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«The Millionaire» di Danny Boyle

Il testo si interroga sui motivi per i quali il film The Millionaire del regista britannico Danny Boyle (produzione a basso costo, trama scontata, melodramma privo di scatti creativi) ha vinto ben otto Academy Awards durante l'ultima notte degli Oscar. Il successo del film è dovuto alla sua capacità di rispondere a un bisogno di riscatto e di giustizia, presente nelle nostre società, che percepiscono se stesse come luoghi di ingiustizia.


«The Millionaire» di Danny Boyle

da Quaderni Cannibali

del 25 marzo 2009

Jamal, ragazzino delle baraccopoli di Mumbai, in India, vive una vita caratterizzata da continui abusi e intimidazioni. Perfino la madre, unica figura della sua infanzia piena di tenerezza, viene uccisa durante uno scontro tra musulmani e indù. Dopo la sua morte, Jamal e il fratello Salim, insieme ad altri bambini di strada, vengono rapiti e sfruttati da un gangster senza scrupoli. In questo periodo nasce il suo amore per Latika, una bambina che condivide la stessa sorte di Jamal, ma dalla quale il fato lo separa. Gli anni passano, e la vita continua ad essere spietata per Jamal. L’unica nota positiva è data dal ritrovamento, seppur fugace, dell’amata Latika, ma ben presto i due vengono nuovamente separati. In un ennesimo tentativo di ritrovare il suo primo e unico amore, Jamal finisce per partecipare al superquiz televisivo «Chi vuol esser milionario», grazie al quale, non senza subire nuovi abusi, trova fama, ricchezza e finalmente anche la sua amata Latika.

 

Una trama, secondo molti, piuttosto scontata, un melodramma senza particolari scatti creativi neppure da un punto di vista della regia, eppure The Millionaire (titolo originale Slumdog Millionaire), del regista britannico Danny Boyle, ha vinto ben otto Academy Awards durante l’ultima notte degli Oscar, tra cui anche il premio come miglior film dell’anno. Un vero e proprio miracolo per una produzione a basso costo che i primi distributori volevano vendere direttamente in Dvd, senza neanche farla passare per le sale. Eppure questo film, sul quale inizialmente nessuno avrebbe scommesso nulla, si ritrova oggi in vetta alle classifiche per numero di spettatori.

 

Partita dal romanzo Le dodici domande, dell’indiano Vikas Swarup (titolo originale inglese: Q & A), la storia è stata poi adattata al cinema da Simon Beaufoy (già sceneggiatore di The Full Monty) e scelta da Daniel Boyle per dirigerla (tra le sue opere ricordiamo Trainspotting e The Beach). Dopo la produzione, il film ha cominciato la sua scalata al successo facendo parlare di sé al Telluride Film Festival, dell’omonima città nel Colorado (Usa). Ha poi vinto il premio del pubblico al Toronto Film Festival ed è infine uscito nelle sale americane con un’escalation di incassi che lo ha visto in tre mesi passare da una distribuzione iniziale in dieci sale a una finale in 2.244 (1). Il film ha mietuto un premio dopo l’altro, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, fino ad arrivare all’apice del successo con gli Oscar dello scorso 23 febbraio.

 

Come spiegare l’incredibile esito di questo film? Il suo destino è curiosamente simile a quello del suo protagonista: un perdente che finisce per risultare inspiegabilmente vincente. È il film stesso a porsi la domanda del successo di Jamal. La pellicola, infatti, comincia con una domanda nello stile del quiz televisivo, esterna alla narrazione e rivolta a noi che guardiamo il film: «A Jamal Malik manca soltanto una risposta per vincere 20 milioni di rupie. Come ha fatto ad arrivare fino qui? Ha barato, è stato fortunato, sapeva le risposte o era scritto?». Lo spettatore ha a disposizione il tempo della durata del film per dare la sua risposta, ma alla fine gli verrà svelata quella esatta, proprio come nel quiz televisivo. E la risposta giusta è: era scritto.

 

 

Il destino

 

Alcune imponderabili coincidenze e un inafferrabile fato che guida gli eventi hanno un ruolo molto importante nel film, che sembra pensato per sostenere la tesi dell’esistenza di un vero e proprio destino. Il regista Danny Boyle afferma, inoltre, che coincidenze misteriose si sono manifestate anche durante le riprese del film e perfino, ad esempio, dopo gli attentati di Mumbai, avvenuti presso la stessa stazione dove si svolge la scena finale del film (2), per non parlare dell’inaspettato successo e della pioggia di Oscar. Insomma, «era scritto» da qualche parte che The Millionaire dovesse diventare il film-evento dell’anno, ma per l’esattezza, dove era scritto?

 

Innanzitutto nelle regole di una buona sceneggiatura, che deve condurre lo spettatore a identificarsi con il protagonista. Jamal è un prodotto atipico delle baraccopoli. Cresciuto in un clima di violenze e soprusi non diventa, però, come l’ambiente che lo circonda, violento e opportunista, ma mantiene purezza di intenti e di azioni. Non reagisce mai alla violenza con la violenza, se non per difendere la ragazza che ama sin da bambino, e sempre contro avversari che sono troppo più forti di lui per poter fare loro del male. Allo stesso modo non risponde mai all’inganno con l’inganno, ma dice sempre la verità. Jamal è un vero eroe senza macchia, ma anche senza spada, una sorta di Superman di kryptonite, un eroe debole come Harry Potter o Frodo Baggins (il protagonista de Il Signore degli Anelli), che si trovano a fronteggiare nemici molto più forti di loro. La sua unica arma è l’onestà, e la sua forza «è che non si arrende mai», come dice di lui suo fratello Salim.

 

Un’altra caratteristica fondamentale di Jamal è quella di essere una vittima metropolitana, un underdog, la cui traduzione migliore è probabilmente «poveraccio» o «povero Cristo». Per un curioso meccanismo psicologico lo spettatore tende infatti a identificarsi con i personaggi sfortunati, vittime di ingiustizie, abbandonati, traditi, mai con il carnefice, con il vincente. E di carnefici Jamal ne ha visti tanti: i poliziotti, il maestro di scuola, i fondamentalisti indù che gli uccidono la madre (nel doppiaggio italiano i ruoli sono stati invertiti per sbaglio), il gangster che lo sfrutta e vuole farne un mendicante cieco, il conduttore del quiz e perfino il fratello, che in più occasioni lo tradisce. Eppure, grazie a una sorta di giustizia divina che si intravede sullo sfondo del film, Jamal è destinato a trionfare, a sopravvivere ai gangster che lo hanno sfruttato, a ridicolizzare il conduttore televisivo che lo ha umiliato, a convincere i poliziotti della sua innocenza e ad essere salvato da quello stesso fratello che lo aveva tradito e che finisce per dare la sua vita per lui. Il lieto fine è talmente imprevedibile che la stessa Latika, l’amata finalmente ritrovata, gli sussurra: «Credevo di incontrarti dopo la morte», momento in cui, in genere, ci si attende che si compia la giustizia divina.

 

Per questi motivi qualcuno ha definito il film una «favola postmoderna», che si conclude con una poco credibile vittoria dell’eroe, il quale, dopo mille peripezie, trionfa sul male e sposa la bella principessa. Il successo del film è la prova che la nostra società ha un disperato bisogno di storie di questo genere, non tanto di redenzione (c’è poco da redimere in Jamal) ma di riscatto, di ristabilimento della giustizia. Evidentemente nel mondo ingiusto di The Millionaire rivediamo il nostro mondo e in Jamal rivediamo noi stessi, vittime di quel mondo. Il film di Boyle non è, come ha detto qualcuno, la versione indiana del sogno americano, perché quest’ultimo è rappresentato dal mito del self-made man, dall’idea che se vuoi veramente una cosa e fai di tutto per ottenerla alla fine la otterrai. Questa, però, non è la filosofia di Jamal, ma del gangster che lo sfrutta e che afferma: «Il destino è nelle tue mani». Il destino di Jamal, invece, non è nelle sue mani, ma «è scritto». La libertà, nel film di Boyle, si gioca nel momento di scegliere tra giustizia e opportunismo. Salim, ad esempio, a volte sceglie di tradire il fratello, a volte di rischiare la vita per salvarlo. Viceversa Jamal è sempre giusto nelle sue scelte. Anche i piccoli furti di cui vive da bambino sono sempre giustificati dalla fame e perpetrati ai danni di persone così ricche da accorgersi a malapena della perdita. E il destino del giusto, sembra dire The Millionaire, è trionfare.

 

Se dunque il destino del successo di Jamal era scritto in un qualche libro della giustizia divina, presupposto dai creatori del film, il successo del film stesso era scritto piuttosto nella sua capacità di rispondere a un bisogno di riscatto e di giustizia, profondamente presente nelle nostre società, che evidentemente percepiscono se stesse come luoghi di ingiustizia.

 

 

Finzione e realtà; ricchezza e povertà

 

Il più grande merito del regista di The Millionaire, oltre ai suoi virtuosismi da music video a cui ci aveva già abituato, è stato probabilmente quello di riuscire a inserire perfettamente un programma televisivo all’interno di una narrazione cinematografica. Questa giustapposizione è talmente chiara per il regista, che il film si apre proprio con un montaggio incrociato dell’interrogatorio di Jamal da parte della polizia e le riprese del superquiz televisivo. Gli strumenti di tortura usati dai poliziotti per interrogare il ragazzo vengono accostati, nel montaggio, alle attrezzature di ripresa del quiz, quasi a dire che si tratta in entrambi i casi di strumenti di violazione della coscienza. Tra televisione e cinema non è mai corso buon sangue, e il film di Boyle non è certo il primo ad affrontare il problema, ma lo fa in modo magistrale, armonizzando perfettamente il mondo fittizio e perfetto dello studio televisivo col mondo degradato ma reale in cui vive Jamal all’interno del film. Secondo la grande tradizione del meta-cinema, Boyle struttura il suo film come una sorta di matrioska. Lo spettatore, cioè, dal suo mondo reale, si trova ad assistere a una finzione cinematografica che al suo interno contiene la finzione televisiva. Il tentativo, molto ben riuscito, è quello di associare al film una sensazione di realtà e allo spettacolo televisivo una di artificialità.

 

Certamente il mondo della televisione non ci fa una bella figura, risultando non solo artificiale, ma anche disonesto (il Gerry Scotti indiano si rivela un vero lestofante) e superficialmente evasivo. È Latika stessa a dire che il programma è «solo un modo di evadere», ma nonostante questa consapevolezza è costretta a guardarlo dal bisogno di fuggire, almeno per un po’, da una vita troppo triste. Eppure, quando Jamal le propone di lasciare tutto e scappare con lui si tira indietro. «Di cosa vivremmo?» chiede all’amato. «Di amore», risponde Jamal, ma questo a Latika evidentemente non basta. La sua vita da prostituta sarà anche brutta, ma almeno è immersa nel lusso: il suo compagno sarà pure un gangster, ma è pur sempre un milionario. Non a caso, infatti, l’unico modo di Jamal per convincere Latika a seguirlo sarà proprio quello di diventare anche lui un milionario. Nel mondo creato da Boyle non si vive di solo amore, ma anche e soprattutto di milioni, e i milioni, nel film, sono associati all’ingiustizia, a  uno stile di vita occidentale e alla televisione. Eppure quel mondo scintillante e milionario è un mondo di finzione, è una costruzione sulla sabbia, un castello di carte destinato a crollare, come i grattacieli di Mumbai circondati dalle baraccopoli.

 

Il conflitto tra finzione e realtà, ricchezza e povertà, costituisce la struttura stessa del film, che non si sforza di far passare un messaggio sociale, ma mette in luce le ambiguità di un certo modo occidentale di vedere la vita. Il problema è che nel finale anche il film di Boyle assume il tono di un’artificiosa favoletta televisiva, che finisce per incarnare un ideale di vita consumista, in cui lo strumento imprescindibile per raggiungere la felicità è il denaro, indispensabile anche all’amore e che il protagonista è costretto a inseguire per coronare il proprio sogno. Ma forse anche questo è stato un ingrediente fondamentale per il suo successo.

 

Un film agro-dolce, dunque, che a un primo sguardo appare come una fiaba di speranza e riscatto, ma che a un secondo livello ribadisce l’invincibilità di un modello di vita che il film stesso dipinge in tutta la sua ambiguità.

 

1 http://www.boxofficemojo.com/movies/?id=slumdogmillionaire.htm

2 Cfr E. Marrese, «Questa favola rischia l’Oscar, ma io farei “Transpotting 2”, in Il Venerdì di Repubblica, 27 Novembre 2008,

http://www.mymovies.it/dizionario/critica.asp?id=410233

 

© La Civiltà Cattolica 2009

 

Giuseppe Zito S.I.

http://www.laciviltacattolica.it

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