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Sugli immigrati cattolici 'Buonisti'?

DI frontea episodi criminosi ad opera di extracomunitari e davanti all'insorgere di atteggiamenti xenofobi, la Caritas italiana indica percorsi educativi e interculturali che siano frutto di politiche condivise dai diversi soggetti sociali.


Sugli immigrati cattolici 'Buonisti'?

da Attualità

del 20 novembre 2007

«Auspico... che le relazioni tra popolazioni migranti e popolazioni locali avvengano nello spirito di quell’alta civiltà morale che è frutto dei valori spirituali e culturali di ogni popolo e paese». Con queste parole Benedetto XVI lo scorso 4 novembre ha chiesto – a chi è preposto alla sicurezza e all’accoglienza – di garantire i diritti e i doveri che sono alla base di ogni vera convivenza e incontro tra i popoli. La sensazione, invece, è che, mentre si continua a morire lungo le nostre coste e nelle nostre città, ci si limiti a rincorrere sempre l’ultima carretta di disperati o a cavalcare, in modo troppo spesso emotivo, l’ultimo efferato delitto che semina paura e insicurezza, senza riuscire a governare il fenomeno con politiche coordinate.

 

 

Le molte facce dell’immigrazione. Nello specifico, in tema di immigrazione, occorre considerare in modo congiunto una pluralità di aspetti: accordi con gli stati di provenienza, costruzione di percorsi di pacificazione nei territori del mondo costantemente in conflittualità, gestione e accompagnamento dei flussi, ricongiungimenti familiari, lotta decisa alla criminalità che brutalizza la vita di minori, donne e uomini disperati, progetti di cooperazione e di riduzione o di cancellazione del debito, e soprattutto grande, comune e ricco lavoro sull’integrazione e politiche immigratorie sempre più collocate nel contesto europeo.

Il 2008, Anno europeo per il dialogo interculturale, è ormai alle porte e può essere un’opportunità non solo per confrontarsi su procedure riguardanti l’ingresso, il soggiorno, il mercato occupazionale, ma anche per concordare obiettivi validi per una società multiculturale e multietnica. Un’occasione per sperare in un raccordo maggiore tra gli schieramenti politici, per favorire l’approvazione di quelle norme che il buon senso porta a ritenere assolutamente necessarie e perché si possa finalmente parlare – come auspicato dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano nel suo messaggio dello scorso 30 ottobre alla presidenza del Dossier Caritas-Migrantes – di «una politica di apertura verso l’immigrazione regolare e di integrazione nel quadro dei diritti e delle regole del nostro sistema democratico».

L’immigrato è ancora oggi una presenza che incute paura, alimentata anche da frange criminali che purtroppo inducono a generalizzare. Occorre, pertanto, tagliare le radici di queste paure e, creativamente e convintamente, indicare azioni e percorsi educativi, culturali, formativi e promozionali per aggredirle e superarle. Con la convinzione che l’immigrazione non può essere ridotta ad accoglienza e risposta al bisogno immediato e che non è solo questione di integrazione, ma è anzitutto una questione culturale. Tanto più nel caso di cittadini comunitari, che godono di una disciplina speciale rispetto al fenomeno migratorio più generale, c’è l’esigenza di misurarsi senza demagogia con uno scenario complesso di tipo normativo.

 

 

Cattolici: buonisti inconcludenti o instancabili badilanti? Caritas italiana, Caritas diocesane e tutto il mondo cattolico hanno sempre affrontato la questione tenendo insieme l'accoglienza doverosa con la sicurezza e ragionando in questi termini sia sull’immigrazione in generale che sulle tematiche e problematiche dei nomadi. Il mondo cattolico non ha mai perso tempo a parlare di accoglienza “buonista”, ma ha invece cercato, anche a livello locale, la collaborazione con gli enti pubblici e le forze dell’ordine, con l’obiettivo generale di far sedere allo stesso tavolo e far operare tutte le componenti interessate alla soluzione del problema in modo sinergico.

L’azione dei cattolici e dei soggetti sociali rispetto a tematiche di cui nessuno si faceva carico ha rappresentato per anni un alibi per una politica distante: oggi quest’alibi sembra quasi diventato un capo di imputazione, rovesciando sconsideratamente i termini della questione. Basti ricordare, ad esempio, che già dagli anni 80 – spesso anche con azioni di supplenza – le Caritas diocesane si sono occupate della questione nomadi, dei problemi che comportava nel tessuto urbano, dei campi sosta, dell’inserimento scolastico dei minori e dell’accattonaggio, chiedendo che il fenomeno fosse governato. Mentre, invece, è mancata una politica nazionale.

In effetti, la questione della presenza dei nomadi in Italia non è stata mai affrontata in modo adeguato. Al riguardo, è mancata un’efficace azione di coordinamento delle politiche a livello nazionale e locale e spesso gli enti locali su questo sono stati lasciati soli, con la conseguenza che hanno affrontato la questione in modo approssimativo. Tuttavia, oggi la realtà ci dice che si tratta di un problema irrisolto in gran parte delle città italiane. Tutto questo in un contesto in cui cambia il modo di vivere e di lavorare nelle nostre città e saltano con facilità le economie tradizionali, rendendo anche le attività tradizionali dei nomadi superate e non più sostenibili e integrabili nei nostri territori.

 

 

Nelle città che cambiano, cresce la paura. Territori che si vanno caratterizzando sempre più per una somma di precarietà (dall’immigrazione ai nomadi, dalla mancanza di lavoro al problema degli anziani soli o, ancora, della malattia, fisica e mentale, dallo sfruttamento alla facile precarietà, …) che contribuiscono ad alimentare il progressivo degrado dei quartieri e costituiscono una miscela potenzialmente esplosiva in un tessuto apparentemente fuori dal controllo politico e sociale.

In questo quadro d’insieme cresce la paura della gente, senza dubbio troppo spesso fomentata e strumentalizzata. Il decreto legge varato dal Governo, che comprende, fra l'altro, il provvedimento sulle espulsioni, forse era l'unica soluzione possibile in tempi brevi; tuttavia, inquieta il fatto che alcuni sindaci scoprano improvvisamente il lato oscuro dell'immigrazione e pensino che la repressione sia la soluzione a situazioni generali di degrado che datano da anni e che sono indice di ampia e prolungata trascuratezza. In particolare, sulla questione del potere dei sindaci, chiesto da più parti a gran voce, c'è bisogno di una maggiore riflessione, perché non è proponibile la soluzione dei sindaci “sceriffi”. Questi ultimi sono, anzi, quelli che spesso difettano di coordinamento con le forze sociali e del volontariato dentro il loro territorio.

Perché non viene messa la stessa convinzione e ostinazione nell'organizzazione dei servizi, nell'accoglienza e nell'accompagnamento delle persone in azioni di integrazione che servono a prevenire la violenza? I tre milioni e 700 mila immigrati regolari presenti in Italia, secondo i dati stimati dal Dossier Caritas-Migrantes, non sono una realtà problematica, ma sono una parte strutturata dentro i nostri territori e costruttrice di futuro, con una solida presenza nel mercato del lavoro che, nell’ultimo anno, ha visto più di mezzo milione di ingressi. Oggi, ogni 10 immigrati, 5 sono europei (e per quasi la metà comunitari), 4 suddivisi tra africani e asiatici, e uno è americano. Una presenza sempre più stabile, con donne, minori e interi nuclei familiari, numerosi nelle grandi città, come Milano e Roma, ma sempre più diffusi a tutto campo, anche nei piccoli centri, dove i rapporti relazionali sono più semplici e il costo della vita è più accessibile.

Pertanto, non bisogna assolutamente abbassare la guardia sulla criminalità. In ogni caso, non va semplicisticamente identificata la lotta alla malavita con la soluzione dei problemi che anche l'immigrazione porta con sé, con il rischio magari che qualcuno interpreti in modo del tutto personale e criminale la repressione. È importante, invece, che gradualmente, e insieme, cittadini e amministratori trovino il modo per arrivare a creare e a promuovere condizioni di vita più dignitose e, contemporaneamente, si allarghi la legalità come uno stile di vita per tutti. Investire soldi solo sulla repressione, sugli sgomberi e sui controlli non è un investimento che dà futuro.

 

 

Politica, bene comune, prospettive. La presenza dei rom e i problemi ad essa connessi ci sono sempre stati. È ora, però, di affrontarli con cura e decisione, con l’impegno di cittadini e amministratori e con l’obiettivo generale di coinvolgere tutte le componenti interessate, in modo responsabile, nell’affrontare i problemi e ricercare soluzioni di governo, accompagnamento e cura delle persone. Si tratta di una presenza che non va relegata sempre e comunque ai margini della società. Certamente, ci sono difficoltà soprattutto di tipo culturale per una corretta comprensione e considerazione, ma è necessario sempre più crescere nella capacità di misurarci anche con presenze e con culture diverse. Non siamo di fronte a differenze inconciliabili, ma all’ingrandirsi di alcune problematiche che vanno affrontate puntualmente, in modo giusto e solidale.

Il compito di una politica autenticamente ispirata al perseguimento del bene comune dovrebbe essere proprio questo: governare con lungimiranza i processi sociali, senza chiusure e senza paure, ma con coraggio e preveggenza. Il tema dell’immigrazione è stato – purtroppo – governato per anni con provvedimenti che, per lo più, recavano in testata «Misure straordinarie in tema di…».

Ammettendo pure che, nel nostro paese, si sia posta l’enfasi sul tema dell’accoglienza, tutto questo non va a demerito di quanti si sono fatti carico responsabilmente del fenomeno, ma fa risaltare la straordinaria lentezza della politica a rispondere – fuori dalle logiche dell’emergenza – in maniera adeguata. E poiché il carattere duraturo di ogni impostazione politica dipende dal consenso dei cittadini, diventa indispensabile un impegno comune nel favorire un lavoro ordinario e quotidiano; vi è necessità di  un’azione sempre più intensa e diffusa alla base e che riesca a far crescere nella mentalità e nelle prassi la convinzione che l’immigrazione è un fenomeno e una presenza strutturale nel futuro dell’Italia e dell’Europa.

 

don Vittorio Nozza

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