha coinvolto la scuola, la Chiesa, le istituzioni civili.

Ci viene spontanea la domanda: sono in grado i nostri oratori di rispondere alle sfide giovanili dell’oggi? Secondo me, sì, se ci sono educatori convinti di farcela, mettendosi insieme al loro prete, a chi crede nell’oratorio come spazio educativo, luogo dove i giovani sentono su di sé lo sguardo buono di adulti, consapevoli di essere per loro punti di riferimento solidi.

Questo vale anche per la scuola e per la famiglia. L’uomo adulto non si lava le mani in modo pilatesco di fronte ai problemi dei giovani. La carità educativa non alza le spalle di fronte al giovane confuso, stanco, deluso, che desidera risposte, sicurezze.

Il primo passo da compiere è quello di rendersi conto che è difficile per loro crescere, vivere: soffrono quando il gioco non riesce, le maschere, di cui si rivestono per apparire, cadono, il fallimento di una storia d’amore li rattrista, li isola e li rende spesso vittima delle derisioni dei compagni.

Prendere coscienza del loro disagio è già costruire un ponte per entrare nel loro mondo, per essere da loro accolti: «Quando l’anima non trova il punto di consistenza interiore – scrive Clemente Rebora – vaga verso soddisfazioni esteriori, che restano vane, perché non corrispondono mai alla vera realtà interiore», che brama e ricerca sicurezza nell’amore.

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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