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Radici e fuscelli

Onora il padre e la madre. Quarto Comandamento. Parole vuote, d'altri tempi quando era ben chiaro chi era il padre e chi la madre.Tempi in cui gli uomini avevano radici. Oggi siamo solo fuscelli in cerca di una brezza che ci accarezzi...


Radici e fuscelli

da Quaderni Cannibali

del 01 novembre 2005

Qualche volta esplodono insieme, come fuochi d’artificio. Così è capitato a tre ricerche sociologiche sui giovani, nel novembre 2004. La prima è dell’Istituto Superiore di Sanità; a ruota il Rapporto sulla condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza, gestita dall’Eurispes, e infine, una gustosa carrellata sui sedicenni della Ekma Ricerche, commissionata da Panorama. Un prisma sul quale si riflettono gusti, scelte, hobby, impegni e disimpegni dei giovani italiani d’oggi. Le conclusioni delle tre ricerche sono molto vicine. Lontani dalla politica, maniaci dei telefonini, impauriti dall’aids, disinibiti in amore. Tra i loro valori: famiglia e fedeltà: è la sintesi di Panorama. Il viaggio in una generazione sorprendente.

La mia prima impressione è che la ricerca di Panorama sia piuttosto il viaggio nel mondo dei sedicenni metropolitani milanesi, rampolli di famiglie bene, tipo gli studenti del liceo Berchet di Milano. Conosco infatti un altro e più numeroso stuolo di adolescenti di altra caratura. Commenta Elena Loewenthal, giornalista e scrittrice: “Quello che emerge da questi rapporti è un pianeta che sembra anni luce lontano dall’universo che popola il vasto campionario di scuole del nostri stivale, recentemente infestate da diluvi d’acqua o da vermi da pesca”.

Più sferzante il giudizio di Mina, nel suo colonnino settimanale: “I nostri figli vengono dipinti come precoci borghesucci, tutti casa, famiglia e lavoro, ben lontani dallo stereotipo sesso rock ‘n roll, denaro, visibilità”. Ma sarà proprio la verità? A ondate cicliche torna sulle pagine dei giornali il dibattito su quella fascia d’età sconosciuta ai più, ignorata soprattutto a chi si occupa di politicume. Una circolare sui jeans a vita bassa, o un liceo allagato dai figli della buona borghesia, sono più che sufficienti per scatenare il baccano delle analisi. Che si trasformano in luoghi comuni dozzinali, sguaiati e colpevolizzanti perché si limitano a incasellare gli adolescenti dentro tipizzazioni riduttive, senza dare una risposta al bisogni di senso che emerge dall’agire dei giovani”. E conclude: “Dovremmo invece guardare negli occhi dei ragazzi e accorgerci delle speranze, dei sogni, dei grandi e piccoli ideali. Altro che giovani rassegnati! Guardiamoli negli occhi , e ce ne sono di bellissimi, pieni di limpidezza, pieni di domande che vogliono risposte grandi, proposte forti. E le risposte devono essere date immediatamente e devono essere autentiche e totali” (La realtà dei giovani non è nei sondaggi, La Stampa, 20 novembre 2004).

“Vengono del resto in mente le unità di emergenza per combattere il bullismo, vengono in mente le violenze quotidiane ed endemiche, la diffusione delle droghe ricreazionali, l’alcolismo giovanile. E scopriamo che in Europa un adolescente su otto soffre di disturbi mentali e che nel nostro Paese il 60% dei barebakers (il sesso senza precauzione) sono minorenni. In sintesi: “Nei sondaggi sono padroni di idee chiare sul futuro e legati a valori tradizionali. Ma la realtà ci consegna un pianeta ragazzi lontano da quello degli istituti di ricerca” (Sbarbine non amano gaggio, La Stampa, 19 novembre 2004).

Inondazione di telefonini e di messaggini cifrati. Un mare di comunicazione per vincere la solitudine. D’accordo. Ma con l’sms si annuncia anche agli amici il proprio suicidio. È accaduto a Genova (2003), a Palermo (2003), a Sondrio (2004), a Bologna (2004), e ultimo a Segrate dove una quindicenne milanese si è gettata dall’ottavo piano. Agli amici l’annuncio via sms: “Vivo una vita che non è mia. Se non fossi mai nata, sarebbe lo stesso… io ho avuto il coraggio di farlo, poi si vedrà”.

 

La prima parola deve essere: Grazie

Questa generazione, come tutte le precedenti, è chiamata a confrontarsi con il Comandamento: Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore tuo Dio ti dà (Esodo 20,12).

Onora, rispetta, stima, sii riconoscente. Padre e madre, nella visione biblica della famiglia, sono i rappresentanti di Dio sulla terra. Onorare il padre e la madre equivale a celebrare il dono della vita. Esiste una perfetta simmetria tra l’onorare il padre e la madre e la lode al Creatore, amante della vita, la celebrazione della vita.

Rispettare i genitori vuol anche dire passare dal primo sguardo, dove sono visti solo per quello che ci hanno dato, al secondo, dove sono visti per quello che realmente sono, aldilà dei loro stessi errori, torti, violenze. E riconoscenza significa nuova conoscenza nel senso che nascere è prendere coscienza di un mondo dove si è stati introdotti gratis e dove tutto è stato dato gratis: la prima parola allora deve esser grazie. E significa pure prendersi cura dei genitori nel tempo della vecchiaia, restituire loro gratitudine quanto gratuitamente ci hanno dato, senza scaricarli nelle tristissime Case delle camelie.

 

Si scannano per la poppata

Nelle famiglie patriarcali, i legami tra i membri erano forti, capaci di sfidare le difficoltà che una società dura imponeva loro. Oggi questi legami rischiano di indebolirsi: maggiore libertà, maggiori occasioni di fughe anche solo psicologiche dalla famiglia. Una cultura debole crea legami deboli. Ed è un grosso pericolo. Lo denuncia con forza Pierangelo Sequeri: “Nella nostra cultura c’è l’idea ormai che affetti e legami familiari siano alternativi e che l’emancipazione degli affetti coincida con l’indebolimento di questi legami. Invece, dobbiamo riconquistare l’idea che affetti e legami coincidono e che sono il luogo dove si giocano le cose più profonde di noi. Puntare sull’innamoramento e sull’emotività è il portato di un individualismo che immagina che l’autonomia personale si realizzi attraverso lo scioglimento di ogni legame. Autonomia non è essere soli, non avere bisogno di nessuno, ma è avere dei rapporti forti, dei figli, degli amici per cui si è disposti anche a dare la vita. Il modello imposto dalla cultura dominante è quello di un individuo che non abbi alcun legame: non una fede, non una donna per sempre, non una famiglia stabile. Un uomo che a cinquant’anni si voglia così sciolto da qualsiasi rapporto, è però soltanto un vecchio adolescente. I ragazzi hanno un bisogno fisiologico di legami solidi per crescere. Invece, oggi vivono nel timore che anche quei rapporti che appaiono più solidi, potrebbero alla fine non esserlo e crescono su un terreno sismico, aspettando la scossa”.

Basta vedere la situazione dei giovani nei Paesi in cui la coppia è più fragile. Il disagio che vi è, è altissimo e sfocia in fenomeni devastanti, dalla droga alla violenza. “ Senza legami – osserva ancora Sequeri – gli affetti diventano coccole e si produce un narcisismo senza fine, un maternage illimitato. Una società caratterizzata da questo eccesso di tenerezza e protettività materna è condannata all’estinzione per lacerazione interna. I figli si scatenano per la poppata, ma nessuno affronta più la fatica per procurare cibo”. E la conclusione è perentoria. “Spero nel ritorno di un rapporto asimmetrico tra figli e genitori. È scandaloso come oggi si trattano i figli, li si convoca attorno a un tavolo come all’ONU, per discutere. Ma l’autorizzazione sulle cose decisive spetta a padri e madri. Noi nel profondo del cuore abbiamo bisogno di essere guidati da uno più grande di noi. Quanto più si parla di scelte decisive, tanto più c’è bisogno di un’autorizzazione non dispotica che ci dica che quella cosa è buona davvero. L’illuminismo in questo ci ha scardinati, tentando di distruggere questa dipendenza, pretendendo che ognuno si autorizzi da sé” (Avvenire, 27 settembre 2001).

 

Quante famiglie oggi?

La famiglia oggi, nel mondo occidentale, sta rischiando grosso. In nome della libertà sessuale, si parla di tante famiglie, oltre a quella tradizionale, giudicata dai media più in come anacronistica. Tutto è accettato. Dalle libere convivenze, alle coppie omosessuali fino al monoparentale (madre con figlio avuto da donatore anonimo o no). Tutto giustificato in nome di una nuova visione della sessualità. Gli omosessuali, soprattutto, pretendono riconoscimenti, diritti e protezione dello Stato alla pari delle famiglie tradizionali. Chiedono il riconoscimento giuridico del matrimonio omosessuale, sbandierano sui quotidiani fotografie di maschietti e femminucce affettuosamente abbracciati. Riportiamo qui due opinioni, la prima cattolica, la seconda laica. Due chiari e tondi no che non piaceranno a certa sinistra europea ed italiana. Sono comparsi su pubblicazioni non precisamente confessionali: la Repubblica e L’espresso.

“Il riconoscimento e la tutela della legge circa l’intesa omosessuale, apparirebbe all’opinione pubblica come un altro tipo di matrimonio: questa conclusione sarebbe inevitabile. Ma non dimentichiamo che con questa scelta, verso cui inclina oggi un’Europa, diciamo così, in decadenza, ci separiamo da tutte le grandi culture dell’umanità, le quali hanno sempre riconosciuto il significato proprio della sessualità: cioè che un uomo e una donna sono creati per essere congiuntamente la garanzia del futuro dell’umanità. Garanzia non solo fisica, ma morale” (Cardinal Joseph Ratzinger, la Repubblica, 19 novembre 2004).

Umberto Galimberti, filosofo e psicologo: “I nomi sono importanti. Io chiamo matrimonio l’unione tra eterosessuali. Non possiamo perdere l’orizzonte della natura e della costituzione psichica. Noi siamo maschio e femmina, funzionari della specie: per riproduzione e difesa. E il bambino ha bisogno di un padre e di una madre. Punto. Chiamare matrimonio un patto di convivenza non è corretto” (L’espresso, 18 novembre 2004).

 

Quando il papy si maternalizza

Abbiamo accennato all’esigenza di legami forti all’interno della famiglia per dare saldezza alle esigenze dei giovani. Quando si allentano questi legami forti, può capitare quel che denuncia il sociologo Mario Pollo. “Molte inchieste sui giovani rilevano l’insignificanza degli adulti per la maggioranza dei giovani. Per essi infatti, gli adulti non sono modelli né da imitare né da rifiutare, non sono né occasioni di incontro né occasioni di scontro. Sono semplicemente insignificanti. Con la conseguenza, da parte degli adulti di non percepire i giovani come il loro futuro. Questo fa sì che gli adulti si limitino a proteggerli, offrendo loro del condizioni per una vita sufficientemente agiata, man senza una vera azione tesa a rendere i giovani protagonisti della vita sociale, economica e politica” (M. Pollo, Le sfide educative dei giovani d’oggi, Elledici, 61).

Si sta verificando allora qual che già Sequeri aveva accennato parlando di maternage: lo scambio e la fusione del paterno e del materno. Il padre, che da sempre ha rappresentato, in tutte le culture, le norme, le leggi, i tabù, gli stili di vita e gli ordinamenti che reggono un corpo sociale, si maternizza, diventa un papy bonaccione e un tenerone sempre condiscendente. Di riscontro, la madre, simbolo da sempre dei valori esistenziali più profondi connessi al senso della vita, al ciclo della nascita e della morte, dell’amore della sessualità e della tenerezza, finisce per mascolinizzarsi, ridisegnando il proprio ruolo in assenza del ruolo paterno.

Chi ne fa le spese è il bambino, che ne esce sconcertato. “Molte situazioni di disagio giovanile, di trasgressione e di devianza indicano che quando la famiglia non riesce a diventare un luogo educativo si trasforma in un potente fattore di disagio” (op. cit., 64).

Allora, anche il Comandamento dell’onora il padre e la madre, perde ogni valore e significato. E i giovani restano orfani e zingari.

Carlo Fiore

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