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Si può credere quando si soffre?

Un prete ammalato gravemente – don Roberto Pennati –, un teologo affermato – mons. Pierangelo Sequeri – che accetta, sul tema della sofferenza e del dolore, un dialogo a tutto campo. Un confronto sulle grandi domande di sempre. Alla ricerca di risposte non troppo scontate. Essi discutono del senso del dolore e della fede che si ribella a Dio. Come Giobbe...


Si può credere quando si soffre?

da Teologo Borèl

del 28 dicembre 2007

 

Malattie mandate da Dio?

 

Roberto Pennati: Carissimo don Pierangelo, sono don Roberto Pennati un prete della diocesi di Bergamo. Sette anni fa, nel novembre 1996 (avevo allora 50 anni), mi hanno diagnosticato la SLA, sclerosi laterale amiotrofica, una malattia del sistema nervoso, che colpisce i muscoli del movimento. Sto perdendo forza alle braccia e alle gambe. Anche se per il momento riesco a fare ancora parecchie cose da solo, ho bisogno di aiuto per vestirmi, lavarmi. Cammino ancora con le mie gambe, anche se molto a fatica. Da un anno non guido più la macchina. Celebro la Messa seduto. Non si conosce la causa di questa malattia e non c’è una cura. La mia malattia ha scosso la mia fede. Soprattutto nei primi tempi un rancore sordo contro Dio e la vita, che aveva «voluto» questa prova per me. Voluto no, però permesso sì? Che differenza fa?

 

Pierangelo Sequeri: Considero una fortuna, per me, il fatto che nel momento in cui diventavo sacerdote e subito cominciavo a insegnare teologia, iniziavo il ministero in una parrocchia di Milano in costruzione. Lì ho avuto la sorte di incontrare alcune famiglie con bambini handicappati psichici gravi, quelli, cioè, che ti feriscono nella tua stessa anima: perché, con tutto quello di cui ti credevi capace, ti sembra di non avere un varco per entrare in contatto. La combinazione fortuita era che tre o quattro di quelle famiglie, credenti, tentavano, per la prima volta in Italia, di dar riflessione e forma alle comunità, avviate in Francia, di Jean Vanier. Le loro domande e loro interrogazioni le ho patite dentro di me con grande imbarazzo interiore, come uno che scopre una stanza della sua vita che mai avrebbe sospettato di dover allestire e imparare ad abitare come dal principio: cominciando da un nuovo alfabeto. La mia attrezzatura in dotazione-standard, a parte l’amore cristiano naturalmente, mi rimandava una situazione regolata fondamentalmente da due schemi: quello del diritto canonico, per il quale questi bambini, non capendo niente, non erano obbligati a partecipare alla vita della comunità cristiana; quello della teologia della redenzione, secondo il quale bisognava pensare questi fatti come espiazione del mondo e come grazia di Dio. Il fatto è che entrambi quei punti, detti e praticati con quella disinvoltura, suonavano per le famiglie come una vera e propria provocazione: che aggiungeva ferita a ferita. Frequentandole, ho sentito il dovere di capire che cosa non andava: perché il messaggio che a loro arrivava non era il cristianesimo del vangelo. Nel frattempo, non mi sentivo neppure di resistere alla protesta del cuore dei genitori feriti. E proprio per questo, non ho mai pensato che ci fosse qui qualcosa che possa toglierci la fede. Perché se uno mi toglie la possibilità di avere Dio con il quale protestare, almeno, se uno mi dice che è soltanto un’invenzione della religione e basta pertanto liberarsi dalla religione per superare la durezza dell’esperienza, a me sembra che sono ancora più perduto. La lettura reale – non convenzionale – del libro Giobbe mi ha aiutato molto.

 

Pennati: Da dentro questa mia esperienza ho cercato di comprendere il rapporto tra Dio e il mondo creato. Non ho trovato una riflessione seria. Il testo che imposterebbe bene il problema è quello del cieco nato, del vangelo di Giovanni. Sta nella natura delle cose che questo succeda. Io credo con convinzione all’abbà-Padre, di cui mi fido pienamente. E prego continuamente di riuscire a fidarmi di Lui. Mi faccio però sempre una domanda. Come mai non so rendere ragione, dare una motivazione onesta delle sofferenze di tanti uomini? Nei tuoi libri ogni tanto incontro alcuni passaggi che si avvicinano al punto che mi interessa chiarire, ma poi… sfuggono. Ad esempio quando accenni alle «malattie mandate da Dio», tu fai chiaramente intuire che non sono mandate da Dio. Ma per sostenere questa convinzione non viene data nessuna spiegazione. A conferma di questo, ancora in un altro tuo testo – Senza volgersi indietro – ti chiedi come sia potuto succedere che molti credenti vedano Dio che distribuisce sventure e maledizioni oppure come sia potuto succedere che la gente creda che «non cade foglia che Dio non voglia». Non credi che toccherebbe a noi preti spiegare come siano nate queste «credenze»?

 

Sequeri: Sono stato fortunato: io questa idea del «non cade foglia che Dio non voglia» proprio non ce l’ho dentro fin da piccolo. Non penso che Dio faccia nascere un bambino handicappato in Italia per guarire un peccatore in Australia… Volendo evitare sia la risposta ingenua e consolante sia il puro rifiuto e la sterile protesta, ho cercato a lungo. Mi sono restate, alla fine, due convinzioni. La prima è che non c’è nessuna esperienza, torsione o contraddizione della vita, che possa impedirmi di farne conto con Dio. Come dice Giobbe, mi confronto «corpo a corpo» con Dio, fino a quando si mostrerà. Rimango lontano dalla presunzione di avere le risposte di Dio (come gli amici di Giobbe). Rimango fedele al legame con l’uomo ferito, dicendo a Dio che non potrebbe avere me se non risarcisce lui. Non vedo molto altro. Il resto è vita condivisa, finché Egli venga. Ho però come la percezione che, fortunatamente, siamo sempre nella relazione con Dio: magari segnata dal risentimento, dalla distanza, dall’invidia e dalla gelosia… però siamo sempre in legame con Dio perché una relazione astratta con Lui non esiste. Dentro questo legame, anche un uomo solo può protestare contro tutto e tutti e può levare il suo grido con la buona coscienza di dover essere ascoltato. Anche se è solo, secondo Dio ne ha diritto.

Il secondo nocciolo, per le poche cose che io posso imparare dall’evangelo e in cui posso riconoscere un principio buono del mio legame, è che guardando l’atteggiamento complessivo di Gesù io vedo che con questa lotta, tensione e contrasto Gesù si «identifica»… finché vive. E so che c’è speranza finché facciamo lo stesso. Inoltre in Gesù vi è la totale mancanza di rispetto nei confronti della malattia «teologica». Prova a pensare all’episodio della donna che aveva perdite di sangue. In quel caso, Gesù non allontana la donna né lascia pensare che ciò che le capita abbia a che fare con una rappresaglia o un disegno di Dio. No, si gira e le dice che ha avuto coraggio a sfidare il pregiudizio «teologico» e a confidare in Lui e nella sua predicazione dell’evangelo: dove Dio si riconosce nel gesto della liberazione dal male. La gloria di Dio si manifesta nell’atto della guarigione del cieco, non nell’ossessiva domanda su chi ha peccato, dirà ai discepoli. Gesù riconosce la dignità della donna, la benedice, e la conferma nella sua fede. Come a dire: «Hai fatto bene a toccare il mantello, a non esserti fidata di quanto ti hanno insegnato, ad aver avuto il coraggio di toccarmi». Non so altro.

 

 

Croce di Cristo e sofferenza dell’uomo

 

Pennati: Un punto di partenza potrebbe essere rispondere a questa domanda: come mai il Signore non ha mai rimproverato il Padre suo dell’esistenza di tutti i malati che incontrava, e poi mettere questo in relazione con il suo desiderio di guarire quelli che incontrava. Noi diciamo, e giustamente, che la libertà di Dio è per il bene dell’uomo, sempre. Io credo profondamente a questo. Ma perché facciamo così fatica a dare spiegazioni di questo? Il non riuscirci è mancanza di fede? In un tuo libro c’è questa affermazione «tutto l’armamentario teologico della grazia – predestinazione e della redenzione – riscatto va ripensato» (Sensibili allo spirito) Non è un po’ tutto questo il problema? E ancora: quale rapporto serio tra la croce di Cristo e la sofferenza dell’uomo? Perché offrire la propria sofferenza per il riscatto dei peccati è una cosa, pensare che la sofferenza e la malattia siano un castigo per i peccati è un’altra cosa.

 

Sequeri: Io concepisco la crocifissione come un divino «espediente» che ottiene – a costo della vita del Figlio – il massimo «risparmio» possibile della sofferenza e del dolore: che spezza ogni logica di giustificazione, anche religiosa, del male fatto e del sangue fatto versare agli uomini. La croce è un atto geniale di supremo risparmio e mi sconvolge perché in tutte le religioni c’è una proporzione sacra tra il versamento del sangue, la risoluzione del dolore, la riconciliazione con il sacro. Sono sconvolto dall’idea che qui invece ci sia rivelata questa «divina economia»: il Figlio riesce a fare in modo che, come conseguenza di tutto il male del mondo presente passato e futuro, per ristabilire la verità e la giustizia di Dio, si faccia male solo lui. Vedo l’anticipazione visuale di questo gesto non subito nella croce – perché la croce è anche l’effetto vergognoso delle potenze mondane che approfittano dell’uomo innocente, e lo crocifiggono in nome di Dio – ma in modo perfettamente trasparente nell’orto, quando Gesù dice: «Prendete me e lasciate gli altri». Gli stessi ai quali ha detto «se non mi testimonierete coraggiosamente davanti agli uomini io non vi conoscerò davanti al Padre» e glielo ha detto quando stavano bene.

La croce è dunque l’invenzione del risparmio del sangue a favore degli uomini amati. Dio che, contro tutti i protocolli delle religioni, fa il contrario e dice «tutte le volte che riuscite a fare lo stesso e cioè versare il vostro sangue e risparmiare quello degli altri, tutte le volte che in un conflitto terribile riuscite a farvi male solo voi, lì c’è il segno del vangelo e della redenzione del Figlio». È la mia vita data in riscatto di molti, non la vita sacrificata di molti per la difesa della mia che dice il senso del sangue di Gesù e dei suoi discepoli in tutto il mondo. Se lo guardi dalla parte del sangue crocifisso forse non cogli la differenza abissale: ma se guardi alla cena e all’Orto, la vedi.

Inoltre, qualunque cosa succeda, comunque succeda, per la cattiveria degli uomini o per il limite della natura, questo non cambia la natura del gesto, gli indica però una prospettiva. Gesù dice, all’occorrenza, «offri la tua guancia», non dice «offri la guancia di tuo fratello». Io ho visto Gesù fare così: di fronte a quelli che volevano offrire qualcuno in sacrificio per la loro purezza (l’adultera) Lui non lo ha permesso. Fin dall’inizio, del resto, tutti i gesti attraverso i quali Gesù attesta di essere il Messia, anche di fronte a Giovanni Battista, sono gesti di liberazione dal male. Non moltiplica i pani per sé e per dimostrare il suo diritto, ma per gli altri, per manifestare la verità di ciò che significa Dio per gli uomini. Ora questo modo di compiere miracoli non c’è in nessun altro racconto di religioni e neanche nel Nuovo Testamento tutto: c’è soltanto nel segmento occupato da Gesù. Ed è un modo che fa brillare la sua differenza anche all’interno della tradizione di alleanza di cui pure si nutre. E che porta a compimento, ma con la quale compie anche una rottura, nel momento in cui l’applicazione della legge dell’alleanza diventa un modo per oscurarne il senso.

 

 

Le leggi della natura e Dio

 

Pennati: Un aspetto su cui mi permetto di insistere, è chiarire qual è il rapporto tra Dio e le leggi della natura. Qui abbiamo paura di mettere in discussione l’onnipotenza di Dio, così come tante volte l’abbiamo intesa. Al riguardo le pagine più serene le ho trovate in Simon Weil. Forse sarebbe utile trovare una buona spiegazione al testo di Paolo – Romani 8, 19-22 – dove anche la creazione attende di essere liberata dalla schiavitù della corruzione. È vero, più la scienza conosce la complessità della natura, più è difficile pensare come Dio avrebbe potuto far andare bene le cose senza che ci fossero sofferenze o malattie provocate dalla natura nel suo ciclo biologico. Anche perché, se non si fa chiarezza, ci tocca leggere, testualmente, in Galimberti che «meta che la religione cristiana ha indicato è: liberare la terra dal male, che per il cristiano non è evento di natura, ma effetto di una colpa che chiede redenzione» (Orme del sacro). Ma il punto è proprio questo: le leggi di natura che provocano malattia o sofferenza sono sempre frutto di una colpa? Per lo meno servirebbero alcune distinzioni.

Sequeri: A me aiuta molto pensare che il nulla è effettivamente e perfettamente impossibile e, dunque, dal nulla non viene niente. Questo è il significato della creazione di Dio: dove c’è solo il nulla non c’è radice di senso, non fioriscono cose destinate al bene. Ma Dio cercando nel suo sottanone – pensate ai prevostoni di una volta – tira fuori delle cose, che sono lì a sua disposizione da sempre. E considera che sono «belle e buone». E le mette dove non c’era niente proprio per noi. Sono veramente convinto che anche il più fragile dei miei pensieri non vada a finire nel nulla. Dio saprà che cosa farne. E spero che metta definitivamente da parte quelli non buoni, e faccia diventare belli e gioiosi per tutti quelli che valgono qualcosina. Perché se valgono qualcosa, è solo perché ho acchiappato un angolino del suo sottanone e lì li ho trovati.

Allora onnipotenza non è poter fare e annullare le cose a piacimento. Questa è l’astrazione preliminare, per far capire l’idea in generale. Ma nella mia concezione cristiana, piuttosto, l’onnipotenza di Dio è il grembo in cui le cose cambiano costellazione: ritrovano il buono per cui sono fatte, perdono le scorie che hanno accumulato, si trasformano in proiezioni infinite di cose belle. La finitezza dell’essere non è solo caducità: è anche il modo concreto in cui noi viviamo e esistiamo. Pertanto un Dio che voglia destinarsi degli interlocutori per un’eternità non ha altra possibilità che quella di farli crescere come fili d’erba sotto questo enorme sottanone. Penso a questo e cerco di capire che il mondo della mia iniziazione alla vita eterna non può essere eterno: però doveva essere alla mia misura, bello e anche fragile, perché io potessi venire alla luce.

L’onnipotenza di Dio è un volere le cose come lui le vuole, pur tra tutte le ombre e le contraddizioni che sono da sempre dentro e infinite possibilità dell’essere nascoste nell’infinità di Dio. Alla eticità del suo fare io mi abbandono. Questo, alla radice, è il cuore della religione. Credere che Dio esista, è cosa da poco, una roba per principianti. Abbandonarsi alla sua «moralità» è un’altra cosa. Ed è difficile. La mia garanzia quale è? Se ho motivo di pensare che Dio mi vuole bene, credo anche che nel suo sottanone ha la stoffa per il riscatto dell’impossibile, dove rimangono conservati anche i respiri del bambino. Questo è il senso preciso di Romani 8,19. Persino Cartesio, che inaugura la modernità con un pensiero su Dio, sente il bisogno di presupporre che «Dio naturalmente non ci inganna e non ci può ingannare».

C’è ancora un argomento che per me è buono. Nel riconoscere un mio figlio nato malato, io gli voglio bene. Non ce n’è per nessuno! Può essere piccolo e storpio ma io so di volergli bene. E Dio no? Da qualche parte, il prato dei fili d’erba ha fruttato anche questa cosa: la mia capacità di mettermi di traverso, di gridargli che la malattia di questo innocente non doveva succedere. E però io trovo nel sottanone di Dio anche la forza di mettermi di traverso, per far sentire amata anche questa creatura. E so che Lui la pensa così, e si aspetta questo. Perché solo se io resisto in questo legame sarò all’altezza dell’amore che mi verrà restituito: a me e a lui. L’idea che qualcuno possa – e debba! – mettersi di traverso, mi fa intuire che anche questa possibilità è nel mio cuore perché Dio ce l’ha messa.

Il messaggio della creazione, nato all’epoca dell’esodo, ribalta l’idea che l’intero mondo sia perduto, che si sia schiavi degli egiziani e tutto sia proprietà del faraone. No, tutto il mondo è nelle mani di Dio compresi i granelli di sabbia! Neanche il granello di sabbia va a finire in niente. È questo che mi aiuta nei momenti difficili, che mi consente di credere quando penso che il conto non è chiuso e, magari, lo dico anche a Dio.

 

 

Benedizione e maledizione in Giobbe

 

Pennati: Quando devo parlare della mia malattia a mia mamma, che ha 86 anni, ho sempre questa sgradevole sensazione (forse solo una mia proiezione): se il Signore ti ha mandato questa malattia, qualcosa di sbagliato e di grosso hai fatto sicuramente. Altrimenti – sottinteso – ti avrebbe benedetto con una vita lunga e carica di anni. Un po’ come la storia di Giobbe. Eppure credo sia un testo che mette a nudo alcune ipocrisie e legittima il grido verso Dio…

 

Sequeri: Sì, certamente. È un libro che mi incoraggia nella mia resistenza a credere che tutto il mondo è nelle mani di Dio, compresi i granelli di sabbia. Ma, insieme, è un libro che mi consente di pensare che quando il conto non è chiuso lo devo gridare, anche a Dio stesso.

In fondo, Giobbe senza sapere ancora bene il perché, a partire dalla sua concreta esperienza, segue questa intuizione, convinto che al di sotto di una certa soglia di eticità rischia di essere una controfigura, non un uomo. È come se Giobbe dicesse a Dio: «Non solo mi rifiuto di pensare che sei come ti rappresentano, ostaggio dell’idea degli amici, ma quando arriverai sarai severo con quanti intendono ridurti dentro quello schema… Non sono giusto e mai come adesso, in cui le cose che mi dicevo prima non valgono più, mi sento debole e in scacco a un dolore grande. Eppure non posso incolparti ma sappi che griderò finché avrò fiato in gola».

Giobbe nel suo esame di coscienza chiede che nessuno – che sia Dio, un prete o gli amici – si approfitti della sua debolezza: se qualcuno lo fa, è disonesto. E gli riesce perfino di chiedere a Dio di rendere conto di quanto gli capita. Il conto è aperto, che si sia moralmente perfetti oppure no. In fondo, la decisione a riguardo del come il divino attraversa il tragico dell’uomo rimane indubbiamente il più serio fra tutti i temi cruciali posti alla religione dalla distretta umana. Non mettiamoci al posto di Dio: c’è un’arroganza atea, che non fa del bene a nessuno; ma anche una presunzione religiosa, che può mortificare molti, colmando con parole proprie i silenzi di Dio e oscurando i suoi gesti e le sue parole nel Figlio. Tocca a Dio occupare il posto di Dio. E fino all’ultimo, come Giobbe – e infine – come il Figlio fa e ci autorizza a fare, noi su questo stiamo. Cercando di sostenerci l’un l’altro nella prova. O ci salva con i nostri figli e fratelli feriti, oppure non vogliamo consolazioni a buon mercato solo per noi. Guardo a Gesù e vedo che è proprio questo che il Figlio stesso ha fatto per noi di fronte al Padre. Non ho di più di questo. Ma a questo sto aggrappato con tutte le poche forze che ho.

Daniele Rocchetti

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