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Un dono di Dio: la santità si può! da Giovani per i Giovani

Una vita ordinaria vissuta in modo straordinario: il cammino verso la santità a volte sembra così difficile, così lontano dalla nostra portata... sbagliato! Essere santi non è così improponibile, come ci dimostrano le esperienze di vita dei giovani Laura Vicuña e Zeffirino Namuncurà. Forse non sono molto conosciuti, ma sono veri semi di spiritualità giovanile che ci permettono di vedere anche in terre lontane le linee del sistema preventivo di Don Bosco... Entrambi hanno qualcosa da dirci: vedrete anche voi che il puntare alla santità non è solo un sogno...


Un dono di Dio: la santità si può! da Giovani per i Giovani

da GxG Magazine

del 18 febbraio 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ZEFFIRINO

 

CARTA DI IDENTITÁ

 

Nome e cognome:

Zeffirino Namuncurà

Nazionalità

argentina

Residenza

Viedma

Nato il

26 agosto 1886 - Chimpay, rive del Rio Negro

Morto il

11 maggio 1905 - Roma

Beatificato

11 novembre 2007 (Venerabile :1972)

Professione

studente

Gruppo di riferimento

salesiani

La mia storia può sembrare uguale a mille altre storie, non credo di aver fatto nulla di particolarmente eroico o singolare tra le esperienze della mia vita, anche se mio padre Manuel, ultimo grande cacico delle tribù indios araucane, dovette arrendersi nel 1883 alle truppe della Repubblica Argentina e da quando nacqui, nel 1886, cercò di farmi diventare un valoroso difensore della nostra razza. Ma, a dire la verità, non ero convinto che dovesse essere questo il mio destino. A 11 anni chiesi al mio amico missionario don Milanesio di portarmi a studiare per poter alfabetizzare ed evangelizzare il mio popolo. Nel 1897 entrai in un Collegio salesiano come studente interno. Respiravo un clima particolare nell'ambiente salesiano, che mi incentivava a impegnarmi nello studio, imparando lo spagnolo e seguendo il catechismo. Un anno dopo feci la prima comunione.

Fu nel 1902 che la mia salute cominciò a deteriorarsi. Gli esami clinici riscontrarono la tubercolosi. Monsignor Cagliero decise di riportarmi a Viedma con la speranza che l'aria di casa potesse aiutarmi a ritrovare la salute. Comunque agli inizi del 1903 cominciai gli studi secondari come aspirante salesiano nel Collegio 'San Francesco di Sales'. Avevo 16 anni. Nonostante il clima e la vicinanza di molte persone, le mie condizioni di salute non davano segni di miglioramento. Fui mandato a Torino, e poi a Roma, a Villa Sora. Nel marzo del 1905 la tubercolosi si aggravò, e dovetti essere ricoverato a Roma nell'ospedale 'Fatebenefratelli' sull'isola Tiberina. Qui fui affidato alle cure del medico personale del papa Pio X, che avevo incontrato pochi mesi prima.

Fu un periodo di sofferenza, la malattia mi toglieva le forze…ma questo non mi impedì di sentire l’impegno e la perseveranza dei miei amici salesiani, che fecero l’impossibile per garantirmi gli studi e la continuazione del mio cammino verso il sacerdozio. Il loro sostegno e amicizia fu fondamentale per me. Ho imparato che Dio è presente nella vita di ogni giorno, attraverso il suo aiuto e il suo perdono per crescere sempre di più.

L'11 maggio dello stesso anno Zeffirino Namuncurà morì all'età di 18 anni. A monsignor Cagliero, che gli fu accanto fino alla fine, disse queste ultime parole: 'Sia benedetto Dio e Maria Santissima! Basta che possa salvare la mia anima e, per il resto, che sia fatta la santa volontà di Dio'. Zeffirino Namuncurà è il primo aborigeno argentino ad arrivare alla beatificazione, avvenuta poco tempo fa, l'11 novembre 2007. In lui possiamo ricordare e apprezzare nel profondo le antiche tradizioni del popolo mapuche, coraggioso e indomito. È la prima volta che una celebrazione di tale portata avviene non in una grande città, ma in un piccolo paese della Patagonia perché “era la terra dei sogni di Don Bosco e dello stesso Zeffirino”, proprio per testimoniare l’incontro tra le varie culture, nel rispetto delle lingue e delle tradizioni di ciascun popolo.

Dicono di lui: “Esemplare l'impegno nella pietà, nella carità, nei doveri quotidiani, nell'esercizio ascetico. Questo ragazzo che trovava difficile 'mettersi in fila' o 'obbedire alla campana' diventò pian piano un vero modello di equilibrio… era l'arbitro nelle ricreazioni: la sua parola veniva accolta dai compagni in contesa. Era impressionante la lentezza con cui faceva il segno della croce, come se meditasse ogni parola; anzi correggeva i compagni insegnando loro a farlo adagio e con devozione. Sembrava che si fossero invertite le parti: l'indio convertiva i bianchi'.

LAURA

 

CARTA DI IDENTITÁ

 

Nome e cognome:

Laura Vicuña

Nazionalità

cilena

Residenza

Temuco, Quilquihuè, Junin de los Andes

Nata il

5 aprile 1891 – Santiago del Cile

Morta il

a soli 13 anni nel 1904 – Junin, Argentina

Beatificata

3 settembre 1988 al Colle Don Bosco – da  Giovanni Paolo II

Professione

studentessa

Gruppo di riferimento

FMA e salesiani

 

 

Ciao amici!

Penso che abbiate già sentito parlare di me. Sono Laura Vicuña, e ho festeggiato da qualche anno il mio centenario, in occasione del quale c’è stata grande festa in tutte le case salesiane. Desidero raccontarvi la mia storia, per farvi conoscere quello che anche voi, come è accaduto a me, potete far diventare realtà, nel quotidiano, nelle piccole cose, nella semplicità.

 

I miei genitori si chiamavano Domingo Vicuña, il quale era un perseguitato politico, e Mercedes Pino. Avevo anche una sorellina, Julia Amanda. Dopo la morte improvvisa di mio padre, data da una polmonite acuta, ci sentimmo pervadere dallo sconforto e dall’incertezza del futuro. Come poteva mia madre sostenere da sola il peso della famiglia? Decise di cercare nuove strade per poter sopravvivere, per garantire a me e a mia sorella una possibilità di andare avanti: ci allontanammo da Temuco, dove vivevamo, per dirigerci verso Junin delle Ande, e dovete sapere che non fu certo un viaggio facile. Sapeva che lì c’era una scuola per noi e che lei avrebbe trovato lavoro. Dopo varie vicissitudini, fu finalmente accolta nella fattoria del possidente Manuel Mora, a Quilquihuè. La fama di quest’uomo non mi rassicurava, era tenace e temerario, dal passato burrascoso, senza scrupoli né timore di nessuno. Mia madre accettò di stabilirsi nella sua casa, quando egli gli offrì di diventare la sua compagna. In realtà, non era convinta nemmeno lei per ciò che riguardava Mora, ma in quel momento questa prospettiva rappresentava l’unica stabilità dopo le lunghe peregrinazioni senza mèta. Io e Amandina fummo mandate al collegio delle suore Figlie di Maria Ausiliatrice di Junìn, per studiare. Mora ci avrebbe pagato gli studi. Fu duro separarci da nostra madre, mia sorella piangeva.

Ma nell’ambiente povero e semplice di Junìn si respirava un’aria di allegria speciale. Le suore vivevano con noi lo spirito di famiglia e il carisma proprio delle case salesiane. Fu lì che iniziò a cambiare davvero la mia vita, che scoprii i valori più importanti che si possano sperimentare… Uno dei più importanti, la creazione e la scelta delle amicizie giuste, positive che fanno crescere gli ideali di cui ciascuno di noi è depositario.

 

Il 31 maggio 1901 feci la Prima Comunione, avevo 10 anni. Era un passo importante all’interno di un rapporto molto particolare: la mia amicizia con Gesù. Mi impegnai ad amarLo con tutte le mie forze; come diceva Domenico Savio: “Voglio morire prima di peccare”: non avrei vissuto lontano da Lui. Avrei fatto tutto il possibile affinché Gesù fosse conosciuto e amato da tutti, soprattutto dalla mia famiglia. In questo cammino mi aiutarono i sacramenti della confessione, il mio direttore spirituale e amico don Crestanello, la testimonianza e l’eroismo delle suore, mie maestre e modelli, la preghiera e l’Eucaristia... e, come no, la fiducia grande in Maria Ausiliatrice. Mi sembrava facile rendermi conto che Gesù era sempre presente nel mio ricordo. Dovunque mi trovassi, fosse in classe, o nel cortile, quel ricordo mi accompagnava, mi aiutava e mi consolava.

 

La vita di fede è impegno con chi ci sta attorno, no? Stiamo parlando di regali...di doni di Dio...e credo che la felicità consista nel fare della nostra vita un regalo per gli altri.

La mia migliore amica si chiamava Merceditas, era più grande di me di tre anni; tra di noi si creò un legame speciale, basato innanzitutto su una grande fiducia. Con lei mi fu più facile essere coraggiosa e prefiggermi tante cose. Ci aiutavamo a vicenda, pregavamo insieme, abbiamo riso e pianto insieme. Un altro dei miei amici fu un giovane salesiano, Felix di Valois Ortiz. Fummo subito in sintonia e ci aiutammo molto. Gli amici ci aiutano a capire noi stessi.

 

La vita al collegio trascorreva felice, ma era tutto molto diverso quando tornavo a casa in vacanza. Quell’uomo, Manuel Mora, era prepotente e aggressivo. Mi rendevo conto sempre più che non era gentile con mia madre, la sgridava speso, la trattava come una schiava…arrivò persino a picchiarla. Più tardi cominciò ad avere atteggiamenti equivoci verso di me, tentativi di molestia... Mora pensava che sarei stata una preda facile. Di fronte ai miei rifiuti diventava sempre più violento, soprattutto verso mia madre. Una volta diede una festa e volle invitarmi a ballare, io rifiutai, mia madre mi implorò: “un ballo solo non ha importanza”; ma io sapevo che Mora non si sarebbe rassegnato. Insisté più volte, ma anch’io nei miei rifiuti... allora la sua rabbia e le minacce si ripercossero sulla mia famiglia. Nonostante questo, mia madre non riuscì ad essere coraggiosa. Perché? Perché non si ribellava?

 

Più tardi, la mia amica Merceditas fu ammessa come postulante. Anche io volevo diventare una suora di Maria Ausiliatrice, sarebbe stata la mia gioia più grande, ma a volte le strade che Dio ha scelto per noi non sono come le immaginiamo…

La situazione di mia madre non me l’avrebbe permesso. Un giorno, ascoltando il Vangelo, capii: “Non c’è amore più grande che dare la vita per quelli che amiamo”... Era quello che aveva fatto Gesù. E se avesse dovuto essere proprio questo…il dare la vita in cambio di quella di mia madre?

Verso il termine della sua vita, dal letto della malattia, le sue condizioni aggravate dopo che  Mora l’aveva rincorsa e picchiata in strada fino a tramortirla, Laura chiama la mamma e le fa una sconvolgente rivelazione:

'Mamma, sto per morire. L'ho chiesto a Ges√π.

Due anni fa gli ho offerto la mia vita per ottenere il tuo ritorno a lui. Oh, mamma, sì, prima di morire, potessi avere la gioia di saperti in pace con il Signore!'.

'Sono dunque io la causa delle tue sofferenze! Sì, Laura, te lo prometto, te lo giuro; farò ciò che tu chiedi!'

 

Mercedes mantenne la sua parola. Sarebbe stata coraggiosa, avrebbe lasciato Mora per ritornare sul cammino della fede. Era il 22 gennaio 1904, quando Laura chiuse gli occhi e salì in cielo, dove potè finalmente vedere quanto Dio l’ aveva amata.

 

 

DOMANDE: per guardare in noi stessi...

Quali persone e quali cose ti aiutano a vivere la tua fede? Con chi condividi i tuoi dubbi? 

Che qualità hai tu come amico/a? Cosa fai per prenderti cura delle tue amicizie? E queste, cosa ti portano?

Giovanni Paolo II, parlando ai giovani a Toronto, ha detto: “Non aspettate di avere più anni per avventurarvi per il sentiero della santità!”. La santità è sempre giovane, cosìcome è giovane l’eterna gioventù di Dio. La santità non è questione di età”. Cosa pensi di questo?

Elisabetta Venturini

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