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Una scuola di risate

Non ridiamo perché siamo felici, ma siamo felici perché ridiamo, è stato detto con molto acume. Ridere ci fa sentire bene e il benessere è un ingrediente della felicità. La risata è universale, si può ridere con chiunque, in qualsiasi parte del mondo.


Una scuola di risate

da Quaderni Cannibali

del 22 novembre 2007

Non ridiamo perché siamo felici, ma siamo felici perché ridiamo, è stato detto con molto acume. Ridere ci fa sentire bene e il benessere è un ingrediente della felicità. La risata è universale, si può ridere con chiunque, in qualsiasi parte del mondo. Il riso stimola la produzione di quelle sostanze naturali chiamate endorfine che hanno un potere antidolorifico; produce un rilassamento simile a quello indotto dallo yoga; aumenta l’emissione di sostanze immunitarie e antinfiammatorie. Un farmaco miracoloso, dunque? No, però aiuta. Allora come ridere? Ci sono tecniche particolari che sono il punto del lavoro di artisti,  umoristi, attori, registi e anche di terapeuti del ridere, i quali curano i loro pazienti con questa euforica espressione di allegria, salutare più di tanti farmaci.

 

 

Ridere fra i banchi

 

Abbiamo scoperto, a Torino, l’Accademia del Comico e vogliamo riferire qualche particolare di questa curiosa scuola di teatro comico, cabaret e risoterapia, a quanto pare unica in Italia, che ha altre due sedi: a Roma, a Milano. Lì si insegna a ridere e a far ridere, a ritrovare il bambino che è in noi, a scoprire il senso del gioco, a stimolare la fantasia e il senso dell’umorismo. Anche se non sempre i corsi e gli stage trasformano gli allievi in comici  irresistibili, li aiutano comunque a improvvisare, a schiarirsi le idee, a trovare soluzioni, a disporsi all’autocritica e a mettersi in rapporto agli altri. Condotti da docenti esperti e da artisti di fama, hanno una lunghezza variabile, anche triennale; ma già un seminario di due giorni può fornire illustrare gli intenti: dodici ore in tutto e se ne vedono delle belle.

Si comincia con le presentazioni di rito, con l’esposizione dei motivi della scelta di uno stage piuttosto inconsueto: Corrado ha 45 anni, lavora nella comunicazione, ramo automobili, non si sente più un giovanotto e cerca per i suoi contatti espressioni meno informali e più efficaci di comunicazione. Marco, ne ha 48, ha una ditta di trasporti, ha tirato fuori la vena del riso dopo una tragedia familiare e vuole incanalarla. Nicoletta, 35 anni, lavora in una casa di riposo, si propone “lo “sviluppo dell’atteggiamento mentale”. Luca, ventiduenne musicista rock, reduce di una delusione professionale cocente - un concerto a Los Angeles andato in fumo - vuole trovare una compensazione. C’è chi, sentendosi depresso, desidera imparare a ridersi di se stesso, chi  ha deciso di “far divertire la moglie che gli sembra annoiata”, chi vuole scoprire meccanismi e tecniche della comicità, chi come Rosanna deve neutralizzare “l’esperienza drammatica” di insegnare letteratura agli adolescenti di oggi e chi è semplicemente curioso. La sincerità è evidente, nessuno intende tessere inganni. Alla domanda “che cosa ci ha fatto ridere di più?” si scopre che ogni evento ha un suo lato ridicolo. Una situazione comica si origina quando si avverte una sorta di contrasto, un dislivello che si manifesti tra le cose e che le osserva, quando in  un personaggio si manifesta un difetto, un errore, un equivoco in cui si è impigliato (che però non appaiano odiosi e non suscitino repulsione). Anche il nonsense, che non raggiunge tutti, può fare ridere molto. Con un guizzo si può trovare il lato comico persino  nella caduta di un governo oppure, come prova lo humour nero, in situazioni ben più inquietanti. Bastano poche ore di allenamento nell’incontro di questi intrepidi e i risvolti ridicoli si scorgono. E quando si ipotizzano i tipi di riso - di imbarazzo, sarcastico, scherzoso, liberatorio…- e si visualizzano situazioni comiche, l’ilarità si propaga. Chi non ride si sta prendendo ancora troppo sul serio, ma finirà con l’arrendersi. Intanto nel piccolo consesso si scopre poco alla volta che si è più sciolti, distesi, che il riso è bello, contagioso, sano. Così si comincia a crearlo e a improvvisare per verificare se prima o poi si ringiovanisce e ci si ossigena e se di fronte alla realtà non sempre allegra si può godere dell’atteggiamento comico.

 

 

Esercizi di risata

 

Levata l’ancora, il nostro strapalato equipaggio affronta gli esercizi che inducono ad abbandonare gli stereotipi per entrare in una logica di finzione e di simulazione. Dapprima c’è un po’ di diffidenza, lì per lì tutto appare senza gran significato, ma poi si entra nel colore e nel calore della dimensione comica, man mano che si accentuano mimiche, suoni e intonazioni. Qualche esempio nella girandola dell’allenamento? Ognuno evoca davanti a tutti un episodio, una cosa antipatica, sgradevole, ma neanche troppo, un rospo mai ingoiato: il seguito avverrà l’indomani. A turno si accoglie una sfilza di insulti con il più serafico dei sorrisi o si è travolti da una mitragliata di complimenti esagerati. Si diventa testimonial di un partecipante attribuendogli imprese insuperate e inventate di sana pianta; si cammina veloci incrociandosi e scambiandosi saluti cordiali, cenni d’intesa esclusivi o sguardi ammiccanti o dei vaff… pieni di affettuosa e garbata signorilità e via di seguito seguendo ordini sempre più bizzarri e surreali.  Si sperimenta il riso e il pianto in progressione. Seduti in fila, il primo comincia a sogghignare, poi il successivo dà al suo riso un tono più netto, seguito da un terzo che lo riprende accentuandolo e così via fino agli ultimi che si sganasciano con fragore torcendosi come cavaturaccioli. Stessa modalità per il pianto, prima sommesso con la lacrimuccia, cresce a dismisura e finisce con i capelli strappati, vesti lacerate e torrenti di lacrime fittizie. Si può immaginare il divertimento di chi assiste e a sua volta si esibirà nelle stesse prodezze. C’è poi il gioco della passerella che impegna tutti. La vittima, che non si sente tale perché tanto toccherà anche agli altri, viene imitata nel suo incedere dal primo osservatore o osservatrice con l’accentuazione di un particolare, a sua volta raccolto dal successivo, che lo aggiungerà ad un tratto in più che avrà individuato. Addizionate, tutte le caratteristiche del soggetto esposto, rese con espressioni caricaturali, verranno fuori: una somma esagerata e irresistibile che risulta non solo divertente, ma illuminante. Il buon senso, la logica, la coerenza vanno a farsi benedire, ma le trovate in questa e nelle altre situazioni risultano fantastiche. Lo spiazzamento, i linguaggi incongruenti, le ripetizioni di quadretti assurde, i travestimenti immaginari: tutto, anche la caricatura più feroce, è accolto con un sorriso e rassegnata benevolenza. Una volta entrati nell’atteggiamento ludico si gestiscono in pieno rilassamento complimenti e insulti, ritmi sostenuti e sorprese inaudite.

 

 

Un’allegra umiltà

 

Quello che meraviglia è che nessuno se ne ha a male. Tanto tutti i tempi arrivano, anche quelli di una maligna rivincita. E sopraggiungono velocemente, infatti i due giorni di incontro con l’accademia della risata volano, lasciando uno strascico di risultati di cui però non si ha immediata consapevolezza. I più incisivi sono quelli dell’ultimo esperimento, quando si evoca ancora un’esperienza sgradevole, un altro fatto banale, ma non risolto, un piccolo smacco. Questa volta lo si mette per iscritto e lo si illustra con il proprio autoritratto. Quelle tracce, accompagnate da un titolo, diverranno la sceneggiatura di un film affidato ad un compagno di corso che nei panni del regista sarà obbligato a fornire spiegazioni e risposte alle domande per lo più insensate formulate in una immaginaria conferenza stampa. Il cineasta di turno dovrà anche trasformarsi in un manifesto vivente, immobile e ovviamente esilarante, del titolo e del ritratto che figurano sul biglietto. Ma quando sui foglietti mescolati e fatti circolare velocemente ogni partecipante scriverà nell’anonimato un aggettivo relativo all’autore, questi si troverà a leggere ad alta voce una sfilza di qualifiche che gli preciseranno che cosa gli altri pensano di lui. L’attestato, un tantino imbarazzante, lo porterà a riflettere sui suoi comportamenti e sulle relazioni con il prossimo. Ne uscirà lusingato o immusonito, dipende, ma avrà svegliato l’immaginazione che tende sempre a impigrirsi e avrà raccolto le proprie energie per incanalarle nella invenzione, nella creatività e nella fantasia. Non solo: con allegra umiltà e un pizzico di autoironia si disporrà a controllare nella vita di tutti i giorni le espressione del volto, gli atteggiamento della propria figura e il suo tratto con gli altri. E a coltivare nel futuro la piantina del riso.

Mirella Caveggia

http://www.dimensioni.org

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