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Tu credi in Dio?

Lavoro in una comunità alloggio per minori, vi abitano ragazzi italiani e stranieri, molti d'origine araba. Preciso che non sono credente (lo preciso soltanto perché ciò che dico sia preso per la sua valenza culturale e non sia liquidato come fideista), ma sono consapevole che l'Occidente è anche oggettivamente il Cristianesimo....


Tu credi in Dio?

da Teologo Borèl

del 09 settembre 2008

H. un giorno mi ha raccontato la Messa. H. ha undici anni e viene dal Marocco, allora frequentava la scuola elementare e la sua classe era andata a Messa nel periodo pasquale. H. ha deciso di seguire i suoi compagni perché era curioso di vedere cosa succedeva. C’è un uomo che parla e tutti ascoltano, poi lui dà loro qualcosa da mangiare.

Lavoro in una comunità alloggio per minori, vi abitano ragazzi italiani e stranieri, molti d’origine araba. Preciso che non sono credente (lo preciso soltanto perché ciò che dico sia preso per la sua valenza culturale e non sia liquidato come fideista), ma sono consapevole che l’Occidente è anche oggettivamente il Cristianesimo. Si parla di Dio a tavola qualche volta, con ingenuità ma seriamente, come i ragazzini sanno essere. Dio è lo stesso, sta in alto e quando scende sulla terra assomiglia ai popoli che incontra, ha detto K., egiziano, 14 anni. Si parla di Dio perché fa parte della vita, delle domande della vita. I ragazzini chiedono cosa c’è dopo la morte e come si fa ad amare una donna. Ma sì dopo quando moriamo siamo tutti uguali, andiamo tutti nello stesso posto, semplifica I., marocchino, 15 anni. Si parla di Dio con naturalezza, masticando, ridendo, stupendosi, in fondo basta parlarsi, conclude A., italiano, 13 anni.

Quando è periodo di Ramadam permettiamo di seguirlo, a determinate condizioni che tutelino la salute, una sorta di patto tra il carico quotidiano (la scuola, lo sport,…) e il legame con il paese d’origine. Per loro fare il Ramadam ha sostanzialmente un valore culturale, di rapporto con la famiglia lontana. Cucinano il pane arabo sporcando tutta la cucina di farina e la sera poi lo mangiano con la pasta al sugo. Quando arriva Natale fanno un sacco di domande. L’ambiente in cui lavoro è laico, ma c’è un insieme di tradizioni culturali, famigliari, oltre che religiose, con cui i minori stranieri vengono a contatto, tramite la scuola, la città, gli amici che frequentano. Loro chiedono di condividere, di conoscere. Facciamo il presepe? Mi ricorda il mio paese, ha detto l’anno scorso T., marocchino, 14 anni. Hanno rispetto profondo per questo insieme di riti. Anzi, guardano con diffidenza chi non ci crede. Tu credi in Dio? Mi chiedeva quest’estate Z., marocchino, 14 anni, mentre camminavamo sulla spiaggia. La sua richiesta ha un valore che trascende la dimensione religiosa. L’ho visto molte volte nei ragazzi che interrogano ogni giorno sul bene e sul male, anche mentre non ci accorgiamo. Vogliono sapere quanto spessore umano c’è in quello che si dice, quanta messa alla prova, quanta concessione al mistero, quanta tradizione culturale ci definisce e racconta di noi. Ragazzi stranieri lontano da casa, per loro dio è un’identità da difendere, una famiglia. Sapere che il paese e le persone che li accolgono hanno lo stesso tipo di intensità per il proprio ambiente e per la propria cultura, non fa altro che fortificare il rapporto. Bisogna mostrare un mondo che rispetta l’altro perché rispetta prima di tutto sé stesso, diversamente non sarebbe credibile. È davvero stolto l’atteggiamento di molta parte della nostra società culturale che annulla ogni accenno di identità religiosa pensando così di accogliere meglio l’altro. Se un uomo vuole incontrare un altro uomo, deve avere un’identità. Deve avere caratteristiche, pregi e difetti, domande e un ventaglio di risposte, deve riconoscere la propria storia. Deve poter accogliere l’altro in una casa abitata. Dove c’è negazione di sé c’è impossibilità di incontro, e nell’incontro scambiarsi pensieri, preoccupazioni, scambiarsi cibo e racconti.

Un adulto che non si definisce in maniera forte e chiara, non diventa credibile per un minore. Una cultura che non si difende, non diventa credibile per lo straniero. Per fortuna che c’è ancora gente che va in chiesa, ha detto C., rumeno, 16 anni, mentre tornavamo a casa la sera domenicale e un flusso di persone usciva da una chiesa. Non si stava riferendo alla fede, né alla religione nella sua complessità. C. stava dicendo “per fortuna che c’è ancora qualcuno che compie un rito, che crede in qualcosa, che condivide una festa, per fortuna che c’è ancora una storia da raccontare”.

Paola Turroni

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