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Sazi e disperati !? (Mt 21, 28-32) SERIE: D'amore si muore, di speranza si vive

C'è una assuefazione alle cose belle della vita da cui dobbiamo sempre salvarci... Ti verrebbe da dire che dobbiamo vivere più nel desiderio che non nel pacifico possesso per poter dare alla vita maggiore verità e felicità... Ho incontrato ragazzi che non sapevano niente e si sono lanciati... Ho fatto le stesse proposte ai nostri e non li ho smossi di un centrimetro!


Sazi e disperati !? (Mt 21, 28-32) SERIE: D'amore si muore, di speranza si vive

da L'autore

del 14 dicembre 2005

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C'è una assuefazione alle cose belle della vita da cui dobbiamo sempre salvarci. Ti verrebbe da dire quasi che occorrerebbe vivere di più nel desiderio piuttosto che nel pacifico possesso per poter dare alla vita maggiore verità e felicità.

Lo dicono molti: ho incontrato ragazzi senza niente, allo stato brado; li ho aiutati è capire qualcosa di bello, e si sono lanciati in un percorso di conquista che non ferma più nessuno. Ho invece fatto le stesse proposte ai nostri, non li ho smossi di un centimetro. Anche questo è un altro tormentone quotidiano. Chi ha niente viene acceso da un ideale, chi ha tutto si siede e si spegne. È così il giovane, è così l'adulto, è così l'anziano. Non c'è età che tenga. Forse allora è ancora lo stile di base dell'esistenza che conta. È importante vedere se la pensi come un possesso o come una continua accoglienza, dono. L'esperienza più tragica è quella dell'amore. Due si cercano, si chiamano, si desiderano, costruiscono ideali comuni, si orientano a una meta, fanno pure anni di convivenza per far le prove, si sposano e dopo pochissimo tempo si sentono seduti, ciascuno dei due sui sentimenti e sulla vita dell'altro, si schiacciano a vicenda. Hanno smesso di cercarsi, di sentirsi bisognosi uno dall'altra, di conquistarsi; si sono dati subito per scontati. La vita non è così; non è dubbio metodico, ansia continua, incertezza programmata, ma è offerta di sé incondizionata da colorare ogni giorno di dono e di attesa, di rischio e di sorpresa.

È così anche per la vita di fede; la fede non è mai un possesso, non dono da invocare e da accogliere; non è un piedistallo per giudicare gli altri, ma dono da offrire umilmente; non è uno Stato sociale, ma una tensione ideale.

I pubblicani, cioè i delinquenti, i profittatori, la feccia dell'umanità, le prostitute vi precedono nel regno dei cieli, dice Gesù ha i benpensanti. Non è che lo dirà anche a noi nella notte di Natale in chiesa o davanti a qualsiasi presepio?

Abbiamo la speranza di poterci convertire e tornare alla saggezza di una fede umile.

Ma dove la trovo?

mons. Domenico Sigalini

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