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UNA STORIA VERA

Questo film (...) si risolve poi nel semplice seguire, accompagnare sulla strada Alvin alla sua destinazione. La strada a cui Alvin vuole ritornare, che gli permette di riflettere in silenzio sulla sua vita e di incontrare sconosciuti ai quali parlerà come ad amici. Verso una destinazione carica di metafore...


UNA STORIA VERA

da Quaderni Cannibali

del 28 novembre 2005

Regia: David Lynch

Interpreti: Richard Farnsworth, Sissy Spacek, Harry Dean Stanton

Origine: Usa/Francia 1999

Durata: 111’

 

Nell’estate del 1994 a Laurens, piccolo centro agricolo dell’Iowa, Alvin Straight, 73 anni, vive con la figlia Rose, leggermente ritardata. Anche Alvin non sta tanto bene, il medico gli consiglia esami e medicine che lui però rifiuta. In una quotidianità un po’ statica, arriva la notizia che Lyle, fratello di Alvin, ha avuto un infarto. Alvin e Lyle non si vedono da 10 anni a motivo di vecchi rancori reciproci. Ma ora Alvin sente il bisogno di rivedere il fratello per riconciliarsi con lui. Deciso ad andare a casa di lui, e non avendo la patente, sceglie un vecchio tosaerbe e, alla velocità di 5 miglia all’ora, si dirige verso Zion, nel Wisconsin, a 317 miglia di distanza. Il viaggio è punteggiato da varie circostanze. Incontrata una ragazza che fa l’autostop, parla con lei delle emozioni provate quando sono nati i suoi figli. Dopo 5 settimane, il tosaerbe si ferma per problemi meccanici. Allora Alvin trova aiuto presso una famiglia del luogo che lo accoglie con calore. Invitato a proseguire in macchina, rifiuta, torna sulla strada e finalmente arriva a destinazione. Si ferma al cimitero, incontra un sacerdote che conosce Lyle e gli spiega che ora vuole fare pace con lui. Quindi raggiunge la casa del fratello. Quando lo sente, Lyle esce, i due siedono di fronte, non parlano, guardano verso il cielo e le stelle.

 

 

Hanno detto del film

Questo film (…) si risolve poi nel semplice seguire, accompagnare sulla strada Alvin alla sua destinazione. La strada a cui Alvin vuole ritornare, che gli permette di riflettere in silenzio sulla sua vita e di incontrare sconosciuti ai quali parlerà come ad amici. Verso una destinazione carica di metafore: Mount Zion, la terra promessa, la riconciliazione col fratello, la fine della corsa dopo un’esistenza di fatica e lotta, di rughe e di lavoro, di guerra, di polvere, di sole sulla faccia. Un percorso di iniziazione al contrario. (…) Non più alla conquista del West, ma alla riconquista degli affetti, delle cose basilari e indispensabili della vita, come l’amore per un fratello.

                                                              (Raffaella Giancristofaro, Itinerari Mediali, I/2000)

 

A ciascuna delle persone che incontra, Alvin offre una parte della propria confessione: parla di se stesso (dei suoi cari morti, della figlia balbuziente cui è stato tolto il bambino, dell’alcool che ha lenito il ritorno dalla guerra) e insieme parla a nome di tutti noi: ricorda l’importanza della famiglia (che è come un fascio di legnetti, impossibile da spezzare), il significato della vecchiaia, il peso del passato e la necessità di perdonare. (Vincenzo Buccheri, Segnocinema 102, mar./apr. 2000) Anche fra Laurens e Mount Zion Lynch tiene fede al suo mondo. Anche nella storia che Alvin racconta alla ragazza, quella dei rametti che presi uno per uno si possono spezzare e invece tenuti insieme in una piccola fascina non si possono più rompere. Ognuno di noi, dice Straight, se sta da solo, si rompe; insieme con gli altri, in una famiglia, diventa forte.

                                                                     (Bruno Fornara, Cineforum 393, aprile 2000)

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