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Quando una vita non è più degna di essere vissuta?

A proposito di Eluana Englaro: Redazionale de «La Civiltà Cattolica». Il punto sul quale la Chiesa insiste con forza ‚Äî nonostante tutte le obiezioni in contrario ‚Äî è che ogni essere umano vivente, quale che sia la sua condizione di salute, ha il diritto di essere assistito e curato... [Per gentile concessione de «La Civiltà Cattolica»]


Quando una vita non è più degna di essere vissuta?

da Quaderni Cannibali

del 23 dicembre 2008

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Parecchie volte - anche il 1° novembre scorso, parlando dei disegni di legge sul testamento biologico attualmente in esame alla Commissione Igiene e Sanità del Senato - la nostra rivista ha ricordato il principio che è «scorretto eticamente ritenere giustificato il rifiuto del cibo e dei liquidi a un paziente: in una visione non ideologica rifiutare il nutrimento significa scegliere la morte e non la vita». Quando è esplosa la situazione di Eluana Englaro - la giovane in «stato vegetativo permanente» da 16 anni, che viene nutrita e idratata attraverso un sondino naso-gastrico in una casa di cura di Lecco, dove è amorevolmente assistita da religiose, e per la quale il padre Giuseppe, che è anche suo tutore, ha chiesto alla magistratura l’autorizzazione a toglierle il sondino che la alimenta, affinché possa morire in pace - abbiamo pensato che non fosse necessario intervenire nuovamente, non avendo nulla da aggiungere a quanto avevamo già detto. Ma il 13 novembre è avvenuto un fatto che ha scosso l’opinione pubblica e ha acceso un dibattito assai vivace non solo tra medici e giuristi, ma anche tra la gente comune. In realtà, non si trattava di un fatto nuovo, poiché con la sentenza del 13 novembre 2008 la Corte di Cassazione non faceva altro che confermare la sua sentenza del 17 ottobre 2007, la quale autorizzava la rimozione del sondino a due condizioni. Tuttavia, la novità stava nel fatto che gli interrogativi su Eluana Englaro venivano messi da parte con il deposito, da parte del primo presidente della Corte di Cassazione, prof. Vincenzo Carbone, della sentenza 27145/08, nella quale si diceva: «Le Sezioni unite della Corte di Cassazione hanno depositato in data odierna la sentenza che ha dichiarato inammissibile per difetto di legittimazione all’impugnazione il ricorso presentato dal Pubblico ministero presso la procura generale della Corte di Appello di Milano avverso il decreto del 25 giugno-9 luglio 2008 con il quale la Corte di Milano ha autorizzato il distacco del sondino della paziente in stato vegetativo permanente».

Abbiamo perciò ritenuto necessario intervenire di nuovo, sia per vedere come si è giunti a questa sentenza, sia per le conseguenze che potrà avere, sia soprattutto per ribadire alcuni punti di ordine antropologico ed etico riguardanti le persone in stato vegetativo permanente e la «dignità» della loro vita.

Occupandoci della situazione tristissima e drammatica di Eluana Englaro, vogliamo anzitutto esprimere la nostra partecipazione alla grande sofferenza di suo padre, che lo affligge da ben 16 anni. Purtroppo, il suo dramma non è unico: sono migliaia le persone che si trovano nelle stesse dolorose condizioni, e a tutte vogliamo esprimere la nostra vicinanza.

 

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Come, dunque, si è giunti alla sentenza della Cassazione del 13 novembre scorso? Nel 1999 il Tribunale di Lecco respinse la richiesta del padre di Eluana di rimuovere il sondino nasogastrico, col quale la figlia veniva alimentata e idratata. Il successivo ricorso alla Corte di Appello di Milano subì la stessa sorte nel 2003. Due anni dopo, la Corte di Cassazione, investita della questione, dichiarò inammissibile il ricorso del padre di Eluana. Il punto di svolta — è necessario sottolinearlo — avvenne il 17 ottobre 2007, quando la Cassazione dichiarò che il sondino si poteva rimuovere a due condizioni: che la scienza definisse irreversibile lo stato in cui Eluana si trova, e che si potesse ricostruire la sua «volontà presunta» in base «alle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti».

Questo pronunciamento ha costituito il presupposto che ha spinto la prima sezione civile della Corte d’Appello di Milano ad autorizzare l’interruzione dell’alimentazione artificiale, incaricando di questo compito il padre della ragazza e il curatore speciale, l’avvocato Franca Alessi. L’esecuzione non doveva avvenire prima della scadenza di 60 giorni, termine di legge previsto per concedere l’impugnazione in Cassazione. Cosa che la procura di Milano ha fatto alla fine di luglio, presentando ricorso al decreto con la motivazione che il giudice di seconda istanza non avrebbe sufficientemente accertato l’irreversibilità dello stato clinico di Eluana. Nello stesso tempo la Procura di Milano chiedeva alla Corte di Appello la sospensione dell’esecutività: istanza poi respinta.

Il problema fu portato in Parlamento. La Camera approvò il 1° luglio una mozione per sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Consulta. Lo stesso fece il Senato il 1° agosto. Secondo la maggioranza della Camera e del Senato, con la sentenza del 2007 la Cassazione aveva «oltrepassato» le sue funzioni istituzionali, esercitando le attribuzioni proprie del potere legislativo o, comunque, aveva interferito con esso. L’8 ottobre, la Consulta dichiarò inammissibili le obiezioni del Parlamento. Così, il 13 novembre, la Corte di Cassazione giudicò «inammissibile per difetto di legittimazione» il ricorso presentato in luglio dal pubblico ministero presso la Procura generale della Corte di Appello di Milano. In tal modo diventava definitiva la sentenza della Corte di Appello di Milano che aveva autorizzato l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione di Eluana mediante la rimozione del sondino nasogastrico. Ad ogni modo, secondo la Consulta, la vicenda processuale «non appare ancora esaurita» e «il Parlamento può in qualsiasi momento adottare una specifica normativa della materia fondata su adeguati punti di equilibrio fra i fondamentali beni costituzionali coinvolti».

 

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Che cosa pensare di questa sentenza della Corte di Cassazione? Non spetta a noi giudicarla né sotto il profilo giuridico né sotto l’aspetto medico. Possiamo soltanto rilevare che su di essa hanno espresso forti critiche sia giuristi di grande valore sia medici particolarmente competenti nella cura di pazienti che si trovano in stato vegetativo permanente. Così un primario dell’Unità di cure palliative, nell’apprendere il contenuto della sentenza della Corte di Cassazione, «ha avuto una reazione di tristezza, di paura e di rabbia nello stesso tempo»: «Penso — egli ha detto — a tutti i pazienti nelle condizioni di Eluana, ai pazienti oncologici inguaribili, alle persone dementi, agli anziani fragili, ai sofferenti psichici. E a tutti quelli che tenacemente, amorevolmente, fedelmente, attimo dopo attimo, giorno dopo giorno, anno dopo anno li stanno assistendo. Oggi sono tutti più esposti, meno garantiti, meno “di valore”, perché c’è chi li ha giudicati meno umani di quelli che stanno bene. Ma c’è anche chi continuerà a riconoscerli come l’espressione più alta, ancorché misteriosa, di un’umanità degna di essere accudita da una responsabilità affezionata».

In realtà, la conseguenza più grave della sentenza della Cassazione, di cui stiamo parlando, è che si crei — o meglio, si rafforzi — un modo di pensare che giudichi il valore di una persona umana dalla capacità di vivere in buona salute fisica e soprattutto mentale, per cui una persona che, a causa di una malattia o di un incidente che hanno leso — irreversibilmente, a quanto sembra, perché di questa irreversibilità non si ha certezza assoluta — le sue facoltà mentali superiori; quindi non ha più la coscienza e la parola, non reagisce agli stimoli e non può provvedere da sé ai suoi bisogni più essenziali, ha perduto la sua «dignità» di persona umana: è diventata un «vegetale» e quindi può essere lasciata morire o, meglio, fatta morire, non aiutandola a nutrirsi, o meglio togliendole il nutrimento. In altre parole, a una persona in stato vegetativo permanente si potrebbe rifiutare l’alimentazione e l’idratazione, somministrandole però medicinali perché possa morire senza soffrire, nel caso che la mancata alimentazione e idratazione dovesse procurarle gravi sofferenze.

Nel caso che questa mentalità dovesse prendere piede e diventare opinione — se non comune, ampiamente accettata — sarebbero in pericolo di vita le migliaia di persone (si parla di oltre 2.000) che in Italia sono in stato vegetativo permanente. In tal modo, in maniera surrettizia, si introdurrebbe in Italia una forma particolare, anche se non dichiarata, di eutanasia, a carico dei soggetti più deboli della comunità.

 

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Ci sembra perciò necessario ribadire alcuni punti di ordine antropologico ed etico, che ci pare difficile rifiutare, anche se, per quanto riguarda l’aspetto terminale della vita, restano talune ombre che per ora non sono ancora dissipate.

In primo luogo è necessario affermare che chi si trova in uno stato vegetativo permanente è un essere umano vivente, che, per aver perduto l’uso delle facoltà cerebrali superiori, non ha perduto la sua dignità di persona e il suo diritto al nutrimento. La morte di un individuo umano avviene soltanto quando c’è la «morte cerebrale», quando cioè tutte le funzioni cerebrali — e non soltanto alcune, come le funzioni cerebrali superiori — sono cessate. Né si può dire, come fanno taluni, che chi si trova in stato vegetativo permanente, più che una «persona umana» è un «vegetale» e che quindi il vivere in tale stato sia una vita non degna di essere vissuta, perché non umana, ma propriamente «vegetale». Questo è falso perché la «dignità» della persona umana non è soltanto di ordine biologico, ma è anzitutto di ordine ontologico, cioè legata alla sua natura che non è solo materiale ma anche spirituale e perciò permane anche quando il cervello non può per cause accidentali esercitare tutte le sue funzioni. Per chi poi è cristiano una persona, che per una terribile disgrazia ha perduto l’uso delle funzioni cerebrali superiori, è un’immagine di Gesù morente sulla croce e perciò degna di essere curata e aiutata con un amore particolare.

In secondo luogo, nutrire una persona in stato vegetativo permanente e prestarle l’assistenza sanitaria di base (igiene, riscaldamento, prevenzione delle complicazioni legate al fatto di stare a letto) non sono un atto terapeutico, ma un mezzo naturale, ordinario e proporzionato, di conservazione della vita. Per tale motivo, è un grave dovere morale non farle mancare cibo e acqua, anche se devono essere somministrati per vie artificiali, come un sondino nasogastrico.

In terzo luogo, la somministrazione di cibo e di acqua alle persone in stato vegetativo permanente non è una forma di «accanimento terapeutico». Questo si ha quando le cure sono «sproporzionate» e particolarmente gravose, cioè non hanno altro effetto se non quello di prolungare la sofferenza e l’agonia della persona malata: in pratica, quando sono inutili e dannose, perché rischiano di

procurare «soltanto un prolungamento precario e penoso della vita» (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 65) e non servono più né alla guarigione né al miglioramento della condizione di vita. Invece non è accanimento terapeutico fornire alla persona malata le cure ordinarie, quali sono l’alimentazione e l’idratazione: infatti si tratta di una forma di assistenza ordinaria proporzionata, efficace, di agevole accesso e praticabilità, in genere ben tollerata. Una cura che non richiede tecniche ultrasofisticate ed è alla portata di strutture ospedaliere anche povere e si potrebbe eseguire anche a domicilio. Evidentemente, se l’alimentazione e l’idratazione attraverso il sondino dovessero essere, per motivi particolari, impossibili o assai dolorose per il paziente, oppure inefficaci tanto da configurare un accanimento terapeutico, la si potrebbe sospendere.

Il 1° agosto 2007, la Congregazione per la Dottrina della Fede, al quesito dalla Conferenza Episcopale Statunitense: «È moralmente obbligatoria la somministrazione di cibo e acqua (per vie naturali oppure artificiali) al paziente in “stato vegetativo”?», rispose: «Sì. La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente. In tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’inanizione e alla disidratazione».

 

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In realtà, il problema posto dalla situazione drammatica di Eluana Englaro è certamente di natura medica e sotto tale profilo comporta molti interrogativi: non sappiamo, ad esempio, se, e in quale misura, lo stato vegetativo profondo sia irreversibile; se la morte per fame e per sete nei soggetti in stato vegetativo permanente comporti gravi sofferenze. Sappiamo invece — e questo è molto importante — che Eluana non è una malata in stato terminale non è legata a nessuna macchina che la faccia respirare, per cui nel suo caso non si può parlare di «staccare la spina», perché non c’è nessuna «spina» da staccare, come molti credono: ciò significa che essa «vive» non col supporto di una macchina, ma per virtù propria, cosicché per vivere ha solo bisogno di essere alimentata, non essendo in grado di farlo da sola.

Ma il problema più grave che pone la situazione di chi vive in stato vegetativo permanente è di ordine morale e risponde all’interrogativo: la vita di chi si trova in tale stato o per malattia o per un trauma cranico che lo ha privato in maniera irreversibile (almeno per quanto sappiamo oggi) delle facoltà superiori, è una vita veramente «umana», cioè una vita degna di essere vissuta o non piuttosto una «morte» anche se la persona vive perché persistono le sue facoltà vegetative? In altre parole, la vita in stato vegetativo permanente ha una «dignità» e un «valore» oppure è un «peso» per la persona che si trova in tale stato e, soprattutto, per la società che per tale persona deve sopportare spese che potrebbero essere meglio utilizzate?

La risposta che si deve dare a questo interrogativo dipende dalla concezione che si ha della «vita» umana e della sua «dignità»: se si pensa che la vita umana sia «vita» e perciò sia «degna» di essere vissuta soltanto quando la persona è in piena efficienza e in buono stato di salute; soprattutto se si ritiene che la persona possa disporre della propria vita come essa vuole, e quindi possa chiedere che, nel caso cadesse in uno stato vegetativo permanente, fosse privata di alimentazione e di idratazione, in modo da morire in poco tempo, è chiaro che la soluzione al problema posto dalle persone in stato vegetativo permanente è quella proposta oggi da parecchie persone per Eluana: lasciarla morire, togliendole l’alimentazione e l’idratazione. Ma — ci domandiamo — se questa concezione della vita è quella giusta e, se è quella giusta e da mettere in atto, perché si dovrebbero mantenere in vita le migliaia di persone che oggi per malattie e per traumi cranici di trovano in uno stato identico o simile a quello in cui si trova Eluana?

Per parte nostra riteniamo che la dignità della vita umana non si misuri dalla sua efficienza fisica e intellettuale e dal suo stato di salute più o meno buono, ma dal fatto che è vita «umana», è vita di un essere «umano», cioè di un essere di valore assoluto, che è il più alto fra gli esseri esistenti, che è fine a se stesso e non può essere sacrificato a nessun fine superiore, a nessuna utilità di ordine sociale e politico.

D’altra parte, la vita umana è «indisponibile»: nessuno cioè può «disporre» della vita, né della propria né di quella degli altri. Questo principio non è soltanto di natura religiosa — per chi crede in Dio è fondato sul quinto comandamento del Decalogo: «Non uccidere» — ma è di natura «razionale». Si fonda, cioè, sul fatto che la ragione umana condanna tanto il suicidio quanto l’omicidio, perché, se essi fossero ammessi e giustificati anche per legge, la società umana non potrebbe sussistere, in quanto verrebbe meno la fiducia reciproca, sulla quale si fonda la società; soprattutto verrebbe meno la certezza che, in caso di necessità, ognuno può contare sull’aiuto degli altri. Di qui, l’opposizione alla pena di morte, che si fa sempre più viva e forte nella coscienza umana, tanto da chiedere all’Onu che imponga una «moratoria» agli Stati che ancora la praticano.

 

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Alcuni hanno accusato la Chiesa di «biologismo», poiché essa insegna che è moralmente doveroso non far mancare il nutrimento e l’idratazione alle persone in stato vegetativo permanente, trattandosi di persone che essi considerano spiritualmente morte e soltanto biologicamente viventi. Ci sembra che tale accusa sia senza fondamento, perché nell’essere umano, finché c’è vita — e nelle persone in stato vegetativo permanente c’è vita, senza alcun dubbio possibile — c’è sempre lo spirito che anima il corpo e non ha senso parlare di «biologismo», quasi che possa esistere un corpo vivente non animato dallo spirito. Nell’uomo vivente, anche se in stato vegetativo permanente, è sempre presente lo spirito. Soltanto con la morte avviene la separazione del principio spirituale (l’anima) dal principio materiale (o corpo, che per tale separazione non è più un corpo umano, ma un «cadavere»).

In realtà, il punto sul quale la Chiesa insiste con forza — nonostante tutte le obiezioni in contrario — è che ogni essere umano vivente, quale che sia la sua condizione di salute, ha il diritto di essere assistito e curato. Il fatto che egli non sia in condizione di curarsi da solo, ma abbia bisogno di essere aiutato per nutrirsi e per provvedere alle altre sue necessità crea in lui il diritto ad essere aiutato da altri: fargli mancare tale aiuto significa condannarlo a morte. Per il cristiano tale aiuto fa parte dell’essenza del cristianesimo, poiché nelle persone malate — soprattutto in quelle colpite dalle malattie più spersonalizzanti, come i bambini gravemente disabili, i vecchi colpiti dal morbo di Alzheimer, i down gravi, i malati mentali, le persone in stato vegetativo permanente da molti anni — è presente Gesù in maniera misteriosa ma reale, cosicché quello che è fatto o negato a queste persone, Gesù lo ritiene fatto o negato a sé (cfr Mt 25,31-46).

Per questo motivo — che è di ordine religioso-cristiano ma anche semplicemente umanitario — la Chiesa impegna tanti cristiani, in particolare medici, operatori sanitari, religiose, nella cura e nell’assistenza delle persone che vivono in condizioni di estrema precarietà una vita che ad alcuni pare aver perduto non solo ogni dignità, ma anche ogni senso. Guai se prevalesse oggi tale mentalità: cadrebbe uno dei pilastri della nostra civiltà, non solo cristiana, ma anche umana.

 

 

© La Civiltà Cattolica 2008 IV 531-538         quaderno 3804

 

 

 

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