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Tutti sull'attenti ma nessuno gliel'aveva detto...

Prendersi cura, nella lingua inglese, si dice: «I care». Leggendo le preziose pagine di Nowen sulla «forza della solitudine», ho trovato che «Care» deriva dal gotico «Kara» e significa: lamento, afflizione, condivisione del dolore altrui. Prendersi cura non è l'atteggiamento del forte nei confronti del debole, ma di chi si porta sulle spalle e nel cuore la sofferenza dell'altro, di chi sta accanto anche in silenzio, impotente, di fronte a una malattia, al dolore altrui.


Tutti sull’attenti ma nessuno gliel’aveva detto...

da L'autore

del 29 gennaio 2008

È capitato ad un’assemblea di studenti delle scuole superiori a Varazze e dintorni. Erano più di 400 a gremire l’auditorium presso il Palazzo dello Sport per l’incontro organizzato dalla «Nostra Famiglia». Nella prima parte della mattinata sul tema della diversità erano intervenuti, con il loro modo spigliato e sereno, i Barabba’s clown e i loro educatori.

Nella seconda, Fabrizio Macchi, un campione ciclista che corre con una gamba sola, avendo perso l’altra all’età di 14 anni, roba da andar giù di testa. Non ci è andato! Nei tre lunghi anni d’ospedale con una serie impressionante di interventi, gli è sempre stata accanto la mamma, che si è preso cura di lui.

Prendersi cura, nella lingua inglese, si dice: «I care». Leggendo le preziose pagine di Nowen sulla «forza della solitudine», ho trovato che «Care» deriva dal gotico «Kara» e significa: lamento, afflizione, condivisione del dolore altrui. Prendersi cura non è l’atteggiamento del forte nei confronti del debole, ma di chi si porta sulle spalle e nel cuore la sofferenza dell’altro, di chi sta accanto anche in silenzio, impotente, di fronte a una malattia, al dolore altrui.

Il film-intervista su Fabrizio ha commosso tutti! Girato nel reparto oncologico del San Matteo di Pavia, tra ragazzini e ragazzine ricoverati come lui per tumore, è il racconto dell’odissea di Fabrizio in ospedale, sottolineato da flash-back sulle sue imprese in bici. Ho pianto di commozione, ma non ero il solo.

Quando il documentario è giunto alla fine, senza che alcuno lo ordinasse, gli studenti e le studentesse presenti, si sono alzati quasi di scatto dal loro posto e hanno applaudito a lungo, un battimani sentito, non precettato! Sono venuto via dall’assemblea ancor più convinto che i giovani sono ancora sani e, quando incontrano una persona «sana», le vanno dietro.

Fabrizio ha appreso dal correre in bici come vincere la sua «diversità», trasformandola in originalità, un’autentica sfida alle convenzioni, ai giudizi immaturi di chi ritiene poveracci e infelici quelli che comunemente chiamiamo «handicappati», «disabili», incapace quindi di intendere il loro linguaggio, il loro spirito di sacrificio, la loro voglia di vivere e di amare come tutte le persone del mondo. Cinquant’anni anni fa, quando ero ragazzo, gli handicappati erano nascosti in casa, nelle loro stanze, considerati quasi un castigo alla famiglia e alla società. Oggi l’atteggiamento è cambiato: essi «nascono due volte», la seconda quando sono accettati e stimati e valorizzati per quel che sono: originali!

È avvenuto così per Fabrizio che nel documentario appare circondato da tanti amici. Così per la «Rossa», nata tetraplegica e laureata in psicologia, grazie agli amici dell’oratorio. Così per Massimo, diventato cieco nell’adolescenza, laureato alla Bocconi e oggi insegnante di economia in una Università degli Stati Uniti. Così per Gabri, nato sordomuto, che si è inserito bene nella scuola grazie ai compagni che non lo hanno trattato da diverso. I casi, che ho citato, sono di persone dove l’intelligenza era viva, notevole, per gli altri, dove è debole, ferita o mancante, la sfida è ancora da vincere!

 

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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