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Solitudine di fronte a Dio e comunione fraterna (VIA CRUCIS 2004)

Le meditazioni della VIA CRUCIS di Venerdì Santo, 9 aprile 2004 con il Santo Padre al Colosseo. I testi sono stati composti dal padre André Louf, un monaco cistercense della stretta osservanza.


Solitudine di fronte a Dio e comunione fraterna (VIA CRUCIS 2004)

da L'autore

del 01 gennaio 2002

André Louf

Via Crucis 2004 al Colosseo.

Solitudine di fronte a Dio e comunione fraterna

 

 

 

PRIMA STAZIONE: Ges√π nell'Orto degli Ulivi

 

Giunto alla soglia della sua Pasqua,

Ges√π sta alla presenza del Padre.

Come avrebbe potuto essere diversamente,

dato che il suo segreto dialogo di amore

con il Padre non era mai cessato?

'L'ora è venuta' (Gv 16, 32),

l'ora intravista fin dall'inizio,

annunciata ai discepoli,

che non somiglia a nessun'altra,

che tutte le contiene e le riassume

proprio mentre stanno per compiersi nelle braccia del Padre.

Quell'ora improvvisamente è temuta.

Di questa paura nulla ci è nascosto.

Ma lì, nel colmo dell'angoscia,

Ges√π si rifugia presso il Padre nella preghiera.

Al Getsemani, quella sera,

la lotta diventa un corpo a corpo estenuante,

così aspro che sul volto di Gesù il sudore si muta in sangue.

E Ges√π osa un'ultima volta, dinanzi al Padre,

manifestare il turbamento che lo invade:

'Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!

Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà' (Lc 22, 42).

Due volontà si affrontano per un momento,

per poi confluire in un abbandono d'amore già annunciato da Gesù:

'Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre

e faccio quello che il Padre mi ha comandato' (Gv 14, 31).

 

 

SECONDA STAZIONE: Gesù, tradito da Giuda, è arrestato

 

Fin dalla prima volta che è nominato,

Giuda è indicato come 'quello che poi lo tradì' (Mt 10, 4; Mc 3, 19; Lc 6, 13);

il tragico appellativo di 'traditore'

rimarrà legato per sempre al suo ricordo.

Come poté arrivare a tanto uno che Gesù aveva scelto

perché lo seguisse più da vicino?

Si lasciò Giuda trascinare da un amore indispettito per Gesù,

che si volse in sospetto e risentimento?

Lo farebbe credere il bacio,

gesto che dice amore, ma che divenne il gesto che consegnava Ges√π alla coorte.

O forse fu colto dalla delusione nei confronti di un Messia

che si sottraeva al ruolo politico di liberatore d'Israele dal dominio straniero?

Giuda non tarderà ad accorgersi che il suo sottile ricatto

si concludeva con un disastro.

Perché, non la morte del Messia aveva desiderato,

ma solo che si riscuotesse e assumesse un atteggiamento deciso.

E allora: vano rimpianto del suo gesto,

rifiuto del salario del tradimento (Mt 27, 4),

resa alla disperazione.

Quando Gesù parlerà di Giuda come 'figlio della perdizione',

si limiterà a ricordare che così si adempiva la Scrittura (Gv 17, 12).

Un mistero di iniquità che a noi sfugge,

ma che non può sopraffare il mistero della misericordia.

 

 

TERZA STAZIONE: Gesù è condannato dal Sinedrio

 

Ges√π sta solo davanti al sinedrio.

Fuggiti i discepoli.

Disorientati dall'arresto cui qualcuno ha cercato di reagire con la violenza.

Fuggito anche chi poco tempo prima aveva esclamato:

'Andiamo anche noi a morire con lui!' (Gv 11, 16).

La paura li ha vinti.

La brutalità dell'evento ha prevalso sul loro fragile proposito.

Hanno ceduto, trascinati dalla corrente della viltà.

Lasciano che Ges√π affronti, solo, la sua sorte.

Eppure formavano la cerchia dei suoi intimi,

Ges√π li aveva chiamati i suoi 'amici' (Gv 15, 15).

Attorno a lui ora solo un'assemblea ostile,

concorde nel volerne la morte.

Già altre volte l'ombra della morte si era allungata su Gesù,

quando alludeva alla propria origine divina.

Già altre volte chi lo ascoltava aveva tentato di lapidarlo.

'Non per un'opera buona - affermavano -, ma per la bestemmia,

perché tu, che sei uomo, ti fai Dio' (Gv 10, 33).

Ora il sommo sacerdote gli intima

di dichiarare di fronte a tutti se è o no Figlio di Dio.

Gesù non si sottrae: lo attesta con la stessa gravità.

Firma così la propria condanna a morte.

 

 

QUARTA STAZIONE: Gesù è rinnegato da Pietro

 

Dei discepoli in fuga, due tornano sui propri passi,

seguendo a distanza la coorte e il suo prigioniero.

Affetto misto a curiosità, forse; mancanza di consapevolezza del rischio.

Pietro non tarda a essere riconosciuto:

lo inchiodano l'accento galileo

e la testimonianza di chi l'ha visto sguainare la spada nell'orto degli Ulivi.

Pietro si rifugia nella menzogna: nega tutto.

Non si accorge che così rinnega il suo Signore,

smentisce le sue ardenti dichiarazioni di fedeltà assoluta.

Non capisce che così nega anche la propria identità.

Ma un gallo canta, Ges√π si volta,

posa il suo sguardo su Pietro e dà senso a quel canto.

Pietro capisce e scoppia in pianto.

Lacrime amare, ma addolcite dal ricordo delle parole di Ges√π:

'Non sono venuto per condannare, ma per salvare' (Gv 12, 47).

Ora le ripete quello sguardo di 'tenerezza e di pietà',

lo stesso sguardo del Padre 'lento all'ira e grande nell'amore',

'che non ci tratta secondo i nostri peccati,

non ci ripaga secondo le nostre colpe' (Sal 103, 8.10).

Pietro si inabissa in quello sguardo.

Al mattino di Pasqua

le lacrime di Pietro saranno lacrime di gioia.

 

 

QUINTA STAZIONE: Gesù è giudicato da Pilato

 

Un uomo senza colpa alcuna sta di fronte a Pilato.

La legge e il diritto cedono all'arbitrio di un potere totalitario,

che cerca il consenso delle folle.

In un mondo ingiusto, il giusto non può che essere rigettato e condannato.

Viva l'omicida, muoia colui che dà la vita.

Si liberi Bar-Abbà, il brigante chiamato 'figlio del Padre',

si crocifigga colui che ha rivelato il Padre ed è il vero Figlio del Padre.

Altri, non Ges√π, sono i sobillatori del popolo.

Altri, non Gesù, hanno compiuto ciò che è male agli occhi di Dio.

Ma il potere teme per la propria autorità,

rinuncia all'autorevolezza che viene dal fare ciò che è giusto,

e abdica.

Pilato, l'autorità che ha potere di vita e di morte,

Pilato, che non aveva esitato a soffocare nel sangue focolai di rivolta (Lc 13, 1),

Pilato, che governava con pugno di ferro

quell'oscura provincia dell'impero, sognando pi√π ampi poteri,

abdica,

consegna un innocente, e con esso la propria autorità, a una folla vociante.

Colui che nel silenzio si era abbandonato alla volontà del Padre

viene così abbandonato alla volontà di chi grida più forte.

 

 

SESTA STAZIONE: Gesù è flagellato e coronato di spine

 

Alla condanna iniqua si aggiunge l'oltraggio della flagellazione.

Consegnato alle mani degli uomini, il corpo di Gesù è sfigurato.

Quel corpo ricevuto dalla vergine Maria,

che faceva di Ges√π 'il pi√π bello tra i figli dell'uomo',

che dispensava l'unzione della Parola

- 'dalle tue labbra fluisce la grazia' (Sal 45, 3) -,

viene ora crudelmente lacerato dalla frusta.

Il volto trasfigurato sul Tabor è sfigurato nel pretorio:

volto di chi, insultato, non risponde

di chi, percosso, perdona

di chi, reso schiavo senza nome,

libera quanti giacciono nella schiavit√π.

Ges√π avanza risolutamente sulla via del dolore,

compiendo nella carne viva, fatta viva voce, la profezia di Isaia:

'Ho presentato il dorso ai flagellatori,

la guancia a coloro che mi strappavano la barba;

non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi' (Is 50, 6).

Profezia che si apre a un futuro di trasfigurazione.

 

 

SETTIMA STAZIONE: Gesù è caricato della Croce

 

Fuori.

Il giusto ingiustamente condannato deve morire fuori:

fuori dall'accampamento, fuori dalla città santa, fuori dal consorzio umano.

I soldati lo spogliano e lo rivestono:

egli non può più disporre nemmeno del proprio corpo.

Gli caricano sulle spalle un palo, pesante pezzo del patibolo,

segno di maledizione e strumento di esecuzione capitale.

Legno d'ignominia,

che grava, fardello estenuante, sulle spalle piagate di Ges√π.

L'odio che lo impregna ne rende insopportabile il peso.

Eppure quel legno della croce è riscattato da Gesù,

diventa il segno di una vita vissuta e offerta per amore degli uomini.

Secondo la tradizione, Ges√π vacilla,

per tre volte cadrà sotto quel peso.

Ges√π non ha posto limiti al suo amore:

'avendo amato i suoi, li amò sino alla fine' (Gv 13, 1).

Obbediente alla parola del Padre

- 'Amerai il Signore tuo Dio con tutte le tue forze' (Dt 6, 5) -

ha amato Dio e ha compiuto la sua volontà fino all'estremo.

 

 

OTTAVA STAZIONE: Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la Croce

 

Le prime stelle che annunciano il sabato non brillano ancora nel cielo,

ma Simone già torna a casa dal lavoro nei campi.

Soldati pagani, che nulla sanno del riposo del sabato, lo fermano.

Mettono sulle sue spalle robuste quella croce

che altri avevano promesso di portare ogni giorno dietro a Ges√π.

Simone non sceglie: riceve un ordine

e ancora non sa di accogliere un dono.

È proprio dei poveri non poter scegliere nulla,

nemmeno il peso delle proprie sofferenze.

Ma è proprio dei poveri aiutare altri poveri,

e lì c'è uno più povero di Simone:

sta per essere privato perfino della vita.

Aiutare senza fare domande, senza chiedere perché:

troppo greve il peso per l'altro,

le mie spalle invece ancora lo reggono.

E questo basta.

Verrà il giorno in cui il povero più povero dirà al compagno:

'Vieni, benedetto dal Padre mio, entra nella mia gioia:

ero schiacciato sotto il peso della croce e tu mi hai sollevato'.

 

 

NONA STAZIONE: Ges√π incontra le donne di Gerusalemme

 

Il corteo del condannato avanza.

Per scorta: soldati e un pugno di donne in lacrime,

donne salite dalla Galilea alla città santa con lui e i discepoli.

Conoscono quell'uomo.

Hanno ascoltato la sua parola di vita,

lo amano come maestro e profeta.

Speravano che fosse lui a liberare Israele (Lc 24, 21)?

Non lo sappiamo, ma ora piangono quell'uomo

come si piange una persona amata,

come lui aveva pianto l'amico Lazzaro.

Egli le accomuna alla sua sofferenza,

una nuova luce illumina il loro dolore.

La voce di Ges√π parla di giudizio,

ma chiama a conversione;

annuncia dolori,

ma come doglie di partoriente.

Il legno verde riavrà la vita

e il legno secco ne sarà partecipe.

 

 

DECIMA STAZIONE: Gesù è crocifisso

 

Un colle fuori dalla città, un abisso di dolore e di umiliazione.

Sospeso tra cielo e terra sta un uomo:

inchiodato sulla croce,

supplizio riservato ai maledetti da Dio e dagli uomini.

Accanto a lui altri condannati

che non sono pi√π degni del nome di uomo.

Eppure Ges√π,

che sente il suo spirito abbandonarlo,

non abbandona gli altri uomini,

stende le braccia ad accogliere tutti,

lui che nessuno vuole pi√π accogliere.

Sfigurato dal dolore,

segnato dagli oltraggi,

il volto di quell'uomo

parla all'uomo di un'altra giustizia.

Sconfitto, deriso, denigrato,

quel condannato ridà dignità a ogni uomo:

a tanto dolore può condurre l'amore,

da tanto amore il riscatto di ogni dolore.

'Veramente quell'uomo era giusto' (Lc 23, 47b).

 

 

UNDICESIMA STAZIONE: Ges√π promette il suo Regno al buon ladrone

 

Il luogo del Cranio,

sepolcro di Adamo, il primo uomo,

patibolo di Ges√π, l'uomo nuovo.

Il legno della croce,

strumento di morte ostentata,

scrigno di perdono elargito.

Accanto a Ges√π, passato tra la gente facendo il bene,

due uomini condannati per aver fatto il male.

Altri due avevano chiesto di stare l'uno a destra e l'altro a sinistra di Ges√π,

si erano anche dichiarati disposti a subire lo stesso battesimo,

a bere allo stesso calice (Mc 10, 38-39).

Ma in quest'ora non sono qui,

altri li hanno preceduti sul luogo del Cranio.

Di essi uno invoca un Messia che salvi se stesso e loro due, lì e subito,

l'altro si appella a Ges√π,

perché si ricordi di lui quando entrerà nel suo Regno.

Chi condivide gli scherni della folla non riceve risposta,

chi riconosce l'innocenza di un condannato a morte

ottiene una immediata promessa di vita.

 

 

DODICESIMA STAZIONE: Ges√π in Croce, la Madre e il Discepolo

 

Attorno alla croce, grida di odio,

ai piedi della croce, presenze di amore.

Sta lì, salda, la madre di Gesù.

Con lei altre donne,

unite nell'amore attorno al morente.

Accanto, il discepolo amato, non altri.

Solo l'amore ha saputo superare tutti gli ostacoli,

solo l'amore ha perseverato fino alla fine,

solo l'amore genera altro amore.

E lì, ai piedi della croce, nasce una nuova comunità,

lì, nel luogo della morte, sorge un nuovo spazio di vita:

Maria accoglie il discepolo come figlio,

il discepolo amato accoglie Maria come madre.

'La prese con sé tra le sue cose più care' (Gv 19, 27),

tesoro inalienabile di cui è fatto custode.

Solo l'amore può custodire l'amore,

solo l'amore è più forte della morte (Ct 8, 6).

 

 

TREDICESIMA STAZIONE: Ges√π muore sulla Croce

 

Dopo l'agonia del Getsemani,

Gesù, sulla croce, è di nuovo di fronte al Padre.

Al colmo di una sofferenza indicibile,

Ges√π si rivolge a lui, lo prega.

La sua preghiera è anzitutto invocazione di misericordia per i carnefici.

Poi, applicazione a se stesso della parola profetica dei salmi:

manifestazione di un senso di abbandono lacerante,

che giunge nel momento cruciale,

lì dove si sperimenta con tutto l'essere

a quale disperazione conduca il peccato che separa da Dio.

Ges√π ha bevuto fino alla feccia il calice dell'amarezza.

Ma da quell'abisso di sofferenza sale un grido che spezza la desolazione:

'Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito' (Lc 23, 46).

E il senso di abbandono si muta in affidamento alle braccia del Padre;

l'ultimo respiro del morente diviene grido di vittoria.

L'umanità, che si era allontanata nella vertigine dell'autosufficienza,

viene nuovamente accolta dal Padre.

 

 

QUATTORDICESIMA STAZIONE: Gesù è deposto nel sepolcro

 

Prime luci del sabato.

Colui che era la luce del mondo scende nel regno delle tenebre.

Il corpo di Gesù è inghiottito dalla terra,

e con esso è inghiottita ogni speranza.

Ma la sua discesa nella dimora dei morti

non è per la morte ma per la vita.

È per ridurre all'impotenza colui che deteneva il potere della morte, il diavolo (Eb 2, 14),

per distruggere l'ultimo avversario dell'uomo, la morte stessa (1Cor 15, 26),

per far risplendere la vita e l'immortalità (2Tm 1, 10),

per annunciare la buona novella agli spiriti prigionieri (1Pt 3, 19).

Ges√π si abbassa fino a raggiungere la prima coppia umana,

Adamo ed Eva, curvi sotto il fardello della loro colpa. Ges√π tende ad essi la mano,

e il loro volto s'illumina della gloria della risurrezione.

Il primo Adamo e l'Ultimo si assomigliano e si riconoscono;

il primo ritrova la propria immagine

in colui che doveva venire un giorno a liberarlo assieme a tutti gli altri figli (Gen 1, 26).

Quel Giorno è finalmente arrivato.

Ora in Gesù, ogni morte può, da quel momento, sfociare nella vita.

 

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