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THE PASSION.Introduzione di Don PASCUAL CHÁVEZ e approfondimento del 'Cristo mo...

Mel Gibson per il suo film The Passion si è ispirato alla visione che Dostojevsky aveva della crocifissione. Mi piace qui ricordare in sintesi quello che il grande scrittore russo ha scritto. Nel suo romanzo “L'idiota”, ha una lunga descrizione riguardo la crocifissione. Dostojevsky aveva fatto una visita al museo di Basilea, dove aveva trovato un dipinto di Hans Holbein il Giovane che ha come titolo: “Cristo morto'...


THE PASSION.Introduzione di Don PASCUAL CHÁVEZ e approfondimento del 'Cristo morto' di Holbein

da Quaderni Cannibali

del 11 aprile 2004

The Passion

Introduzione di Don Pascual Ch√°vez

 

 

Mel Gibson per il suo film The Passion si è ispirato alla visione che Dostojevsky aveva della crocifissione. Mi piace qui ricordare in sintesi quello che il grande scrittore russo ha scritto.

Nel suo romanzo “L’idiota”, ha una lunga descrizione riguardo la crocifissione. Dostojevsky aveva fatto una visita al museo di Basilea, dove aveva trovato un dipinto di Hans Holbein il Giovane che ha come titolo: “Cristo morto” (The Body of the Dead Christ in the Tomb, 1521 Olio su legno - 30.5 x 200 cm - Offentliche Kunstsammlung, Basel). Lui è rimasto per una intera giornata dinanzi a quel dipinto e piangeva: vi è il corpo di Cristo dopo la cruenta sofferenza, la passione, così come la rappresenta il film, una passione durata sei ore; questo secondo i calcoli fatti da Dostojevsky. Questo ha voluto rappresentare il film: la passione ovvero le sei ultime ore di vita di Gesù.

In quel quadro si vede proprio il corpo, il cadavere di Cristo completamente nelle mani della morte. Dostojevsky, guardando quel dipinto, piangendo accanto a sua moglie, diceva: “Se Lui si fosse visto così, io mi domando se si sarebbe azzardato a dire che dopo tre giorni sarebbe stato resuscitato”. Lui che durante la sua vita sembrava avere potere sulla natura e invece lì, nella morte, si è consegnato completamente.

E ancora Dostojevsky si domandava se in quel tempo, quelli che erano i suoi primi apostoli, le donne che lo avevano accompagnato da Nazareth fino a Gerusalemme, vedendolo morire in quel modo, potevano veramente aver creduto che Lui fosse il Cristo. In quel romanzo si trova una riflessione molto lunga sulla passione di Cristo che richiama, almeno così mi sembra, quello che abbiamo visto nel film. Dostojevsky ricorda che gli artisti sono abituati a rappresentare Cristo, quando viene deposto dalla croce, con dei tratti di straordinaria bellezza nel suo volto, invece in questo dipinto non c’è ombra di bellezza. O meglio vi è quella bellezza che salverà il mondo che è l’amore.

Nel dipinto di Holbein si rappresenta un vero cadavere di un uomo che ha subito torture senza fine prima della sua crocifissione, - è sempre Dostojevsky che riflette - un uomo che è stato ferito, flagellato dalle guardie, dal popolo quando stava portando la croce. Un uomo che ha patito il supplizio della crocifissione durante sei ore. Un volto rappresentato senza compassione alcuna, così come viene 'visto' dalla natura. La verità che appare: il cadavere di un uomo, indipendentemente da chi sia stato, dopo tale passione. Io so che la Chiesa Cristiana ha stabilito fin dall’inizio dell’esistenza che il Cristo non ha sofferto in maniera simbolica, ma reale, in quanto anche il suo corpo sulla croce è stato subordinato totalmente alla legge della natura. Nel dipinto il volto è completamente maltrattato dalle percosse, con gli occhi aperti, vitrei.

Di fronte a quel dipinto, dice Dostojevsky, ci si deve porre una domanda fondamentale: “Ma i suoi discepoli, i suoi futuri apostoli, le donne che lo hanno accompagnato ai piedi della croce… tutti questi hanno creduto in Lui? Hanno visto il cadavere, così come viene dipinto da Holbein. E come potrebbero aver creduto innanzi a un corpo così distrutto, che quel corpo, quel cadavere sarebbe resuscitato?”.

 

(testo trascritto e non rivisto dall’autore)

 

 

APPROFONDIMENTO

Il Sepolcro: Holbein

 

“Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede”

 

A parlare è il Principe Myskin, l’idiota di Dostoevskij. Ha visto il Cristo nel sepolcro di Hans Holbein, conservato a Basilea, e ne è rimasto segnato, a tal punto da non riuscire a cancellare il volume di sofferenza che quel corpo ha accumulato in sé. Il riferimento è comunque fugace. Scorrono le pagine del romanzo, e scorre la sua vicenda, finchè l’inquietudine addensata in quel quadro torna nuovamente a galla. Ancora come domanda sulla fede. Qui è Ippolito a parlare - la pagina é molto nota, ma vale la pena ricordarla -: “quando guardi quel corpo straziato, ti viene una domanda curiosa e particolare: se era quello il corpo (e doveva essere proprio così) che videro i suoi discepoli, soprattutto i suoi futuri apostoli, le donne che lo avevano seguito e assistito vicino alla croce, che credevano in lui e lo adoravano, come potevano essi credere, guardando un cadavere ridotto così, che quel martire sarebbe risorto? Viene spontaneo pensare che la morte è così terribile e se sono così potenti le leggi della natura come è possibile sconfiggerle? Come fare a sconfiggerle se non ci è riuscito nemmeno Colui che aveva superato le leggi della natura durante la sua vita?”.

(di Maurizio Ciampa)

 

 

         Attraverso le parole di Ippolit, Dostoevskij non mette in questione la figura di Cristo, ma il fatto che Egli possa vincere la morte, “belva enorme, implacabile e cieca”. Quel cadavere devastato porta con sé il dubbio, fomenta la disperazione. Dostoevskij immagina che essa insidi il cuore dei fedeli a Cristo: “Le persone che circondavano il morto, che non appaiono nel quadro, quella sera dovevano essere in un terribile stato di ansia e turbamento che aveva distrutto tutte le loro speranze e la loro fede in un colpo solo”.

 

         Nel sepolcro di Holbein c’è un solo vincitore: la Natura. La sua legge non consente deroghe. Holbein sembra affermarlo ancor più perentoriamente di quanto facci allo stesso Grunewald. Non è molta la distanza che separa Basilea da Colmar. Ma a Colmar la struttura muscolare del corpo del Cristo tradisce il furore e il rifiuto, la lotta; a Basilea è il rigor mortis. A Colmar il centro è la croce, e sulla croce la vita si è spenta producendo un ultimo fremito. A Basilea, il centro è la tomba, dove la vita è ormai assente. La vita ha lasciato il corpo del Cristo di Holbein. Nulla fa pensare che esso possa essere restituito. Un cadavere occupa il Sepolcro. “Nessuno è morto così come è morto Cristo”, dice Romano Guardini. Lo testimonia questo Cristo affondato nella morte, e dalla morte annientato.

 

Al visitatore, il quadro di Holbein si presenta quasi all’improvviso. Ma quando l’attenzione cade su quel corpo martoriato ogni altra immagine viene annullata. Colpisce l’esattezza con cui è stata ritratta la catastrofe che si è abbattuta su quel corpo: il volto è nero, l’occhio è rovesciato, vitreo, la ferita aperta sul piede, vista da vicino, appare un buco, la mano è livida, la bocca aperta. Nulla si può aggiungere all’esattezza di quel segno nitido, fermo. Ogni suo tratto suona come un verdetto, drastico, implacabile riempie la piccola sala del Museo di Basilea.

 

 

Il Sabato

 

        “Sincope storica”, dice Gabriel Marcel del Sabato della Passione. Giorno di lutto e di silenzio. Tempo vuoto. “Lacuna incomprimibile nella volubilità del tempo” commenta Xavier Tilliette ne La Settimana Santa dei filosofi. Libro indispensabile, quello di Tilliette, per attraversare le zone dense di antinomicità dei giorni della Passione. E’ un libro che non si attiene all’ovvia evidenza della secolarizzazione, è memoria della Passione, ma anche gesto del Pensiero che non teme di attraversarla.

 

Sincope, lacuna, tempo vuoto, sono le espressioni che avvicinano al Sabato santo. E un’altra più radicale espressione parla di “morte in Dio”. Quel corpo livido, gonfio, tumefatto, sanguinante, arreso alla morte, della morte pare sancire il dominio. E’ destinato a risorgere il cadavere raffigurato da Hans Holbein? La putrefazione sale dall’estremità dei piedi e delle mani. E con essa si espande il nulla, che incombe sul Cristo come la pietra che chiude il Sepolcro. L’abbandono è qui al suo culmine. Non sulla croce, ma qui, nell’assoluta solitudine del Sepolcro. In questa solitudine si consuma la morte di Dio. Hans Holbein la ritrae.

 

         Ma il Sabato percorre anche altre strade. Non aggirano il Sepolcro, ma attraversano il suo tempo vuoto, il punto di frattura di quell’intervallo che in Holbein è squarcio, voragine, silenzioso abisso. Scrive Xavier Tilliette: “Perchè il Cristo sia resuscitato bisogna che scavalchi l’apertura della morte, l’intervallo della tomba. L’abisso dell’essere morto di Dio s’interpone ed è qui, hic Rhodus, varcandolo, abbandonandosi, che la fede si prova e si conferma; l’essere cristiano non risiede al di là, ma nella discontinuità accettata - rannicchiato nel cuore della roccia”.

 

         Altre considerazioni. D’altra parte, non si può che braccare il senso di quel tempo vuoto e desolato in cui Dio viene a morte. Non si può che sostare attorno a quel sepolcro. Il suo tempo per von Balthasar non è vuoto, non precipita nel nulla. Esso è solcato dal cammino del Cristo verso i morti. “Egli andò verso le anime in carcere e predicò ad esse”. Nella Teologia dei tre giorni von Balthasar riprende la Prima lettera di Pietro. L’esperienza dell’Inferno si sviluppa trinitariamente come evento salvifico: “L’inferno appartiene ormai a Cristo. Ed Egli, risorgendo con la conoscenza di esso, può comunicare anche a noi questa conoscenza”.

 

Redazione GxG

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