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Se non ritornerete come bambini

Scusate se oggi parlo di loro, dei clowns, che posseggono l'arte del sorriso, della gioia di comunicarlo agli altri. Lo faccio per gratitudine, perché in questi 25 anni, il loro è stato, con i loro spettacoli, un «sorriso con i poveri», sulle Ande del Perù, nella terra delle mille colline, il Rwanda, là dove la sofferenza ha cercato di togliere il sorriso ai bimbi, dall'Afghanistan alla Bosnia al Brasile al Madagascar allo Sri Lanka, alle periferie delle nostre città, nelle piccole piazze di paesi isolati sulla montagna.


Se non ritornerete come bambini

da L'autore

del 26 gennaio 2008

Noi non vogliamo ritornare bambini, vogliamo diventare grandi: ci offendiamo, se ci dicono che siamo dei bambini, se ci trattano da ritardati. Eppure l’invito del Vangelo non è di diventare grandi ma di convertirci e diventare bambini (Matteo 18,23). Mi sono introdotto così in una conferenza dedicata ai 25 anni dei «Barabba’s clowns» del Centro Salesiano di Arese, un gruppo a me molto caro, perché mi ha aiutato a diventare come loro: un clown dal cuore di bimbo. Scusate se oggi parlo di loro, dei clowns, che posseggono l’arte del sorriso, della gioia di comunicarlo agli altri. Lo faccio per gratitudine, perché in questi 25 anni, il loro è stato, con i loro spettacoli, un «sorriso con i poveri», sulle Ande del Perù, nella terra delle mille colline, il Rwanda, là dove la sofferenza ha cercato di togliere il sorriso ai bimbi, dall’Afghanistan alla Bosnia al Brasile al Madagascar allo Sri Lanka, alle periferie delle nostre città, nelle piccole piazze di paesi isolati sulla montagna.

Descrivendo chi è il clown dal cuore di bambino, mi pare di tracciare una spiritualità dell’educatore o dell’animatore, di adulti responsabili di ragazzi. È lampante che il nostro non è il clown dello sghignazzo, della satira che umilia, feroce: è invece il clown, che ha origini nella cultura del Vangelo, anche se questo non appare al primo impatto, dalla parte del cuore, dalla parte dell’uomo.

Il clown che presento ai miei barabitt e a quanti vogliono introdursi in questa arte antica è il clown che sogna, aperto al nuovo, dagli occhi sgranati di meraviglia e stupore, incontrando le persone, contemplando la natura. È clown che non divide il mondo ma riconcilia gli animi, che non si sente padrone ma «servo», dono, contento di giocare e di divertirsi, capace di stare con tutti, senza fare differenze di sorta.

È il clown che semina sorrisi di perdono e di pace e quando per strada trova una moneta e un fiore, raccoglie il fiore e lascia la moneta, non barattando mai la sua libertà per soldi e neppure per un pezzo di pane contento di essere accolto e accettato com’è. C’è chi afferma che l’uomo è contento di sé, quando può dirsi amato sulla terra. Il clown direbbe che è contento quando ama, pur non riamato.

Di questi clowns ha bisogno il nostro mondo: clowns che non fuggono dalla realtà e non evitano la via stretta, indicata dal Vangelo, che porta alla salvezza. Sono clowns per onorare il loro corpo, che racconta, narra, danza, corre, ama, genera vita. Lo sono per vivere la perfezione dell’arte del sorriso, di cui il mondo ha estremamemente bisogno. È dunque un santo il clown? Non lo è, anche se tende ad esserlo nel senso che è cosciente dei limiti della sua «professione». Nel libro di Arthur Miller, Un sorriso ai piedi della scala, si racconta del clown che aveva una grande ambizione: quella di poter donare alla gente un sorriso, una gioia, che non finisse mai. Si rende conto di non poterlo fare perché la gioia senza fine è un dono che solo Dio può fare. Ma già tendere a questo, lo solleva «su ali d’aquila» da una terra, dove spesso la prima ambizione è il denaro, il potere, la ricerca di se stessi e dei propri interessi. Il clown punta in alto per non lasciarsi appesantire da una forza di gravità che mira a spegnere i nostri sogni. Essi non devono morire né all’alba né al tramonto per potere dare speranza a chi non ne ha, futuro a chi vive nel quotidiano, andare oltre a chi non si muoverebbe mai dall’uscio di casa, dal vicolo o dal «pub» del quartiere, dove sembra che la storia del mondo si sia arenata lì.

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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